mercoledì 15 ottobre 2014

Tout Maigret (peut-être), 5 - Una testa in gioco

(da ferencpinter.it)
A rischio di diventare monotono, non posso non riprendere la querelle già iniziata già iniziata a suo tempo contro l'incomprensibile abitudine di cambiare i nomi dei titoli dei libri (ma anche dei film) stranieri laddove non si sia costretti da un'oggettiva e inderogabile necessità. Il Maigret di oggi (scritto a Parigi nel febbraio 1931 e pubblicato nel settembre dello stesso anno) è da questo punto di vista un caso di scuola: reso come "Una vita in gioco", "Maigret e una vita in gioco" o anche come (tu quoque, Adelphi!) Una testa in gioco, il libro si intitola nell'originale francese La tête d'un homme. Che a ben vedere è titolo ben più ambiguo. Certo, il riferimento più ovvio è quello al condannato a morte per omicidio che Maigret fa evadere (col beneplacito dell'autorità giudiziaria) alla vigilia dell'esecuzione, convinto com'è della sua innocenza. Ma la testa in questione potrebbe anche essere quella del vero colpevole, che cadrà nell'ultimo capitolo del romanzo (notiamolo per inciso: romanzo dall'architettura narrativa davvero intrigante, comincia con A che passeggia disperato in una cella del braccio della morte di una prigione francese, finisce con B che viene decapitato e la storia è alla fin fine quella del modo in cui da A si arriva a B).
E soprattutto la testa potrebbe essere non tanto una testa fisica quanto una mente. E in particolare la mente di Jean Radek, il cecoslovacco dai capelli rossi che costituirà non solo un avversario per Maigret ma soprattutto un deuteragonista memorabile, uno dei pochi cui Simenon concederà tanto spazio e delineerà con tanta potenza.

Se infatti (come mi era già capitato di dire) i Maigret sono classificabili in un continuum fra quelli che potremmo definire romanzi della vittima e quelli che invece sono romanzi del carnefice, questo è decisamente un romanzo del carnefice. La figura di Radek, tragicamente solitaria, divorata al tempo stesso dall'intelligenza e dalla malattia, è indagata con un livello di dettaglio e una potenza evocativa da far venire in mente l'Ivan dei Fratelli Karamazov; e paralleli assai suggestivi potrebbero farsi anche con un libro che (circostanza incredibile) non era ancora uscito al momento della stesura di questo romanzo: sto parlando dello Straniero di Camus, che sarebbe apparso solo una decina d'anni dopo.
Come il Meursault di Camus, il Radek di Simenon giunge al delitto non per necessità o interesse, nè perchè soccombe a qualche passione: vi giunge come risultato, come conseguenza di una integrale alienazione dai propri simili; la prima cosa che sappiamo di Meursault è che gli è morta la madre, e sarà la morte della madre di Radek a fargli abbandonare l'università e a fargli iniziare quell'esistenza insensata che lo condurrà a uccidere; e al modo in cui Radek immagina e poi vive la propria esecuzione, si attagliano in maniera perfetta le ultime righe del capolavoro di Camus:

[...]Pour que tout soit consommé, pour que je me sente moins seul, il me restait à souhaiter qu'il y ait beaucoup de spectateurs le jour de mon exécution et qu'ils m'accueillent avec des cris de haine.

Altro aspetto rimarchevole di questo romanzo è la tensione, il contrasto, fra la nevroticità ossessiva di Radek (ma anche - sia pure in maniera attenuata -  dei raffinati bar parigini in cui si svolge buona parte della trama) e il blocco di compatto granito rappresentato da Maigret. Che alla fine vince semplicemente adottando la strategia dello scoglio che immoto resta / contra i venti e la tempesta

Ma questo scontro di caratteri, di personalità, di modi di concepire l'esistenza non si svolge in un contesto asettico: pochi romanzi del ciclo sono tanto permeati da un'autentica pietas per i deboli, per le vittime: da Heurtin, il ragazzotto quasi sul punto di pagare con la propria vita l'essere entrato nel campo visivo di Radek alla mendicante che canta per strada in una delle scene più toccanti del libro, tutti i vinti del libro sono tratteggiati con calore e commozione.

Un romanzo che non sfigurerebbe nei romans-durs, questo quinto capitolo maigrettiano, di una ricchezza di contenuti e atmosfere davvero memorabile (come si fa dimenticare la scena di Maigret che avvolto nel suo cappotto nero e fumando beatamente la pipa trascorre un'ora in taxi mentre fuori piove?).  Da leggere e - soprattutto - da rileggere.




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