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sabato 29 febbraio 2020

Il tenero narratore

Quella che segue è la traduzione integrale del discorso tenuto da Olga Tokarczuk per il conferimento del premio Nobel per la letteratura lo scorso 7 dicembre. Un viaggio vertiginoso fra letteratura, scienza, filosofia, arte, storia, ricordi d'infanzia tenuto insieme dal tenue ma tenacissimo filo conduttore della tenerezza. Quando l'ho seguito in streaming ci sono stati momenti in cui dimenticavo anche di respirare. Non potevo immaginare un modo più bello per festeggiare il centesimo post di questo scombinato bric-à-brac che di tanto in tanto torno ad aggiornare.

Il tenero narratore

1.
La prima fotografia di cui ho avuto un'esperienza consapevole è stata una foto di mia madre prima che mi mettesse al mondo. Sfortunatamente la foto è in bianco e nero, il che significa che ha perso molti dettagli e si è trasformata in nient'altro che una serie di forme grigie. La luce è morbida, da giorno di pioggia, forse di primavera e di sicuro è il tipo di luce che filtra da una finestra, mantenendo la stanza in un chiarore appena percepibile. La mamma siede accanto alla vecchia radio, del tipo con una finestrella verde e due manopole, una per regolare il volume e l'altra per cercare le stazioni. Quella radio diventò poi una compagna della mia infanzia e tramite essa venni a sapere dell'esistenza del Cosmo. Girando la manopola di ebanite si spostavano i delicati tentacoli dell'antenna e nel loro campo di ricezione finivano le più disparate stazioni radio: Varsavia, Londra, Lussemburgo o Parigi. A volte però le voci si spegnevano, come se fra Praga e New York, fra Mosca e Madrid l'antenna captasse un buco nero: allora ero assalita dal panico. Ero convinta che attraverso quella radio si rivolgessero a me altri sistemi solari e altre galassie, i quali all'interno degli scoppiettii e dei fruscii mi mandassero messaggi che non ero in grado di decifrare.


Riguardando quella foto da bambina di qualche anno ero giunta alla conclusione che la mamma mi cercava girando la manopola della radio. Come un tenero radar, esplorava gli spazi infiniti del cosmo provando a capire quando e da dove sarei arrivata. La sua pettinatura e il vestito indicano quando la foto è stata scattata: agli inizi degli anni '60 del secolo scorso. La donna un po' china che guarda da qualche parte fuori dal riquadro vede qualcosa a cui non ha accesso chi guarda l'immagine. Da bambina pensavo che guardasse nel tempo. Nella foto non succede nulla, è l'istantanea di uno stato, non di un processo. La donna sembra triste, pensierosa, in qualche modo assente.


Quando più tardi le chiedevo di quella tristezza – e lo facevo spesso per sentire sempre la stessa cosa – la mamma rispondeva che era triste perché io non ero ancora nata e lei già aveva nostalgia di me. “Come potevi avere nostalgia di me se io non c'ero ancora?” le domandavo: sapevo già che si ha nostalgia di qualcuno che si è perso, che la nostalgia è effetto di una perdita.


“Ma può essere anche al contrario” - rispondeva lei - “Se si ha nostalgia di qualcuno, quel qualcuno già esiste”.


Questo breve scambio da qualche parte nella provincia occidentale della Polonia verso la fine degli anni sessanta del ventesimo secolo, questo scambio fra mia madre e me, la sua piccola bambina, mi è rimasta per sempre nel ricordo e mi ha dato una riserva di forza per tutta la vita. Quello scambio elevava la mia esistenza al di sopra dell'ordinaria materialità e casualità del mondo, al di là dei rapporti di causa e effetto e delle leggi della verosimiglianza per porla al di fuori del tempo, in dolce vicinanza con l'eternità. Con la mia mente di bambina capivo che c'era in me più di quello che avevo fino a quel momento immaginato. E anche quando dico “io sono assente” al primo posto si trova “io sono” - le più importanti e strane parole del mondo.


In questo modo una giovane donna non religiosa, mia madre, mi dava qualcosa che una volta si chiamava anima, e quindi mi riforniva del miglior tenero narratore al mondo.






2.
Il mondo è un tessuto che filiamo tutti i giorni sui grandi telai dell'informazione, della discussione, dei fil, dei libri, dei pettegolezzi, degli aneddoti. Oggi il campo di lavoro di questi telai è enorme – grazie a Internet quasi chiunque può prendere parte a questo processo, responsabilmente o irresponsabilmente, con amore o con odio, verso il bene o il male, per la vita o per la morte. Quando cambia questo racconto cambia il mondo. In questo senso il mondo è fatto di parole.


Ciò che pensiamo del mondo e – cosa forse ancora più importante – il modo in cui lo raccontiamo ha quindi un'importanza enorme. Ciò che accade e non viene raccontato smette di esistere e muore. È una cosa che sanno molto bene non solo gli storici ma anche (e forse soprattutto) i politici di ogni sorta e i tiranni: colui che ha e sa filare un racconto comanda.


Oggi il problema consiste – sembrerebbe – nel fatto che non abbiamo ancora disponibili narrazioni non solo per il futuro ma neanche per il concreto “ora”, per i cambiamenti ultra veloci del mondo di oggi. Ci manca la lingua, ci mancano punti di vista, metafore, miti e nuove fiabe. In compenso siamo testimoni di come si cerchi di adattare queste inadeguate, arrugginite e anacronistiche vecchie narrazioni alla visione del futuro, forse partendo dal principio che “il vecchio qualcosa è meglio del nuovo nulla” oppure provando in questo modo a venire a patti con la limitatezza dei propri orizzonti. In una parola: ci mancano nuovi modi di raccontare il mondo.


Viviamo in una realtà di polifoniche narrazioni in prima persona e da qui arriva a noi un polifonico brusio. Dicendo “in prima persona” ho in mente quel genere di racconti che ruota in strette orbite intorno all'”io” dell'autore, il quale scrive più o meno direttamente di sé stesso o di quanto lo circonda. Abbiamo riconosciuto che questo tipo di punto di vista individualizzato, questa voce proveniente da un “io” è la più naturale, umana, onesta, anche quando rinuncia a una prospettiva più ampia. Narrare in una così concepita prima persona è filare un motivo assolutamente irripetibile, unico nel suo genere, avere come individualità il senso dell'autonomia, essere consapevoli di sé stessi e del proprio destino. Ma significa anche edificare una contrapposizione: “io” e “il mondo”, e questa contrapposizione può risultare alienante.


Io penso che la narrazione condotta in prima persona sia estremamente caratteristica della nostra epoca, nella quale l'individuo svolge il ruolo di soggettivo centro del mondo. La civiltà occidentale è in larga misura costruita e fondata proprio su questa scoperta dell'io che costituisce una delle più importanti unità di misura della realtà. L'uomo è qui il protagonista, e il suo giudizio – anche se è uno fra tanti – è sempre trattato con attenzione e rispetto. Il racconto tessuto in prima persona sembra essere una delle più grandi scoperte della civiltà umana, è letto con solennità e accolto con fiducia. Questo tipo di racconto, quando vediamo il mondo con gli occhi di qualche “io” e lo ascoltiamo in suo nome, costruisce un legame col narratore come nessun altro e chiede al lettore di mettersi nella sua irripetibile posizione.


Non è possibile esagerare l'importanza di ciò che la narrazione in prima persona ha fatto per la letteratura e in generale per la civiltà umana: ha riformulato il racconto sul mondo così che esso non è più il luogo d'azione di eroi o dei sui quali non abbiamo influenza ma la nostra storia individuale, e ha restituito la scena a persone uguali a noi.


In più con persone come noi è facile identificarsi e grazie a ciò fra il narratore della storia e il lettore o l'ascoltatore nasce un'intesa emozionale basata sull'empatia. Quest'ultima per sua stessa natura avvicina e livella le divisioni – è molto facile cancellare nel racconto il confine fra l'”io” del narratore e l'”io” del lettore e la storia che “prende” conta proprio sull'abbattimento di questa barriera e che il lettore, in virtù dell'empatia, diventi per qualche tempo il narratore. La letteratura è quindi diventata un campo di scambio di esperienze, un'agorà nella quale chiunque può raccontare il suo proprio destino o dare voce al suo alter ego. È perciò uno spazio democratico: ognuno può esprimersi, ognuno può dar vita a una “voce che parla”. Forse mai nella storia dell'umanità tante persone sono diventate scrittori e narratori. Basta dare un'occhiata alle statistiche.


Quando visito le fiere del libro vedo quanti libri riguardano proprio questo, l'io dell'autore. L'istinto dell'espressione – forse potente come ogni altro istinto che progetta la nostra vita – si manifesta nella maniera più completa nell'arte. Vogliamo essere notati, vogliamo sentirci eccezionali. Le narrazioni del tipo “Ti racconto la mia storia”, “Ti racconto la storia della mia famiglia” o al limite “Ti racconto dove sono stato” sono oggi il genere letterario più popolare. È un fenomeno su vasta scala anche perché oggi abbiamo universalmente la capacità di servirsi della scrittura e molti padroneggiano l'abilità – una volta appannaggio di pochi – di esprimersi attraverso la scrittura e il racconto. Paradossalmente però la situazione è simile a quella di un coro composto tutto di solisti: le voci si sovrappongono fra loro, competono per la nostra attenzione, viaggiano per sentieri simili finendo in ultima analisi per silenziarsi reciprocamente. Sappiamo tutto di loro, siamo in condizione di identificarci con loro e vivere la loro vita come se fosse la nostra. Eppure la nostra esperienza di lettori è sorprendentemente spesso incompleta e deludente, perché a quanto sembra la mera espressione dell'io dell'autore non è garanzia di universalità. Quello che manca – mi pare – è la dimensione di parabola del racconto. Il protagonista di una parabola infatti è sé stesso, un uomo che vive in un fissato contesto storico e geografico, ma allo stesso tempo va molto oltre questi particolari concreti, diventando Chiunque e Dovunque. Quando il lettore segue una storia narrata in un racconto può identificarsi con le vicende del personaggio raccontato e considerare le situazioni del personaggio come proprie; in una parabola invece egli deve rinunciare del tutto alla sua particolarità e diventare Ognuno. In questa esigente operazione psicologica la parabola, trovando per destini differenti un denominatore comune, universalizza la nostra esperienza e la sua insufficiente presenza è una testimonianza della nostra impotenza.


È stato forse per non annegare nell'enorme quantità di titoli e cognomi che abbiamo cominciato a dividere l'enorme corpo da Leviatano della letteratura in generi che trattiamo come discipline sportive, considerando scrittori e scrittrici alla stregua di atleti specializzati.


La generale commercializzazione dell'agone letterario ha condotto alla suddivisione in branche: ora ci sono fiere e festival di questa o quella letteratura, completamente separati, creando una clientela di lettori ansiosa di rinchiudersi dentro un giallo, un libro di fantasy o uno di fantascienza. È una caratteristica peculiare di questa situazione il fatto che ciò che avrebbe solo dovuto aiutare i librai e i bibliotecari a ordinare sugli scaffali l'enormità dei libri stampati e i lettori a orientarsi in un'offerta straripante si è mutato in un insieme di categorie astratte nelle quali non solo si ficcano le opere già scritte ma secondo le quali gli scrittori stessi cominciano a creare. Sempre più spesso questa letteratura di genere ricorda gli stampini per dolci, la prevedibilità è considerata un pregio, la banalità un successo. Il lettore sa cosa aspettarsi e ottiene esattamente quello che voleva. Istintivamente sono sempre stata contraria a queste classificazioni: esse infatti conducono a una limitazione nella libertà di scrivere, a una forma di riluttanza nei confronti della sperimentazione e della trasgressione che sono una parte fondamentale della creazione artistica in generale. In più esse finiscono per l'escludere completamente dal processo creativo ogni forma di eccentricità, senza la quale non c'è arte. Un buon libro non deve rispondere della sua assimilabilità a un genere. La divisione in generi è una conseguenza della commercializzazione di tutta la letteratura e un effetto del suo essere trattata come un articolo di vendita, con tutto il corredo di brand, target e simili invenzioni del capitalismo contemporaneo.


Oggi possiamo avere la grande soddisfazione di essere testimoni del sorgere di un nuovo modo di raccontare il mondo, portato con sé dai serial, il cui fine nascosto è quello di portarci in uno stato di trance. Ovviamente questo modo di raccontare esisteva già nei miti e nelle narrazioni omeriche e Ercole, Achille e Odisseo sono stati senza dubbio i primi protagonisti di serial. Tuttavia questo tipo di narrazione non ha mai conquistato tanto spazio e non ha mai influenzato tanto l'immaginario collettivo. I primi due decenni del ventunesimo secolo appartengono di sicuro ai serial. La loro influenza nel raccontare (e quindi nel comprendere) il mondo è rivoluzionaria.


Nella sua versione attuale il serial non ha soltanto esteso la nostra partecipazione alla narrazione nel dominio del tempo, generando i suoi propri ritmi, diramazioni e aspetti, ma ha portato con sé anche i suoi propri ordinamenti. Dato che in molti casi il suo scopo è tenere desta l'attenzione dello spettatore il più a lungo possibile, la narrazione seriale moltiplica gli intrecci, mescolandoli tra loro nelle maniere più inverosimili, tanto che alle brutte ricorre addirittura alla vecchia tecnica narrativa, compromessa ormai dall'opera classica, del deus ex machina. Nell'invenzione di nuove puntate spesso tutta la psicologia dei personaggi viene trasformata ad hoc in modo da adattarsi al nuovo corso degli eventi. Un personaggio all'inizio mite e riservato può diventare verso la fine vendicativo e violento, un personaggio di secondo piano diventa protagonista, laddove il personaggio principale, al quale avevamo già fatto in tempo ad affezionarci, perde importanza o addirittura scompare con nostra enorme frustrazione.


La possibilità di nuove stagioni crea la necessità di finali aperti, nei quali non è possibile che si manifesti la segreta katharsis, che era la percezione di un mutamento interiore, di un compimento, della soddisfazione di aver preso parte all'azione del racconto. Questo tipo di complicazioni e incompiutezze, il continuo rimandare la ricompensa costituita dalla katharsis crea dipendenza e ipnotizza. La fabula interrupta, inventata tanto tempo fa e nota dalla storia di Sheherazade ha fatto il suo ritorno in grande stile nell'epoca dei serial, cambiando la nostra sensibilità e portando con sé incredibili effetti psicologici, facendoci staccare dalle nostre stesse esistenze e ipnotizzandoci come uno stimolante. Allo stesso tempo il serial si inscrive nel nuovo, prolisso e disordinato ritmo del mondo, nella sua comunicazione caotica, nella sua impermanenza e liquidità. Questa forma di racconto probabilmente è quella che in maniera maggiormente creativa sta cercando nuove formule. In questo senso nel serial sta avendo luogo un importante lavoro sulle narrazioni del futuro e sul modo di adattare le storie alla nuova realtà.


Ma soprattutto noi viviamo in un mondo in cui una moltitudine di informazioni si contraddicono l'un l'altra, si escludono l'un l'altra, si danno battaglia l'un l'altra con le unghie e con i denti.


I nostri antenati credevano che l'accesso alla conoscenza non solo avrebbe portato agli uomini felicità, benessere, salute e ricchezza ma avrebbe anche forgiato una società paritetica e giusta. Quello che secondo loro mancava al mondo era una saggezza collettiva, derivante dalla conoscenza.


Jan Amos Komensky, il grande pedagogo del XVII secolo, coniò il termine “pansofia” nel quale racchiuse l'idea di una possibile onniscienza, di una sapienza universale che contenesse in sé ogni possibile conoscenza. Era anche e soprattutto il desiderio di una conoscenza accessibile a chiunque. L'accesso alle informazioni sul mondo non avrebbe forse trasformato il contadino analfabeta in un individuo consapevole di sé e del mondo? La conoscenza a portata di mano non avrebbe forse fatto sì che le persone diventassero accorte e conducessero saggiamente la propria vita?


Con l'avvento di Internet sembrò che queste idee avrebbero avuto finalmente la possibilità di realizzarsi in maniera compiuta. Wikipedia, che ammiro e sostengo, sarebbe potuta sembrare a Komensky e a molti altri pensatori di quella corrente, la realizzazione dei desideri dell'umanità: creiamo e riceviamo un enorme deposito di conoscenza costantemente arricchito, aggiornato e disponibile in maniera democratica praticamente in ogni angolo della Terra.


I desideri esauditi spesso ci deludono. È venuto fuori che non siamo in condizione di gestire questa enormità di informazioni, che invece di unire, generalizzare e liberare differenzia, divide, chiude in piccole bolle, crea una moltitudine di storie incompatibili l'un l'altra quando non ostili o mutuamente antagoniste.


In aggiunta Internet, data senza nessuna riflessione in pasto ai processi di mercato e consegnata ai monopolisti, controlla enormi quantità di dati che non sono affatto utilizzati “pansofisticamente” per l'accesso universale alla conoscenza ma al contrario per manipolare i comportamenti degli utilizzatori, come ci ha insegnato il caso Cambridge Analytica. In luogo dell'armonia del mondo, abbiamo sentito una cacofonia di voci, un chiasso insopportabile dal quale tentiamo disperatamente di estrarre la più esile melodia, il più debole ritmo. Come mai oggi a questa cacofonica realtà si attaglia la parafrasi di una citazione shakespeariana: Internet è sempre più spesso il racconto di un idiota, pieno di furore e di rumore.


Anche le indagini dei politologi – purtroppo – vanno contro le intuizioni di Komensky, basate sulla convinzione che quanto maggiore sarebbe stata la conoscenza universalmente disponibile tanto più i politici si sarebbero fatti guidare dalla ragionevolezza e avrebbero preso decisioni tanto più meditate. La conoscenza può risultare opprimente, e le sue complicazioni e ambiguità provocano l'insorgere di meccanismi di difesa di vario tipo – dalla negazione e sconfessione fino alla fuga nelle facili regole del pensiero semplificante, ideologico, di partito.


La categoria delle fake news solleva nuove domande su cos'è fiction. I lettori che molte volte si sono fatti ingannare, disinformare o menare per il naso sviluppano una specifica idiosincrasia nervosa. Una reazione a una tale stanchezza da fiction può essere l'enorme successo della letteratura non-fiction, quella che in questo grande caos informativo grida sopra le nostre teste. “Vi racconto la verità, solo la verità!” “Il mio racconto è basato su fatti reali!”


La fiction ha perso la fiducia dei lettori da quando la menzogna è divenuta una pericolosa arma di distruzione di massa, anche se rimane pur sempre un attrezzo primitivo. Piuttosto spesso mi viene fatta la domanda piena di sospetto: “Quello che ha scritto è vero?” Ogni volta ho l'impressione che questa domanda profetizzi la fine della letteratura.


Questa domanda – innocente dal punto di vista del lettore – suona veramente apocalittica all'orecchio degli scrittori. Cosa dovrei rispondere? Come spiegare lo status ontologico di Hans Castorp, Anna Karenina o Winnie the Pooh?


Considero questo tipo di interesse da parte dei lettori come un regresso dal punto di vista della civiltà. È una seria minorazione della nostra capacità multidimensionale (concreta, storica ma anche simbolica e mitica) di prendere parte alla catena di eventi che chiamiamo la nostra vita. La vita è creata dagli eventi, ma solo quando siamo in grado di interpretarli, tentare di comprenderli e di attribuire loro un senso che essi si trasformano in esperienza. Gli eventi sono fatti, ma l'esperienza è qualcosa di inesprimibilmente diverso. Essa, e non i fatti, è il materiale della nostra vita. L'esperienza è un fatto che è stato sottoposto a interpretazione e collocato nella memoria. Essa si richiama anche a un certo fondamento del nostro pensiero, una struttura di significato profonda sulla quale siamo in grado di distendere la nostra vita ed esaminarla accuratamente: io credo che il ruolo di tale struttura sia ricoperto dal mito. Il mito, come tutti sanno, non è mai successo eppure accade sempre. Oggi i miti non passano solo attraverso le avventure degli eroi antichi ma trovano la loro strada anche attraverso le onnipresenti e sommamente popolari narrazioni del cinema, dei videogame, della letteratura. La vita degli abitanti dell'Olimpo si è trasferita in Dynasty e le valorose gesta degli eroi sono compiute da Lara Croft.


In questa ardente divisione in verità e falsità, i racconti sulla nostra esperienza che la letteratura crea hanno la loro propria dimensione. Non mi ha mai particolarmente entusiasmato la divisione tra fiction e non-fiction, a meno di non volerla considerare dichiaratoria e discrezionale. Nel mare delle tante definizioni della fiction, mi piace più di tutte quella che è anche la più antica e risale ad Aristotele: la fiction è sempre un qualche genere di verità.


E mi convince anche la distinzione operata dallo scrittore e saggista E.M. Forster tra “relazione” e “intreccio”. Forster ha scritto che quando diciamo “Morì il marito e in seguito morì la moglie”, questa è una relazione. Se invece diciamo “Morì il marito e poi la moglie morì per il dispiacere” allora è intreccio, fiction. Ogni trasposizione in fiction è il passaggio dalla domanda: “Cosa è successo dopo?” ad un tentativo di capirlo basato sulla nostra esperienza umana: “Perché è successo in questo modo?”


La letteratura inizia da questo “Perché?”, anche se a questa domanda dovessimo rispondere senza sosta col solito “Non lo so”.


La letteratura pone quindi domande a cui non è possibile rispondere con l'aiuto di Wikipedia, trascende infatti fatti ed avvenimenti rivolgendosi direttamente alla nostra esperienza.


È possibile tuttavia che il racconto e in genere la letteratura stiano diventando sotto i nostri occhi qualcosa di piuttosto marginale rispetto ad altre forme di narrazione: che il peso dell'immagine e delle nuove forme di trasmissione diretta dell'esperienza (cinema, fotografia, virtual reality, augmented reality) possa andare a costituire una seria alternativa alla lettura tradizionale. La lettura è un processo psicologico e percettivo abbastanza complicato. Per semplificare: prima un contenuto sommamente inesprimibile viene concettualizzato e verbalizzato, trasformato in segni e simboli, e poi avviene la “decodifica” dal linguaggio all'esperienza. Ciò richiede un certo grado di competenza intellettuale. E soprattutto esige attenzione e concentrazione, capacità sempre più rare nel nostro mondo estremamente dispersivo.


L'umanità ha percorso un lungo cammino circa i metodi di comunicazione e condivisione delle proprie esperienze, dall'oralità, basata sulla parola viva e sulla memoria dell'essere umano, attraverso la rivoluzione di Gutenberg, quando le storie cominciarono ad essere universalmente mediate attraverso la scrittura e in questo modo fissate e codificate e con la possibilità di essere riprodotte senza alterazioni. Il più grande risultato di questo cambiamento è stato il momento in cui abbiamo cominciato a identificare il pensiero con la scrittura, ossia con un mezzo concreto di uso delle idee, delle categorie, dei simboli. È chiaro che oggi abbiamo di fronte un cambiamento altrettanto rivoluzionario, in cui l'esperienza può essere comunicata direttamente, senza più il tramite della parola stampata.


Non c'è più bisogno di tenere un diario di viaggio quando si può fotografare e inviare questa fotografia nel mondo attraverso i social network, all'istante e a chiunque. Non c'è bisogno di scrivere lettere visto che chiamare è più semplice. Perché leggere voluminosi romanzi quando ci si può immergere in un serial? Invece di uscire in città per incontrarsi con gli amici meglio un videogioco. Cercare un'autobiografia? Non ha senso, visto che seguo la vita dei celebs su Instagram e so tutto di loro.


Ormai non è più l'immagine la più grande rivale del testo scritto - come pensavamo ancora nel XX secolo preoccupandoci dell'influenza di cinema e televisione. È un modo completamente diverso di fare esperienza del mondo, un modo che influenza direttamente i nostri processi di pensiero.



3.
Non è mia intenzione tratteggiare qui una qualche visione integrale della crisi del racconto sul mondo. Spesso tuttavia mi assale la sensazione che al mondo manchi qualcosa. Che il farne esperienza attraverso i vetri dei monitor, attraverso le app, lo trasformi in qualcosa di irreale, distante, bidimensionale, stranamente impreciso, e ciò nonostante il reperimento di qualunque informazione concreta sia sorprendentemente semplice. Gli stancanti “qualcuno”, “qualcosa”, “da qualche parte”, “in qualche momento” possono oggi essere più pericolosi dell’affermazione con assoluta sicurezza di idee molto concrete e circostanziate: la terra è piatta, le vaccinazioni uccidono, il riscaldamento globale è una sciocchezza e la democrazia in molti Paesi non è a rischio. “Da qualche parte” annegano delle persone provando a salvarsi sul mare. “Da qualche parte” “da qualche tempo” è in atto “qualche” guerra. Nel diluvio delle informazioni i casi singoli perdono i loro contorni, sfumano nella nostra memoria e diventano irreali, scompaiono.


L’inondazione di immagini di violenza, stupidità, crudeltà, di discorsi d’odio sono disperatamente controbilanciate da tutte le “good news” ma queste ultime non sono in condizione di dissipare la dolorosa impressione, difficile anche da verbalizzare, che qualcosa nel mondo è sbagliato. Questa sensazione, una volta appannaggio unicamente di poeti nevrotici, è diventata oggi un’epidemia di imprecisione, una forma d’ansia che si sta propagando ovunque.


La letteratura è una delle poche discipline che provano a tenerci ancorati alla concretezza del mondo, perché di sua stessa natura è sempre “psicologica”, dato che si concentra sulle ragioni e motivazioni interne dei personaggi, ne svela le esperienze altrimenti inaccessibili a un’altra persona, invoglia il lettore a interpretare psicologicamente i loro comportamenti. Solo la letteratura è in gradi di farci entrare tanto in profondità nella vita di un’altra persona, capire le sue ragioni, condividere i suoi sentimenti, vivere il suo destino.


Una storia descrive sempre orbite intorno a un senso. Anche se non lo manifesta apertamente, anche quando programmaticamente si astiene dalla ricerca di senso e si concentra sulla forma, sulla sperimentazione, quando compie un atto di ribellione e ricerca nuove forme di espressione. Anche leggendo una storia scritta nella maniera più behavioristica e scarna non possiamo fare a meno di domandarci: “Perché sta succedendo questo?” “Che significa?” “Qual è il senso?” “Dove ci porta?” Può anche darsi che la nostra mente si sia evoluta verso la storia come processo di conferimento di senso ai milioni di stimoli che ci circondano e che anche durante il sonno essa continui incessantemente a tessere le sue narrazioni. Il racconto è quindi un modo di organizzare nel tempo una quantità infinita di informazioni, stabilendo i loro rapporti col presente, il passato e il futuro, di scoprire le loro regolarità e inquadrarle nelle categorie di causa ed effetto. A questo lavoro prendono parte sia l’intelletto che le emozioni.


Nulla di strano quindi nel fatto che una delle primissime scoperte del racconto sia stato il fato, il quale sia pure apparendo sempre terrorizzante e inumano ha portato nella realtà ordine e stabilità.






4.
Signore e signori,

la donna della foto, mia madre, che aveva nostalgia di me sebbene io non ci fossi ancora, qualche anno dopo cominciò a leggermi le favole.

In una di esse, scritta da H.C. Andersen, una teiera buttata nell’immondizia si lamentava di quanto crudelmente fosse stata trattata dagli uomini, che se ne erano liberati quando aveva perso un manico. E dire che avrebbe potuto essere ancora tanto utile, se gli uomini non fossero stati tanto esigenti e perfezionisti! Alla teiera si univano altri oggetti rotti, che raccontavano storie davvero epiche della loro piccola vita di cose.

Da bambina ascoltavo questa fiaba con le guance arrossate e le lacrime agli occhi, perché credevo fermamente che anche le cose avessero i loro problemi, sentimenti e anche una sorta di vita sociale, del tutto paragonabile alla nostra di persone. I piatti nella credenza potevano parlare fra loro, le posate nel cassetto avevano formato qualcosa come una famiglia. Allo stesso modo gli animali erano esseri misteriosi, intelligenti e autoconsapevoli coi quali avevamo da sempre legami di vicinanza spirituale e di profonda somiglianza. Ma anche i fiumi, le foreste, finanche le strade avevano la loro identità, erano esseri viventi che mappavano il nostro paesaggio e costruivano un senso di appartenenza, un segreto Raumgeist. Vivo era anche il paesaggio che ci circondava, e il sole e la luna e tutti i corpi celesti. Tutto il mondo visibile e invisibile.


Quand’è che cominciai a dubitare di tutto questo? Cerco nella mia vita un momento in cui come per il girare di un solo interruttore tutto è diventato diverso, meno sfumato, più semplice. Il sussurro del mondo si è interrotto, sostituito dai rumori della città, i ronzii dei computer, il rombo degli aerei che ci volano sopra la testa e lo sfiancante rumore bianco degli oceani di informazione.


A un certo punto della nostra vita cominciamo a vedere il mondo a frammenti, tutto separato, in pezzi distanti fra loro come galassie e la realtà nella quale viviamo ci conferma in questa sensazione: i dottori ci curano in base alla specializzazione, le tasse non hanno rapporto con la spalatura dalla neve della strada che percorriamo per andare al lavoro, il pranzo non ha nulla a che fare con un enorme allevamento industrializzato né la nuova camicetta con una polverosa fabbrica da qualche parte in Asia. Tutto è separato da tutto il resto, vive separatamente, senza legami.


Per renderci la vita più facile da sopportare ci danno numeri, identificatori, tessere, rozze identità di plastica che provano a ridurci all’uso di una qualche piccola parte di quel tutto che abbiamo già cessato di percepire.


Il mondo sta morendo e noi neanche ce ne accorgiamo. Non ci accorgiamo che il mondo è diventato un ammasso di fatti ed eventi, uno spazio morto nel quale ci muoviamo persi e solitari, mossi dalle decisioni di qualcun altro, resi schiavi da un fato incomprensibile, con la sensazione di essere pedine di grandi forze storiche o del caso. La nostra spiritualità scompare oppure diventa superficiale e ritualistica. Oppure semplicemente stiamo diventando seguaci di forze elementari – fisiche, sociali ed economiche – che ci muovono come se fossimo zombie. E in un tale mondo siamo veramente zombie. Per questo ho nostalgia di quell’altro mondo, quello della teiera.




5.
Per tutta la vita sono stata affascinata dai sistemi di mutue interazioni e influenze di cui spesso non siamo consapevoli e scopriamo per caso, come sorprendenti coincidenze o convergenze del destino: tutti quei ponti, viti, saldature e giunzioni che ho seguito in “Bieguni”. Mi affascina associare i fatti, trovare ordine. Alla base – ne sono convinta – la mente dello scrittore è una mente sintetica che ostinatamente raccoglie tutti i pezzettini e tenta di formare con essi una nuova universale totalità.


Come scrivere, come strutturare il proprio racconto in modo da metterlo in grado di sorreggere questa grande forma a costellazione del mondo?


Sono ovviamente consapevole che non è possibile tornare a quel tipo di narrazione sul mondo che conosciamo attraverso i miti, le fiabe e le leggende, e che – passando di bocca in bocca – manteneva il mondo in esistenza. Oggi questa narrazione dovrebbe essere molto più multidimensionale e complessa: d'altra parte sappiamo effettivamente molto di più, conosciamo incredibili connessioni fra cose apparentemente lontanissime.


Guardiamo bene un certo momento della storia del mondo.


È il 3 agosto 1492, quando da un molo del porto di Palos in Spagna sta per staccarsi una piccola caravella chiamata “Santa Maria”. La comanda Cristoforo Colombo. Il sole splende, ci sono ancora marinai che fanno avanti e indietro sul molo e i facchini del porto caricano sulla nave gli ultimi sacchi di provviste. Fa caldo ma un leggero venticello da ovest evita di svenire alle famiglie dei marinai convenutesi per i saluti. I gabbiani passeggiano solennemente lungo la rampa di carico, osservando da vicino le attività degli uomini.


Questo momento che vediamo attraverso il tempo ha portato alla morte di 56 dei circa 60 milioni di nativi americani. Essi costituivano all'epoca circa il 10 per cento dell'intera popolazione terrestre. Gli europei inconsapevolmente recavano con loro omaggi letali: malattie e batteri ai quali i nativi americani non erano immunizzati. A questo si aggiunsero poi spietate uccisioni e riduzioni in schiavitù. La strage durò anni e cambiò la natura della terra. Lì dove un tempo crescevano fagioli e mais, patate e pomodori, in campi irrigati con tecniche estremamente raffinate, tornò la vegetazione selvaggia. Quasi sessanta milioni di ettari di terra coltivata nel corso degli anni si trasformarono in giungla.


La vegetazione, rigenerandosi, consumò enormi quantità di biossido di carbonio, indebolendo così l'effetto serra e questo a sua volta diminuì la temperatura sulla Terra.


È questa una delle tante ipotesi scientifiche che tentano di spiegare l'insorgere della piccola era glaciale in Europa, che alla fine del XVI secolo sperimentò un durevole raffreddamento del clima.


La piccola era glaciale cambiò l'economia europea. Nel corso dei decenni successivi i lunghi e gelidi inverni, le estati fresche e le piogge intense fecero diminuire la produttività delle forme tradizionali di agricoltura. In Europa occidentale le piccole fattorie a conduzione familiare che producevano alimenti per uso proprio diventarono inefficienti. Arrivarono ondate di carestia e la necessità di specializzare la produzione. Inghilterra e Olanda, maggiormente colpite dal raffreddamento, non potendo legare le proprie economie all'agricoltura cominciarono a sviluppare commercio e industria. La minaccia delle tempeste portò gli olandesi al prosciugamento dei polder e alla conversione di terreni paludosi e di basse zone marine in terreni coltivabili. Lo spostamento verso sud delle rotte percorse dai merluzzi, catastrofico per la Scandinavia, si rivelò vantaggioso per Inghilterra e Olanda: grazie ad esso questi stati cominciarono a porre le basi della loro potenza marittima e commerciale. Il sensibile abbassamento delle temperature toccò in maniera particolarmente intensa gli Stati scandinavi. Si interruppero i contatti con la verde Groenlandia e con l'Islanda, i rigidi inverni ridussero i raccolti e si successero anni di fame e carestia. La Svezia cominciò quindi a rivolgere sguardi carichi di cupidigia verso sud, cominciando una guerra con la Polonia (specialmente perché il mar Baltico era gelato e quindi permetteva la marcia di un esercito) e impegnandosi nella guerra dei trent'anni.


Gli sforzi degli scienziati volti a comprendere meglio la nostra realtà mostrano quest’ultima come un sistema mutuamente coerente e densamente collegato di influenze. Non è più solo il celebre “effetto farfalla”, che come sappiamo consiste nel fatto che minime variazioni nelle condizioni iniziali di un dato processo possano nel futuro portare a colossali e imprevedibili risultati, ma soprattutto l’infinità quantità di farfalle e delle loro ali costantemente in movimento. Una potente onda di vita che viaggia attraverso il tempo.


La scoperta dell’effetto farfalla conclude a mio avviso l’epoca della fede indiscussa degli uomini nella loro efficacia e capacità di controllo e nello stesso tempo della loro supremazia sul mondo. Non toglie all’uomo il suo ruolo di costruttore, conquistatore e inventore ma rende evidente che la realtà è molto più complessa di quanto l’umanità abbia mai potuto supporre. E che siamo null’altro che una piccola parte di questi processi.


Tutti noi, uomini, piante, animali, cose, collocati in un unico spazio governato dalle leggi fisiche. Questo spazio comune ha la sua forma e le leggi fisiche scolpiscono in essa una innumerevole quantità di forme incessantemente connesse le une alle altre. Il nostro apparato cardiocircolatorio ricorda i sistemi di sbocco dei fiumi, la struttura di una foglia è simile a quella dei sistemi di trasporto, il moto delle galassie alle traiettorie dell’acqua nelle nostre lavatrici. Lo sviluppo delle società ricorda le colonie di batteri. Micro e macroscala mostrano un infinito sistema di somiglianze. La nostra parola, il nostro pensiero, le nostre opere non sono qualcosa di astratto e scollegato dal mondo, ma piuttosto la continuazione a un altro livello dei suoi incessanti processi di cambiamento.






6.
Continuo a chiedermi se oggi è possibile trovare le fondamenta di una nuova narrativa che sia universale, totalizzante, radicata nella natura, piena di contesti e al tempo stesso comprensibile.


E’ possibile una narrativa che – uscita dalla prigione non comunicativa del proprio io – riveli una gamma più ampia di realtà e mostri le reciproche connessioni? Una narrativa in grado di tenersi a distanza dal consumato, ovvio e banale centro delle opinioni comunemente condivise e capace di guardare a questioni “ex-centriche”, fuori dal centro?


Mi fa piacere che la letteratura abbia miracolosamente preservato per sé il diritto a tutte le stravaganze, alla fantasmagoria, alla provocazione, al grottesco e alla follia. Ho desiderio di punti di vista collocati in alto, di prospettive ampie il cui contesto superi di gran lunga quanto ci saremmo potuti aspettare. Sogno una lingua che sia capace di esprimere anche l’intuizione più oscura, metafore che trascendano le differenze culturali e infine un genere che sia ampio e trasgressivo ma allo stesso tempo adorato dai lettori.


Sogno anche un nuovo tipo di narratore, “in quarta persona”, il che ovviamente non è solo un costrutto grammaticale: un narratore in grado di racchiudere in sé le prospettive di ognuno dei personaggi così come di trascendere il loro orizzonte, che veda di più e più ampiamente e che sia capace di ignorare il tempo. E sì, l’esistenza di un tale narratore è possibile.


Vi siete mai chiesti chi è quel miracoloso raccontatore di storie che nella Bibbia proclama a gran voce “In principio era il Verbo?” Quello che descrive la creazione del mondo e il suo primo giorno, quando il caos fu diviso dall’ordine? Quello che segue il serial della creazione del mondo? Quello che conosce i pensieri di Dio, conosce i suoi dubbi e senza che le mani gli tremino mette su carta l’incredibile frase: “E Dio conobbe che ciò era bene”. Chi è costui che sa quali erano i giudizi di Dio?


Lasciando da parte ogni dubbio di natura teologica possiamo riguardare questa figura di misterioso, tenero narratore come miracolosa e significativa. È un punto di vista, una prospettiva da cui si vede tutto. Vedere tutto significa riconoscere la verità definitiva della connessione reciproca di tutte le cose in un tutto, anche laddove questi legami non ci sono ancora noti. Vedere tutto significa anche assumere un tipo di responsabilità completamente diversa nei confronti del mondo, visto che diventa evidente che ogni gesto “qui” è legata ad un gesto “lì”, che una decisione presa in una parte del mondo provoca effetti in un'altra sua parte, che il discrimine fra “mio” e “tuo” comincia ad essere labile.


Bisognerebbe quindi raccontare onestamente in modo da mettere in movimento nella mente del lettore l'idea del tutto, la capacità di unire frammenti in un unico disegno, di scoprire nei dettagli degli eventi intere costellazioni. Raccontare storie in maniera da rendere chiaro che tutto e tutti sono immersi in un unico disegno condiviso che ad ogni giro del pianeta scrupolosamente produciamo nelle nostre menti.


La letteratura ha il potere di realizzarlo. Dovremmo abbandonare le semplicistiche categorie di letteratura alta e bassa, popolare e di nicchia, non prendere troppo sul serio la divisione in generi. Rinunciare all'espressione “letterature nazionali”, ben sapendo che il cosmo della letteratura è uno, una sorta di idea di unus mundus, una realtà psicologica condivisa nella quale si unificano le nostre esperienze umane. Autore e Lettore hanno ruoli ugualmente importanti, il primo in quanto impegnato nella creazione, il secondo in quanto compie un'incessante interpretazione.


Forse dovremmo avere fiducia nel frammento, dato che i frammenti creano una costellazione capace di raccontare di più e in modo più complesso, multidimensionalmente. Le nostre storie potrebbero riferirsi l'una all'altra in infiniti modi, e i loro protagonisti entrare in relazione fra loro.


Ritengo che ci aspetti una ridefinizione di ciò che oggi intendiamo per realismo, e una ricerca di ciò che ci consenta di superare le barriere del nostro ego e di penetrare attraverso quello schermo di vetro attraverso cui vediamo il mondo: oggi infatti il bisogno di realtà viene soddisfatto attraverso i media, i social network, le relazioni dirette da Internet. Forse quello che inevitabilmente ci aspetta è una sorta di neosurrealismo, punti di vista riorganizzati che non temano di misurarsi col paradosso e vadano contro la corrente del semplice ordine causa-effetto. E in effetti la nostra realtà è già divenuta surreale. E sono anche sicura che molte storie andranno raccontate in contesti intellettuali nuovi, ispirati dalle nuove teorie scientifiche. Ma ugualmente importante mi sembra il costante ricorso al mito e al complesso dell'immaginario umano. Questo ritorno alle compatte strutture della mitologia potrebbe portare con sé una qualche sensazione di stabilità in questa indeterminatezza nella quale ci troviamo a vivere. Sono convinta che i miti siano gli elementi costitutivi della nostra psiche e non è possibile ignorarli, tuttalpiù essere inconsapevoli del loro influsso.


Senza dubbio fra non molto verrà fuori un genio che riuscirà a costruire una narrativa completamente nuova, oggi inimmaginabile, nella quale troverà posto tutto quanto è importante. Questo modo di raccontare di sicuro ci trasformerà: abbandoneremo le vecchie, asfissianti prospettive e ci apriremo a nuove, che già esistevano da sempre da qualche parte ma alle quali noi eravamo ciechi.


Nel Doktor Faustus Thomas Mann scrisse di un compositore che aveva inventato un nuovo genere di musica totale che era in grado di cambiare il pensiero umano. Mann però non descrisse in cosa consistesse questa musica, si limitò a creare un'immagine di come avrebbe potuto risuonare. Forse è proprio in questo che consiste il ruolo dell'artista: dare un assaggio di cosa potrebbe esistere e in questo modo renderlo immaginabile. Ed essere immaginato è il primo stadio dell'esistere.






7.
Io scrivo fiction, ma non è mai solo pura immaginazione. Quando scrivo devo sentire tutto dentro me stessa. Devo farmi attraversare da tutti gli esseri, da tutti gli oggetti presenti nel libro, da tutto ciò che è umano e da ciò che non lo è, da tutto ciò che è vivo e da tutto ciò cui è stata negata la vita. Ogni cosa, ogni persona devo osservarla da vicino, con la massima attenzione, impersonarla in me, personalizzarla.


È appunto in questo processo che faccio ricorso alla tenerezza: la tenerezza è infatti l'arte di impersonare, di trovare un sentire comune e quindi l'arte dell'incessante ricerca di somiglianze.


La creazione di una storia è un infinito dare la vita, donare l'esistenza a tutti quei frammenti di mondo che sono le esperienze umane, le situazioni vissute, i ricordi. La tenerezza personalizza tutto ciò a cui si rivolge, consente di dargli voce, spazio e tempo per esistere. È la tenerezza a far sì che la teiera cominci a parlare.


La tenerezza è il più umile genere di amore. È quel genere di amore che non compare nelle scritture sacre e nei vangeli, nessuno giura in suo nome, nessuno la menziona. Non ha i suoi emblemi o i suoi simboli, non conduce al delitto o alla gelosia.


Si manifesta laddove con attenzione e concentrazione guardiamo a un altro essere, a ciò che non è “io”.


La tenerezza è spontanea e disinteressata, va molto oltre l'empatico co-sentire. È piuttosto una consapevole sia pure malinconica condivisione di destino. La tenerezza è la profonda preoccupazione per un altro essere, per la sua fragilità, la sua irripetibilità, il suo non essere immune alla sofferenza e al passare del tempo.


La tenerezza percepisce i legami fra di noi, le somiglianze, le identità. È quel modo di guardare che mostra il mondo come vivo, vivente, interconnesso, collaborante e mutuamente dipendente.


La letteratura è basata sulla tenerezza verso qualunque essere altro da noi. È questo il meccanismo fondamentale della narrazione. Grazie a questo strumento meraviglioso, il mezzo più sofisticato della comunicazione umana, la nostra esperienza viaggia nel tempo e raggiunge quelli che non sono ancora nati ma un giorno si volgeranno a quello che abbiamo scritto, a quello che abbiamo raccontato di noi stessi e del nostro mondo.


Non ho idea di come sarà la loro vita, di chi saranno. Spesso penso a loro con sentimenti di colpa e di vergogna.


La crisi climatica e politica dalla quale oggi stiamo cercando di uscire e che cerchiamo di contrastare, salvando il mondo, non si è generata dal nulla.


Spesso dimentichiamo che non è il risultato di un destino avverso o traditore, ma il risultato di alcune azioni estremamente specifiche e di decisioni economiche, politiche e di visione del mondo (comprese quelle religiose). L'avidità, la mancanza di rispetto per la natura, l'egoismo, la mancanza di immaginazione, l'incessante rivalità e la mancanza di responsabilità hanno ridotto il mondo a livello di un oggetto che si può tagliare a pezzi, usare e distruggere.


Per questo credo di dover raccontare come se il mondo fosse un'entità viva, incessantemente formantesi sotto i nostri occhi e noi una sua al tempo stesso piccola e potente parte.


© THE NOBEL FOUNDATION 2019





sabato 8 settembre 2018

Esercizi di traduzione dal polacco, 7

Quello che segue potrebbe essere un editoriale apparso su un giornale o una rivista dei nostri giorni. Proprio di questi giorni, di oggi o al massimo di un paio di mesi fa.
E invece è apparso sulla rivista "Kultura" (il periodico culturale dei polacchi fuoriusciti dalla Repubblica Popolare, pubblicato dapprima a Roma e poi a Parigi) più di trent'anni fa a firma Sławomir Mrożek. Lascio al mio inclito pubblico il compito di trarre le conclusioni da questa circostanza, e vi lascio in compagnia della scrittura sempre affilatissima del Nostro.



SALUTI DA PARTE DI



Ciao, sono io, il vostro immortale, eterno, universale Cretino.
Sono stato ovunque, ci sono stato sempre. Ma solo adesso sto davvero bene, sono sotto protezione e il mio futuro si prospetta più roseo di qualunque altro futuro nel passato: è finalmente giunto il tempo di due assiomi grazie ai quali mi sento meglio di quanto sia mai stato.
Innanzitutto, è stato stabilito con certezza che io non esisto. Così come il diavolo, mi sento splendidamente dentro questa mia proclamata inesistenza. Si sa che il diavolo (che peraltro è mio cugino) solo di rado e malvolentieri si presenta nella sua vera forma; è un campione di mimetismo e sa bene il perchè: la credenza universale che non esiste gli dà la massima libertà d'azione. 
La faccenda con me funziona esattamente allo stesso modo. Continuate a essere certi che io non ci sono, ragazzi miei, e io me la sfango alla grande.
Che io non esista non l'hanno proclamato direttamente, ma per me poco cambia. Che io non esista è derivato da considerazioni altamente nobili e da fini superiori, nessuno mi aveva messo in conto, ma per me è ancora meglio così. La mia inesistenza è un prodotto collaterale, un effetto indesiderato - così come in medicina nuove e molto interessanti manifestazioni della sifilide sono un effetto imprevisto e indesiderato dell'aver debellato la sifilide tradizionale, della  resistenza che i batteri sviluppano ai nuovi farmaci. Anche l'ecologia è piena di esempi di questo genere. Detta in breve, quando hanno proclamato che tutti gli uomini sono uguali, ne è derivato che nessuno è più stupido di un altro. Quindi è stato giocoforza ammettere, in nome dell'uguaglianza, che tutti sono ugualmente stupidi oppure ugualmente intelligenti. Questa scelta non è davvero tale, visto che entrambe le alternative sono insensate allo stesso modo. Ciononostante, in nome dell'amor proprio collettivo, è stata scelta la seconda delle due.
Il secondo assioma che giova alla mia salute è la convinzione che l'ideologia (questa o un'altra verrebbe da dire, ma non si può perché si tratta sempre di quell'ideologia che uno sceglie come propria) garantisce ipso facto l'intelligenza di chi la sceglie. E tutte queste ideologie sono raggruppate in due distinti mucchi (1) , chiamati "di sinistra" e "di destra".
Al giorno d'oggi non si può più aprire il giornale, ascoltare la radio, ascoltare e guardare quello che dice e mostra la televisione, né tantomeno parlare con qualcuno, neanche con sé stessi, senza che tutto, davvero tutto, venga etichettato come "di sinistra" o "di destra". Nessuno chiede più se qualcosa è stupido o intelligente, onesto o disonesto, alto o basso, piccolo o grande, aperto o chiuso, rado o denso, molle o duro, rotondo o quadrato, secco o umido, se è fangoso, se è dritto, storto, se profuma, puzza, se sta fermo, cammina, è vivo, è morto, parla, grida, tace, se è velenoso, saporito, se viene da un uccello, da un rettile, da un animale da pelliccia. Dio mio, queste domande potrebbero moltiplicarsi all'infinito visto che infinitamente ricco è il nostro mondo. Invece no, esiste una sola domanda, "progressista o reazionario", "di destra o di sinistra". 
Questo impoverimento, questo appiattimento, questa desertificazione, questa morte dell'intelligenza e della sensibilità umane si sono compiute dapprima dove già l'ideologia impera e poi si sono propagate nel resto del mondo e ovunque avanzano, gradatamente ma velocemente. Il signor Mrożek non legge più la stampa polacca perchè già da lungo tempo la conosce a memoria. Legge ancora l'"International Herald Tribune" ma sempre più malvolentieri, perchè già molto di quello che trova in quel giornale potrebbe citarlo prima ancora di cominciare a leggere. Molto e sempre di più, perciò per lui è sempre più noioso. 
E a me, Grande Cretino, tutto questo va a meraviglia. Chi più si interessa, chi più si preoccupa di me, chi più mi perseguita se l'unica cosa importante è "di destra" o "di sinistra"? Si parla ancora del Grande Inquisitore, lui ancora va un po' di moda, ma sul Grande Cretino silenzio assoluto. Me la spasso ovunque ne abbia voglia, per me "sinistra" o "destra" sono ugualmente buone, purchè trovi una qualunque occasione in una qualunque delle due zone. A volte queste occasioni sono di più qua, a volte là: questo dipende dall'epoca storica, cioè da quale parte è il potere. E per questo non è neanche necessario che sia potere nella sua forma più pura, potere politico: va bene anche lì dov'è la moda: del resto i legami fra moda e potere sono nascosti ma indubbi. Lì dov'è la moda si raccolgono più numerosi i miei discendenti, i miei figli, i miei piccoli cretini, formando un forte gruppo. E preparano sabba, banchetti e rituali nei quali mi manifesto io, il Grande Cretino, in tutta la mia maestà. Sono orge davvero belle. 
I piccoli cretini, i miei bambini adorati, mi rendono tanti servizi. E' noto - vedi l'assioma numero uno - che nessuno è più stupido di un altro. Perciò quando un piccolo cretino qualunque, in una delle innumerevoli discussioni che hanno luogo senza sosta, afferma che di notte è chiaro e di giorno è buio bisogna - perchè non si può fare altrimenti - mettersi a discutere con lui e dimostrare che è di notte che è scuro e di giorno è chiaro. In questo modo quelli che avrebbero qualcosa di più e di più interessante da dire si logorano in queste discussioni, facendo per di più la figura dei fessi perchè chiunque si metta a dimostrare che di notte è buio e di giorno chiaro deve giocoforza fare la figura del fesso. Invece il piccolo cretino che ha iniziato la discussione non fa affatto la figura del fesso, al contrario, il suo è "un pensiero originale", "un'idea interessante". Ovviamente sarebbe molto più semplice dirgli "Stai zitto, piccolo cretino!" ma questo non si può fare a nessun costo perchè sarebbe "una mancanza di rispetto per la personalità umana". 
Sì, gli assiomi numero uno e numero due sono per me una gran bella cosa. Ma vi svelo il segreto più importante della mia potenza: io non sono un essere materiale, sono un'essenza. Sono come l'etere, come un ectoplasma, come l'energia. Per questo posso passare attraverso i muri e entrare nei cervelli, non c'è barriera che mi possa resistere. Scorro, mi infiltro, divento solido, evaporo a mio piacimento. Le condizioni storiche possono essermi più o meno favorevoli ma per mia natura io sono al di là della storia e della sociologia, in ultima analisi indipendente da loro.
Giustamente una volta il signor Mrożek ha osservato che "non c'è nessuno tanto intelligente che almeno una volta non abbia pensato, si sia espresso, si sia comportato in maniera stupida. E non c'è nessuno tanto stupido che almeno una volta non abbia pensato, si sia espresso, si sia comportato in maniera intelligente". Bravo, signor Mrożek, bravo. E tu chi sei, signor Mrożek, che ne pensi, eh? Ecco, appunto, signor Mrożek: per questo e per ogni eventualità è meglio che tu adesso, subito, all'istante, la smetta di scrivere.

(da "Kultura", 4/1985)

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(1): qui Mrożek usa un gioco di parole intraducibile in italiano: "dwie osobne kupy" significa sia "due mucchi distinti" che "due merde differenti".

mercoledì 16 agosto 2017

Esercizi di traduzione dal polacco, 6

Quella di Kornel Filipowicz (1913-1990) è una figura oggi quasi dimenticata (o almeno non ricordata come meriterebbe) anche in Polonia. Maestro assoluto del racconto breve, ma anche sceneggiatore e poeta, Filipowicz viene tuttalpiù ricordato per essere stato per decenni il compagno di vita di Wislawa Szymborska. Eppure è un autore di una modernità, di una pregnanza espressiva, di un nitore stilistico abbacinanti. Le sue raccolte di racconti sono di difficile reperibilità anche in Polonia, sicché a un'intera generazione di lettori è stato di fatto precluso l'accesso ad alcune delle gemme più preziose della letteratura polacca del XX secolo. A questo stato di cose ha posto (sia pur parzialmente) rimedio un'antologia curata da Justyna Sobolewska che è apparsa quest'anno per i tipi dell'editore Znak di Cracovia. Da questa raccolta ("Moja  kochana, dumna prowincja", "Mia cara, orgogliosa provincia") è tratto il folgorante racconto che vi propongo qui di seguito. 


La farfalla rara


Era una tranquilla e soleggiata mattina d'autunno. Non c'era vento, ma quando aprii la porta e le finestre l'aria fredda che proveniva dalla zona in ombra della casa cominciò a fluire nell'appartamento. Le finestre della mia camera davano a sud, il sole scaldava, nella stanza era tiepido. Presi in mano un libro qualunque, aspettando che l'aria fresca riempisse tutto l'appartamento prima di chiudere porta e finestre e mettermi al lavoro. Sollevai gli occhi dal libro, guardando davanti a me senza pensare. Stando così vedevo tutto pur senza vedere nulla; né del resto avevo bisogno di vedere nulla, visto che da molti anni nella mia stanza non era cambiato praticamente niente: i mobili e gli oggetti non si erano spostati neanche di un centimetro, nulla fra essi era stato tolto, molto poco era stato aggiunto.
Ed ecco che improvvisamente, in un angolo del tavolo vuoto, a una distanza di un metro, un metro e mezzo al massimo, mi accorsi di una presenza viva, una presenza che non vedevo da tantissimo tempo e forse mai così da vicino. Era un podalirio.
Quando mezzo secolo prima questa farfalla straordinaria ed estremamente rara era apparsa  nel mio campo visivo avevo provato  un sentimento la cui forza non era paragonabile a nulla. Quella visione mi aveva semplicemente tolto il respiro. Ah, quanto avrei desiderato possederla: pescarla col retino, vederla dibattersi nella rete, tenerla in mano e poi - ovviamente - addormentarla col cloroformio, dispiegare le sue belle ali sul tavolino, infilzarla con uno spillo, averla nella mia collezione! Potermela riguardare a piacimento! Desideravo così tanto prenderla che quando per un solo secondo si posava su un fiore, su un sasso, su un filo d'erba, in quegli istanti tutto il resto cessava di esistere. Non c'erano più il tempo, il mondo, la mia casa, la famiglia, la scuola. Niente. Io stesso dimenticavo di esistere. 
Ed ecco adesso, in una mattinata dell'inizio di ottobre del 1975, questa farfalla straordinaria era volata da molto lontano fino a me e mi si era posata vicino, a una distanza non più grande del mio braccio disteso. Non avevo nessun dubbio che fosse proprio lui: era lui, il viandante, il viaggiatore instancabile dal volo veloce ed efficace come il volo di un uccello. Non era nessuna di quelle fragili, ordinarie farfalle con le quali il vento gioca come con le foglie che cadono dagli alberi, nessuna di quelle creature deboli e sciocche che non ricordando da dove vengono non desiderano tornare da nessuna parte: vivono dell'istante e del luogo nel quale il caso li ha fatti trovare. Lui, il podalirio, affrontava lunghi viaggi ma sapeva dove era diretto e perché. Volava di solito a grandi altezze, ma qualche volta, obbedendo forse a un ricordo o a un ordine, o forse solo per riposarsi e ristorarsi, interrompeva il suo volo, chiudeva le ali e lentamente, volteggiando con dolcezza, si fermava sul fiore bianco, dal profumo stordente, del sambuco selvaggio, su un cespuglio di pruno, sulla riva umida di un ruscello o ai margini di un sentiero arido come quello che stavo percorrendo io. In quegli istanti ce l'avevo a portata di vista, ma rapidamente lui si riscuoteva e volava via. La sua fretta impaziente testimoniava del fatto che non si trattava di una farfalla qualunque, ma di una staffetta segreta che recava con sé gli ordini di qualcuno o qualcosa di grande: Dio, il sole, forse un re. Era attento, all'erta e sul chi vive: ma non per vigliaccheria, era consapevole che il segreto che gli era stato affidato non poteva cadere in mani estranee. All'epoca, quando avevo dieci o forse dodici anni, non potevo sapere che dandogli la caccia e privandolo della libertà e della vita, avrei potuto provocare l'interruzione di qualche importante anello della catena che lega insieme le cose e le vicende di questo mondo: le colline, le valli, le pietre, i fiori, il cielo, la terra, l'aria, l'acqua, la notte e il giorno. O forse qualcosa vagamente intuivo, solo che il mio desiderio di possesso era più forte della paura che potesse succedere qualcosa di male. A quel tempo si sarebbe potuto rovesciare tutto il mondo, si sarebbero potuti seccare i fiumi e appassire tutti i fiori, purché io avessi quella farfalla così rara e così bella!
Ed ecco, quella farfalla ora ce l'avevo tanto vicino a me, dentro la mia stanza. Si muoveva, costeggiando lentamente il bordo del tavolo, chiudendo e riaprendo le sue meravigliose ali. Il loro tessuto era della più alta qualità, la freschezza dei colori non aveva paragoni. Il taglio era impeccabile, l'eleganza immacolata. La finitura dei dettagli era talmente curata da dare l'idea che il podalirio fosse destinato a durare in eterno. La farfalla chiuse le ali, per un istante si spense lo stupefacente splendore dei suoi colori, e si abbassò la tensione dei contrasti fra i gialli, i neri, i blu, i rossi, Adesso sembrava grigia e scialba. Di certo era stanco del lungo viaggio. Riposava. Anch'io sedevo immobile e la guardavo, andò avanti così a lungo. Avrei potuto se solo l'avessi voluto fare in qualunque momento un passo in direzione della finestra, chiuderla, catturare la farfalla: sarebbe bastato indovinare la direzione del suo movimento. E allora perché non mi muovevo, perché non chiudevo la finestra? Perché? Cinquant'anni prima l'avrei fatto all'istante. E adesso più a lungo durava la mia immobilità meno probabilità avevo. E sapevo perfettamente che qualcosa di simile non mi sarebbe ricapitato di nuovo, che era un miracolo che non si sarebbe ripetuto. La farfalla mosse le ali, le aprì e di nuovo ne vidi i dorati, vellutati interni coperti da un mosaico di macchie nere allungate e decorati di picchiettature rosse e celesti simili a pietre preziose. Di nuovo vidi la sua perfetta interezza, terminata da due punte simili a code di rondine, che sembravano parlare e dire: ecco una conclusione di una forma che non potrebbe essere diversa perché sarebbe peggiore. Di nuovo potei ammirare la sua leggerezza, la sua eleganza, la sua grazia, la sua forza. E ciò che non si può rendere a parole: la particolarità, l'eccezionalità di questa forma di vita come fenomeno.
Il podalirio non volò via. Aprendo e chiudendo le ali passeggiava lentamente sulle sue bianche, pelose zampette sul legno del tavolo. Non era ancora troppo tardi per catturarlo, era l'ultimo minuto, era l'ultima cortissima frazione di minuto in cui ancora avrei potuto farlo. Ma non lo feci. Perché in verità io ero ancora la stessa persona che cinquant'anni prima aveva provato a catturare questa straordinaria farfalla, ma il mio sentire era differente, aveva una qualità diversa. Ero ancora abbastanza il ragazzino che vede molto bene e le cui esperienze sono sempre molto intense; ma ormai ero anche uno che non fa nulla per entrare in possesso di ciò che ammira. Perché ero vecchio e anche i miei più forti sentimenti erano limitati da ciò che era destinato a sopravvivermi, da un grande disinteresse ed indifferenza. E tuttavia mi sentivo un po' triste, e questo sentimento aveva un sapore fastidioso, spinoso, amaro, come se mi dispiacesse per qualcuno che dentro di me non c'era più. Sebbene guardassi ancora la farfalla, sebbene apprezzassi la sua bellezza e la sua straordinarietà, non emanava più da essa quella fascinazione stregonesca che allora mi avvolgeva tutto in un cattivo, crudele desiderio che richiedeva un'immediata soddisfazione. Mentre ancora lo osservavo e pensavo a lui, il podalirio inaspettatamente (anche se in realtà me l'aspettavo) prese il volo, descrisse un arco nell'aria e scomparve. Scomparve, cessò di esistere, come svanisce improvvisamente un pensiero, come si dissolve un'immagine, come si estingue un suono. Rimase l'angolo vuoto del tavolo. I muri. La porta. Le finestre.

sabato 23 gennaio 2016

Esercizi di traduzione dal polacco, 5

Classe 1972, Maciej Sieńczyk (che vedete ritratto (?) qui a fianco) è noto in Polonia soprattutto come disegnatore e autore di comic novels. Ma la rubrica "Mój kącik" ("Il mio angolino") che tiene sul periodico culturale online Dwutygodnik.com rivela una penna che è perfettamente a suo agio con le parole oltre che coi segni grafici. Un esempio è questo racconto, a metà fra Kafka e Achille Campanile, in cui grazie a Sieńczyk  abbiamo la conferma che la burocrazia non conosce - ahimè - confini.







In trappola

di Maciej Sieńczyk


È curioso come quel giorno mi sia rimasto impresso nella memoria come particolarmente lieto. Finiva proprio allora una lunga sequenza di giorni di pioggia e dei forti temporali sembravano promettere un miglioramento. Una gentile ragazza mandata da una certa galleria d'arte era venuta da me a prendere cinque miei disegni che dovevano essere esposti in Slovacchia; nella circostanza mi diede da firmare il contratto. 
Il giorno dopo mi arrivò una mail dalla galleria: non volevano i disegni che aveva preso la ragazza ma degli altri e bisognava cambiarli. Non ci vidi nulla di male, io stesso mi ero meravigliato che avessero scelto proprio i meno riusciti. Nel frattempo era arrivato il contratto dalla Slovacchia e quando la ragazza venne di nuovo da me lo firmai in sua presenza. Ricordo che scherzammo sul fatto che io non conosco lo slovacco e chissà cosa stavo firmando. Passò qualche giorno. Contrariamente alle attese il tempo non era migliorato e faceva di nuovo freddo. Mi arrivò una mail dalla Slovacchia: era necessaria un'aggiunta al contratto. Sarei dovuto andare all'ufficio del Fisco, prendere e compilare un certificato e mandarlo in Slovacchia. Senza il certificato la trattenuta sul compenso che mi corrispondevano per il prestito dei disegni sarebbe stata del 35%, e col certificato solo il 5%.  Il compenso non era gran cosa, sicché mi dimenticai completamente della faccenda. Qualche giorno dopo suonò il telefono: una signora chiamava dalla Slovacchia e diceva qualcosa in inglese. Risposi che scrivessero una mail.

Qualche tempo dopo incontrai il postino che mi diede una lettera dalla Slovacchia. All'interno c'era - di nuovo - il contratto. Probabilmente per via di qualche dimenticanza o incomprensione il precedente non era mai arrivato in Slovacchia. "Mai" - pensai scuotendo la testa con un sorriso - "ho firmato così tanti documenti come per questa faccenduola insignificante". Ristampai di nuovo tutte le pagine, firmai e rimandai indietro. Nel frattempo mi aspettava una mail dalla Slovacchia. Chiedevano del certificato. Risposi che mi trattenessero pure il 35%, perchè non mi andava di girare per uffici pubblici. L'indomani mi risposero che era nel mio interesse pagare il 5% invece del 35. Risposi che il giorno dopo sarei andato a chiedere il certificato.

Questi furono gli ultimi momenti di chiarezza del mio pensiero, il seguito riesco a ricostruirlo solo con enorme difficoltà. Ricordo che andai all'ufficio del Fisco vicino a dove abitavo all'epoca e cercai lo sportello dove, mi sembrava, consegnavano a vista quei certificati. Dietro lo sportello c'era un nonnetto. Avevo scaricato da internet il modulo, l'avevo stampato e riempito e lo diedi al nonnetto. Appoggiato al tavolino e guardando da tutt'altra parte aspettavo che - corredato del timbro - mi ritornasse in mano. Invece di questo, udii una voce gracidante che mi diceva: "Che roba mi sta dando?" "Il certificato" - risposi, completamente immerso nei miei pensieri - "perchè mi serve il timbro dell'ufficio del Fisco". "Che certificato?" - rispose il nonnetto. "Non so, non me ne intendo. L'ho trovato su internet, l'ho stampato e adesso glielo sto dando". "Cioè, devo sapere io cosa le serve?", chiese. Tornato completamente coi piedi per terra e già leggermente infastidito dall'aggressività del nonnetto chiesi allora cosa dovevo fare per ottenere un certificato valido. "Deve compilare una richiesta". "Che richiesta?", domandai stupito. "Cioè, devo sapere io quale richiesta? Scriva che vuole ottenere il certificato". "Non ho fogli di carta con me. Posso scrivere la domanda sul retro del certificato che avevo portato?" "Eccole un foglio di carta bianca". Scrissi che richiedevo il rilascio del certificato etc. etc. Il nonnetto disse "Sono 17 zloty di diritti di rilascio". Tirai fuori il denaro ma il nonnetto rispose: "Io non prendo soldi. Deve pagare sul conto dell'ufficio del Fisco". Chiesi dove fosse la cassa, per pagare immediatamente. Il nonnetto rispose che non c'era nessuna cassa. Poi dopo un po' di esitazione aggiunse di andare in comune, pagare lì e tornare con la ricevuta. Andai in comune e ritornai. Il nonnetto prese la domanda, la lesse, chiese di aggiungere qualcosa e alla fine soggiunse: "Torni fra una settimana per il ritiro". Chiesi com'era possibile che al giorno d'oggi un controllo di dati e l'apposizione di un timbro fossero faccende tanto complicate. Rispose: "In futuro dovrebbe cambiare qualcosa. Ma non per il momento".

Trascorse una settimana. Una mattina dalla cornetta del telefono sentii una voce tremolante: era il nonnetto. "Sono arrabbiato con lei perchè non mi ha detto che era residente a Lublin. Qui mi hanno rimproverato di aver accettato la sua domanda, mentre lei doveva rivolgersi presso il suo luogo di residenza. Ma va bene così: ho mandato la sua domanda a Lublin, chiami pure loro". Mi dispiacque per il nonnetto, di sicuro i suoi colleghi più giovani lo avevano non poco sfottuto; ma nello stesso tempo ero arrabbiato con lui perchè faceva tanto sciattamente il suo lavoro: avrebbe dovuto verificare i dati al momento, e non venirmi a rompere la testa adesso. 

Dopo qualche giorno telefonai all'ufficio del Fisco di Lublin, col presentimento che il certificato si allontanava da me a mò di un messaggero cieco in una notte tempestosa che cavalcava all'indietro un cavallo spinto dagli speroni. L'impiegata mi rispose che la collega che si occupava di quei certificati quel giorno era assente, e che richiamassi l'indomani. Telefonai quindi il giorno seguente: dopo una serie infinita di collegamenti con persone sempre diverse, mi fermai infine in una sorta di terra di mezzo servita da una donnetta. La donnetta cominciò a chiedermi dove avevo la sede. Risposi che la mia sede era sia a Varsavia che a Lublin e che facevo la spola fra le due città. Ma che nella domanda avevo già specificato la mia residenza e il posto in cui pagavo le tasse. "Non si tratta di questo" - replicò. "Dov'è che abita per più tempo, dov'è la sua sede? Dov'è che paga l'affitto, la luce, il gas?" Risposi che pagavo affitto, luce e gas in entrambe le città. "Davvero, mi è difficile stabilire con esattezza dove ho la sede", aggiunsi, sperando che una risposta formulata in questo modo potesse soddisfarla. La donnetta mi chiese nome, cognome e PESEL (l'equivalente polacco del codice fiscale, ndt)  che le compitai faticosamente lettera per lettera, al che lei rispose seccamente: "Qui non è arrivata nessuna richiesta".  Sentii il terrore lentamente diffondersi nelle mie dita. Avevo già sentito diverse storie su varie istituzioni, ma le avevo sempre ascoltate malvolentieri o le avevo attribuite alla nostra inguaribile tendenza a lamentarci. A volte avevo addirittura riso alle spalle degli infelici che raccontavano in pubblico simili esperienze. E ora eccomi lì, io stesso con un sorriso ebete in faccia, immerso in un tino pieno di sego che andava rapprendendosi. Per staccare la spina, andai a letto e mi addormentai. Il giorno dopo richiamai il nonnetto per chiedergli se davvero aveva spedito la mia domanda. Mi rispose una donna che mi disse che il nonnetto non c'era e che richiamassi il giorno dopo. L'indomani mi svegliò il telefono: era una donna dall'ufficio del fisco di Varsavia. Disse che chiamava per il certificato e mi passò il nonnetto. Sentii un po' di fruscio e poi una debole voce ormai a me ben nota. Il nonnetto mi ripetè quello che mi aveva già detto, cioè che aveva mandato tutto a Lublin e che da quel momento avrei dovuto chiamare lì. Non ancora del tutto sveglio, risposi che il giorno prima avevo appunto chiamato lì e mi avevano detto che non era arrivato nulla. "No beh" - rispose con voce tanto impotente quanto gentile - "bisogna aspettare. Dovrà aspettare".

Mi girai sul fianco e caddi nel dormiveglia Il sogno non era ancora terminato, quando fui svegliato di nuovo dal telefono. "Da dove mi sta chiamando?" chiesi, strappato di nuovo al sonno, "da quale ufficio?" Da una inaudita lontananza mi arrivò la risposta che dall'ufficio del Fisco, dopodichè la donna cominciò a parlare velocemente e confusamente. "Sì, ma dall'ufficio di Varsavia o da Lublin?" domandai, forse un po' troppo rudemente. Venne fuori che era Lublin. Era appena arrivata la mia domanda proveniente dall'ufficio di Varsavia. La donna cominciò a farmi le domande standard su dove avevo la sede. Poi aggiunse che il modulo era incompleto, perchè alla domanda bisognava aggiungere altri due non so bene quali documenti e che il meglio era che li richiedessi personalmente. Risposi che il signore che aveva accettato la mia domanda non mi aveva detto nulla di ulteriori documenti. Ma ormai non me ne fregava più nulla. Dissi che avevo intenzione di ritirare la domanda, visto che ormai era fin troppo tempo che aspettavo il certificato. Aggiunsi che tutto doveva concludersi con reciproca soddisfazione, visto che io avevo pagato e loro in cambio dovevano limitarsi a fermare l'emissione del certificato. Ma la donnetta si ostinò, disse che per ritirare una domanda non bastava dirlo. Lo disse con enfasi, forse anche con fierezza. Aggiunse che se quella era la mia intenzione dovevo inoltrare un'altra domanda con la richiesta di annullare l'emissione del certificato e sarebbe stato meglio che l'avessi scritta subito e mandata con raccomandata prioritaria, altrimenti mi sarebbe arrivata una richiesta di chiarimenti e sarei dovuto andare a presentarmi personalmente. "Posso essere sicura" - chiese - "che scriverà la domanda di annullamento"? Risposi che al momento lavoravo, ma appena avessi finito avrei scritto la domanda e l'avrei impostata. "Ma la manderà in giornata, così mi arriverà domani?" Mi curvai sotto quella voce gentile e risposi che l'avrei spedita immediatamente. Imprecando mi tirai su dal letto, scrissi la domanda e andai in posta a spedirla. Incapace di liberarmi di quel febbrile stato d'animo, corsi anche all'ufficio del comune e pagai 200 zloty in tasse immobiliari.
Due settimane dopo ricevetti una telefonata da mia madre: aveva ricevuto una lettera dall'ufficio del Fisco con la conferma che avevo inoltrato una domanda per ottenere il certificato. Le chiarii brevemente la questione, e le dissi che avevo già mandato un'altra domanda che probabilmente avrebbe annullato la domanda precedente. Tre giorni dopo verso le otto del mattino mi chiamò la signora dell'ufficio del Fisco. Voleva accertarsi che avessi effettivamente inviato la domanda per annullare l'emissione del certificato. Mi sembra di aver risposto di sì.

Dalla visita della ragazza dei cinque disegni erano passate tre settimane. Nonostante i miei quarantatre anni sono ormai un uomo ingrigito e tremante, che manda intorno sguardi supplichevoli con occhi acquosi. Ad ogni istante potrebbero chiamare per il certificato, quindi scrivo queste righe di fretta, ranicchiato in un angolo del letto. Del tutto inaspettatamente, da questa esperienza ho imparato a gioire delle piccole cose. Passeggio per la città e sorrido alle coppiette e ai bambini che si affrettano verso la scuola. Loro vedono un signore ingobbito che a volte si ferma o siede su una panchina e dà da mangiare briciole di pane ai piccioni. Ogni tanto ripenso al nonnetto. Forse una volta era un uomo normale, poi è impazzito, si è identificato con l'ufficio del Fisco e adesso ci lavora gratis e illegalmente. Sentendo delle tante cose orribili che succedono al mondo, dei bombardamenti, delle decapitazioni, mi rallegro che la sorte si sia rivelata tanto clemente con questo angolino di mondo. E che nonostante le difficoltà di cui è lastricata l'esistenza quotidiana nulla sia in grado di arrestare il flusso della vita.
  

domenica 13 settembre 2015

Esercizi di traduzione dal polacco, 4

Un ricordo d'infanzia come tanti si trasforma, nella prosa acuminata di Sławomir Mrożek, in una riflessione sulla verità e sull'inganno. Il testo è tratto da "Osservazioni personali" (Uwagi osobiste, Warszawa, Noir sur Blanc, 2007)


Il latte


Cracovia, Planty. Fotografia di B. Maliszewska
A Cracovia, non lontano dal parco Planty, c'era una mescita di bevande analcoliche. Fra i tavolini di marmo, su piattini e tovaglioli, si serviva del delizioso latte. Freddo d'estate e - di sicuro - caldo d'inverno. Probabilmente anche altre bevande: cioccolata calda, kakao, limonata: ma di questo non ho la certezza perchè ci andai una volta sola, in estate, e bevvi solo latte. Mi ci accompagnò mia madre, avevo non meno di otto anni e non più di dieci: non meno di otto perchè imparai a leggere (e scrivere) all'età di sette anni e ricordo che riuscii a leggere da solo la scritta che campeggiava all'esterno della mescita: LATTE FRESCO. Non potevo avere comunque più di dieci anni perchè quando avevo dieci anni cominciarono la guerra e l'occupazione tedesca e in posti come quello - ahimé - non ci si andava più.
L'annuncio LATTE FRESCO mi inquietava: non era difatti scritto con la vernice o con lo smalto, ma inciso nella pietra sulla facciata dell'edificio, come avevo visto da qualche parte sui basamenti dei monumenti di granito. La cosa mi sembrava illogica. "E che succede" - pensavo - "se il rifornimento del latte arriva in ritardo, o si verifica qualche altra circostanza imprevedibile e il latte arriva non più fresco? O addirittura inacidito? In quel caso la scritta che è fissa continuerà a ripetere LATTE FRESCO. Ma solo il sostantivo LATTE sarà la verità, mentre l'aggettivo FRESCO diventerà una bugia".
Non sapevo ancora che proprio allora e proprio in quel modo la mia infanzia cominciava a finire.
Forse avevo imparato a leggere troppo presto.


giovedì 15 maggio 2014

Esercizi di traduzione dal polacco, 3


Dichiararsi pacifista riempiendo un modulo nell'Italia di Scalfaro, come feci io nel 1994, è un affare tutto sommato semplice. Farlo nella Polonia del generale Jaruzelski, e farlo disertando dopo aver rubato un carro armato, è una faccenda un po' più spessa. Eppure Andrzej Stasiuk, l'autore di questo testo apparso l'anno scorso sul quindicinale online Dwutygodnik, non soltanto l'ha fatto ma è anche sopravvissuto all'esperienza e all'anno e mezzo di prigione che ne è seguito. Stasiuk è senza dubbio uno degli scrittori polacchi più interessanti della sua generazione (è nato nel 1960) e ha portato nella letteratura polacca i temi dell'irrequietezza esistenziale, della fuga, della vita da drop-out. La sua opera è collocabile  in un crocevia ideale fra Hemingway, Kerouac e Bukowsky, ma come tutti i narratori di gran classe Stasiuk è in grado di ammaliare col puro atto di raccontare una storia. 

In Italia sono stati tradotti ed editi da Bompiani i romanzi "Biały kruk" ("Corvo bianco", 1995), "Dukla" (Il mondo dietro Dukla", 1996) e "Dziewięć" ("Il cielo sopra Varsavia", 1999). 

In questo testo Stasiuk parla e racconta da par suo il suo rapporto con uno dei vizi oggi più socialmente stigmatizzati. Se finita la lettura entrerete da un tabaccaio non prendetevela con me. 



FUMARE

di Andrzej Stasiuk

Oggi è l'ultimo dell'anno, sono quindi otto anni che non fumo. Otto anni fa mi svegliai dopo un paio di ore di sonno da ubriaco, era Capodanno, mi tornò in mente quello che avevo fatto e cominciò uno dei peggiori giorni della mia vita. Tutti quelli che erano intorno a me provavano a  rimettersi in sesto: chi beveva barszcz, chi un brodino; qualcuno più coraggioso beveva le ultime gocce di una birra trovata sotto un mucchio dimenticato di bottiglie di champagne, qualcuno era uscito sul balcone a fumare. Io guardavo a tutto questo, guardavo gli amici e tutto mi sembrava estraneo. Né gli amici né quel pigro mezzogiorno appartenevano al mio mondo. Tutto il mio mondo era un'unica domanda: mai più?

Ho fumato per 29 anni, con due pause da un mese quando in galera finii in isolamento, dove è proibito fumare. Quindi all'incirca ho fumato per 29 anni senza soste. Di notte non fumavo, anche se ho conosciuto persone che si svegliavano più di una volta apposta per fumare. Anche in galera. Forse ho anche ammirato la costanza della loro volontà, la loro insopprimibile passione. Perchè fumare è una passione. I salutisti e gli allevatori di bestiame umano in salute possono anche raccontare le loro favolette, ma fumare è un sentimento. Fumare è amore. 

Ho fumato regolarmente a partire dell'autunno del 1974. Ma ci avevo già provato prima. La prima volta? Avevo sei, forse sette anni. Non lontano dalla nostra casa a Choszczówka alcuni operai riparavano la linea elettrica. Uno di loro con l'aiuto di rampini speciali si era arrampicato su un palo di legno. Era estate, l'aria odorava del creosoto dell'impregnante e del fumo azzurro di tabacco, perchè il tizio che si era arrampicato ovviamente fumava. Io me ne stavo in basso ad osservare il suo lavoro misterioso lì in alto. Ad un tratto cadde un mozzicone. Mi guardai intorno per assicurarmi che nessuno mi stesse osservando e immediatamente lo raccolsi e cominciai a tirare. Tirare in un certo qual modo mi veniva spontaneo. Ovviamente cominciai a soffocare, a tossire come un dannato e non è detto che per un istante non abbia perso i sensi. Eppure quel riflesso, quella prontezza istantanea nel raccogliere il frutto proibito lasciava presagire il meglio per la mia futura dipendenza.

La vita ci manda dei segnali, ma per fortuna non siamo in grado di decodificarli. Li decodifichiamo col tempo, e solo allora, quando è troppo tardi, possiamo apprezzare il fatto che la nostra vita abbia contenuto qualche briciola di senso.

La prima marca che cominciai a comprare con regolarità furono le Arberia. Avevano il pacchetto bianco con un cerchio arancione nel mezzo e una lettera "A" scritta dentro il cerchio. Per quanto ne so, nessuno sano di mente fumava quelle sigarette. Io in ogni caso non conoscevo nessuno, e non ho mai visto quelle sigarette in mano a nessun altro. Nè le ho mai annusate in giro: perchè quelle sigarette puzzavano in maniera eccezionale. Non mi tradirono comunque mai, perchè fumavo da solo, al buio, durante le passeggiate serali. La nebbia autunnale assorbiva il loro aroma. Venivano dall'Albania. Sapevo dove cercare quel Paese sulla cartina geografica e nulla di più: sarebbe potuto altrettanto verosimilmente essere situato in Africa. Per questo il terribile odore delle Arberie era per me un odore esotico. L'odore di un porto lontano.

Avevo 14 anni e qualcuno doveva pur vendermi quelle sigarette. Ricordo il leggero tremito quando mi avvicinavo alla finestrella del chiosco tenendo in mano i soldi, per l'esattezza 12 zloty. Un po' come un truffatore, un po' come un ladruncolo. Articolavo la formula "Arberia, per favore" e le Arberia invariabilmente si materializzavano sopra lo strato dei giornali. Forse erano talmente esotiche che i venditori avevano difficoltà a collegarle con qualcosa di proibito a un ragazzino. O forse ero l'unico cliente che chiedeva quella porcheria a base di tabacco e solo grazie a me potevano liberarsene. La faccenda dovette durare per un po', perchè all'epoca un pacchetto mi bastava 3-4 giorni.

Qualche tempo dopo nei chioschi apparsero le Gauloises. 
Edward Gierek era un francofilo e introdusse gli autobus francesi Berliet e le sigarette francesi. Le sigarette erano care. Costavano ventiquattro zloty. Per quelle all'epoca più care, le Marlboro, bisognava sborsarne ventotto. Il pacchetto blu aveva forma quadrata. Le sigarette avevano lo spessore del dito mignolo di un uomo. Io sceglievo sempre la versione senza filtro. Il tabacco era quasi nero. La prima la accesi ad una fermata, in attesa dell'autobus. Quando arrivò ebbi difficoltà ad arrivare alle porte. Sentivo come il sangue distribuiva il veleno e avevo tutto il corpo percorso da un dolce brivido. Nessun altra sigaretta aveva una simile botta. Quella prima, alle sette e un quarto, in un nebbioso mattino suburbano, funzionò come una droga. Il pacchetto mi durava qualche giorno. Nell'altra tasca avevo le Ekstra mocne, anche quelle senza filtro. Avevano una fascetta gialla, mentre quelle col filtro ce l'avevano arancione. Sei zloty e quaranta groszy. Per qualche motivo ho sempre voluto fumare quanto più forte possibile. Consideravo con vero disprezzo quelli che fumavano col filtro. Qualche volta ci ho provato pure io, dopo due o tre tiri il filtro si otturava per sempre e non si poteva andare avanti. Inalavo profondamente, come se ogni tiro dovesse essere l'ultimo. Il veleno era fatto per essere assorbito, non per difendersene tramite il filtro. Il filtro mi sembrava un'ipocrisia. Estasi col filtro, euforia col filtro, morte col filtro: cose del tutto insensate. Fumare del resto era qualcosa del genere sfida ed eroismo. Aprivo gli occhi e cercavo la sigaretta, consapevole che la maggioranza delle persone, dotata di buon senso, faceva prima colazione o almeno beveva un bicchiere di latte. Invece io e i miei confratelli di questo nero ordine contemplativo, ancora sdraiati e riguardando a stento il giorno in arrivo, ci immettevamo veleno nelle arterie per seguire con piacere il modo in cui - come un ago caldo - percorreva le vene.

Sì. Il fumo. Un lieve appannarsi dei contorni delle cose. In ogni situazione ci si poteva disimpegnare accendendo. Fumare significava dominare la situazione. Fumare come conferma della propria esistenza. Eppure qualcosa di leggermente prestabilito, perchè fumare è un gioco. Fumare è prima di tutto gesto, teatro, rappresentazione. Una precisa forma rituale ripiena di un ricco contenuto. Una pantomima identica a sé stessa in tutto il mondo. Comunanza. Religione. Ti trovi dall'altra parte della sfera terrestre, offri a qualcuno una sigaretta e immediatamente è tutto chiaro. Umanità. I non fumatori sono come gli animali: non sanno come comportarsi su un terreno sconosciuto. Come gli atei alla messa.

E comunque più spesso di tutto fumavo le Sport, e in seguito le Popularne. Le più economiche e le più semplici. Non si distinguevano in niente. Venti pezzi piuttosto imballati che impacchettati in una carta grigia con delle scritte scure. Chiudo gli occhi e sospiro: memoria, lavora! - forse tre zloty e quaranta. In ogni caso il pacchetto piccolo da dieci, negli anni '70, costava uno zloty e settantacinque groszy. Costituiva una causa di incessanti lamentele contro la tendenza al ladrocinio dello stato comunista, visto che i pezzi da cinque groszy non c'erano e bisognava pagarlo uno zloty e ottanta. Le Sport, e poi le Popularne. Una confezione schifosa, un tabacco nero pieno di resti di gambi e di costolature delle foglie, un pacchetto che era una vera antitesi al marketing. Un puro levarsi la fame. La semplicità assoluta. Sui tram e sugli autobus l'odore degli uomini che tornavano dal primo turno. Odore di età adulta, di mascolinità, di proletariato. Nei treni suburbani si poteva fumare. Sedevano in tre, tiravano fuori le carte e su di loro si librava una nuvola di fumo grigio. Passava il conduttore, gliene offrivano, ne prendeva una insieme a due zloty e metteva tutto nel taschino. Gli autisti fumavano sugli autobus. A volte saliva qualcuno che a sua volta fumava. Io ero seduto da qualche parte più indietro e aspettavo che mi arrivasse quell'odore azzurro.

Nessuno credeva che facesse male. E anche se qualcuno ci credeva, la cosa non gli dava fastidio. Le persone semplicemente erano in accordo con le cose dannose e c'era in questo una certa grandezza. Non riesco a ricordare che qualcuno a quei tempi smettesse di fumare. Al contrario, chiunque poteva cominciava. Fumavamo due sigarette insieme, per vedere com'era. Fumavamo tenendo il mozzicone per la punta di uno spillo, per verificare se era possibile fumare fino in fondo, in maniera che non rimanesse nulla. Sono salito sul Giewont fumando (nomen omen: informo i più giovani che una volta esistevano sigarette con questo nome alpestre, di sapore e qualità micidiali) e penso di non essere stato il solo. Quando ero nell'esercito i fumatori avevano diritto a una pausa sigaretta durante le esercitazioni. I non fumatori no. In quel lasso di tempo loro correvano o scavavano buche. Così era giusto. Più di uno per questo motivo cominciò a fumare. Altri facevano flessioni o esercizi alla sbarra senza togliersi la sigaretta dalla bocca: inspirazione, espirazione, inspirazione, espirazione, inspirazione, espirazione...

Rituali segreti, piccole routine: provocare facendo leva col dito la rottura del pacchetto grigio e staccare la carta uniformemente in modo che sulla parte destra dell'etichettina fiscale si creasse un quadratino, dal quale venivano fuori sette cerchietti quasi neri contornati dalla linea sottile della confezione. Staccare l'etichettina e aprire il pacchetto per tutta la sua larghezza sarebbe sembrata una barbarie. Oppure: estrarre la sigaretta e ruotarla fra due dita, fra il pollice e l'indice, per sciogliere un po' il tabacco fortemente compresso. Questo delicato battesimo, che non si sentiva ma si percepiva col tatto attraverso la pelle, faceva sì che sulle labbra si cominciasse già a sentire il sapore del fumo, e che l'immaginazione potesse promettere come l'aroma catramoso passasse con maggiore facilità attraverso i fili d'erba così sciolti. Accendere. Spegnere. Accendini. Posacenere. Fiammiferi. 

E tutto questo è passato. Ho smesso di fumare l'ultimo giorno dell'anno di otto anni fa. Cominciò il nuovo anno e i tre mesi più pesanti della mia vita. Attraversai la strada col rosso direttamente davanti a un furgoncino che si stava avvicinando. Il tizio per fortuna aveva la corsia di sinistra libera e riuscì ad evitarmi. Mi bloccò la strada, salto giù, mi si avvicinò e - più stupito che arrabbiato - mi chiese: "Cosa stava facendo?" Risposi: "Chiedo scusa. Ho smesso di fumare". Sospirò, scosse la testa e se ne andò. Una settimana dopo slittai con l'auto e andai contro la barriera di un ponte. Mentre l'auto ruotava intorno al proprio asse,  ingovernabile nella neve umida nella mente mi si faceva strada un pensiero: subito dopo l'urto esco e tranquillamente me ne accendo una. Ma non l'accesi, anche perchè non avevo sigarette. Del resto non ho più acceso. Pensavo che insieme alla dipendenza mi fossi autoamputato un pezzo di personalità, perchè fumare era per me come respirare, era per me la stessa vita. Pensavo che non avrei più scritto nulla di sensato. E proprio in quel periodo dovevo scrivere una piéce teatrale, per una cifra niente male e entro un termine fissato. Cosa fa in questi casi un tossico? Scaccia il diavolo con l'aiuto di Belzebù. Scrivevo e bevevo. Scrivevo e mi scolavo durante le ore serali in cui scrivevo tre bottiglie di vino rosso. Mai prima mi era capitato di scrivere e bere contemporaneamente. E neanche dopo mi è più capitato. Terminai la piéce. Andai alla prima. Pubblico entusiasta, attori chiamati alla ribalta decine di volte. Di nuovo mi capito di pensare: magari una Marlboro light, come premio. Ma spensi quella voglia come un mozzicone nel posacenere. 

Sapevo di non potere: sono un vero, inguaribile tossico e ci sarei ricaduto. Tempo un paio di settimane e sarei ritornato ai miei tre pacchetti al giorno, ma non alla gioia infantile della dipendenza. Alle gite in montagna con la sigaretta in bocca, al fumare due sigarette insieme. Alle mattine in cui la nicotina faceva in modo che la giornata si presentasse piena di belle promesse. Tutto questo era già finito da un pezzo, prima di quell'ultimo dell'anno. Perchè con la dipendenza funziona così: consegnandoci ad essa noi cerchiamo soltanto le irripetibili gioie degli inizi. Cerchiamo il lampo nero che aveva accompagnato la perdita dell'innocenza. Aumentiamo le dosi perchè quest'esperienza diventa sempre più rara. Con la droga funziona allo stesso modo, funziona allo stesso modo anche con l'alcol. Abbiamo preso qualcosa, abbiamo bevuto qualcosa ed è stato OK. Quindi adesso ne prendiamo il doppio, così sarà due volte OK. Purtroppo non funziona così. Così com'è stato nel passato non sarà mai più. Questo è il segreto della dipendenza, forse della vita in genere. Ci scontriamo sempre col "è stato così" e col "non sarà più così".

Negli ultimi anni fumare era come bere dopo una sbronza: solo per non sentirsi male. La fatica delle mattine, quando dai polmoni saliva alla gola il gusto acre del catrame. La fatica per liberarsi di questo sapore. La fatica di accendersene una, due, tre, finchè l'organismo cominciava finalmente a reagire. Andavo per i Tatra con la sigaretta in bocca. Ora - anche senza sigaretta - ansimavo quando dovevo salire ad un secondo piano. Per quanto strano possa suonare, la sigaretta che una volta apparteneva così tanto alla vita, era quasi la vita stessa,  aveva cominciato ad appartenere alla morte. Sì. So che morirò. Ma è questo forse un motivo per dare alla morte una chance in più?

Ciononostante mi piace quando intorno a me si fuma. Soprattutto se fumano i giovani. Li guardo socchiudere gli occhi e mescolare il fumo con l'aria del mondo. Di mattina, al sole, sul balcone. Ovviamente in questo c'è una certa dose di invidia. Ma c'è anche la soddisfazione di constatare che non tutti si sono fatti intrappolare dall'idea dell'allevamento dell'uomo sano: avere uomini dalla manutenzione sempre più economica, che vivano sempre di più per poter lavorare e consumare sempre di più. Mi piace annusare con discrezione il fumo che rimane nell'aria. Una innocua perversione. Mi avvicino con piacere per sentire l'odore dei vestiti impregnati di catrame e nicotina. Dò sempre da accendere volentieri. Se qualcuno non riesce ad accendere, mi presto sempre volentieri a fargli barriera con le mani. Ma dopo otto anni non sento più il pungolo delle dipendenza. Guardo ai fumatori come se guardassi al mio passato: mi piace ma so che non tornerà.

Eppure ci sono delle volte in cui per un attimo questa nostalgia ritorna.

Per esempio quando mi torna in mente la prima sigaretta comprata in Albania subito dopo essere sbarcato dal traghetto, a Saranda. Si chiamavano Karelia e, come se non bastasse, erano prodotte in Grecia. Scatoletta piatta, antiquata, giallo-marrone, col coperchio. Come una volta le nostre Wawel. Da un certo punto di vista preferisco immaginare che fossero senza filtro. Avevano il gusto aspro, penetrante ed esotico delle Arberia del 1974.

Oppure il primo giorno a Pechino: entrai in un piccolo negozio che vendeva un po' di tutto e improvvisamente vidi decine, forse centinaia di tipi di sigarette che non conoscevo. Decine di  rosse, giallo-rosse, argentate, luccicanti, allegre scatoline. Tutte cinesi. E fui assalito dal nero rimpianto di non poter provare quelle meraviglie, non potermi perdere in quelle centinaia di profumi, sapori e aromi, non poter annegare in quella fiabesca mille e una notte tabagica.

Oppure un paio di giorni fa a Gorlice: nel piccolo edificio a un piano, in mezzo al fruttivendolo e al negozietto un po' equivoco che vende integratori e steroidi è comparsa una nuova insegna: "Tabacco bulgaro, Virginia, Burley". Un tanto al chilo. Sono entrato immediatamente. L'interno era come quello di una celletta monastica. Piccola e vuota. Lungo un muro grigio stavano allineati i sacchi. Dietro il banco sedeva una ragazza dall'aria triste. Sul piano c'era un contenitore e una bilancia. Nel retrobottega un calvo massiccio accostava le foglie ad una tagliatrice. Tutto il trucco consiste nel fatto che le foglie intere si possono vendere senza pagare accise. Al taglio deve provvedere personalmente il cliente dopo l'acquisto.

Ma non volevo parlare della malinconia di quegli interni. Volevo parlare del profumo che riempiva l'ambiente grigio. Dell'aroma che promanava dai sacchi di iuta. Un odore scuro, caldo e un po' amaro. Faceva venire in mente le barche a vela, le loro stive piene di radici, erbe aromatiche, narcotiche tentazioni legate a paesi disegnati da qualche parte sui bordi delle mappe. Il profumo delle barche a vela dell'infanzia. E pazienza se erano bulgare.