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sabato 26 marzo 2016

Tout Maigret (peut-être), 8 - Un delitto in Olanda

"Le salon était petit. 
Adossé à la porte, le commissaire semblait trop grand pour lui"
Ottavo titolo del grande ciclo maigrettiano, questo Un crime en Hollande fu scritto nel maggio del 1931 e pubblicato da Fayard nel luglio dello stesso anno. Il romanzo è il primo della serie ad essere scritto (e stavo per scrivere girato) nelle location fiamminghe nelle quali Simenon ambienterà anche il successivo La casa dei fiamminghi (1932) e a distanza di qualche anno un trittico di romans durs fra i suoi capolavori assoluti: L'assassino (1937),  L'uomo che guardava passare i treni (1938) e Il borgomastro di Furnes (1939).

Cos'è questo Paese fiammingo agli occhi del belga Simenon? È prima di tutto il regno del nitore assoluto, nitore dell'atmosfera, delle case, dei bar, il nitore dei Van Eyck e dei Bruegel. Lo si capisce fin dalla prima memorabile descrizione della Delfzijl che si para davanti a Maigret appena sceso dal treno: Une petite ville : dix ou quinze rues au plus, pavées de belles briques rouges aussi régulièrement alignées que les carreaux d’une cuisine. Des maisons basses, en briques aussi, ornées d’une profusion de boiseries aux couleurs claires et joyeuses. [...] Il y avait du soleil. Le chef de gare portait une jolie casquette orange dont il salua tout naturellement le voyageur inconnu. Siamo veramente a un passo dalla Vondervattimeittis del Diavolo nella torre di Poe.

A questa pulizia estrema fa da contrappeso una particolare densità dell'aria, un'atmosfera calda, pastosa, intima, con interni spesso di legno solido e scuro ("une atmosphère lourde de soleil et de calme", viene detto a un certo punto). Un'atmosfera che sembra vivere di vita propria, un'atmosfera che in un certo senso è essa stessa un luogo, un personaggio, un attore. E in effetti tutti i libri che ho citato prima possono essere letti come le storie di altrettanti tentativi (tutti destinati in un modo o nell'altro al fallimento) di scuotere questa imperturbabile placidità, di sperimentare la possibilità di un destino meno preordinato.

Come nel precedente romanzo della serie, anche qui la dicotomia fra romanzi del carnefice e romanzi della vittima appare sfumata, dato che entrambe le figure sono delineate con tale partecipazione, con tale commossa pietà che si farebbe fatica a dire se resti maggiormente impresso nella memoria il povero Conrad Popinga (sì, Popinga, come il Kees dell'Uomo che guardava passare i treni) o la persona che ne causerà la morte.

Un romanzo di fallimenti, questo Maigret in Olanda: dal fallimento esistenziale, pagato con la vita, di Popinga; al fallimento della solida, compatta comunità di Delfzijl nel suo tentativo di attribuire il delitto a un marinaio di passaggio e quindi di evitare di fare i conti con un male che proviene dal suo stesso nucleo; al fallimento alla fin fine dello stesso Maigret nello scoprire una verità che nessuno vuole ascoltare, che renderà tutti infelici e che lo costringerà per una volta ad abdicare al suo ruolo di aggiustatore di destini.  

E il bruciante epilogo, l'ultima mezza pagina del romanzo, ha il sapore straniante dell'ultimo tempo della seconda sonata di Chopin, un finale che nega ogni catarsi e in realtà non termina nulla, lasciando più interrogativi di quanti non ne risolva. 
Eppure si finisce questo libro con una strana, obliqua contentezza, tanto veri e vitali sono i personaggi, tanta è la verità con la quale sono raffigurati non solo i protagonisti ma anche tutte le figure di contorno, dal cordiale capostazione col suo assurdo cappello color arancio ai marinai che fumano le loro pipette di argilla lungo i canali di Delfzjil. 


sabato 13 febbraio 2016

Tout Maigret (peut-être), 7 - Il crocevia delle tre vedove

(Da ferencpinter.it)
Scritto nell'aprile del 1931 e pubblicato due mesi dopo chez Fayard, La nuit du carrefour è un romanzo abbastanza singolare. In prima battuta sembrerebbe (riferendoci alla dicotomia cui più di una volta abbiamo accennato in questa serie di post) un classico romanzo del carnefice. dato che della vittima (o meglio: delle vittime) veniamo a conoscere poco più di nome e professione; d'altra parte la figura che viene delineata con maggiore dovizia di dettagli e più approfondito scavo psicologico è quella di un personaggio che in verità carnefice non è.
 
Inoltre, questo romanzo è uno dei pochissimi esempi nell'intero corpus maigrettiano in cui vediamo il nostro eroe pericolosamente vicino a qualcosa che ha tutta l'aria di essere un turbamento erotico.  In effetti è abbastanza curioso che nel delineare la figura di Maigret, Simenon lo abbia doviziosamente  caratterizzato in rapporto a tutta una serie di appetiti (almeno apparentemente) elementari per poi chiudersi in una reticenza pressoché assoluta rispetto a un tema che peraltro non gli era affatto estraneo (per usare un garbato eufemismo) né come scrittore né come uomo. Censura? Autocensura? Non lo sapremo mai. Sta di fatto che per tanti riguardi - dal cibo, alla pipa, dai posti caldi al Calvados  - conosciamo nel dettaglio qualità e quantità di ciò che piace a Maigret; quando giungiamo al capitolo donne, abbiamo una serie di accenni vaghi e spesso di segno negativo: conosciamo donne che lo lasciano indifferente, altre che gli suscitano una tenerezza piuttosto paterna che di altro segno; da questo punto vista, l'unica cosa certa è che Maigret è... il marito della signora Maigret. Ecco, in questo libro ci sono alcuni piccoli sprazzi che illuminano un aspetto della personalità del commissario sul quale sappiamo davvero poco. E si tratta di sprazzi che fanno intravvedere una realtà assai meno ordinariamente borghese (e quindi assai più interessante) di quanto potremmo sospettare.

Ma forse l'aspetto più peculiare di questo romanzo è il virtuosismo davvero incredibile che Simenon mostra nella costruzione dell'atmosfera, o meglio delle atmosfere. Da una parte abbiamo un incrocio su una statale qualunque dell'Ile-de-France, quattro case in mezzo a un nulla fatto di campi e di boschi.  Senza le facilitazioni offerte dai bistrot e dai negozi di Parigi, senza le suggestioni dell'acqua del mare o dei canali, Simenon riesce a caratterizzare questo non-luogo in maniera addirittura cinematografica: e non è un caso se praticamente subito dopo l'uscita del libro, un regista del calibro di Jean Renoir ne trasse un film di una pregnanza visiva assoluta. E poi - in contrasto con la scala di grigi del paesaggio circostante - c'è la casa degli Andersen, di questo stranissimo gruppo di famiglia in un interno in cui nulla è ciò che sembra e si respira un clima quasi da serra.

In conclusione: uno dei più atipici romanzi di tutto il ciclo, col plot giallo che arriva quasi a recedere sullo sfondo per fare posto a una storia di intrighi, di passioni e di avidità degna del miglior Balzac. Non possiamo non rimanere ammirati di fronte alla folle prodigalità dell'invenzione simenoniana, che in un giallo profonde una quantità di spunti e di temi che sarebbero tranquillamente bastati per tre romanzi durs. 



mercoledì 19 agosto 2015

Tout Maigret (peut-être), 6 - Il cane giallo

Per me una delle più belle (as usual da ferencpinter.it)
Scritto nel marzo del 1931 e pubblicato nell'aprile dello stesso anno, questo Le chien jaune (tradotto in italiano coi titoli di Maigret il cane giallo o semplicemente Il cane giallo) è un romanzo che allo stesso tempo conferma e smentisce alcune delle linee di tendenza che avevamo cominciato a delineare nelle puntate precedenti.

La conferma più importante riguarda il modo tutto simenoniano di tratteggiare gli uomini di mare, come il Léon (!) Le Guérec di questo romanzo: un uomo in cui tutto, dalla forza alla dimensione di mani e piedi, dall'ira alla capacità di sopportazione è enorme, possente, smisurato. E questo suo essere fuori scala e fuori misura è reso vieppiù evidente dal contrasto con la piccolezza, la debolezza, la mediocrità dei notabili di Concarneau, la cittadina bretone in cui Maigret si trova distaccato per riorganizzare la locale brigata criminale (e in cui Simenon qualche anno più tardi ambienterà uno dei suoi più bei "romanzi-romanzi", Les demoiselles de Concarneau).

Due mondi, quello di Le Guérec e quello degli avventori abituali del bar dell'Hotel de l'Amiral, incompatibili e sembrerebbe incommensurabili anche fisicamente, due mondi il cui incontro innescherà le vicende che poi toccherà a Maigret portare alla luce.

Un'altra conferma la troviamo nel modus operandi di Maigret, nel suo rifiuto (apparente) di dedurre, finanche di pensare, questa filosofia quasi zen dell'abbandono passivo alle forze che scaturiscono dalle atmosfere dei luoghi e dalle fisionomie delle persone. E' una teorizzazione che in questo romanzo diventa quasi didascalica per la presenza a fianco di Maigret di un giovane ispettore via via più perplesso e sconsolato circa i metodi (o meglio: la mancanza di qualunque metodo) del suo capo. Una mancanza di qualunque metodo che qui è enunciata programmaticamente:

Autrement dit, j’ai pris l’enquête à l’envers, ce qui ne m’empêchera peut-être pas de prendre la prochaine à l’endroit… Question d’atmosphère… Question de têtes… Quand je suis arrivé ici, je suis tombé sur une tête qui m’a séduit et je ne l’ai plus lâchée…
Ma oltre alle conferme c'è in questo romanzo almeno un elemento che lo differenzia da quanti l'hanno preceduto, ed è il suo non essere inquadrabile in nessuno dei due poli della dicotomia romanzi del colpevole / romanzi della vittima.
Nè l'assassino nè la vittima riescono qui ad assurgere ad elementi davvero centrali della narrazione.
A meno di non voler pensare che il vero protagonista (ossia il vero colpevole) sia proprio l'atmosfera generale di Concarneau: la tristezza del gruppo di falliti che si riunisce all'Hotel de l'Amiral sera dopo sera perpetuando stancamente dei rituali in cui in fondo nessuno crede più; il bisogno quasi maniacale di salvaguardare le apparenze, di ricevere quelle piccole distinzioni grazie alle quali ci si può illudere di essere altro dal profanum vulgus; il volersi credere a tutti i costi migliori di quello che si è e di dove si è.

Ecco, dovessi precisare in poche frasi il reale tema di questo romanzo ne parlerei come di uno studio sugli effetti di una frizione fra due universi sociali e umani che possono coesistere pacificamente solo a patto di non sfiorarsi mai, neppure per sbaglio. Uno studio che però non ha nulla di asettico o di neutrale, perchè Simenon (e con lui Maigret e con Maigret noi) ha per il mondo degli umili, degli sconfitti dalla vita un calore di simpatia che anche in questo caso traspare quasi didascalicamente: non sono molti i romanzi di Maigret in cui si leggono frasi tanto esplicite come:

Et Maigret avait été tellement empoigné qu’il faillit, par contrecoup, éclater de rire.

E questo sguardo commossamente partecipe di Maigret non può non trasferirsi in noi che leggiamo le vicende di questo romanzo, che si chiude con uno spiraglio di luce e di speranza tanto più benvenute dopo l'opprimente cupezza che lo ha permeato fin quasi alla fine.



mercoledì 15 ottobre 2014

Tout Maigret (peut-être), 5 - Una testa in gioco

(da ferencpinter.it)
A rischio di diventare monotono, non posso non riprendere la querelle già iniziata già iniziata a suo tempo contro l'incomprensibile abitudine di cambiare i nomi dei titoli dei libri (ma anche dei film) stranieri laddove non si sia costretti da un'oggettiva e inderogabile necessità. Il Maigret di oggi (scritto a Parigi nel febbraio 1931 e pubblicato nel settembre dello stesso anno) è da questo punto di vista un caso di scuola: reso come "Una vita in gioco", "Maigret e una vita in gioco" o anche come (tu quoque, Adelphi!) Una testa in gioco, il libro si intitola nell'originale francese La tête d'un homme. Che a ben vedere è titolo ben più ambiguo. Certo, il riferimento più ovvio è quello al condannato a morte per omicidio che Maigret fa evadere (col beneplacito dell'autorità giudiziaria) alla vigilia dell'esecuzione, convinto com'è della sua innocenza. Ma la testa in questione potrebbe anche essere quella del vero colpevole, che cadrà nell'ultimo capitolo del romanzo (notiamolo per inciso: romanzo dall'architettura narrativa davvero intrigante, comincia con A che passeggia disperato in una cella del braccio della morte di una prigione francese, finisce con B che viene decapitato e la storia è alla fin fine quella del modo in cui da A si arriva a B).
E soprattutto la testa potrebbe essere non tanto una testa fisica quanto una mente. E in particolare la mente di Jean Radek, il cecoslovacco dai capelli rossi che costituirà non solo un avversario per Maigret ma soprattutto un deuteragonista memorabile, uno dei pochi cui Simenon concederà tanto spazio e delineerà con tanta potenza.

Se infatti (come mi era già capitato di dire) i Maigret sono classificabili in un continuum fra quelli che potremmo definire romanzi della vittima e quelli che invece sono romanzi del carnefice, questo è decisamente un romanzo del carnefice. La figura di Radek, tragicamente solitaria, divorata al tempo stesso dall'intelligenza e dalla malattia, è indagata con un livello di dettaglio e una potenza evocativa da far venire in mente l'Ivan dei Fratelli Karamazov; e paralleli assai suggestivi potrebbero farsi anche con un libro che (circostanza incredibile) non era ancora uscito al momento della stesura di questo romanzo: sto parlando dello Straniero di Camus, che sarebbe apparso solo una decina d'anni dopo.
Come il Meursault di Camus, il Radek di Simenon giunge al delitto non per necessità o interesse, nè perchè soccombe a qualche passione: vi giunge come risultato, come conseguenza di una integrale alienazione dai propri simili; la prima cosa che sappiamo di Meursault è che gli è morta la madre, e sarà la morte della madre di Radek a fargli abbandonare l'università e a fargli iniziare quell'esistenza insensata che lo condurrà a uccidere; e al modo in cui Radek immagina e poi vive la propria esecuzione, si attagliano in maniera perfetta le ultime righe del capolavoro di Camus:

[...]Pour que tout soit consommé, pour que je me sente moins seul, il me restait à souhaiter qu'il y ait beaucoup de spectateurs le jour de mon exécution et qu'ils m'accueillent avec des cris de haine.

Altro aspetto rimarchevole di questo romanzo è la tensione, il contrasto, fra la nevroticità ossessiva di Radek (ma anche - sia pure in maniera attenuata -  dei raffinati bar parigini in cui si svolge buona parte della trama) e il blocco di compatto granito rappresentato da Maigret. Che alla fine vince semplicemente adottando la strategia dello scoglio che immoto resta / contra i venti e la tempesta. 

Ma questo scontro di caratteri, di personalità, di modi di concepire l'esistenza non si svolge in un contesto asettico: pochi romanzi del ciclo sono tanto permeati da un'autentica pietas per i deboli, per le vittime: da Heurtin, il ragazzotto quasi sul punto di pagare con la propria vita l'essere entrato nel campo visivo di Radek alla mendicante che canta per strada in una delle scene più toccanti del libro, tutti i vinti del libro sono tratteggiati con calore e commozione.

Un romanzo che non sfigurerebbe nei romans-durs, questo quinto capitolo maigrettiano, di una ricchezza di contenuti e atmosfere davvero memorabile (come si fa dimenticare la scena di Maigret che avvolto nel suo cappotto nero e fumando beatamente la pipa trascorre un'ora in taxi mentre fuori piove?).  Da leggere e - soprattutto - da rileggere.




martedì 23 settembre 2014

Tout Maigret (peut-être), 4 - L'impiccato di Saint-Pholien

(da www.ferencpinter.it)
Le pendu de Saint-Pholien (tradotto in italiano come Il viaggiatore di terza classe o anche Maigret e il viaggiatore di terza classe e - meritoriamente presso Adelphi - come L'impiccato di Saint-Pholien) fu scritto da Simenon nel 1930 e pubblicato l'anno successivo dall'editore Fayard.

La trama di questo romanzo, uno dei più gotici di tutto il corpus maigrettiano, ribalta praticamente tutte le convenzioni del genere rispetto ai rapporti fra carnefice, vittima e investigatore: basti dire che dopo solo una decina di pagine assistiamo ad un suicidio sostanzialmente provocato da Maigret, e di cui difatti il commissario porterà il rimorso attraverso tutta l'indagine.
Il punto d'avvio della complicata vicenda, che vedrà Maigret pendolare fra Brema, Parigi e la Liegi di Simenon, è alla fin fine costituito da un povero diavolo che attrae la curiosità di Maigret: il quale, per soddisfare questa curiosità, non si fa scrupolo di pedinare il poveretto e di mettergli i bastoni fra le ruote per saggiarne le reazioni. Si consolida così l'immagine di Maigret come accomodatore di destini che rappresenta uno dei tratti più originali dell'invenzione simenoniana.

L'atmosfera generale di questo libro richiama alla mente certi movimenti disperatamente sardonici, tragicamente ironici presenti nelle composizioni orchestrali di Šostakovič. Una penombra fredda e umida sembra avvolgere personaggi e situazioni fin dall'incipit:

Personne ne s’aperçut de ce qui se passait. Personne ne se douta que c’était un drame qui se jouait dans la salle d’attente de la petite gare où six voyageurs seulement attendaient, l’air morne, dans une odeur de café, de bière et de limonade.
Il était cinq heures de l’après-midi et la nuit tombait.

La vicenda acquista a un certo punto connotati quasi grotteschi, col tentativo di uno degli indiziati di sbarazzarsi dell'ingombrante commissario mandandolo ad annegare nella Marna: tentativo che si risolve con un Maigret fradicio d'acqua costretto a cambiarsi i pantaloni - una volta arrivati al quai des Orfévres - davanti al suo potenziale assassino. Ma nei capitoli successivi il dramma si infosca sempre di più, culminando nei tre capitoli finali in cui viene descritta la genesi di un omicidio commesso quasi dieci anni prima.
E le rispondenze che Simenon tira fra l'ambiente chiuso, malsano, opprimente della camera in cui aveva avuto luogo il dramma e il delirio che ottenebrava la mente degli attori del dramma medesimo non possono non ricordare le pagine che Dostoevskij dedica a descrivere l'angusta cameretta teatro del folle progetto di Raskolnikov.

Ed è quando ormai tutto è svelato, quando la vicenda sembra incamminata verso l'inevitabile epilogo di tutti i gialli, la punizione del colpevole, ecco che Maigret ancora una volta accomoda il destino:

— On m’attend à Paris ! prononça soudain Maigret en s’arrêtant.
Et, tandis qu’ils étaient trois à le regarder, sans savoir s’ils devaient se réjouir ou désespérer, sans oser parler, il enfonça les deux mains dans ses poches.
— Il y a cinq gosses dans l’histoire…

E le considerazioni finali del commissario:

— Vois-tu, vieux, dix affaires comme celle-ci et je donne ma démission… Parce que ce serait la preuve qu’il y a là-haut un grand bonhomme de Bon Dieu qui se charge de faire la police…

concludono con circolarità geometrica il racconto: da un commissario di polizia che entra come Dio nella vita di un perfetto sconosciuto a Dio che si mette a fare il commissario di polizia. E su questa conclusione pseudo-teologica, a cui di certo non sono estranei i sei bicchieri di surrogato d'assenzio trangugiati uno di seguito all'altro, il romanzo termina, come su un incerto accordo in maggiore che ponga un suggello di timida speranza a una vicenda piena di sangue, di angoscia e di rimorsi.


giovedì 31 luglio 2014

Tout Maigret (peut-être), 3 - Il defunto signor Gallet

Ancora un'immagine che vale un romanzo: Pintér per gli Oscar (da ferencpinter.it)
Terzo titolo della saga del commissario parigino ad essere scritto, Monsieur Gallet, décedè (tradotto in italiano come Il signor Gallet, defunto o Maigret e il castellano o ancora, da Adelphi, Il defunto signor Gallet) fu il primo ad essere pubblicato dall'editore Fayard nel 1931.

Non sono un esperto dei processi creativi di Simenon, ma ad occhio tenderei a escludere che ci sia stato una sorta di meta-piano nel quale i vari romanzi figurassero come componenti di un unicum più vasto; ciononostante cogliere, notare (magari inventarsi?) contrasti e rispondenze fra titoli è un gioco troppo seducente per potergli resistere.

Così, la prima suggestione che ho avuto io inquadrando questo romanzo nella serie di cui fa parte è stata di ordine musicale: è come se, dopo l'introduzione di Pietr il Lettone , col Signor Gallet Simenon abbia voluto introdurre un secondo tema di carattere affatto contrastante con quello del precedente Cavallante della "Providence".

All'afflato epico del Cavallante, alla tragica grandezza dei suoi personaggi, si contrappone qui un mondo di grettezza e meschinità raccontato con la precisione di uno studio di entomologia. Se il Cavallante evocava Tolstoj, qui la mente corre a Balzac. Anche nelle atmosfere esterne, all'umidità fredda e brumosa dei canali e delle chiuse in autunno fa qui riscontro la luce nitida e dura delle ore centrali della piena estate.
Ancora: mentre nel romanzo precedente la caratterizzazione della vittima è accennata solo per quanto è strettamente necessario, solo in quanto pedina indispensabile all'apertura del gioco, qui è proprio il carattere e le abitudini della vittima ad essere indagate (da Maigret e dal suo autore) con maggiore pervicacia, tanto che alla fine essa diventa l'unico personaggio per il quale è possibile provare almeno un accenno di umana simpatia.

Un tema che qui appare per la prima volta (anche se come abbiamo visto una forma embrionale era possibile riscontrarla già nel Lettone) è quello della doppia vita: un uomo che rappresenta - diciamo così - due parti in commedia, una per la famiglia e per l'ambiente circostante, un'altra per sé stesso. E' un tema che sviluppa in forma sincronica quella che è una delle grandi ossessioni del Simenon romanziere, ossia la sterzata improvvisa e spesso imprevedibile  che a un certo punto sgretola vecchie certezze e abitudini consolidate.

Altro tema che fa qui la sua prima apparizione è il ruolo (in parte autoassunto, in parte imposto dalle circostanze) di Maigret come accomodatore di destini: uno scarto deciso dalla tradizione del giallo come luogo deputato al trionfo dell'ordine costituito.

E' un giallo assai poco convenzionale, questo signor Gallet, per questo e per tutta un'altra serie di motivi che appariranno chiari al lettore quando sarà giunto alla fine del libro; ed è un'anticonvenzionalità tanto più rimarchevole se si pensa che l'autore aveva appena ventisette anni e che stava - consapevolmente - producendo ciò che (almeno per lui) era null'altro che letteratura di consumo. Ma anticonvenzionalità o meno rimane pur sempre un libro di Simenon: ovvero una delle migliori maniere possibili di impiegare qualche ora del proprio tempo.





venerdì 11 luglio 2014

Tout Maigret (peut-être), 2 - Il cavallante della Providence

Un romanzo in un'immagine: Ferenc Pintér per Mondadori (da ferencpinter.it)
Le charretier de "La Providence", tradotto in italiano come Il carrettiere della "Providence", Maigret si commuove e (nell'edizione Adelphi) Il cavallante della "Providence" fu il secondo romanzo del ciclo maigretiano ad essere scritto (nell'estate del 1930, anche questo a bordo dell'Ostrogoth).

Di solito la prassi di cambiare i titoli di libri e film quando li si propone in un'altra lingua mi trova decisamente contrario: a mio modo di vedere si tratta di un'operazione ammissibile solo nei casi in cui il titolo originale risulta intraducibile o del tutto incomprensibile quando viene trasposto. Così, anche in questo caso onestamente non riesco a capire i motivi che ai tempi portarono Mondadori a cambiare il charretier con un accenno a uno stato d'animo di Maigret: tanto più che il titolo originale denota un'incredibile audacia da parte di Simenon, anche se essa risulterà chiara al lettore solo a libro terminato.

Fra l'altro nel libro non si parla (almeno non esplicitamente) di un Maigret commosso, a meno di non voler considerare indizi in questo senso frasi come Maigret, malgré lui, parlait avec presque autant de douceur que la Bruxelloise: ma il titolo un suo fondamento di certo ce l'ha, non foss'altro perchè gli ultimi quattro capitoli di questo romanzo sono da annoverarsi fra le pagine più umanamente, tragicamente, appassionatamente commoventi di tutto Simenon.

E' curioso notare come tutte le volte che un'inchiesta di Maigret si svolge - come in questo caso - in ambiente fluviale o marino, tutte le volte insomma che c'è di mezzo l'acqua e il popolo di battellieri, marinai, pescatori, guardiani che vi gravita intorno i personaggi che attorniano Maigret e le passioni che li muovono acquisiscano una grandezza epica di sapore quasi tolstoiano: succede in questo romanzo, succede nella Chiusa n. 1, succede nell' Insegna di Terranova, succede nella Casa del giudice.
E' come se l'elemento liquido, la sua particolare placidità e la violenza della sua ira, la fatica che bisogna fare per non lasciarsene sopraffare, costituissero una sorta di riparo da avarizia, grettezza e meschinità.

Altro tema tipicamente simenoniano che affiora qui per la prima volta è la tendenza che si sviluppa in certi uomini (soprattutto in quelli che hanno sperimentato una dose di delusioni e fallimenti forse più alta dell'ordinario) nel costruirsi, nello scavarsi una tana e rinchiudervisi dentro: lo stesso Maigret, quando nel suo ufficio di Quai des Orfévres continua ad attizzare la sua stufa di ghisa, non è del tutto immune da questa fascinazione. Ma ci sono dei casi, come il Jean di questo romanzo o come l'avvocato Loursat de Gli Intrusi in cui questa tendenza finisce per diventare il tratto dominante della propria personalità:

Jean, lui, c’est son écurie… Et ses bêtes !… Tenez !… Il y a naturellement des jours où on ne marche pas parce qu’on décharge… Jean n’a rien à faire… Il pourrait aller au bistro…
» Non ! Il se couche, à cette place-ci… Il s’arrange pour qu’il entre un rayon de soleil…
Et Maigret se mit en pensée à l’endroit où se trouvait le charretier, vit a cloison passée à la résine à sa droite, avec le fouet qui pendait à un clou tordu, la tasse d’étain suspendue à un autre, un pan de ciel entre les panneaux du haut et, à droite, la croupe musclée des chevaux.
Il se dégageait de l’ensemble une chaleur animale, une vie multiple, épaisse, qui prenait à la gorge comme le vin râpeux de certains coteaux.

Romanzo con alcuni squarci di una potenza evocativa rara anche nello stesso Simenon, questo Charretier segna già un deciso balzo in avanti rispetto al precedente Pietr il Lettone nella capacità di costruzione intorno a Maigret di un microcosmo vero e credibile, una tappa importante nel processo di progressivo depotenziamento dell'intreccio giallo a favore della creazione di ambienti, situazioni, atmosfere e personaggi sbalzati a tutto tondo. Vale la pena leggerlo: ma c'è un Maigret, o un Simenon, per cui questa raccomandazione non si applichi?


giovedì 3 luglio 2014

Tout Maigret (peut-être), 1 - Pietr il Lettone

Vorrei cominciare con questo post una disamina un po' sistematica dei romanzi simenoniani con Maigret protagonista. Più il tempo passa e più mi rendo conto che (in parte per motivi che ho spiegato qui, in parte chissà perchè) il massiccio personaggio simenoniano è ormai divenuto una presenza stabile nel mio immaginario e nelle mie letture e riletture.  L'intenzione c'è, ma la mole di materiale da trattare (75 romanzi scritti in un arco temporale di 43 anni) costituisce una sfida impegnativa alla conclamata pigrizia di Yours Truly. Non so neanche con esattezza cosa verrà fuori: diciamo che ho nella mente una serie di immagini dai tratti incerti e sfocati, molto simile a quella con cui cominciano tante inchieste di Maigret. 


La copertina di Ferenc Pintér per l'edizione Oscar Mondadori (da ferencpinter.it)
Pur non essendo stato il primo Maigret ad essere pubblicato (onore che spetta a Monsieur Gallet, decedé, che però fu scritto dopo: un po' come per i concerti di Chopin, insomma), Pietr-le-Letton (tradotto in Italia come Pietro il Lettone, Maigret e il lettone e Pietr il Lettone) è però il primo Maigret ad essere stato scritto: Simenon ne terminò la stesura nell'inverno del 1929 a bordo dell'Ostrogoth.

Simenon aveva all'epoca ventisei anni: ed è impressionante notare come già a quell'età egli sia stato in grado di ideare e concepire un personaggio complesso come quello di Maigret dotandolo fin dal primo momento di una personalità totalmente compiuta. Il Maigret di questo esordio è difatti già il Maigret solido, pesante, amante della pipa e della stufa di ghisa che ci accompagnerà di qui in avanti; il suo metodo di lavoro comprende  fin da subito l'impregnarsi dell'atmosfera dei luoghi frequentati dalle persone su cui indaga; ed è già da questo ruminare metodico, paziente, implacabile che ad un tratto scaturisce la verità.

Nel corso degli anni Simenon tratteggerà tutto questo con mano più leggera, spesso giocando "di sponda" con altre situazioni e personaggi: qui invece la caratterizzazione è esplicita, ai limiti del didascalico:

Il avait surtout une façon bien à lui de se camper quelque part qui n’était pas sans avoir déplu à maints de ses collègues eux-mêmes.
C’était plus que de l’assurance, et pourtant ce n’était pas de l’orgueil. Il arrivait, d’un seul bloc, et dès lors il semblait que tout dût se briser contre ce bloc, soit qu’il avançât, soit qu’il restât planté sur les jambes un peu écartées.
[...]
Peut-être, au fond, était-ce un parti pris de vulgarité, de confiance en soi ?

Non parlerò ovviamente della trama, a beneficio di quelli che non avessero ancora letto il romanzo: mi limiterò solo ad annotare come in questo romanzo (e anche nei successivi titoli degli esordi, a dire il vero) essa sia più movimentata e ricca di colpi di scena della media; col tempo anche l'andamento dei romanzi si modellerà sulla placidità del loro protagonista, ma in questa prima fase troveremo spesso Maigret e i suoi in giro per la Francia e non solo. Anche la violenza fisica ha qui un peso maggiore della norma, con Maigret che viene aggredito a colpi di pistola e il suo fido ispettore Torrence che viene addirittura ucciso (ma Simenon non si periterà di resuscitarlo nei titoli successivi).

Nella caratterizzazione dell'antagonista di Maigret, Simenon costruisce qui la prima delle figure di criminali provenienti da un non meglio precisato est dell'Europa, una galleria che comprende fra l'altro il Radek di La tête d'un homme e ovviamente il feroce ed enigmatico Stan-le-Tueur. Ed è divertente notare come - stando alle descrizioni di questi romanzi - per Simenon tutto ciò che si stendeva a longitudini ad est di Berlino dovesse essere una sorta di grande wild East, un complesso indistinto di lande esotiche dai nomi impronunciabili popolate da tipi umani spesso almeno vagamente inquietanti.

In un altro personaggio, l'ebrea Anna Gorskine, l'autore disegna il prototipo di una serie di ritratti di donne dalla femminilità oscura, stordente, in certi casi soffocante: donne capaci di suscitare e di vivere passioni spesso estreme, fino al delitto o al suicidio.

Altro tema che viene qui introdotto e che ritroveremo spesso nella produzione successiva (con Maigret ma anche nei romans durs) è quello del doppio: della doppia vita, delle diramazioni segrete di un'esistenza, dei borgesiani sentieri che si biforcano.

Ma sarebbe un errore leggere e valutare questo romanzo solo come apripista per la lunga serie di libri che lo seguiranno: Pietr il lettone è in sé stesso prima di tutto un godibilissimo giallo che a quasi novant'anni dalla sua prima apparizione è ancora in grado di avvincere e appassionare; e la distanza temporale ha soltanto reso esotiche certe caratterizzazioni di luoghi e situazioni aggiungendo fascino senza depositare polvere.


venerdì 17 gennaio 2014

La mangeuse de langue de chien

Lo ammetto, il titolo di questo post evoca scenari di improbabili ibridazioni fra un B-movie del genere splatter e la rarefatta regia di un esponente della nouvelle vague francese.
In realtà voglio parlare di faccende decisamente meno truculente e più amene: e in particolare di una nuova, meravigliosa pipa che ho commissionato a Giacomo Penzo e che fin dall'atto delle discussioni preliminari sapevo che avrei dedicato a un unico tabacco: il Semois.

Devo ammettere che la prima volta che sbirciando sul suo blog ho letto l'anno di nascita di Giacomo (1991), accanto alla meraviglia per un ragazzo così giovane che era già in grado di tirar fuori manufatti così pregevoli ho sentito dentro me anche una fitta di malinconia al fondo neanche troppo sgradevole: in pratica quando lui ciucciava latte io ciucciavo già sigari e pipe.

Di due cose di Giacomo ci si può rendere conto già navigando nel suo sito: da una parte la grande perizia realizzativa, la cura con cui sono realizzate le sue pipe (in particolare le zone "critiche" come i raccordi fra cannello e bocchino); dall'altra, lo studio - starei per dire la progettazione che c'è dietro la scelta delle forme, degli innesti, dei materiali, dello stesso ciocco da cui realizzare la pipa. C'è una cultura visiva di prim'ordine a guidare la sua matita e soprattutto c'è la voglia di accrescerla e anche  di metterla in discussione, di reinterpretarla.
Era già un po' che tenevo d'occhio Giacomo e le sue opere: la molla che mi ha spinto a rompere gli indugi è stato l'incontro personale con l'autore e le sue creazioni, avvenuto a inizio dello scorso dicembre durante una riunione conviviale di appassionati di lento fumo.
Già durante quell'incontro e  ancor di più nei contatti che sono seguiti ho avuto modo di apprezzare la grande disponibilità di Giacomo, il suo approccio fatto di poche chiacchiere e molta sostanza, l'umiltà con cui si pone: e in un mondo in cui spesso - al contrario -  la fuffa è tanta e i contenuti modesti, già un'esperienza del genere vale una buona fetta del prezzo del biglietto.

Direttamente dalla matita di Giacomo Penzo
La pipa che mi era venuta in mente veniva fuori in egual misura da suggestioni letterarie (il racconto La pipe de Maigret, unico caso in tutto il corpus simenoniano in cui l'autore si sofferma a descrivere una pipa del Commissario, sa bonne vieille pipe, e ci parla di una pipa grossa e curva) e da considerazioni funzionali: volevo una pipa grossa e magari in qualche essenza alternativa alla radica per poterci fumare il Semois.
E dato che Giacomo nel suo sito parlava delle proprietà addolcenti del corbezzolo, ho pensato che la sintesi potesse essere questa: una grossa pipa in corbezzolo, sabbiata, una autentica pipe à Semois.
Ci siamo scambiati un po' di messaggi discutendo forme e curvature e fra proposte e controproposte siamo arrivati al progetto definitivo.

Per la coloristica avevo deciso di ricalcare esattamente quella seguita da Giacomo nella sua replica della Savinelli 130KS; poi il Nostro mi ha suggerito il cumberland come materiale per il bocchino e guardando il risultato finale devo dire di essere stracontento di avergli dato retta.

E' nata così la pipa che vedete ritratta nelle foto che accompagnano questo post. E' una pipa massiccia, solida, una vera maigrettona curva, distensiva e rassicurante fin nell'approccio visivo.
Sarà bello farla diventare ma bonne vieille pipe, vederla imbrunire e prendere toni bruniti da pittura ad olio fiamminga man mano che il Langue de chien e la Brumeuse passeranno dentro il suo fornello; cosicchè per un piacevole paradosso sarà stato il pipemaker più giovane di quanti hanno intersecato la mia strada ad aver realizzato la pipa che forse più di ogni altra saprà di antico.







giovedì 25 aprile 2013

Maigret, o dell'appetito per la vita

Mi è già capitato di dire che amo molto i gialli. E ovviamente per chi ama i gialli imbattersi nella massiccia, pesante figura di Jules Maigret è uno snodo imprescindibile.

A differenza dello Sherlock Holmes di Conan Doyle, di cui conosciamo bene i tratti esteriori, le abitudini, le piccole e grandi manie ma la cui intima natura ci rimane sempre celata, di Maigret noi - stando ai soli romanzi e racconti che lo vedono protagonista - non sappiamo neanche esattamente che faccia abbia; eppure personalmente - e sono certo di non essere l'unico - delle volte penso a lui come una persona reale e solo con fatica riesco a capacitarmi che si tratta di un personaggio immaginario.

Un'altra cosa strana che mi capita con Maigret, e solo con lui, è che l'intreccio delle storie che lo riguardano mi rimane assai poco impresso, tanto che a distanza di tempo posso riprendere romanzi già letti e appassionarmi di nuovo alla soluzione del caso; mentre invece certe descrizioni di cose o di avvenimenti magari del tutto secondarie (la pioggia di notte, una corsa in taxi, il vestito indossato da una donna) si stampano nella mia mente in maniera indelebile e fin da subito.

Era un po' di tempo che stavo cercando di rendermi ragione di queste e altre particolarità di Jules Maigret e penso di aver trovato una risposta.

Maigret è un goloso della vita.


Maigret visto da Ferenc Pintér

Quello che voglio dire lo spiega lo stesso Simenon in Maigret e il signor Charles, l'ultimo dei romanzi che hanno il corpulento commissario come protagonista:

Lui aveva bisogno di uscire dall'ufficio, di sentire che aria tirava, di scoprire, a ogni nuova inchiesta, mondi diversi. Aveva bisogno dei bistrot dove così spesso gli capitava di aspettare, davanti al bancone, bevendo, a seconda dei casi, una birra o un calvados.

Maigret assapora con avidità la vita nelle sue manifestazioni più elementari, con una sensibilità quasi animale per i sapori, gli odori, le atmosfere. Come quando entra per la prima volta nella Casa dei fiamminghi: 

Fin dalla soglia ci si sentiva avvolgere dal tepore, da un'atmosfera indefinibile, quieta e sciropposa, dominata dagli odori. Ma quali odori? Una punta di cannella, una nota più intensa di caffè macinato, e anche un vago sentore di petrolio, mischiato però a zaffate di acquavite. 

Intendiamoci bene: Maigret non è (almeno non solo) un bon vivant dedito ai piaceri della tavola, del bicchiere o della pipa. Non è un enorme gattone da salotto innamorato della sua stufa di ghisa. Con lo stesso ardore, direi con la stessa voluttà, Maigret vive e gode anche situazioni scomode o francamente sgradevoli: 

"Non volete veramente ripararvi?" insistè imbarazzato il capitano della gendarmeria. E Maigret, le mani nelle tasche del cappotto, il cappello duro trasformato in un serbatoio d'acqua che si vuotava di colpo al minimo movimento, il Maigret accigliato, pesante, immobile dei giorni cattivi brontolò, seguitando a stringere tra i denti la cannuccia della pipa:
"No!"
(La locanda degli annegati, in Maigret in Rue Pigalle)

Evidentemente questo gusto primordiale per la vita in tutte le sue manifestazioni è un tratto che Maigret mutua dal suo autore. E' qualcosa che riscontriamo anche in altri personaggi sia degli stessi Maigret (pensiamo ad esempio all'indimenticabile Emile Ducrau, autentico deuteragonista della Chiusa n. 1) sia dei "romanzi-romanzi" di Simenon. 
Ma in Maigret questo tratto è presente e palpabile in forme di una trasparenza e leggibilità assolute.

Nella tradizione del buddismo Zen il peccato più grave, l'origine degli altri mali del mondo, è la disattenzione. Maigret è di certo immune da questo vizio. Lui registra, nota, assimila tutto e tutto accetta, tutto gode: dal bavero di velluto del suo cappotto pesante all'odore caratteristico di una camera da letto in un albergo di quart'ordine.


Con la sola, beffarda eccezione della Promessa di Durrenmatt, i romanzi gialli hanno sempre un intento o almeno un esito morale, quello di mostrare la possibilità di un ordine ristabilito. Per Maigret io credo che la moralità vada cercata proprio in questo atteggiamento nei confronti dell'esistenza.

Sarà semplicistico, ma sono persuaso che la lettura di un qualunque romanzo con Maigret convinca a dire "sì alla vita" in maniera molto più diretta e duratura di una lunga meditazione sulle tragiche, oscure pagine dello Zarathustra di Nietsche.