giovedì 15 maggio 2014

Esercizi di traduzione dal polacco, 3


Dichiararsi pacifista riempiendo un modulo nell'Italia di Scalfaro, come feci io nel 1994, è un affare tutto sommato semplice. Farlo nella Polonia del generale Jaruzelski, e farlo disertando dopo aver rubato un carro armato, è una faccenda un po' più spessa. Eppure Andrzej Stasiuk, l'autore di questo testo apparso l'anno scorso sul quindicinale online Dwutygodnik, non soltanto l'ha fatto ma è anche sopravvissuto all'esperienza e all'anno e mezzo di prigione che ne è seguito. Stasiuk è senza dubbio uno degli scrittori polacchi più interessanti della sua generazione (è nato nel 1960) e ha portato nella letteratura polacca i temi dell'irrequietezza esistenziale, della fuga, della vita da drop-out. La sua opera è collocabile  in un crocevia ideale fra Hemingway, Kerouac e Bukowsky, ma come tutti i narratori di gran classe Stasiuk è in grado di ammaliare col puro atto di raccontare una storia. 

In Italia sono stati tradotti ed editi da Bompiani i romanzi "Biały kruk" ("Corvo bianco", 1995), "Dukla" (Il mondo dietro Dukla", 1996) e "Dziewięć" ("Il cielo sopra Varsavia", 1999). 

In questo testo Stasiuk parla e racconta da par suo il suo rapporto con uno dei vizi oggi più socialmente stigmatizzati. Se finita la lettura entrerete da un tabaccaio non prendetevela con me. 



FUMARE

di Andrzej Stasiuk

Oggi è l'ultimo dell'anno, sono quindi otto anni che non fumo. Otto anni fa mi svegliai dopo un paio di ore di sonno da ubriaco, era Capodanno, mi tornò in mente quello che avevo fatto e cominciò uno dei peggiori giorni della mia vita. Tutti quelli che erano intorno a me provavano a  rimettersi in sesto: chi beveva barszcz, chi un brodino; qualcuno più coraggioso beveva le ultime gocce di una birra trovata sotto un mucchio dimenticato di bottiglie di champagne, qualcuno era uscito sul balcone a fumare. Io guardavo a tutto questo, guardavo gli amici e tutto mi sembrava estraneo. Né gli amici né quel pigro mezzogiorno appartenevano al mio mondo. Tutto il mio mondo era un'unica domanda: mai più?

Ho fumato per 29 anni, con due pause da un mese quando in galera finii in isolamento, dove è proibito fumare. Quindi all'incirca ho fumato per 29 anni senza soste. Di notte non fumavo, anche se ho conosciuto persone che si svegliavano più di una volta apposta per fumare. Anche in galera. Forse ho anche ammirato la costanza della loro volontà, la loro insopprimibile passione. Perchè fumare è una passione. I salutisti e gli allevatori di bestiame umano in salute possono anche raccontare le loro favolette, ma fumare è un sentimento. Fumare è amore. 

Ho fumato regolarmente a partire dell'autunno del 1974. Ma ci avevo già provato prima. La prima volta? Avevo sei, forse sette anni. Non lontano dalla nostra casa a Choszczówka alcuni operai riparavano la linea elettrica. Uno di loro con l'aiuto di rampini speciali si era arrampicato su un palo di legno. Era estate, l'aria odorava del creosoto dell'impregnante e del fumo azzurro di tabacco, perchè il tizio che si era arrampicato ovviamente fumava. Io me ne stavo in basso ad osservare il suo lavoro misterioso lì in alto. Ad un tratto cadde un mozzicone. Mi guardai intorno per assicurarmi che nessuno mi stesse osservando e immediatamente lo raccolsi e cominciai a tirare. Tirare in un certo qual modo mi veniva spontaneo. Ovviamente cominciai a soffocare, a tossire come un dannato e non è detto che per un istante non abbia perso i sensi. Eppure quel riflesso, quella prontezza istantanea nel raccogliere il frutto proibito lasciava presagire il meglio per la mia futura dipendenza.

La vita ci manda dei segnali, ma per fortuna non siamo in grado di decodificarli. Li decodifichiamo col tempo, e solo allora, quando è troppo tardi, possiamo apprezzare il fatto che la nostra vita abbia contenuto qualche briciola di senso.

La prima marca che cominciai a comprare con regolarità furono le Arberia. Avevano il pacchetto bianco con un cerchio arancione nel mezzo e una lettera "A" scritta dentro il cerchio. Per quanto ne so, nessuno sano di mente fumava quelle sigarette. Io in ogni caso non conoscevo nessuno, e non ho mai visto quelle sigarette in mano a nessun altro. Nè le ho mai annusate in giro: perchè quelle sigarette puzzavano in maniera eccezionale. Non mi tradirono comunque mai, perchè fumavo da solo, al buio, durante le passeggiate serali. La nebbia autunnale assorbiva il loro aroma. Venivano dall'Albania. Sapevo dove cercare quel Paese sulla cartina geografica e nulla di più: sarebbe potuto altrettanto verosimilmente essere situato in Africa. Per questo il terribile odore delle Arberie era per me un odore esotico. L'odore di un porto lontano.

Avevo 14 anni e qualcuno doveva pur vendermi quelle sigarette. Ricordo il leggero tremito quando mi avvicinavo alla finestrella del chiosco tenendo in mano i soldi, per l'esattezza 12 zloty. Un po' come un truffatore, un po' come un ladruncolo. Articolavo la formula "Arberia, per favore" e le Arberia invariabilmente si materializzavano sopra lo strato dei giornali. Forse erano talmente esotiche che i venditori avevano difficoltà a collegarle con qualcosa di proibito a un ragazzino. O forse ero l'unico cliente che chiedeva quella porcheria a base di tabacco e solo grazie a me potevano liberarsene. La faccenda dovette durare per un po', perchè all'epoca un pacchetto mi bastava 3-4 giorni.

Qualche tempo dopo nei chioschi apparsero le Gauloises. 
Edward Gierek era un francofilo e introdusse gli autobus francesi Berliet e le sigarette francesi. Le sigarette erano care. Costavano ventiquattro zloty. Per quelle all'epoca più care, le Marlboro, bisognava sborsarne ventotto. Il pacchetto blu aveva forma quadrata. Le sigarette avevano lo spessore del dito mignolo di un uomo. Io sceglievo sempre la versione senza filtro. Il tabacco era quasi nero. La prima la accesi ad una fermata, in attesa dell'autobus. Quando arrivò ebbi difficoltà ad arrivare alle porte. Sentivo come il sangue distribuiva il veleno e avevo tutto il corpo percorso da un dolce brivido. Nessun altra sigaretta aveva una simile botta. Quella prima, alle sette e un quarto, in un nebbioso mattino suburbano, funzionò come una droga. Il pacchetto mi durava qualche giorno. Nell'altra tasca avevo le Ekstra mocne, anche quelle senza filtro. Avevano una fascetta gialla, mentre quelle col filtro ce l'avevano arancione. Sei zloty e quaranta groszy. Per qualche motivo ho sempre voluto fumare quanto più forte possibile. Consideravo con vero disprezzo quelli che fumavano col filtro. Qualche volta ci ho provato pure io, dopo due o tre tiri il filtro si otturava per sempre e non si poteva andare avanti. Inalavo profondamente, come se ogni tiro dovesse essere l'ultimo. Il veleno era fatto per essere assorbito, non per difendersene tramite il filtro. Il filtro mi sembrava un'ipocrisia. Estasi col filtro, euforia col filtro, morte col filtro: cose del tutto insensate. Fumare del resto era qualcosa del genere sfida ed eroismo. Aprivo gli occhi e cercavo la sigaretta, consapevole che la maggioranza delle persone, dotata di buon senso, faceva prima colazione o almeno beveva un bicchiere di latte. Invece io e i miei confratelli di questo nero ordine contemplativo, ancora sdraiati e riguardando a stento il giorno in arrivo, ci immettevamo veleno nelle arterie per seguire con piacere il modo in cui - come un ago caldo - percorreva le vene.

Sì. Il fumo. Un lieve appannarsi dei contorni delle cose. In ogni situazione ci si poteva disimpegnare accendendo. Fumare significava dominare la situazione. Fumare come conferma della propria esistenza. Eppure qualcosa di leggermente prestabilito, perchè fumare è un gioco. Fumare è prima di tutto gesto, teatro, rappresentazione. Una precisa forma rituale ripiena di un ricco contenuto. Una pantomima identica a sé stessa in tutto il mondo. Comunanza. Religione. Ti trovi dall'altra parte della sfera terrestre, offri a qualcuno una sigaretta e immediatamente è tutto chiaro. Umanità. I non fumatori sono come gli animali: non sanno come comportarsi su un terreno sconosciuto. Come gli atei alla messa.

E comunque più spesso di tutto fumavo le Sport, e in seguito le Popularne. Le più economiche e le più semplici. Non si distinguevano in niente. Venti pezzi piuttosto imballati che impacchettati in una carta grigia con delle scritte scure. Chiudo gli occhi e sospiro: memoria, lavora! - forse tre zloty e quaranta. In ogni caso il pacchetto piccolo da dieci, negli anni '70, costava uno zloty e settantacinque groszy. Costituiva una causa di incessanti lamentele contro la tendenza al ladrocinio dello stato comunista, visto che i pezzi da cinque groszy non c'erano e bisognava pagarlo uno zloty e ottanta. Le Sport, e poi le Popularne. Una confezione schifosa, un tabacco nero pieno di resti di gambi e di costolature delle foglie, un pacchetto che era una vera antitesi al marketing. Un puro levarsi la fame. La semplicità assoluta. Sui tram e sugli autobus l'odore degli uomini che tornavano dal primo turno. Odore di età adulta, di mascolinità, di proletariato. Nei treni suburbani si poteva fumare. Sedevano in tre, tiravano fuori le carte e su di loro si librava una nuvola di fumo grigio. Passava il conduttore, gliene offrivano, ne prendeva una insieme a due zloty e metteva tutto nel taschino. Gli autisti fumavano sugli autobus. A volte saliva qualcuno che a sua volta fumava. Io ero seduto da qualche parte più indietro e aspettavo che mi arrivasse quell'odore azzurro.

Nessuno credeva che facesse male. E anche se qualcuno ci credeva, la cosa non gli dava fastidio. Le persone semplicemente erano in accordo con le cose dannose e c'era in questo una certa grandezza. Non riesco a ricordare che qualcuno a quei tempi smettesse di fumare. Al contrario, chiunque poteva cominciava. Fumavamo due sigarette insieme, per vedere com'era. Fumavamo tenendo il mozzicone per la punta di uno spillo, per verificare se era possibile fumare fino in fondo, in maniera che non rimanesse nulla. Sono salito sul Giewont fumando (nomen omen: informo i più giovani che una volta esistevano sigarette con questo nome alpestre, di sapore e qualità micidiali) e penso di non essere stato il solo. Quando ero nell'esercito i fumatori avevano diritto a una pausa sigaretta durante le esercitazioni. I non fumatori no. In quel lasso di tempo loro correvano o scavavano buche. Così era giusto. Più di uno per questo motivo cominciò a fumare. Altri facevano flessioni o esercizi alla sbarra senza togliersi la sigaretta dalla bocca: inspirazione, espirazione, inspirazione, espirazione, inspirazione, espirazione...

Rituali segreti, piccole routine: provocare facendo leva col dito la rottura del pacchetto grigio e staccare la carta uniformemente in modo che sulla parte destra dell'etichettina fiscale si creasse un quadratino, dal quale venivano fuori sette cerchietti quasi neri contornati dalla linea sottile della confezione. Staccare l'etichettina e aprire il pacchetto per tutta la sua larghezza sarebbe sembrata una barbarie. Oppure: estrarre la sigaretta e ruotarla fra due dita, fra il pollice e l'indice, per sciogliere un po' il tabacco fortemente compresso. Questo delicato battesimo, che non si sentiva ma si percepiva col tatto attraverso la pelle, faceva sì che sulle labbra si cominciasse già a sentire il sapore del fumo, e che l'immaginazione potesse promettere come l'aroma catramoso passasse con maggiore facilità attraverso i fili d'erba così sciolti. Accendere. Spegnere. Accendini. Posacenere. Fiammiferi. 

E tutto questo è passato. Ho smesso di fumare l'ultimo giorno dell'anno di otto anni fa. Cominciò il nuovo anno e i tre mesi più pesanti della mia vita. Attraversai la strada col rosso direttamente davanti a un furgoncino che si stava avvicinando. Il tizio per fortuna aveva la corsia di sinistra libera e riuscì ad evitarmi. Mi bloccò la strada, salto giù, mi si avvicinò e - più stupito che arrabbiato - mi chiese: "Cosa stava facendo?" Risposi: "Chiedo scusa. Ho smesso di fumare". Sospirò, scosse la testa e se ne andò. Una settimana dopo slittai con l'auto e andai contro la barriera di un ponte. Mentre l'auto ruotava intorno al proprio asse,  ingovernabile nella neve umida nella mente mi si faceva strada un pensiero: subito dopo l'urto esco e tranquillamente me ne accendo una. Ma non l'accesi, anche perchè non avevo sigarette. Del resto non ho più acceso. Pensavo che insieme alla dipendenza mi fossi autoamputato un pezzo di personalità, perchè fumare era per me come respirare, era per me la stessa vita. Pensavo che non avrei più scritto nulla di sensato. E proprio in quel periodo dovevo scrivere una piéce teatrale, per una cifra niente male e entro un termine fissato. Cosa fa in questi casi un tossico? Scaccia il diavolo con l'aiuto di Belzebù. Scrivevo e bevevo. Scrivevo e mi scolavo durante le ore serali in cui scrivevo tre bottiglie di vino rosso. Mai prima mi era capitato di scrivere e bere contemporaneamente. E neanche dopo mi è più capitato. Terminai la piéce. Andai alla prima. Pubblico entusiasta, attori chiamati alla ribalta decine di volte. Di nuovo mi capito di pensare: magari una Marlboro light, come premio. Ma spensi quella voglia come un mozzicone nel posacenere. 

Sapevo di non potere: sono un vero, inguaribile tossico e ci sarei ricaduto. Tempo un paio di settimane e sarei ritornato ai miei tre pacchetti al giorno, ma non alla gioia infantile della dipendenza. Alle gite in montagna con la sigaretta in bocca, al fumare due sigarette insieme. Alle mattine in cui la nicotina faceva in modo che la giornata si presentasse piena di belle promesse. Tutto questo era già finito da un pezzo, prima di quell'ultimo dell'anno. Perchè con la dipendenza funziona così: consegnandoci ad essa noi cerchiamo soltanto le irripetibili gioie degli inizi. Cerchiamo il lampo nero che aveva accompagnato la perdita dell'innocenza. Aumentiamo le dosi perchè quest'esperienza diventa sempre più rara. Con la droga funziona allo stesso modo, funziona allo stesso modo anche con l'alcol. Abbiamo preso qualcosa, abbiamo bevuto qualcosa ed è stato OK. Quindi adesso ne prendiamo il doppio, così sarà due volte OK. Purtroppo non funziona così. Così com'è stato nel passato non sarà mai più. Questo è il segreto della dipendenza, forse della vita in genere. Ci scontriamo sempre col "è stato così" e col "non sarà più così".

Negli ultimi anni fumare era come bere dopo una sbronza: solo per non sentirsi male. La fatica delle mattine, quando dai polmoni saliva alla gola il gusto acre del catrame. La fatica per liberarsi di questo sapore. La fatica di accendersene una, due, tre, finchè l'organismo cominciava finalmente a reagire. Andavo per i Tatra con la sigaretta in bocca. Ora - anche senza sigaretta - ansimavo quando dovevo salire ad un secondo piano. Per quanto strano possa suonare, la sigaretta che una volta apparteneva così tanto alla vita, era quasi la vita stessa,  aveva cominciato ad appartenere alla morte. Sì. So che morirò. Ma è questo forse un motivo per dare alla morte una chance in più?

Ciononostante mi piace quando intorno a me si fuma. Soprattutto se fumano i giovani. Li guardo socchiudere gli occhi e mescolare il fumo con l'aria del mondo. Di mattina, al sole, sul balcone. Ovviamente in questo c'è una certa dose di invidia. Ma c'è anche la soddisfazione di constatare che non tutti si sono fatti intrappolare dall'idea dell'allevamento dell'uomo sano: avere uomini dalla manutenzione sempre più economica, che vivano sempre di più per poter lavorare e consumare sempre di più. Mi piace annusare con discrezione il fumo che rimane nell'aria. Una innocua perversione. Mi avvicino con piacere per sentire l'odore dei vestiti impregnati di catrame e nicotina. Dò sempre da accendere volentieri. Se qualcuno non riesce ad accendere, mi presto sempre volentieri a fargli barriera con le mani. Ma dopo otto anni non sento più il pungolo delle dipendenza. Guardo ai fumatori come se guardassi al mio passato: mi piace ma so che non tornerà.

Eppure ci sono delle volte in cui per un attimo questa nostalgia ritorna.

Per esempio quando mi torna in mente la prima sigaretta comprata in Albania subito dopo essere sbarcato dal traghetto, a Saranda. Si chiamavano Karelia e, come se non bastasse, erano prodotte in Grecia. Scatoletta piatta, antiquata, giallo-marrone, col coperchio. Come una volta le nostre Wawel. Da un certo punto di vista preferisco immaginare che fossero senza filtro. Avevano il gusto aspro, penetrante ed esotico delle Arberia del 1974.

Oppure il primo giorno a Pechino: entrai in un piccolo negozio che vendeva un po' di tutto e improvvisamente vidi decine, forse centinaia di tipi di sigarette che non conoscevo. Decine di  rosse, giallo-rosse, argentate, luccicanti, allegre scatoline. Tutte cinesi. E fui assalito dal nero rimpianto di non poter provare quelle meraviglie, non potermi perdere in quelle centinaia di profumi, sapori e aromi, non poter annegare in quella fiabesca mille e una notte tabagica.

Oppure un paio di giorni fa a Gorlice: nel piccolo edificio a un piano, in mezzo al fruttivendolo e al negozietto un po' equivoco che vende integratori e steroidi è comparsa una nuova insegna: "Tabacco bulgaro, Virginia, Burley". Un tanto al chilo. Sono entrato immediatamente. L'interno era come quello di una celletta monastica. Piccola e vuota. Lungo un muro grigio stavano allineati i sacchi. Dietro il banco sedeva una ragazza dall'aria triste. Sul piano c'era un contenitore e una bilancia. Nel retrobottega un calvo massiccio accostava le foglie ad una tagliatrice. Tutto il trucco consiste nel fatto che le foglie intere si possono vendere senza pagare accise. Al taglio deve provvedere personalmente il cliente dopo l'acquisto.

Ma non volevo parlare della malinconia di quegli interni. Volevo parlare del profumo che riempiva l'ambiente grigio. Dell'aroma che promanava dai sacchi di iuta. Un odore scuro, caldo e un po' amaro. Faceva venire in mente le barche a vela, le loro stive piene di radici, erbe aromatiche, narcotiche tentazioni legate a paesi disegnati da qualche parte sui bordi delle mappe. Il profumo delle barche a vela dell'infanzia. E pazienza se erano bulgare.










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