Se vi chiedessero qual è il più celebre pianista polacco di tutti i tempi, probabilmente molti di voi risponderebbero Artur Rubinstein. O forse Krystian Zimerman. Ma se invece vi chiedessero qual è il meno famoso? Qualcuno rispetto al quale gli interpreti dell'integrale "Polskie Nagrania" degli anni '50 sono delle superstar?
Beh, io sarei pronto a scommettere che un serio contendente al titolo sarebbe il protagonista di questo post: Andrzej Wąsowski.
L'esistenza di Wąsowski potrebbe essere una delle pontiggiane Vite di uomini non illustri: nato nel 1919 a Leopoli (oggi in Ucraina ma all'epoca in Polonia), da una famiglia aristocratica (una di quelle che possedevano villaggi, industrie, foreste e i cui membri parlavano tra di loro in francese) rivelò ben presto un formidabile talento musicale tanto che a vent'anni si diplomò al Conservatorio di Varsavia riportando il Grand Prix d'intérpretation. Sembrava destinato a una fulgida carriera di concertista ma giusto nel 1939 sulla sua strada si misero due signori, uno tedesco e l'altro russo: i signori Ribbentrop e Molotov. Leopoli fu invasa prima dai russi, che fecero conoscere a Wąsowski le gioie dello stakanovismo inviandolo a fare concerti a beneficio delle truppe a ritmi da industria pesante e in seguito dai tedeschi, che gli alleviarono la fatica ma gli proibirono di suonare Chopin (il che non impediva al principe Wąsowski di suonarlo di nascosto per i polacchi della resistenza) e poi tentarono di spedirlo a suonare in Germania: al rifiuto del pianista, in Germania ce lo mandarono lo stesso ma in un battaglione di disciplina. Dalla Germania Wąsowski riuscì fortunosamente a riparare in Austria dove rimase fino al termine della guerra. Alla fine del conflitto, Wąsowski fu privato della nazionalità polacca e solo in seguito al matrimonio acquistò la cittadinanza venezuelana. Nel 1965 si stabilì negli Stati Uniti dove insegnò pianoforte a Tulsa, in Oklahoma, e dove morì nel 1993.
L'intero lascito discografico di Wąsowski si compone di una registrazione integrale dei Notturni e di una delle Mazurche. Come ulteriore ironia della sorte, entrambi gli album furono incisi per un'etichetta abbastanza celebre ma in ambito jazzistico, la Concord Records (che oltre a tutto gli sbagliò pure il nome in copertina, trasformando la ą polacca in una a).
In verità, la sorte di Wąsowski non sarebbe molto dissimile da quella di tanti giovani della sua generazione che ebbero l'unica colpa di nascere nel posto sbagliato al momento sbagliato e che solo per questo si videro privati di tutto quanto avevano il diritto di aspettarsi dall'esistenza. Il fatto è che sia pure con quei due soli miseri dischi (e in particolare con quello dedicato alle Mazurche) Wąsowski si è ritagliato un posto di primissimo piano nell'interpretazione chopiniana.
Che le Mazurche costituiscano il cuore stesso della musica di Chopin non è possibile dubitare: come scrive Gastone Belotti, "in nessun altro genere Chopin ha svelato l'ampiezza del suo genio, nessun altro si presto allo studio dell'insieme del suo stile musicale, nessun altro rivela l'intima connessione tra la sua musica e quella della sua terra. Raccolta la Mazurca come rivelazione dell'espressività contadina della sua regione - la Mazowia - e come genere di consumo della città in cui viveva - Varsavia - la elevò ad un grado di perfezione che resterà ineguagliato, e creò quegli immortali capolavori nei quali ha lasciato il meglio della sua genialità musicale". Ora, il problema spesso disperante che le mazurche pongono ai pianisti (Rattalino ne parla come di rebus musicali) è costituito dalla loro particolare idiomaticità: le danze popolari polacche (mazurek, ma anche kujawiak, oberek, krakowiak, che Chopin comprende nella sua opera spesso combinandole fra loro) sono caratterizzate da una irregolarità di fondo nel ritmo che semplicemente non si presta ad essere trascritta con precisione per mezzo della normale notazione musicale. Chopin stesso dovette a un certo punto rendersi conto della cosa visto che a partire dall'op. 24 smise di fornire anche l'indicazione rubato che aveva usato in abbondanza nelle raccolte precedenti. Badiamo bene che qui non stiamo parlando di un semplice vezzo filologico, di un abbellimento che può essere omesso a piacere: nelle Mazurche Chopin conferisce al ritmo, a quel ritmo, una importanza strutturale non inferiore a quella attribuita al contrappunto in una fuga di Bach, sicchè ignorare il problema significa produrre una lettura che è puramente e semplicemente inadeguata (basti pensare a quell'autentico monumento all'equivoco intepretativo costituito dalle incisioni delle Mazurche di un interprete chopiniano altrove grandissimo come Samson François).
Non è del resto un caso se qualunque pianista voglia porsi in maniera seria di fronte al compito di interpretare compiutamente le Mazurche deve a un certo punto - diremo così - "sciacquare i panni nella Vistola": è solo in Polonia, attraverso il contatto diretto con delle fonti musicali che si sono conservate incontaminate e con una tradizione che risale ai tempi di Chopin, che si può fare esperienza diretta del modo corretto di rendere tutto quanto la pagina scritta tace.
Ecco, le straordinarie letture di Wąsowski ci danno una rappresentazione, di altezza e poesia a mia conoscenza mai attinte né prima né dopo di lui, di questo mondo fatato, e lo fanno attraverso la restituzione meticolosa di tutta la complessità ritmica (e - di conseguenza - armonica) di questi capolavori in cui davvero Chopin sembra aver intrapreso un'esplorazione totale dei moti dell'animo umano. Gli esempi da fare sarebbero tantissimi, e alla fine si ridurrebbero a una lista completa delle tracce di questo doppio CD. Basterà dire che nella mia esperienza di ascoltatore chopiniano (e di ascoltatore delle Mazurche in particolare) esiste un prima e un dopo queste incisioni.
Non è certo la minore delle ironie che costellano l'affaire Wąsowski quella per cui una delle poche interpretazioni chopiniane davvero insostituibile sia da lungo tempo fuori commercio, tanto che io stesso mi sono procurato la mia copia spulciando una quantità infinita di siti americani di vendita di CD usati e pagandola a prezzo d'affezione. È per questo che - sfidando le draconiane leggi sul diritto d'autore - mi azzardo a condividere una sola fra le tante perle di questa raccolta, sperando che possa fornire un'idea sul perchè questi dischi sono tanto straordinari; e magari motivare qualcuno dei miei lettori a mettersi in caccia.
lunedì 22 febbraio 2016
sabato 13 febbraio 2016
Tout Maigret (peut-être), 7 - Il crocevia delle tre vedove
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| (Da ferencpinter.it) |
Inoltre, questo romanzo è uno dei pochissimi esempi nell'intero corpus maigrettiano in cui vediamo il nostro eroe pericolosamente vicino a qualcosa che ha tutta l'aria di essere un turbamento erotico. In effetti è abbastanza curioso che nel delineare la figura di Maigret, Simenon lo abbia doviziosamente caratterizzato in rapporto a tutta una serie di appetiti (almeno apparentemente) elementari per poi chiudersi in una reticenza pressoché assoluta rispetto a un tema che peraltro non gli era affatto estraneo (per usare un garbato eufemismo) né come scrittore né come uomo. Censura? Autocensura? Non lo sapremo mai. Sta di fatto che per tanti riguardi - dal cibo, alla pipa, dai posti caldi al Calvados - conosciamo nel dettaglio qualità e quantità di ciò che piace a Maigret; quando giungiamo al capitolo donne, abbiamo una serie di accenni vaghi e spesso di segno negativo: conosciamo donne che lo lasciano indifferente, altre che gli suscitano una tenerezza piuttosto paterna che di altro segno; da questo punto vista, l'unica cosa certa è che Maigret è... il marito della signora Maigret. Ecco, in questo libro ci sono alcuni piccoli sprazzi che illuminano un aspetto della personalità del commissario sul quale sappiamo davvero poco. E si tratta di sprazzi che fanno intravvedere una realtà assai meno ordinariamente borghese (e quindi assai più interessante) di quanto potremmo sospettare.
Ma forse l'aspetto più peculiare di questo romanzo è il virtuosismo davvero incredibile che Simenon mostra nella costruzione dell'atmosfera, o meglio delle atmosfere. Da una parte abbiamo un incrocio su una statale qualunque dell'Ile-de-France, quattro case in mezzo a un nulla fatto di campi e di boschi. Senza le facilitazioni offerte dai bistrot e dai negozi di Parigi, senza le suggestioni dell'acqua del mare o dei canali, Simenon riesce a caratterizzare questo non-luogo in maniera addirittura cinematografica: e non è un caso se praticamente subito dopo l'uscita del libro, un regista del calibro di Jean Renoir ne trasse un film di una pregnanza visiva assoluta. E poi - in contrasto con la scala di grigi del paesaggio circostante - c'è la casa degli Andersen, di questo stranissimo gruppo di famiglia in un interno in cui nulla è ciò che sembra e si respira un clima quasi da serra.
In conclusione: uno dei più atipici romanzi di tutto il ciclo, col plot giallo che arriva quasi a recedere sullo sfondo per fare posto a una storia di intrighi, di passioni e di avidità degna del miglior Balzac. Non possiamo non rimanere ammirati di fronte alla folle prodigalità dell'invenzione simenoniana, che in un giallo profonde una quantità di spunti e di temi che sarebbero tranquillamente bastati per tre romanzi durs.
sabato 23 gennaio 2016
Esercizi di traduzione dal polacco, 5
Classe 1972, Maciej Sieńczyk (che vedete ritratto (?) qui a fianco) è noto in Polonia soprattutto come disegnatore e autore di comic novels. Ma la rubrica "Mój kącik" ("Il mio angolino") che tiene sul periodico culturale online Dwutygodnik.com rivela una penna che è perfettamente a suo agio con le parole oltre che coi segni grafici. Un esempio è questo racconto, a metà fra Kafka e Achille Campanile, in cui grazie a Sieńczyk abbiamo la conferma che la burocrazia non conosce - ahimè - confini.
In trappola
di Maciej Sieńczyk
È curioso come quel giorno mi sia rimasto impresso nella memoria come particolarmente lieto. Finiva proprio allora una lunga sequenza di giorni di pioggia e dei forti temporali sembravano promettere un miglioramento. Una gentile ragazza mandata da una certa galleria d'arte era venuta da me a prendere cinque miei disegni che dovevano essere esposti in Slovacchia; nella circostanza mi diede da firmare il contratto.
Il giorno dopo mi arrivò una mail dalla galleria: non volevano i disegni che aveva preso la ragazza ma degli altri e bisognava cambiarli. Non ci vidi nulla di male, io stesso mi ero meravigliato che avessero scelto proprio i meno riusciti. Nel frattempo era arrivato il contratto dalla Slovacchia e quando la ragazza venne di nuovo da me lo firmai in sua presenza. Ricordo che scherzammo sul fatto che io non conosco lo slovacco e chissà cosa stavo firmando. Passò qualche giorno. Contrariamente alle attese il tempo non era migliorato e faceva di nuovo freddo. Mi arrivò una mail dalla Slovacchia: era necessaria un'aggiunta al contratto. Sarei dovuto andare all'ufficio del Fisco, prendere e compilare un certificato e mandarlo in Slovacchia. Senza il certificato la trattenuta sul compenso che mi corrispondevano per il prestito dei disegni sarebbe stata del 35%, e col certificato solo il 5%. Il compenso non era gran cosa, sicché mi dimenticai completamente della faccenda. Qualche giorno dopo suonò il telefono: una signora chiamava dalla Slovacchia e diceva qualcosa in inglese. Risposi che scrivessero una mail.
Qualche tempo dopo incontrai il postino che mi diede una lettera dalla Slovacchia. All'interno c'era - di nuovo - il contratto. Probabilmente per via di qualche dimenticanza o incomprensione il precedente non era mai arrivato in Slovacchia. "Mai" - pensai scuotendo la testa con un sorriso - "ho firmato così tanti documenti come per questa faccenduola insignificante". Ristampai di nuovo tutte le pagine, firmai e rimandai indietro. Nel frattempo mi aspettava una mail dalla Slovacchia. Chiedevano del certificato. Risposi che mi trattenessero pure il 35%, perchè non mi andava di girare per uffici pubblici. L'indomani mi risposero che era nel mio interesse pagare il 5% invece del 35. Risposi che il giorno dopo sarei andato a chiedere il certificato.
Questi furono gli ultimi momenti di chiarezza del mio pensiero, il seguito riesco a ricostruirlo solo con enorme difficoltà. Ricordo che andai all'ufficio del Fisco vicino a dove abitavo all'epoca e cercai lo sportello dove, mi sembrava, consegnavano a vista quei certificati. Dietro lo sportello c'era un nonnetto. Avevo scaricato da internet il modulo, l'avevo stampato e riempito e lo diedi al nonnetto. Appoggiato al tavolino e guardando da tutt'altra parte aspettavo che - corredato del timbro - mi ritornasse in mano. Invece di questo, udii una voce gracidante che mi diceva: "Che roba mi sta dando?" "Il certificato" - risposi, completamente immerso nei miei pensieri - "perchè mi serve il timbro dell'ufficio del Fisco". "Che certificato?" - rispose il nonnetto. "Non so, non me ne intendo. L'ho trovato su internet, l'ho stampato e adesso glielo sto dando". "Cioè, devo sapere io cosa le serve?", chiese. Tornato completamente coi piedi per terra e già leggermente infastidito dall'aggressività del nonnetto chiesi allora cosa dovevo fare per ottenere un certificato valido. "Deve compilare una richiesta". "Che richiesta?", domandai stupito. "Cioè, devo sapere io quale richiesta? Scriva che vuole ottenere il certificato". "Non ho fogli di carta con me. Posso scrivere la domanda sul retro del certificato che avevo portato?" "Eccole un foglio di carta bianca". Scrissi che richiedevo il rilascio del certificato etc. etc. Il nonnetto disse "Sono 17 zloty di diritti di rilascio". Tirai fuori il denaro ma il nonnetto rispose: "Io non prendo soldi. Deve pagare sul conto dell'ufficio del Fisco". Chiesi dove fosse la cassa, per pagare immediatamente. Il nonnetto rispose che non c'era nessuna cassa. Poi dopo un po' di esitazione aggiunse di andare in comune, pagare lì e tornare con la ricevuta. Andai in comune e ritornai. Il nonnetto prese la domanda, la lesse, chiese di aggiungere qualcosa e alla fine soggiunse: "Torni fra una settimana per il ritiro". Chiesi com'era possibile che al giorno d'oggi un controllo di dati e l'apposizione di un timbro fossero faccende tanto complicate. Rispose: "In futuro dovrebbe cambiare qualcosa. Ma non per il momento".
Trascorse una settimana. Una mattina dalla cornetta del telefono sentii una voce tremolante: era il nonnetto. "Sono arrabbiato con lei perchè non mi ha detto che era residente a Lublin. Qui mi hanno rimproverato di aver accettato la sua domanda, mentre lei doveva rivolgersi presso il suo luogo di residenza. Ma va bene così: ho mandato la sua domanda a Lublin, chiami pure loro". Mi dispiacque per il nonnetto, di sicuro i suoi colleghi più giovani lo avevano non poco sfottuto; ma nello stesso tempo ero arrabbiato con lui perchè faceva tanto sciattamente il suo lavoro: avrebbe dovuto verificare i dati al momento, e non venirmi a rompere la testa adesso.
Dopo qualche giorno telefonai all'ufficio del Fisco di Lublin, col presentimento che il certificato si allontanava da me a mò di un messaggero cieco in una notte tempestosa che cavalcava all'indietro un cavallo spinto dagli speroni. L'impiegata mi rispose che la collega che si occupava di quei certificati quel giorno era assente, e che richiamassi l'indomani. Telefonai quindi il giorno seguente: dopo una serie infinita di collegamenti con persone sempre diverse, mi fermai infine in una sorta di terra di mezzo servita da una donnetta. La donnetta cominciò a chiedermi dove avevo la sede. Risposi che la mia sede era sia a Varsavia che a Lublin e che facevo la spola fra le due città. Ma che nella domanda avevo già specificato la mia residenza e il posto in cui pagavo le tasse. "Non si tratta di questo" - replicò. "Dov'è che abita per più tempo, dov'è la sua sede? Dov'è che paga l'affitto, la luce, il gas?" Risposi che pagavo affitto, luce e gas in entrambe le città. "Davvero, mi è difficile stabilire con esattezza dove ho la sede", aggiunsi, sperando che una risposta formulata in questo modo potesse soddisfarla. La donnetta mi chiese nome, cognome e PESEL (l'equivalente polacco del codice fiscale, ndt) che le compitai faticosamente lettera per lettera, al che lei rispose seccamente: "Qui non è arrivata nessuna richiesta". Sentii il terrore lentamente diffondersi nelle mie dita. Avevo già sentito diverse storie su varie istituzioni, ma le avevo sempre ascoltate malvolentieri o le avevo attribuite alla nostra inguaribile tendenza a lamentarci. A volte avevo addirittura riso alle spalle degli infelici che raccontavano in pubblico simili esperienze. E ora eccomi lì, io stesso con un sorriso ebete in faccia, immerso in un tino pieno di sego che andava rapprendendosi. Per staccare la spina, andai a letto e mi addormentai. Il giorno dopo richiamai il nonnetto per chiedergli se davvero aveva spedito la mia domanda. Mi rispose una donna che mi disse che il nonnetto non c'era e che richiamassi il giorno dopo. L'indomani mi svegliò il telefono: era una donna dall'ufficio del fisco di Varsavia. Disse che chiamava per il certificato e mi passò il nonnetto. Sentii un po' di fruscio e poi una debole voce ormai a me ben nota. Il nonnetto mi ripetè quello che mi aveva già detto, cioè che aveva mandato tutto a Lublin e che da quel momento avrei dovuto chiamare lì. Non ancora del tutto sveglio, risposi che il giorno prima avevo appunto chiamato lì e mi avevano detto che non era arrivato nulla. "No beh" - rispose con voce tanto impotente quanto gentile - "bisogna aspettare. Dovrà aspettare".
Mi girai sul fianco e caddi nel dormiveglia Il sogno non era ancora terminato, quando fui svegliato di nuovo dal telefono. "Da dove mi sta chiamando?" chiesi, strappato di nuovo al sonno, "da quale ufficio?" Da una inaudita lontananza mi arrivò la risposta che dall'ufficio del Fisco, dopodichè la donna cominciò a parlare velocemente e confusamente. "Sì, ma dall'ufficio di Varsavia o da Lublin?" domandai, forse un po' troppo rudemente. Venne fuori che era Lublin. Era appena arrivata la mia domanda proveniente dall'ufficio di Varsavia. La donna cominciò a farmi le domande standard su dove avevo la sede. Poi aggiunse che il modulo era incompleto, perchè alla domanda bisognava aggiungere altri due non so bene quali documenti e che il meglio era che li richiedessi personalmente. Risposi che il signore che aveva accettato la mia domanda non mi aveva detto nulla di ulteriori documenti. Ma ormai non me ne fregava più nulla. Dissi che avevo intenzione di ritirare la domanda, visto che ormai era fin troppo tempo che aspettavo il certificato. Aggiunsi che tutto doveva concludersi con reciproca soddisfazione, visto che io avevo pagato e loro in cambio dovevano limitarsi a fermare l'emissione del certificato. Ma la donnetta si ostinò, disse che per ritirare una domanda non bastava dirlo. Lo disse con enfasi, forse anche con fierezza. Aggiunse che se quella era la mia intenzione dovevo inoltrare un'altra domanda con la richiesta di annullare l'emissione del certificato e sarebbe stato meglio che l'avessi scritta subito e mandata con raccomandata prioritaria, altrimenti mi sarebbe arrivata una richiesta di chiarimenti e sarei dovuto andare a presentarmi personalmente. "Posso essere sicura" - chiese - "che scriverà la domanda di annullamento"? Risposi che al momento lavoravo, ma appena avessi finito avrei scritto la domanda e l'avrei impostata. "Ma la manderà in giornata, così mi arriverà domani?" Mi curvai sotto quella voce gentile e risposi che l'avrei spedita immediatamente. Imprecando mi tirai su dal letto, scrissi la domanda e andai in posta a spedirla. Incapace di liberarmi di quel febbrile stato d'animo, corsi anche all'ufficio del comune e pagai 200 zloty in tasse immobiliari.
Due settimane dopo ricevetti una telefonata da mia madre: aveva ricevuto una lettera dall'ufficio del Fisco con la conferma che avevo inoltrato una domanda per ottenere il certificato. Le chiarii brevemente la questione, e le dissi che avevo già mandato un'altra domanda che probabilmente avrebbe annullato la domanda precedente. Tre giorni dopo verso le otto del mattino mi chiamò la signora dell'ufficio del Fisco. Voleva accertarsi che avessi effettivamente inviato la domanda per annullare l'emissione del certificato. Mi sembra di aver risposto di sì.
Dalla visita della ragazza dei cinque disegni erano passate tre settimane. Nonostante i miei quarantatre anni sono ormai un uomo ingrigito e tremante, che manda intorno sguardi supplichevoli con occhi acquosi. Ad ogni istante potrebbero chiamare per il certificato, quindi scrivo queste righe di fretta, ranicchiato in un angolo del letto. Del tutto inaspettatamente, da questa esperienza ho imparato a gioire delle piccole cose. Passeggio per la città e sorrido alle coppiette e ai bambini che si affrettano verso la scuola. Loro vedono un signore ingobbito che a volte si ferma o siede su una panchina e dà da mangiare briciole di pane ai piccioni. Ogni tanto ripenso al nonnetto. Forse una volta era un uomo normale, poi è impazzito, si è identificato con l'ufficio del Fisco e adesso ci lavora gratis e illegalmente. Sentendo delle tante cose orribili che succedono al mondo, dei bombardamenti, delle decapitazioni, mi rallegro che la sorte si sia rivelata tanto clemente con questo angolino di mondo. E che nonostante le difficoltà di cui è lastricata l'esistenza quotidiana nulla sia in grado di arrestare il flusso della vita.
giovedì 31 dicembre 2015
'O viecchio c'a barba
La settimana scorsa sono tornato al Sud a trascorrere Natale coi miei. Naturalmente avevo con me pipe e tabacco in adeguata quantità. Un giorno ero a Nola e avevo appena estratto l'occorrente per una pipata quando mio padre gettando un'occhiata al tabacco esclama: "'O viecchio c'a barba!". Ora, mio padre viaggia per gli ottantadue anni ma ha la lucidità mentale di un ventenne: sicché quel commento così apparentemente incongruo doveva avere un senso, un senso che mi sono affrettato a chiedergli. Lui mi ha risposto: "Il tuo tabacco. Player's Navy Cut" (pronunciando così il più lungo discorso in inglese che gli avessi mai sentito fare).
La faccenda si faceva sempre più interessante. "Papà" - gli ho detto - "tu in vita tua hai sempre fumato solo sigarette. Avrai forse fumato mezza scatola di toscanelli e quelle tre volte in totale che hai provato a fumare la pipa ci hai schiaffato dentro il Clan. Mi spieghi come sfaccimma fai a conoscere un tabacco che si trova solo nel Regno Unito?" E lui, sollevando il sopracciglio con un'espressione ironica che gli conosco fin troppo bene: "Guagliò, e tu che vuoi sapere...".
E mi ha spiegato che nell'immediato dopoguerra gli angloamericani che liberarono Napoli e i suoi dintorni portarono con sé, insieme al jazz e alla carne in scatola, anche un diluvio di sigarette di fogge e marchi sconosciute agli italiani del tempo, avvezzi tuttalpiù alle Popolari, alle Milit o alle Macedonia.
Queste sigarette avevano nomi così poco usuali e così bisbetici agli occhi e alle orecchie dei liberati che questi ultimi li deformarono a modo loro per renderli minimamente fruibili. Si salvarono le Camel, che tra nome e immagine del pacchetto non presentavano particolari problemi. Ma le Lucky Strike diventarono Allucca e strilla; le Chesterfield diventarono 'O cesso 'e fierro (sic!); e le Pall Mall divennero "E ppalle mmano".
E poi c'erano loro. Le Player's Navy Cut, appunto. Per le quali si decise di saltare a piè pari la scritta e di riferirvisi sfruttando le immagini: e fu così che l'aitante marinaio della HMS "Hero" che vedete raffigurato qui a fianco divenne affettuosamente 'O viecchio c'a barba.
Ma non di queste sigarette ("buone ma forti", secondo i ricordi di mio padre) sono oggi qui a parlarvi, bensì del tabacco da pipa che porta lo stesso nome.
Stabilirne con un minimo di affidabilità la composizione è quantomeno problematico, visto che la stessa Casa produttrice (magari in momenti diversi, chè stiamo parlando di una referenza commercializzata da più di cento anni da un'azienda fondata nel 1877 a Nottingham) dichiara ondivagamente talvolta solo Virginia e talvolta Virginia e Burley. Io stesso dopo averne fumato quasi un etto non sono in grado di sciogliere l'enigma: che la prevalenza sia di ottimi Virginia chiari non si può dubitare. Ma il Burley? A volte, in sottofondo, mi sembra di coglierne l'inconfondibile notina tostata: ma potrebbe anche trattarsi di effetto placebo. Potremmo forse concludere salomonicamente che il Burley, ammesso che ci sia, ha il solo scopo di conferire uno zic in più di corpo alla miscela e di temperare le asprezze incendiarie dei Virginia biondi.
Il mio amico Antonio ebbe una volta a dire che l'espressione "tuttogiorno" usata a proposito dei tabacchi da pipa è un eufemismo per indicare roba insignificante di cui non si ha il coraggio di proclamare apertis verbis la mediocrità. Per me invece "tuttogiorno" è una categoria che si pone agli antipodi di quanto è definibile come "da meditazione": il mio prediletto Full Virginia Flake, ad esempio, è un tabacco che per corpo, complessità e ricchezza di sfumature è destinato naturaliter ad occasioni particolari, fino al punto da creare esso stesso l'occasione particolare per il solo fatto di essere stato scelto e fumato; ecco, il Player's Navy Cut è invece una miscela buonissima ma che non ruba necessariamente il centro della scena, pur avendo nel caso tutte le carte in regola per diventare il protagonista assoluto di un'oretta e mezzo della nostra esistenza. In questo è simile ad un altro prodotto della stessa area geografica, il benemerito St. Bruno.
Ma questo Player's ha stoffa molto più fine del suo più popolare confratello, grazie ovviamente agli splendidi Virginia chiari che ne formano la spina dorsale: ma stoffa più fine non significa inconsistenza o indefinitezza, ché anzi si tratta di un tabacco decisamente saziante. Mi sono a lungo lambiccato il cervello su una metafora adatta a renderne il sapore peculiare, ma alla fine mi sono dovuto arrendere: questo è puramente e semplicemente un tabacco che sa di tabacco buono, una sorta di punto di accumulazione, di archetipo di tutto quello a cui pensiamo quando pensiamo a un meraviglioso tabacco da pipa.
Si presenta in flake molto regolari e sottili, che si prestano a qualunque sistema (o mancanza di sistema) si voglia adottare per caricare la pipa, con un grado di umidità ottimale già all'apertura della confezione (le belle confezioni inglesi del flake in busta, con un contenitore di plastica sigillato da un velo di alluminio che ricorda golosamente le vaschette di Nutella comuni nei nostri supermercati) e brucia in maniera perfetta fino all'ultima briciola, tanto da potersi configurare anche come ottimo tabacco da rodaggio.
E a proposito di rodaggio, avere a disposizione un po' di questa meraviglia mi sta facendo comodo per rodare comme il faut la splendida Duca in corbezzolo sabbiato qui a fianco che ho ricevuto da Justyna per Natale. Devo dire che questa scelta, fatta per motivi anzitutto pratici, si sta rivelando fonte di grandi soddisfazioni anche sotto il profilo del gusto: pipa e tabacco collaborano armoniosamente e mi stanno regalando una dietro l'altra una serie di pipate davvero memorabili.
Non mi resta da dire molto su questo tabacco (disponibile - sfortunatamente - solo in UK) se non ringraziare il mio amico Rino (l'autore del racconto oggetto del post precedente) che mi ha fatto scoprire questa che per me è stata la vera rivelazione del 2015 in fatto di tabacchi da pipa.
E ovviamente invitare tutti i fumatori che leggono questo post a fare le umane e le divine cose - per dirla con Camilleri - per procurarsene almeno un paio di buste. Scoprirete che - anche se avete maggiore inclinazione per le leggiadre donzelle che per i rudi marinai di Sua Maestà Britannica - 'o viecchio c'à barba ha un fascino cui è difficile sottrarsi.
La faccenda si faceva sempre più interessante. "Papà" - gli ho detto - "tu in vita tua hai sempre fumato solo sigarette. Avrai forse fumato mezza scatola di toscanelli e quelle tre volte in totale che hai provato a fumare la pipa ci hai schiaffato dentro il Clan. Mi spieghi come sfaccimma fai a conoscere un tabacco che si trova solo nel Regno Unito?" E lui, sollevando il sopracciglio con un'espressione ironica che gli conosco fin troppo bene: "Guagliò, e tu che vuoi sapere...".
E mi ha spiegato che nell'immediato dopoguerra gli angloamericani che liberarono Napoli e i suoi dintorni portarono con sé, insieme al jazz e alla carne in scatola, anche un diluvio di sigarette di fogge e marchi sconosciute agli italiani del tempo, avvezzi tuttalpiù alle Popolari, alle Milit o alle Macedonia.
Queste sigarette avevano nomi così poco usuali e così bisbetici agli occhi e alle orecchie dei liberati che questi ultimi li deformarono a modo loro per renderli minimamente fruibili. Si salvarono le Camel, che tra nome e immagine del pacchetto non presentavano particolari problemi. Ma le Lucky Strike diventarono Allucca e strilla; le Chesterfield diventarono 'O cesso 'e fierro (sic!); e le Pall Mall divennero "E ppalle mmano".
E poi c'erano loro. Le Player's Navy Cut, appunto. Per le quali si decise di saltare a piè pari la scritta e di riferirvisi sfruttando le immagini: e fu così che l'aitante marinaio della HMS "Hero" che vedete raffigurato qui a fianco divenne affettuosamente 'O viecchio c'a barba.
Ma non di queste sigarette ("buone ma forti", secondo i ricordi di mio padre) sono oggi qui a parlarvi, bensì del tabacco da pipa che porta lo stesso nome.
Stabilirne con un minimo di affidabilità la composizione è quantomeno problematico, visto che la stessa Casa produttrice (magari in momenti diversi, chè stiamo parlando di una referenza commercializzata da più di cento anni da un'azienda fondata nel 1877 a Nottingham) dichiara ondivagamente talvolta solo Virginia e talvolta Virginia e Burley. Io stesso dopo averne fumato quasi un etto non sono in grado di sciogliere l'enigma: che la prevalenza sia di ottimi Virginia chiari non si può dubitare. Ma il Burley? A volte, in sottofondo, mi sembra di coglierne l'inconfondibile notina tostata: ma potrebbe anche trattarsi di effetto placebo. Potremmo forse concludere salomonicamente che il Burley, ammesso che ci sia, ha il solo scopo di conferire uno zic in più di corpo alla miscela e di temperare le asprezze incendiarie dei Virginia biondi.
Il mio amico Antonio ebbe una volta a dire che l'espressione "tuttogiorno" usata a proposito dei tabacchi da pipa è un eufemismo per indicare roba insignificante di cui non si ha il coraggio di proclamare apertis verbis la mediocrità. Per me invece "tuttogiorno" è una categoria che si pone agli antipodi di quanto è definibile come "da meditazione": il mio prediletto Full Virginia Flake, ad esempio, è un tabacco che per corpo, complessità e ricchezza di sfumature è destinato naturaliter ad occasioni particolari, fino al punto da creare esso stesso l'occasione particolare per il solo fatto di essere stato scelto e fumato; ecco, il Player's Navy Cut è invece una miscela buonissima ma che non ruba necessariamente il centro della scena, pur avendo nel caso tutte le carte in regola per diventare il protagonista assoluto di un'oretta e mezzo della nostra esistenza. In questo è simile ad un altro prodotto della stessa area geografica, il benemerito St. Bruno.
Ma questo Player's ha stoffa molto più fine del suo più popolare confratello, grazie ovviamente agli splendidi Virginia chiari che ne formano la spina dorsale: ma stoffa più fine non significa inconsistenza o indefinitezza, ché anzi si tratta di un tabacco decisamente saziante. Mi sono a lungo lambiccato il cervello su una metafora adatta a renderne il sapore peculiare, ma alla fine mi sono dovuto arrendere: questo è puramente e semplicemente un tabacco che sa di tabacco buono, una sorta di punto di accumulazione, di archetipo di tutto quello a cui pensiamo quando pensiamo a un meraviglioso tabacco da pipa.
Si presenta in flake molto regolari e sottili, che si prestano a qualunque sistema (o mancanza di sistema) si voglia adottare per caricare la pipa, con un grado di umidità ottimale già all'apertura della confezione (le belle confezioni inglesi del flake in busta, con un contenitore di plastica sigillato da un velo di alluminio che ricorda golosamente le vaschette di Nutella comuni nei nostri supermercati) e brucia in maniera perfetta fino all'ultima briciola, tanto da potersi configurare anche come ottimo tabacco da rodaggio.
| Pipa da Player's: una realizzazione del Duca in corbezzolo. |
Non mi resta da dire molto su questo tabacco (disponibile - sfortunatamente - solo in UK) se non ringraziare il mio amico Rino (l'autore del racconto oggetto del post precedente) che mi ha fatto scoprire questa che per me è stata la vera rivelazione del 2015 in fatto di tabacchi da pipa.
E ovviamente invitare tutti i fumatori che leggono questo post a fare le umane e le divine cose - per dirla con Camilleri - per procurarsene almeno un paio di buste. Scoprirete che - anche se avete maggiore inclinazione per le leggiadre donzelle che per i rudi marinai di Sua Maestà Britannica - 'o viecchio c'à barba ha un fascino cui è difficile sottrarsi.
mercoledì 23 dicembre 2015
Racconto di Natale
Molte cose potevo aspettarmi da questo 2015, ma di certo fra di esse non figurava diventare un personaggio letterario.
Invece, quando il mio amico Calogero Rizzo mi ha inviato il racconto che state per leggere non ho potuto fare a meno di pensare che quando l'imponderabile non è impegnato a menare fendenti a due mani può anche riservare piacevolissime sorprese.
Vi propongo dunque a mò di obliqua Christmas Carol questa novella augurando a voi tutti (e in particolare a Rino, che attualmente sopporta con stoica rassegnazione il clima subtropicale di Brighton) un Natale pieno di affetto, luce e calore (oops...)
di Calogero Rizzo
Per anni il posto di dogana di C . era stato un luogo tranquillo . Il massimo sforzo che si richiedeva ai militari preposti era quello di evitare movimenti di valuta e preziosi, soprattutto in uscita, anche perché nessuno si sarebbe mai sognato di introdurli nel loro paese.
Neppure lontanamente li aveva mai sfiorati il sospetto che, tra le centinaia di auto che ogni giorno transitavano sotto i loro nasi, v’era uno solo di quei frontalieri, come li definivano i verbali, che con scientifica puntualità attraversava il confine con ben altro carico.
L’ingegner Gaetano De Robertis , detto Mario dagli amici - l’origin e di tale soprannome era avvolta dal mistero -, ormai da anni accumulava tabacco da pipa. Egli era, si, un fumatore di pipa, ma parco: una o due fumate al massimo al giorno, non di più. Voleva assaporarselo quel tabacco con calma, ma soprattutto voleva farlo invecchiare.
“Tenente! Tenente!” chiamò a voce alta il giovane militare giunto da pochi giorni alla dogana.
Il tenente controvoglia alzò il capo dalla rivista di enigmistica , che tanto alleviava la pena delle sue fatiche , per capire da dove provenisse quello strepito.
Non fece neppure in tempo ad alzarsi dalla sedia che si trovò il giovane subordinato dentro la stanza.
“L’abbiamo preso tenente!” annunziò al colmo del giubilo il novizio.
“Chi?” domandò con perplessità l’ufficiale.
“Il contrabbandiere.”
“Quale contrabbandiere? Contrabbandiere di cosa?” chiese con una punta di maggiore vivacità il tenente.
“Il contrabbandiere di tabacco” poté, infine, concludere il giovane.
“Ah…” fu il deluso commento del tenente, “Dimmi Arturo, sai per caso in quale millennio viviamo?”, iniziò a chiedere divertito il superiore.
“Sissignore, nel terzo!” rispose un po’ perplesso Arturo.
“E dimmi, caro, negli ultimi dieci anni ti è capitato di passare per Napoli, che tu ricordi?”
“Sissignore, proprio lo scorso maggio sono stato…”
“Oh! A maggio sei stato a Napoli; e dimmi: hai per caso notato bancarelle su cui vendevano stecche di sigarette?”
“Nossignore” rispose strascicando le sillabe, mentre la mente tentava di indovinare quale potesse essere il motivo di tante superflue domande.
“E sai perché non l’hai viste queste bancarelle?”
“Nossignore.”
“Perché non c’erano. Vedi caro Arturo, da lustri ormai il contrabbando di sigarette è morto e sepolto e tu, adesso, mi vieni a dire che c’è un tizio che passa la frontiera con qualche stecca di sigarette per risparmiare qualche euro e che per questo motivo io, proprio ora, dovrei mettermi a fare un verbale?”
“Ma non si tratta di sigarette signore, il prevenuto dice che si tratta di tabacco da pipa e, secondo me, non solo di quello si tratta” concluse con sguardo significativo il giovane.
“Vabb è , fallo entrare e torna al tuo posto”, disse rassegnato il tenente e mentre il giovane faceva entrare il De Robertis , si chinò a infilare nel cassetto la rubrica di enigmistica: “A proposito Arturo, mi ero dimenticato di dirti che la tua licenza per il fine settimana deve essere revocata, forse dovremo fare importanti operazioni” fu la vendetta del l’ufficiale.
“Documenti!” intimò il tenente, guardando il prevenuto dal basso all’alto.
Adempiuta l’identificazione di rito , il tenente si mise a ispezionare il tabacco sequestrato che il giovane Arturo gli aveva poggiato sulla scrivania: “Sicché lei è un contrabbandiere di tabacco?” chiese infine, esaminando con una certa curiosità le latte dentro lo zaino, cercando di capire come le balene raffigurate su que gli involucri cilindric i potessero avere a che fare col fumo.
“Per nulla, sono esatti duecentocinquanta grammi” disse De Robertis senza fare una piega.
“Che vuol dire duecentocinquanta grammi?” si riscosse il tenente dalla contemplazione di quegli oceani su carta verde e rossa.
“Ah! se non lo sa lei…” chiosò ironico il suo interlocutore.
“Senta giovanotto, vediamo di fare poco gli spiritosi, qui le domande le faccio io e lei risponda a tono”, s’inalberò il tene n te.
“A parte il fatto che non sono più ‘giovanotto’ da oltre quindici anni, le faccio notare di aver risposto con estrema puntualità alla sua domanda; ora, se lei non sa trarne le dovute conseguenze, io non so cosa possa farci”, disse con calma De Robertis , guardando placidamente l’altro.
Sebbene, in quel preciso momento, l’ufficiale avesse l’incontenibile voglia di mandare fuori dal suo ufficio il De Robertis a pedate nel sedere, capì con guizzo istintivo di sopravvivenza professionale che si trovava su un terreno assai scivoloso: l’intuito gli diceva che il suo uomo ne sapeva molto più di lui in materia, anzi a dire il vero, in quel momento, non avrebbe neppure saputo a quale legge mettere mano per verificare se fosse o meno in presenza di un illecito.
“Tabacco lei dice?” chiese il tenente prendendo la scatola cilindrica sulla quale stava la balena sospesa tra mare e cielo che tanto aveva ammirato poco prima. “Vediamo , Oriental n. 1 , vediamo un po’” proseguì a dire, togliendo il tappo bianco dalla sommità e infilando il dito nell’anello metallico attaccato alla sottile striscia di alluminio che sigillando la latta, ne garantiva il sottovuoto. L’attimo esatto in cui strappò l’ermetica chiusura fu il solo, durante quel colloquio, in cui De Robertis distolse lo sguardo , girando bruscamente la testa alla sua destra, chiudendo gli occhi, sentendosi lacerare i timpani da quella profanazione; avrebbe preferito essere schiaffeggiato: aveva comprato quella l atta di tabacco per conservarla così com’era , per la sua vecchiaia.
L’odore degli orientali invase la stanza , e le narici della prepotenza burocratica investigarono l’odore acetico dei virginia Mc Clelland .
“Tu mi devi spiegare, quale ragione ti spinge a comprare tutto questo tabacco, capisco che sia introvabile nel nostro paese e non nego che sia squisito, ma se non te lo fumi, che lo compri a fare?” gli chiese il suo perplesso collega di vizio , al quale aveva appena narrato la sua disavventura in dogana .
“Eh…” sopirò, ridacchiando sotto i baffi De Robertis , riassestando gli occhiali sul naso, con l’aria di chi debba per l’ennesima volta spiegare l’ovvio a un mentecatto, “vedi caro Pino, il punto non è tanto fumare, ma saper cogliere l’intero spettro di sapori che quasi sinfonicamente il tabacco è capace di offrire e, soprattutto, bisogna saper imparare la pazienza, per farlo invecchiare; quando è invecchiato , e il virginia ha sviluppato i suoi zuccheri, allora si che diventa una fumata de gna di essere fatta e ricordata; magari tramandata, chissà…”, replicò sibillino , mentre Pino si chiedeva muto a chi potesse essere tramandata una fumata memorabile.
“Si d’accordo, posso anche comprendere, ma tutti questi tabacchi che compri oggi quando li fumerai, tra trent’anni?”, fu il suo unico sussulto.
“No, non tutti almeno; ma l’obbiettivo è di fumare tabacchi che abbiano un invecchiamento medio di almeno otto anni” fu la conclusione del ragionamento del De Robertis .
‘Invecchiamento medio?’ parve domandare il silenzioso arcuarsi del sopracciglio destro di Pino.
‘ Medio ’ confermò l’immobile sguardo ieratico di Gaetano , senza dire parola, che aveva perfettamente decifrato l’irsuto punto di domanda dell’altro .
“E se morissi prima di quel termine, per così dire ‘medio’?” insinuò tentatore Pino , tornando per primo a far uso dell’organo deputato alla parola.
“Se sarò morto il problema sarà stato definitivamente superato”, concluse assiologico De Robertis .
In effetti l’ultima argomentazione era insuperabile e, d’altro canto, iniziò a pensare a-dialogicamente Pino i soldi erano i suoi, c’era chi li impiegava peggio, lui stesso non sarebbe stato, in verità, in grado di scagliare la prima pietra; se l’avesse fatto, di sicuro, sarebbe stato poi costretto a nascondere, vergognoso, la mano.
Di sicuro non sbagliava a dubitare delle reali motivazioni dell’amico, sebbene non riuscisse a comprenderle appieno. Il fatto era che De Robertis sapeva bene di non vivere nel migliore dei mondi possibili, purtuttavia non perdeva la speranza che ogni monade fosse al suo posto; ogni uomo sente la primordiale necessità di ordinare l’irrazionale caos che lo circonda, di credere che , in fondo, all’interno delle mura domestiche tutto sia a posto e proceda secondo i piani ; quali poi , restava un mistero.
Ecco, per Gaetano De Robertis il tabacco aveva quell’inespresso scopo, e se proprio non riusciva a pacificarlo del tutto, poteva, alla fin dei conti, consolarlo, quale estremo rimedio.
“Ma non hai paura che il tabacco ammuffisca o vada rovinato?” fu l’ultimo inutile tentativo di Pino.
Un bonario sorriso aleggiò sul volto di De Robertis , mentre pensava a quante volte aveva già spiegato come conservasse il tabacco dentro i bormioli , una volta aperto, proprio a scongiurare quegli accidenti; peraltro, era la minima parte, quello che andava via via fumando, poiché quello posto realmente a invecchiare si guardava bene dall’aprirlo, di privarlo del suo originario sottovuoto.
“No”, si limitò a dire, riassumendo , nella più semplice e breve negazione che consentisse il linguaggio, tutti passati dialoghi con l’amico: con un po’ di fortuna la memoria avrebbe fatto il resto.
“Sia!”, s’arrese Pino, “ma io non vedo altro che accumulazione: rinunzi a cogliere la bellezza dell’attimo, a intimargli di fermarsi, mentre non c’è altro che accumulazione nel tuo progetto, la paura ch e tutto possa sfumare, cosa che, oltretutto, sarebbe in ogni caso la più logica conseguenza. Certo, tu sosterrai che la stai preparando la venuta dell’attimo indimenticabile, ma intanto la procrastini, col rischio che l’unico concreto risultato che tu possa ottenere sia solo l’indurimento della tua anima . E poi, cos’è questo tempo durante il quale invecchia il tuo tabacco, lo puoi forse toccare, a stento lo possiamo pensare.”
“Su, non perdere la tua dignità così, il tempo è un fatto ” lo rimproverò bonario De Robertis .
“Mi fa specie che un uomo di scienza come te prenda sottogamba quest’argomento; eppure, ti ci sei abbondantemente dovuto affaticare nei tuoi studi universitari. Forse il desiderio di accumulazione s i è fatto così potente da … ma lasciamo andare , se è vero che il tempo è relativo, dovrà essere pur vero che lo è anche il modo in cui si sceglie d’impiegarlo. ”
Soddisfatto della fumata e della conversazione, lasciato l’amico a finire di fumare e pagare il conto delle innumerevoli birre , De Robertis s’era ritrovato in pochi minuti nel suo studio, circondato dagli innumerevoli raccoglitori, i quali invec e di accogliere premurosi al loro interno fascicoli di lavoro , erano divenuti il ricovero di latte di ogni genere di tabacco , accuratamente separato e classificato per genere, specie e sotto specie .
Lo sguardo di De Robertis si posò sulla scrivania dove lo attendevano le latte comprate in mattinata, iniziando a collocare mentalmente ogni latta nel suo futuro scomparto. Lo sguardo indugiò un attimo sulla scatola di Orientali n. 1 che la prepotenza poliziesca aveva violato; poco male: avrebbe fumato quel tabacco nelle settimane seguenti , rimediando con un’altra per l’invecchiamento. Quella sera, però, era dedicata a un’occasione speciale, attesa ormai da tanti anni, l’apertura del Christmas Cheer ormai posto a invecchiare da quindici anni esatti, proprio quel giorno la latta compiva il suo genetliaco .
Liberata la scrivania da ogni ingombro, De Robertis con crescente eccitazione tolse il coperchio di plastica posto alla sommità della latta di tabacco e, non senza esitazione, infilò l’indice destro nell’anello d’alluminio, tirando il quale avrebbe abbattuto le ultime mura che difendevano ancora il tabacco. Chiudendo per un attimo gli occhi pensò a quegli ultimi anni trascorsi e, zac!, un incalcolabile istante dopo il profumo del tabacco, prepotentemente, aveva già invaso tutta la stanza. Infilò immediatamente il naso all’interno del contenitore, a sincerarsi che quello che sentiva fosse effettivamente l’odore che aveva percepito, inalando profondamente dalle narici. Si, riconosceva il consueto odore acetico di quella selezione di scuri virginia, ma dopo quindici anni l’odore s’era fatto più dolce, morbido. Sempre con gli occhi chiusi, più volte allontan ò e rimmerse il naso nella latta a sincerarsi della infinità di sfumature che promanavano. Su un bianco foglio di carta versò una carica di tabacco, esaminandone con attenzione il colore: il più grosso di quelle irregolari scaglie di flake era di una scurezza mai vista, tanto da far maggiormente risaltare il lucore cristallino dello zucchero che affioravano sul dorso. Lo finì di sbriciolare lentamente, annusando, di tanto in tanto, il pezzo che aveva ogni volta in mano, chiedendosi se non fosse stato più opportuno attendere ancora qualche anno. Caricata la pipa , una Ardor dalla forma comunemente definita lovat , con la più lieve pressione del dito , pigiò involontariamente con la stessa delicatezza il telecomando del suo stereo, e le note di un pianoforte diffusero la prima mazurka di Chopin.
Acceso il fiammifero lo avvicinò con esasperante lentezza ve rso il centro del fornello, attendendo si vedere il tabacco gonfiarsi, quando squillò il telefono.
‘Cazzo il telefono! Mi sono dimenticato di spegnerlo’ pensò De Robertis , allontanando la fiamma dal tabacco che già tendeva a rialzarsi e gettando il fiammifero nervosamente nel posacenere.
“Pronto.”
“ Buonasera ingegnere, sono io, scusi se la disturbo a casa a quest’ora” rispose la voce incerta dall’altro capo del telefono.
“Io chi?”
“Mi perdoni, sono Antonello, abbiamo un grosso problema col sistema di sicurezza e francamente non so dove mettere le mani.”
“Mi dica tutto” rispose rassegnato De Robertis che, dopo aver posato la pipa, era stato costretto a far tacere anche Chopin.
“Beh, insomma il problema è questo…” Il problema era serio, ma non tanto da impedire a De Robertis di lanciare qualche triste occhiata alla pipa, abbandonata sulla scrivania e di pensare che mentre loro due parlavano , il tabacco s’asciugava dentro la pipa, che l’atmosfera , la liturgia, era stata infranta e chissà se avrebbe saputo ricrearla. Guidava seccamente, con ordini più che consigli, quel giovane e inesperto collega attraverso il dedalo del linguaggio binario, sperando che la questione finisse velocemente, occhieggiando di tanto in tanto le lancette dell’orologio; ma le lancette sembravano ferme, le parole del collega gli arrivavano lentissime, quasi sospese immobili nell’aria .
Non fu cosa lunga, non più di mezzora, che all’ingegnere parve una vita intera, quindici anni di attesa, per la precisione.
Terminata la telefonata, De Robertis si premurò di spegnere il telefono cellulare e di staccare la linea del fisso prima di prendere nuovamente in mano la pipa . Dimenticandosi di Chopin per la prima volta in vita sua, sfregò nuovamente il fiammifero e l’avvicinò cauto al tabacco che prese a brillare rossastro , gonfiandosi orgoglioso, mentre le mascelle di De Robertis si serravano per il piacere e un brivido gli percorreva la spina dorsale.
Avvolto da un’azzurrognola sci a di fumo, si ricordò di Chopin, con un sorriso , e pigiando il tasto di avvio dello stereo; pensò che tutto sommato qualche piccolo imprevisto non sarebbe riuscito a rovinargli la festa . D opo qualche secondo, il campanello di casa irruppe in scena .
Imbufalito De Robertis andò ad aprire con la pipa in bocca, deciso a non farsi interrompere da nessuno a qualsiasi costo.
“Chi è?” chiese circospetto attraverso al porta.
“Amici” rimandò l’acuta e ben nota voce di Antonio, uno dei suoi più cari amici.
“Anto’, che cazzo ci fai qua?” chiese sempre più perplesso De Robertis , aprendo la porta, in mezzo alla quale venne a troneggiare la statura fuori dall’ordinario dell’amico.
“Sono venuto a prenderti, piglia la giacca” lo salutò l’amico.
“Eh?”
“Le nostre care consorti si sono incontrate nel pomeriggio, durante lo shopping e hanno organizzato per noi una cenetta con i fiocchi a casa mia. T’abbiamo voluto fare una sorpresa e, così, eccomi qua a prenderti: servizio a domicilio” proseguì sempre più ilare Antonio.
“Ma io, la pipa…” farfugliò De Robertis .
“La pipa la puoi portare, anche se io non l’ho mai capito questo tuo vizio , molto costoso oltretutto ” , concluse Antonio, mettendo tra le braccia dell’amico la giacca che nel frattempo aveva preso dall’appendiabiti. Posata la pipa, mesto, Gaetano De Robertis seguì l’amico, consolandosi al pensiero che al ritorno la fumata sarebbe stata comunque meravigliosa, forse migliore addirittura ; chi non sapeva, infatti , che col virginia non c’è meglio di una bella ‘fumata tanticra ’: acce ndere la pipa lasciarla spegnere e riprenderla solo l’indomani , era una delle cose più gustose che avesse mai sperimentato. E poi rimaneva tutt’intera la latta ancora da fumare, da centel linare per mesi, anni forse: una fumata al mese, una ogni trimestre ; meglio si, una ogni trimestre, se ne sarebbe ricordato di quella latta.
“Insomma non si ricorda altro?” chiese asciutto e professionale il maresciallo dei carabinieri. De Robertis scosse la testa in senso negativo, guardandosi la punta delle scarpe.
“Allora” proseguì il maresciallo “le rileggo la denuncia: mi trovavo a cena a casa di amici, quando sono rientrato a casa insieme a mia moglie abbiamo notato che la porta di casa era aperta. La serratura della porta è risultata essere stata forzata. Ignoti, erano entrati nella summenzionata abitazione e avevano asportato i seguenti beni…” . I l maresciallo iniziò la litania dell’elenco degli oggetti del furto, che il derubato ascoltava passivamente col capo sempre più chino, come sopraffatto da un macigno.
“ Un computer marca Apple, due fascicolatori a tre cassetti co ntenenti i seguenti tabacchi”: i l nome di ogni singolo tabacco rubato una coltellata al cuore; di ognuno De Robertis sapeva quando e dove l’aveva comprato, in che valuta, in compagnia di chi fosse e quando fosse prevista la sua degustazione.
Una profonda malinconia, un vero e proprio sentimento di irredimibile infelicità lo vincevano, nell’udire i nomi delle pipe rubate, dei tabacchi, poco prima elencati da lui stesso con incredibile sforzo di volontà. Non era rimasto nulla: libri, dischi, pipe, tabacchi; proprio nulla , a parte i mobili .
Poco importava dei libri o dei dischi, li avrebbe ricomprati, o forse no, in fondo li aveva già letti e ascoltati; ma il tabacco no, coincideva con l’esatto trascorrere della sua vita, quello era invecchiato con lui: era il suo capolavoro, la sua opera più difficile, proprio perché la più paziente. Era certo vero che non aveva fatto null’altro che aspettare, ma era esattamente quel vincere la tentazione, domare la sua libidine con un atto consapevole e titanico di volontà a rappresentare quant o di più umano e al tempo stesso disumano potesse essere un innocuo vizio . L’invecchiamento non era un’opera del tempo ma della sua volontà che aveva saputo resistere, che merito aveva il tempo?
Il tempo, già! , Anni d’attesa, racchiusi in quei barattoli, che avrebbero potuto rinnovarsi nel futuro, avere un senso una direzione ben precisa, erano svaniti in poche ore , sicuramente destinati a essere abbandonati in qualche discarica, una volta che i ladri si fossero avveduti qual era il reale contenuto di quegli ermetici contenitori ; forse, proprio l’accuratezza con cui erano chiusi, li aveva indotti a caricarsi quel peso così inutile per loro.
Solo u n miracolo poteva salvarlo, p ensò , disperato De Robertis : l’idea folle che il tempo non fosse un semplice fatto, come gli suggerivano gli stessi pensieri che in quei momenti andava elaborando , ma che fosse veramente relativo. Forse un giorno avrebbe trovato una curvatura nello spazio , per un atto di pietà cosmica, che gli avrebbe reso il suo tempo passato e con esso i suoi tabacchi, i suoi anni d’attesa , la sua stessa vita .
“Infine, una latta rossa appena aperta di Christmas Cheer e una pipa marca Ardor, modello lovat . Si scrive senza ‘acca’ lovat , vero ingegnere?”
Invece, quando il mio amico Calogero Rizzo mi ha inviato il racconto che state per leggere non ho potuto fare a meno di pensare che quando l'imponderabile non è impegnato a menare fendenti a due mani può anche riservare piacevolissime sorprese.
Vi propongo dunque a mò di obliqua Christmas Carol questa novella augurando a voi tutti (e in particolare a Rino, che attualmente sopporta con stoica rassegnazione il clima subtropicale di Brighton) un Natale pieno di affetto, luce e calore (oops...)
Lovat senza 'acca'
ovvero
Il Criceto Cosmico
di Calogero Rizzo
I
Per anni il posto di dogana di C . era stato un luogo tranquillo . Il massimo sforzo che si richiedeva ai militari preposti era quello di evitare movimenti di valuta e preziosi, soprattutto in uscita, anche perché nessuno si sarebbe mai sognato di introdurli nel loro paese.
Neppure lontanamente li aveva mai sfiorati il sospetto che, tra le centinaia di auto che ogni giorno transitavano sotto i loro nasi, v’era uno solo di quei frontalieri, come li definivano i verbali, che con scientifica puntualità attraversava il confine con ben altro carico.
L’ingegner Gaetano De Robertis , detto Mario dagli amici - l’origin e di tale soprannome era avvolta dal mistero -, ormai da anni accumulava tabacco da pipa. Egli era, si, un fumatore di pipa, ma parco: una o due fumate al massimo al giorno, non di più. Voleva assaporarselo quel tabacco con calma, ma soprattutto voleva farlo invecchiare.
“Tenente! Tenente!” chiamò a voce alta il giovane militare giunto da pochi giorni alla dogana.
Il tenente controvoglia alzò il capo dalla rivista di enigmistica , che tanto alleviava la pena delle sue fatiche , per capire da dove provenisse quello strepito.
Non fece neppure in tempo ad alzarsi dalla sedia che si trovò il giovane subordinato dentro la stanza.
“L’abbiamo preso tenente!” annunziò al colmo del giubilo il novizio.
“Chi?” domandò con perplessità l’ufficiale.
“Il contrabbandiere.”
“Quale contrabbandiere? Contrabbandiere di cosa?” chiese con una punta di maggiore vivacità il tenente.
“Il contrabbandiere di tabacco” poté, infine, concludere il giovane.
“Ah…” fu il deluso commento del tenente, “Dimmi Arturo, sai per caso in quale millennio viviamo?”, iniziò a chiedere divertito il superiore.
“Sissignore, nel terzo!” rispose un po’ perplesso Arturo.
“E dimmi, caro, negli ultimi dieci anni ti è capitato di passare per Napoli, che tu ricordi?”
“Sissignore, proprio lo scorso maggio sono stato…”
“Oh! A maggio sei stato a Napoli; e dimmi: hai per caso notato bancarelle su cui vendevano stecche di sigarette?”
“Nossignore” rispose strascicando le sillabe, mentre la mente tentava di indovinare quale potesse essere il motivo di tante superflue domande.
“E sai perché non l’hai viste queste bancarelle?”
“Nossignore.”
“Perché non c’erano. Vedi caro Arturo, da lustri ormai il contrabbando di sigarette è morto e sepolto e tu, adesso, mi vieni a dire che c’è un tizio che passa la frontiera con qualche stecca di sigarette per risparmiare qualche euro e che per questo motivo io, proprio ora, dovrei mettermi a fare un verbale?”
“Ma non si tratta di sigarette signore, il prevenuto dice che si tratta di tabacco da pipa e, secondo me, non solo di quello si tratta” concluse con sguardo significativo il giovane.
“Vabb è , fallo entrare e torna al tuo posto”, disse rassegnato il tenente e mentre il giovane faceva entrare il De Robertis , si chinò a infilare nel cassetto la rubrica di enigmistica: “A proposito Arturo, mi ero dimenticato di dirti che la tua licenza per il fine settimana deve essere revocata, forse dovremo fare importanti operazioni” fu la vendetta del l’ufficiale.
“Documenti!” intimò il tenente, guardando il prevenuto dal basso all’alto.
Adempiuta l’identificazione di rito , il tenente si mise a ispezionare il tabacco sequestrato che il giovane Arturo gli aveva poggiato sulla scrivania: “Sicché lei è un contrabbandiere di tabacco?” chiese infine, esaminando con una certa curiosità le latte dentro lo zaino, cercando di capire come le balene raffigurate su que gli involucri cilindric i potessero avere a che fare col fumo.
“Per nulla, sono esatti duecentocinquanta grammi” disse De Robertis senza fare una piega.
“Che vuol dire duecentocinquanta grammi?” si riscosse il tenente dalla contemplazione di quegli oceani su carta verde e rossa.
“Ah! se non lo sa lei…” chiosò ironico il suo interlocutore.
“Senta giovanotto, vediamo di fare poco gli spiritosi, qui le domande le faccio io e lei risponda a tono”, s’inalberò il tene n te.
“A parte il fatto che non sono più ‘giovanotto’ da oltre quindici anni, le faccio notare di aver risposto con estrema puntualità alla sua domanda; ora, se lei non sa trarne le dovute conseguenze, io non so cosa possa farci”, disse con calma De Robertis , guardando placidamente l’altro.
Sebbene, in quel preciso momento, l’ufficiale avesse l’incontenibile voglia di mandare fuori dal suo ufficio il De Robertis a pedate nel sedere, capì con guizzo istintivo di sopravvivenza professionale che si trovava su un terreno assai scivoloso: l’intuito gli diceva che il suo uomo ne sapeva molto più di lui in materia, anzi a dire il vero, in quel momento, non avrebbe neppure saputo a quale legge mettere mano per verificare se fosse o meno in presenza di un illecito.
“Tabacco lei dice?” chiese il tenente prendendo la scatola cilindrica sulla quale stava la balena sospesa tra mare e cielo che tanto aveva ammirato poco prima. “Vediamo , Oriental n. 1 , vediamo un po’” proseguì a dire, togliendo il tappo bianco dalla sommità e infilando il dito nell’anello metallico attaccato alla sottile striscia di alluminio che sigillando la latta, ne garantiva il sottovuoto. L’attimo esatto in cui strappò l’ermetica chiusura fu il solo, durante quel colloquio, in cui De Robertis distolse lo sguardo , girando bruscamente la testa alla sua destra, chiudendo gli occhi, sentendosi lacerare i timpani da quella profanazione; avrebbe preferito essere schiaffeggiato: aveva comprato quella l atta di tabacco per conservarla così com’era , per la sua vecchiaia.
L’odore degli orientali invase la stanza , e le narici della prepotenza burocratica investigarono l’odore acetico dei virginia Mc Clelland .
II
“Tu mi devi spiegare, quale ragione ti spinge a comprare tutto questo tabacco, capisco che sia introvabile nel nostro paese e non nego che sia squisito, ma se non te lo fumi, che lo compri a fare?” gli chiese il suo perplesso collega di vizio , al quale aveva appena narrato la sua disavventura in dogana .
“Eh…” sopirò, ridacchiando sotto i baffi De Robertis , riassestando gli occhiali sul naso, con l’aria di chi debba per l’ennesima volta spiegare l’ovvio a un mentecatto, “vedi caro Pino, il punto non è tanto fumare, ma saper cogliere l’intero spettro di sapori che quasi sinfonicamente il tabacco è capace di offrire e, soprattutto, bisogna saper imparare la pazienza, per farlo invecchiare; quando è invecchiato , e il virginia ha sviluppato i suoi zuccheri, allora si che diventa una fumata de gna di essere fatta e ricordata; magari tramandata, chissà…”, replicò sibillino , mentre Pino si chiedeva muto a chi potesse essere tramandata una fumata memorabile.
“Si d’accordo, posso anche comprendere, ma tutti questi tabacchi che compri oggi quando li fumerai, tra trent’anni?”, fu il suo unico sussulto.
“No, non tutti almeno; ma l’obbiettivo è di fumare tabacchi che abbiano un invecchiamento medio di almeno otto anni” fu la conclusione del ragionamento del De Robertis .
‘Invecchiamento medio?’ parve domandare il silenzioso arcuarsi del sopracciglio destro di Pino.
‘ Medio ’ confermò l’immobile sguardo ieratico di Gaetano , senza dire parola, che aveva perfettamente decifrato l’irsuto punto di domanda dell’altro .
“E se morissi prima di quel termine, per così dire ‘medio’?” insinuò tentatore Pino , tornando per primo a far uso dell’organo deputato alla parola.
“Se sarò morto il problema sarà stato definitivamente superato”, concluse assiologico De Robertis .
In effetti l’ultima argomentazione era insuperabile e, d’altro canto, iniziò a pensare a-dialogicamente Pino i soldi erano i suoi, c’era chi li impiegava peggio, lui stesso non sarebbe stato, in verità, in grado di scagliare la prima pietra; se l’avesse fatto, di sicuro, sarebbe stato poi costretto a nascondere, vergognoso, la mano.
Di sicuro non sbagliava a dubitare delle reali motivazioni dell’amico, sebbene non riuscisse a comprenderle appieno. Il fatto era che De Robertis sapeva bene di non vivere nel migliore dei mondi possibili, purtuttavia non perdeva la speranza che ogni monade fosse al suo posto; ogni uomo sente la primordiale necessità di ordinare l’irrazionale caos che lo circonda, di credere che , in fondo, all’interno delle mura domestiche tutto sia a posto e proceda secondo i piani ; quali poi , restava un mistero.
Ecco, per Gaetano De Robertis il tabacco aveva quell’inespresso scopo, e se proprio non riusciva a pacificarlo del tutto, poteva, alla fin dei conti, consolarlo, quale estremo rimedio.
“Ma non hai paura che il tabacco ammuffisca o vada rovinato?” fu l’ultimo inutile tentativo di Pino.
Un bonario sorriso aleggiò sul volto di De Robertis , mentre pensava a quante volte aveva già spiegato come conservasse il tabacco dentro i bormioli , una volta aperto, proprio a scongiurare quegli accidenti; peraltro, era la minima parte, quello che andava via via fumando, poiché quello posto realmente a invecchiare si guardava bene dall’aprirlo, di privarlo del suo originario sottovuoto.
“No”, si limitò a dire, riassumendo , nella più semplice e breve negazione che consentisse il linguaggio, tutti passati dialoghi con l’amico: con un po’ di fortuna la memoria avrebbe fatto il resto.
“Sia!”, s’arrese Pino, “ma io non vedo altro che accumulazione: rinunzi a cogliere la bellezza dell’attimo, a intimargli di fermarsi, mentre non c’è altro che accumulazione nel tuo progetto, la paura ch e tutto possa sfumare, cosa che, oltretutto, sarebbe in ogni caso la più logica conseguenza. Certo, tu sosterrai che la stai preparando la venuta dell’attimo indimenticabile, ma intanto la procrastini, col rischio che l’unico concreto risultato che tu possa ottenere sia solo l’indurimento della tua anima . E poi, cos’è questo tempo durante il quale invecchia il tuo tabacco, lo puoi forse toccare, a stento lo possiamo pensare.”
“Su, non perdere la tua dignità così, il tempo è un fatto ” lo rimproverò bonario De Robertis .
“Mi fa specie che un uomo di scienza come te prenda sottogamba quest’argomento; eppure, ti ci sei abbondantemente dovuto affaticare nei tuoi studi universitari. Forse il desiderio di accumulazione s i è fatto così potente da … ma lasciamo andare , se è vero che il tempo è relativo, dovrà essere pur vero che lo è anche il modo in cui si sceglie d’impiegarlo. ”
III
Lo sguardo di De Robertis si posò sulla scrivania dove lo attendevano le latte comprate in mattinata, iniziando a collocare mentalmente ogni latta nel suo futuro scomparto. Lo sguardo indugiò un attimo sulla scatola di Orientali n. 1 che la prepotenza poliziesca aveva violato; poco male: avrebbe fumato quel tabacco nelle settimane seguenti , rimediando con un’altra per l’invecchiamento. Quella sera, però, era dedicata a un’occasione speciale, attesa ormai da tanti anni, l’apertura del Christmas Cheer ormai posto a invecchiare da quindici anni esatti, proprio quel giorno la latta compiva il suo genetliaco .
Liberata la scrivania da ogni ingombro, De Robertis con crescente eccitazione tolse il coperchio di plastica posto alla sommità della latta di tabacco e, non senza esitazione, infilò l’indice destro nell’anello d’alluminio, tirando il quale avrebbe abbattuto le ultime mura che difendevano ancora il tabacco. Chiudendo per un attimo gli occhi pensò a quegli ultimi anni trascorsi e, zac!, un incalcolabile istante dopo il profumo del tabacco, prepotentemente, aveva già invaso tutta la stanza. Infilò immediatamente il naso all’interno del contenitore, a sincerarsi che quello che sentiva fosse effettivamente l’odore che aveva percepito, inalando profondamente dalle narici. Si, riconosceva il consueto odore acetico di quella selezione di scuri virginia, ma dopo quindici anni l’odore s’era fatto più dolce, morbido. Sempre con gli occhi chiusi, più volte allontan ò e rimmerse il naso nella latta a sincerarsi della infinità di sfumature che promanavano. Su un bianco foglio di carta versò una carica di tabacco, esaminandone con attenzione il colore: il più grosso di quelle irregolari scaglie di flake era di una scurezza mai vista, tanto da far maggiormente risaltare il lucore cristallino dello zucchero che affioravano sul dorso. Lo finì di sbriciolare lentamente, annusando, di tanto in tanto, il pezzo che aveva ogni volta in mano, chiedendosi se non fosse stato più opportuno attendere ancora qualche anno. Caricata la pipa , una Ardor dalla forma comunemente definita lovat , con la più lieve pressione del dito , pigiò involontariamente con la stessa delicatezza il telecomando del suo stereo, e le note di un pianoforte diffusero la prima mazurka di Chopin.
Acceso il fiammifero lo avvicinò con esasperante lentezza ve rso il centro del fornello, attendendo si vedere il tabacco gonfiarsi, quando squillò il telefono.
‘Cazzo il telefono! Mi sono dimenticato di spegnerlo’ pensò De Robertis , allontanando la fiamma dal tabacco che già tendeva a rialzarsi e gettando il fiammifero nervosamente nel posacenere.
“Pronto.”
“ Buonasera ingegnere, sono io, scusi se la disturbo a casa a quest’ora” rispose la voce incerta dall’altro capo del telefono.
“Io chi?”
“Mi perdoni, sono Antonello, abbiamo un grosso problema col sistema di sicurezza e francamente non so dove mettere le mani.”
“Mi dica tutto” rispose rassegnato De Robertis che, dopo aver posato la pipa, era stato costretto a far tacere anche Chopin.
“Beh, insomma il problema è questo…” Il problema era serio, ma non tanto da impedire a De Robertis di lanciare qualche triste occhiata alla pipa, abbandonata sulla scrivania e di pensare che mentre loro due parlavano , il tabacco s’asciugava dentro la pipa, che l’atmosfera , la liturgia, era stata infranta e chissà se avrebbe saputo ricrearla. Guidava seccamente, con ordini più che consigli, quel giovane e inesperto collega attraverso il dedalo del linguaggio binario, sperando che la questione finisse velocemente, occhieggiando di tanto in tanto le lancette dell’orologio; ma le lancette sembravano ferme, le parole del collega gli arrivavano lentissime, quasi sospese immobili nell’aria .
Non fu cosa lunga, non più di mezzora, che all’ingegnere parve una vita intera, quindici anni di attesa, per la precisione.
Terminata la telefonata, De Robertis si premurò di spegnere il telefono cellulare e di staccare la linea del fisso prima di prendere nuovamente in mano la pipa . Dimenticandosi di Chopin per la prima volta in vita sua, sfregò nuovamente il fiammifero e l’avvicinò cauto al tabacco che prese a brillare rossastro , gonfiandosi orgoglioso, mentre le mascelle di De Robertis si serravano per il piacere e un brivido gli percorreva la spina dorsale.
Avvolto da un’azzurrognola sci a di fumo, si ricordò di Chopin, con un sorriso , e pigiando il tasto di avvio dello stereo; pensò che tutto sommato qualche piccolo imprevisto non sarebbe riuscito a rovinargli la festa . D opo qualche secondo, il campanello di casa irruppe in scena .
Imbufalito De Robertis andò ad aprire con la pipa in bocca, deciso a non farsi interrompere da nessuno a qualsiasi costo.
“Chi è?” chiese circospetto attraverso al porta.
“Amici” rimandò l’acuta e ben nota voce di Antonio, uno dei suoi più cari amici.
“Anto’, che cazzo ci fai qua?” chiese sempre più perplesso De Robertis , aprendo la porta, in mezzo alla quale venne a troneggiare la statura fuori dall’ordinario dell’amico.
“Sono venuto a prenderti, piglia la giacca” lo salutò l’amico.
“Eh?”
“Le nostre care consorti si sono incontrate nel pomeriggio, durante lo shopping e hanno organizzato per noi una cenetta con i fiocchi a casa mia. T’abbiamo voluto fare una sorpresa e, così, eccomi qua a prenderti: servizio a domicilio” proseguì sempre più ilare Antonio.
“Ma io, la pipa…” farfugliò De Robertis .
“La pipa la puoi portare, anche se io non l’ho mai capito questo tuo vizio , molto costoso oltretutto ” , concluse Antonio, mettendo tra le braccia dell’amico la giacca che nel frattempo aveva preso dall’appendiabiti. Posata la pipa, mesto, Gaetano De Robertis seguì l’amico, consolandosi al pensiero che al ritorno la fumata sarebbe stata comunque meravigliosa, forse migliore addirittura ; chi non sapeva, infatti , che col virginia non c’è meglio di una bella ‘fumata tanticra ’: acce ndere la pipa lasciarla spegnere e riprenderla solo l’indomani , era una delle cose più gustose che avesse mai sperimentato. E poi rimaneva tutt’intera la latta ancora da fumare, da centel linare per mesi, anni forse: una fumata al mese, una ogni trimestre ; meglio si, una ogni trimestre, se ne sarebbe ricordato di quella latta.
IV
“Insomma non si ricorda altro?” chiese asciutto e professionale il maresciallo dei carabinieri. De Robertis scosse la testa in senso negativo, guardandosi la punta delle scarpe.
“Allora” proseguì il maresciallo “le rileggo la denuncia: mi trovavo a cena a casa di amici, quando sono rientrato a casa insieme a mia moglie abbiamo notato che la porta di casa era aperta. La serratura della porta è risultata essere stata forzata. Ignoti, erano entrati nella summenzionata abitazione e avevano asportato i seguenti beni…” . I l maresciallo iniziò la litania dell’elenco degli oggetti del furto, che il derubato ascoltava passivamente col capo sempre più chino, come sopraffatto da un macigno.
“ Un computer marca Apple, due fascicolatori a tre cassetti co ntenenti i seguenti tabacchi”: i l nome di ogni singolo tabacco rubato una coltellata al cuore; di ognuno De Robertis sapeva quando e dove l’aveva comprato, in che valuta, in compagnia di chi fosse e quando fosse prevista la sua degustazione.
Una profonda malinconia, un vero e proprio sentimento di irredimibile infelicità lo vincevano, nell’udire i nomi delle pipe rubate, dei tabacchi, poco prima elencati da lui stesso con incredibile sforzo di volontà. Non era rimasto nulla: libri, dischi, pipe, tabacchi; proprio nulla , a parte i mobili .
Poco importava dei libri o dei dischi, li avrebbe ricomprati, o forse no, in fondo li aveva già letti e ascoltati; ma il tabacco no, coincideva con l’esatto trascorrere della sua vita, quello era invecchiato con lui: era il suo capolavoro, la sua opera più difficile, proprio perché la più paziente. Era certo vero che non aveva fatto null’altro che aspettare, ma era esattamente quel vincere la tentazione, domare la sua libidine con un atto consapevole e titanico di volontà a rappresentare quant o di più umano e al tempo stesso disumano potesse essere un innocuo vizio . L’invecchiamento non era un’opera del tempo ma della sua volontà che aveva saputo resistere, che merito aveva il tempo?
Il tempo, già! , Anni d’attesa, racchiusi in quei barattoli, che avrebbero potuto rinnovarsi nel futuro, avere un senso una direzione ben precisa, erano svaniti in poche ore , sicuramente destinati a essere abbandonati in qualche discarica, una volta che i ladri si fossero avveduti qual era il reale contenuto di quegli ermetici contenitori ; forse, proprio l’accuratezza con cui erano chiusi, li aveva indotti a caricarsi quel peso così inutile per loro.
Solo u n miracolo poteva salvarlo, p ensò , disperato De Robertis : l’idea folle che il tempo non fosse un semplice fatto, come gli suggerivano gli stessi pensieri che in quei momenti andava elaborando , ma che fosse veramente relativo. Forse un giorno avrebbe trovato una curvatura nello spazio , per un atto di pietà cosmica, che gli avrebbe reso il suo tempo passato e con esso i suoi tabacchi, i suoi anni d’attesa , la sua stessa vita .
“Infine, una latta rossa appena aperta di Christmas Cheer e una pipa marca Ardor, modello lovat . Si scrive senza ‘acca’ lovat , vero ingegnere?”
domenica 13 dicembre 2015
"If it doesn't stop, shoot it"
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| Humphrey Bogart e Lauren Bacall in Key Largo |
| Key Largo & Duca Pipe |
Devo confessare di avere un rapporto un po' problematico con le miscele contenenti Latakia. È un po' quello che mi succede col minestrone: se mi capita di assaggiarne uno buono lo apprezzo, ma è veramente difficile che me ne venga la voglia in prima (e spesso anche in seconda) battuta. Ecco, con questo Key Largo (ripreso in questi giorni dopo averne fumato un paio di scatole qualche anno fa) mi sta succedendo esattamente l'inverso: è un tabacco che sto avendo voglia di fumare e rifumare al punto da mettere un po' in ombra i miei prediletti Virginia.
Taglio e grado di umidità di questa miscela ne fanno un tabacco di fumabilità assolutamente facile. Si scioglie leggermente qualche pezzo di flake un po' più grosso, si carica, si accende e ci si mette in ascolto. In ascolto delle mille sfumature dei Virginia o della notina balsamica degli orientali, certo. Ma in sottofondo si sente anche la voce arrochita di Bogart. O quella sensualmente contraltile della Bacall.
sabato 14 novembre 2015
Le mal de Paris
Non credo di affermare nulla di nuovo dicendo che non si prova empatia che per ciò che si sente vicino. Si potrebbe addirittura sostenere che una buona misura della nostra capacità di provare empatia è data da quanto lontana da noi può stare una cosa prima che smettiamo di considerarla vicina.
Se gli orribili fatti di sangue verificatisi ieri a Parigi fossero successi a Bogotà, a Sidney o a Vladivostok questo non avrebbe ovviamente diminuito di un grammo la loro dirompente carica di morte e desolazione. Ma il fatto che abbiano avuto luogo proprio a Parigi mi rende il fardello di angoscia ancora più pesante da sopportare.
Sia io che Justyna amiamo molto Parigi, e dal nostro primo soggiorno nel 2007 per festeggiare i miei quarant'anni non abbiamo perso occasione per ritornarci. Senza poter dire di essere dei sopraffini conoscitori della città siamo però già nella fase in cui in un posto non si va ma ci si torna. Abbiamo ormai il nostro alberghetto nel 1er, i nostri ristoranti, le nostre strade, i nostri giri.
In qualche occasione abbiamo fatto coincidere la visita coi concerti che nella capitale francese ha tenuto la mia amica Irene; né abbiamo trascurato il tour sugli itinerari di Maigret, dal boulevard Richard-Lenoir alla Place des Vosges, all'immancabile foto sotto la targa azzurra del Quai des Orfèvres con tanto di pipa in bocca: la stessa foto che avranno fatto legioni di cretini come me, come me affascinati dalla pipa e dal commissario di Simenon.

Abbiamo ricordi di passeggiate invernali fatte di sera lungo i quais, con la neve che turbinava nell'aria; e di passeggiate primaverili godendo del silenzio di quell'autentica oasi di pace che è l'Ile Saint-Louis. Abbiamo il ricordo di quella volta che, stremati dal freddo e dal lungo peregrinare, ci siamo rifugiati per qualche minuto nell'Èglise de Saint-Eustache, vicino alle Halles per scoprire che c'era nientemeno che Jean Guillou che suonava Liszt all'organo.
Abbiamo i ricordi di memorabili soupes d'oignon al Pied de Cochon e di commoventi choucroutes alla Brasserie Bofinger.
Abbiamo i ricordi degli incredibili cieli stellati di Van Gogh al Musée d'Orsay e delle ninfee di Monet al Musée de l'Orangerie.
Chissà, magari qualcuna delle vittime della follia sanguinaria di ieri ci sarà passata accanto per strada o avrà preso la metropolitana insieme a noi. Magari con qualcuno - cameriere, commesso o semplice passante cui abbiamo chiesto informazioni - avremo addirittura scambiato qualche parola.
È questo il groppo d'angoscia in più che queste stragi per me rappresentano.
Ecco, se in tutta questa vicenda c'è qualcosa che mi risulta davvero incomprensibile è il meccanismo col quale in nome di un'idea si può giungere a disprezzare tanto la vita propria e quella altrui. Come si possa azzerare la propria empatia fino al punto da non sentirsi vicini più a nessuno, nemmeno a sé stessi.
Siamo già travolti da un fiume di parole riguardo questa tristissima vicenda, e sarà così anche nei giorni a venire. Io spero solo che quanto prima le riflessioni si orientino sul terreno solido (perchè popperianamente falsificabile) dei sistemi di lotta e contrasto a questi fenomeni orribili e non su quello melmoso dello scontro di ideologie e civiltà.
Per il momento io mi limito a ripensare, con inutile dolore, a ognuna delle vittime di questa follia, a ognuna delle tante esistenze spezzate. A queste persone che oggi sento, per dirla con Baudelaire, mon semblable, mon frère.
Se gli orribili fatti di sangue verificatisi ieri a Parigi fossero successi a Bogotà, a Sidney o a Vladivostok questo non avrebbe ovviamente diminuito di un grammo la loro dirompente carica di morte e desolazione. Ma il fatto che abbiano avuto luogo proprio a Parigi mi rende il fardello di angoscia ancora più pesante da sopportare.
Sia io che Justyna amiamo molto Parigi, e dal nostro primo soggiorno nel 2007 per festeggiare i miei quarant'anni non abbiamo perso occasione per ritornarci. Senza poter dire di essere dei sopraffini conoscitori della città siamo però già nella fase in cui in un posto non si va ma ci si torna. Abbiamo ormai il nostro alberghetto nel 1er, i nostri ristoranti, le nostre strade, i nostri giri.
In qualche occasione abbiamo fatto coincidere la visita coi concerti che nella capitale francese ha tenuto la mia amica Irene; né abbiamo trascurato il tour sugli itinerari di Maigret, dal boulevard Richard-Lenoir alla Place des Vosges, all'immancabile foto sotto la targa azzurra del Quai des Orfèvres con tanto di pipa in bocca: la stessa foto che avranno fatto legioni di cretini come me, come me affascinati dalla pipa e dal commissario di Simenon.

Abbiamo ricordi di passeggiate invernali fatte di sera lungo i quais, con la neve che turbinava nell'aria; e di passeggiate primaverili godendo del silenzio di quell'autentica oasi di pace che è l'Ile Saint-Louis. Abbiamo il ricordo di quella volta che, stremati dal freddo e dal lungo peregrinare, ci siamo rifugiati per qualche minuto nell'Èglise de Saint-Eustache, vicino alle Halles per scoprire che c'era nientemeno che Jean Guillou che suonava Liszt all'organo.
Abbiamo i ricordi di memorabili soupes d'oignon al Pied de Cochon e di commoventi choucroutes alla Brasserie Bofinger.
Abbiamo i ricordi degli incredibili cieli stellati di Van Gogh al Musée d'Orsay e delle ninfee di Monet al Musée de l'Orangerie.
Chissà, magari qualcuna delle vittime della follia sanguinaria di ieri ci sarà passata accanto per strada o avrà preso la metropolitana insieme a noi. Magari con qualcuno - cameriere, commesso o semplice passante cui abbiamo chiesto informazioni - avremo addirittura scambiato qualche parola.
È questo il groppo d'angoscia in più che queste stragi per me rappresentano.
Ecco, se in tutta questa vicenda c'è qualcosa che mi risulta davvero incomprensibile è il meccanismo col quale in nome di un'idea si può giungere a disprezzare tanto la vita propria e quella altrui. Come si possa azzerare la propria empatia fino al punto da non sentirsi vicini più a nessuno, nemmeno a sé stessi.
Siamo già travolti da un fiume di parole riguardo questa tristissima vicenda, e sarà così anche nei giorni a venire. Io spero solo che quanto prima le riflessioni si orientino sul terreno solido (perchè popperianamente falsificabile) dei sistemi di lotta e contrasto a questi fenomeni orribili e non su quello melmoso dello scontro di ideologie e civiltà.
Per il momento io mi limito a ripensare, con inutile dolore, a ognuna delle vittime di questa follia, a ognuna delle tante esistenze spezzate. A queste persone che oggi sento, per dirla con Baudelaire, mon semblable, mon frère.
mercoledì 21 ottobre 2015
Cho-pin
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| Seong-Jin Cho, vincitore del XVII Concorso Chopin (foto B. Sadowski/NIFC) |
Il ventunenne coreano Cho è senza ombra di dubbio un pianista di prima forza, tecnicamente inappuntabile e ascoltando il suo Chopin si possono sperimentare appieno tutta la nitidezza e l'eleganza che ci si aspetta dal più aristocratico dei compositori. Il suo ciclo completo dei Preludi op. 28 durante la terza tappa è stato pura magia. Inoltre gli va dato atto di aver resistito con piglio di maratoneta al massacrante tour-de-force della competizione polacca, sfornando prestazioni impeccabili dal primo notturno della prima tappa fino al concerto n. 1 della finale. Forse nella decina giunta in finale c'erano personalità più definite (penso soprattutto al canadese Charles Richard-Hamelin, giunto secondo e all'americana Kate Liu, medaglia di bronzo). Ma Cho è talmente giovane che sapremo ben presto se - libero dalle pastoie del concorso - saprà muoversi lungo il sottilissimo filo sospeso fra l'arbitrio e la pura riproduzione meccanica del testo.
Sicchè, dopo l'incomprensibile vittoria assegnata a Yulianna Avdeeva cinque anni fa, almeno stavolta ha vinto un pianista la cui caratura di interprete chopiniano è al di sopra di ogni sospetto: e quindi la verità probabile è stata raggiunta.
Ma - ahimè - il prezzo pagato per raggiungerla è costituito dai sicuri errori che i giurati hanno commesso (anche stavolta come del 2010) nella selezione fra le semifinali e la finale: almeno due dei concorrenti arrivati in finale (il lettone Osokins e il croato Jurinic) avrebbero potuto senza alcun danno essere fermati molto prima; e il fatto che così non sia stato ha fatto sì che candidati decisamente più meritevoli si siano visti sbarrare la strada.
Di sicuro il più grande danneggiato è stato il polacco Krzysztof Książek, a mio giudizio il più interessante di tutta la nutritissima compagine polacca presente quest'anno. Il perchè gli sia stato preferito Jurinic, uno che ha candidamente affermato di non capire il senso musicale delle Mazurche (cosa che era del resto risultata chiarissima all'ascolto) è una cosa che sfugge alla mia comprensione, e spero che l'istituto Chopin pubblichi presto i voti dei singoli giurati per capire chi si è reso responsabile di un errore di valutazione tanto marchiano.
Lo dico a chiare lettere: per me Książek è stata la vera rivelazione di questo concorso, un autentico poeta del pianoforte, un musicista intelligentissimo che non a caso ha brillato particolarmente proprio nei numeri in cui è più necessaria una comprensione profonda del testo musicale: la sua interpretazione delle tre Mazurche dell'op. 50 o della terza Sonata rimangono fra le cose più belle ascoltate nei venti giorni di questa maratona chopiniana.
Anche quest'anno, come già nel 2010, la benemerita emittente TVP Kultura ha seguito integralmente il Concorso, corredando tutte le emissioni di un controcanto di commenti in studio che erano - puramente e semplicemente - una meraviglia : sentire persone tanto colte e preparate dire cose tanto profonde e intelligenti, e dirle senza alzare la voce e senza tentare di prevaricarsi vicendevolmente è stato davvero rigenerante.
Così che, nonostante anche stavolta le decisioni della giuria non siano state esenti da ombre, esco da questa full immersion nella magia del pianoforte di Chopin con l'animo lieto e con la consapevolezza che ripenserò con nostalgia a questi ultimi venti giorni. Con la nostalgia dalle mille sfumature della Mazurka op. 50 n. 2, per esempio.
sabato 10 ottobre 2015
All you need is lovat
Doveva essere il 2010, era Natale e anche questa storia - come buona parte delle belle storie della mia vita - inizia con Justyna.
Inizia con Justyna che decide di regalarmi una pipa e per far questo si reca rigorosamente da sola nel negozio Savinelli in via Orefici a Milano. La pipa che sceglie la sceglie sulla base di un criterio estremamente semplice: doveva essere qualcosa di diverso da tutto ciò che in quel momento c'era sui miei scaffali.
Fu così che entrai in possesso della Savinelli 703 KS "Night" che vedete ritratta in basso nella foto qui a fianco: una sorta di finissaggio dress (magari in origine meno laccato) che col tempo sta prendendo una splendida aria di vissuto. Oltre che esteticamente, la pipa mi piacque talmente tanto in termini di resa coi miei prediletti Virginia, asciuttezza e feeling generale che ben presto la sindrome del criceto si manifestò in tutta la sua virulenza e alla 703 in finitura "Night" affiancai la gemella in finitura "Day". Nel 2010 ero ancora abbastanza agli inizi di questa mia riscoperta della pipa, sicchè non molte delle pipe che all'epoca facevano capolino nella mia libreria si trovano ancora lì: ma queste due sono rimaste una sorta di stella fissa in un roteare a tratti abbastanza frenetico di marche, shape e finiture.
Inizia con Justyna che decide di regalarmi una pipa e per far questo si reca rigorosamente da sola nel negozio Savinelli in via Orefici a Milano. La pipa che sceglie la sceglie sulla base di un criterio estremamente semplice: doveva essere qualcosa di diverso da tutto ciò che in quel momento c'era sui miei scaffali.
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| Savinelli Night & Day |
* * *
La lovat è una variazione sul thema regium della billiard. Con quel cannello lungo lungo che finisce in un bocchino corto e per di più a sella mi ha sempre dato una sensazione di allegria, con una punta di sberleffo: se fosse una delle Goldberg sarebbe probabilmente la variazione 30, il quodlibet; se fosse una Diabelli sarebbe quella Su "Notte e giorno faticar".
Secondo A passion for pipes, fu la gloriosa BBB a realizzare per prima questa forma e a battezzarla in omaggio al colonnello Henry Fraser lord Lovat sicchè per una delle tante gradevoli incongruenze della vita, uno degli shape più cari a un convinto antimilitarista come Yours Truly prende il nome da un colonnello scozzese.
A differenza della billiard, che rimane pensabile più o meno in qualunque dimensione assoluta, la lovat è una pipa che (almeno per quanto mi riguarda) ha senso non molto oltre il gruppo 4 Dunhill: le due Savinelli sopra sono già pericolosamente al limite superiore. Quando - all'inizio di quest'anno - la lovat-mania ha avuto un momento di pericolosa recrudescenza, sapevo già che non potevo farmi mancare l'intepretazione di questo shape da parte di Ardor.
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| La lovat chez Ardor. |
Sono così venute alla luce le due meraviglie che vedete riprodotte qui a destra, e tra i miei ricordi più belli di appassionato di pipe figura la conversazione che ho avuto con l'egregio Damiano Rovera, quando dopo che ebbe finito la pipa in basso e che nella mia idea doveva ricevere una tinta tanshell mi telefonò dicendo che secondo lui la sabbiatura era venuta così bene che sarebbe stato un peccato metterci qualunque colore sopra. E in effetti è una realizzazione talmente perfetta che vale bene il piccolo sacrificio alla pigrizia imposto dal doverla fumare col guanto di cotone per evitare di macchiarla e consentirle di imbrunirsi unicamente col calore e con la traspirazione.
Maneggiando e osservando queste due pipe ho scoperto che nell'ambito dello shape ho una predilezione per le realizzazioni col cannello particolarmente sottile in rapporto alla testa, cosa che conferisce alla pipa una sorta di macrocefalia come (si parva licet componere magnis) in certe figure femminili del Parmigianino.
Ma ovviamente esistono lovat prive di questo dettaglio e che risultano ugualmente irresistibili, come la Ashton che vedete sotto e che forse costituisce il non plus ultra in fatto di sabbiature craggy:
È una pipa che ho preso rodata e che - secondo l'autorevole parere del mio amico Antonio - risale agli albori della produzione Ashton: non ho dubbi che da nuova dovesse essere addirittura leggermente pungente.
Oppure come la personalissima interpretazione di questo shape data da uno dei più interessanti pipemaker italiani, Andrea Gigliucci realizzata con la sua incredibile rusticatura:
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| Una lovat per il XXI secolo: Gigliucci "RR" |
Non so ancora quali altre tappe toccherà questo peregrinare intorno a una forma che io trovo tanto affascinante quanto - grazie al bocchino a sella - incontestabilmente comoda. Ma questo è uno dei casi in cui il viaggio è più importante della meta.
sabato 26 settembre 2015
U siebie
"Sentirsi a casa" in polacco si dice "czuć się jak u siebie". "Siebie" è il pronome riflessivo (a differenza dell'italiano non c'è differenza fra le persone), sicchè la traduzione letterale sarebbe qualcosa come "sentirsi presso sé stessi". È interessante notare come il riferimento allo spazio esterno, alla casa, in polacco semplicemente evapori per lasciare posto a una locuzione che riguarda solo ed esclusivamente il soggetto e la propria interiorità. La casa è il posto in cui ci si sente presso sé stessi.Nel 1960, centocinquantesimo anniversario della nascita di Chopin, l'etichetta discografica di stato Polskie Nagrania lanciò uno dei suoi più ambiziosi progetti: un'esecuzione dell'opera omnia chopiniana a cura di alcuni dei più eminenti pianisti polacchi dell'epoca. Nessuno di loro era né diventò in seguito una superstar del pianoforte (e del resto dubito che il concetto stesso di superstar fosse fra i più in voga nell'austera Repubblica Popolare) ma rimane il fatto che fra Halina Czerny-Stefanka (vincitrice del primo premio al IV Concorso Chopin nel 1949), Henryk Sztompka (che nella prima edizione del Concorso riportò il premio speciale per l'esecuzione delle Mazurche), Regina Smendzianka, Jan Ekier (in seguito diventato curatore dell'edizione nazionale a stampa delle opere di Chopin) ed altri, si trattava di un rassemblement di pianisti di primissimo livello.
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| Halina Czerny-Stefanka |
È come se per questi pianisti non ci fossero barriere da superare, problemi interpretativi da risolvere, ostacoli concettuali da rimuovere: l'enigma non v'è, per dirla con Wittgenstein, basta (!) suonare quello che è scritto come è scritto. E il risultato è di una freschezza, una naturalezza, una spontaneità davvero avvincenti. Va da sè che questi risultati non sono il frutto di una sorta di ingenuità interpretativa più o meno cosciente: sono al contrario il risultato di un approccio raffinatissimo ed estremamente meditato.
E per convincersene basterà ascoltare cose come la prima Mazurka dell'op. 33, a mio avviso fra le più metafisiche di tutto Chopin, che sotto le dita di Henryk Sztompka fluisce con la naturalezza di un torrente del Mazowsze:
Intendiamoci bene: il mezzo secolo abbondante che ci separa da queste registrazioni non è (fortunatamente) trascorso invano, né oggi è possibile pensare di rinunciare agli Studi di Pollini, alle Ballate di Zimerman o alle Polacche di Blechacz. Eppure accostandosi (o ritornando) a queste letture la sensazione di libera naturalezza è troppo forte per poterle resistere.
È musica suonata da chi con Chopin si sentiva davvero a casa e che ha il potere di far sentire anche l'ascoltatore a casa.
U siebie.
domenica 13 settembre 2015
Esercizi di traduzione dal polacco, 4
Un ricordo d'infanzia come tanti si trasforma, nella prosa acuminata di Sławomir Mrożek, in una riflessione sulla verità e sull'inganno. Il testo è tratto da "Osservazioni personali" (Uwagi osobiste, Warszawa, Noir sur Blanc, 2007)
Il latte
| Cracovia, Planty. Fotografia di B. Maliszewska |
A Cracovia, non lontano dal parco Planty, c'era una mescita di bevande analcoliche. Fra i tavolini di marmo, su piattini e tovaglioli, si serviva del delizioso latte. Freddo d'estate e - di sicuro - caldo d'inverno. Probabilmente anche altre bevande: cioccolata calda, kakao, limonata: ma di questo non ho la certezza perchè ci andai una volta sola, in estate, e bevvi solo latte. Mi ci accompagnò mia madre, avevo non meno di otto anni e non più di dieci: non meno di otto perchè imparai a leggere (e scrivere) all'età di sette anni e ricordo che riuscii a leggere da solo la scritta che campeggiava all'esterno della mescita: LATTE FRESCO. Non potevo avere comunque più di dieci anni perchè quando avevo dieci anni cominciarono la guerra e l'occupazione tedesca e in posti come quello - ahimé - non ci si andava più.
L'annuncio LATTE FRESCO mi inquietava: non era difatti scritto con la vernice o con lo smalto, ma inciso nella pietra sulla facciata dell'edificio, come avevo visto da qualche parte sui basamenti dei monumenti di granito. La cosa mi sembrava illogica. "E che succede" - pensavo - "se il rifornimento del latte arriva in ritardo, o si verifica qualche altra circostanza imprevedibile e il latte arriva non più fresco? O addirittura inacidito? In quel caso la scritta che è fissa continuerà a ripetere LATTE FRESCO. Ma solo il sostantivo LATTE sarà la verità, mentre l'aggettivo FRESCO diventerà una bugia".
Non sapevo ancora che proprio allora e proprio in quel modo la mia infanzia cominciava a finire.
Forse avevo imparato a leggere troppo presto.
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