mercoledì 25 dicembre 2013

White (for) Christmas



C’était ridicule [...] d’être encore déçu parce qu’il n’y avait pas de neige un matin de Noël, mais les gens d’un certain âge ne sont jamais aussi sérieux que les jeunes le croient.

Georges Simenon, "Un  Noël de Maigret"



Un(e) Maigret de Noël
Il bianco. Probabilmente su nessun colore come questa sommatoria di tutti i colori si è stratificata nel tempo una tavolozza semantica e metaforica tanto vasta:  dall'innocente candore dell'infanzia agli inquietanti mostri marini di Melville, dal gelo dei ghiacciai al calor bianco degli altoforni, dalle abbacinanti illuminazioni dei mistici al white noise che è fondamentalmente assenza di informazione. In un memorabile post il mio amico Antonio ha evocato cappelli di Panama e tendaggi di lino per parlare del bianco come evocatore dell'estate; per me, assai più banalmente, il bianco è prima di tutto il colore della neve. E quindi del Natale.

Oddio, e quindi per modo di dire: nei Natali della mia infanzia e della mia prima giovinezza trascorsi al Sud c'era davvero tutto ma la neve proprio no. Ho ricordi di sontuose insalate di rinforzo, di guizzanti capitoni, dell'opulenta pasticceria natalizia napoletana, di presebbi e zampognari (e di zampognari dentro i presebbi), di tombole e mandarini, ma la neve di Natale era qualcosa che vedevamo in televisione o di cui leggevamo nei libri. Mi ci sono voluti quasi trent'anni di vita per approdare (correva l'anno 1996) al mio primo Natale polacco, con temperature esterne fino a -25 °C e neve e bianco ovunque, in excelsis et in terra.
Ma tant'è: se è vero che al cuor non si comanda, tanto meno si comanda al proprio immaginario. Del resto se la neve si mette sui presepi, che a rigore sarebbero ambientati a Betlemme, potrò ben io che sono originario di parecchio più a nord associare la neve a Natale, no?

Sarà stato forse per questo che quando ho commissionato a Mauro Gilli la mia pipa di Natale 2013, scelto il modello e dovendo decidere la coloristica gli ho chiesto di realizzare un bocchino bianco. La forma che ho scelto è quella che Gilli (e non solo lui) chiama Maigret: una billiard più tozza e panciuta dell'archetipo base, che evoca una sensazione di solida, rassicurante robustezza e che effettivamente non si fa fatica a immaginare tra le mani del commissario di Simenon. E' una forma che compare in innumerevoli shape chart, dal modello 127 di Dunhill al 101 di Savinelli, e che ho il sospetto dia tanto piacere all'artigiano che la realizza quanto al fumatore che la maneggia.

I numeri: 120 mm di lunghezza, 45 di altezza, 20mm diametro interno fornello, peso 44 g
Così come la square panel del compleanno, questa Maigret di Gilli è una Maigret quintessenziale, sabbiata come meglio non si potrebbe non dico desiderare ma proprio immaginare, e con un taglio e una linea del bocchino che si dimostrano una volta di più all'altezza della fama del suo autore.
Data l'occasione speciale mi sono concesso il piccolo lusso della veretta in argento, che probabilmente al quai des Orfévres non si sarà mai vista ma che in questo caso funge anche da elemento di transizione cromatico.

Come ulteriore deviazione rispetto alla filologia originale, questa pipa non fumerà i forti bruns francesi ma solo ed esclusivamente raffinate e saporite miscele inglesi; e verrà inaugurata con quello che per me è un capolavoro del genere, il corposo ed equilibratissimo Westminster di G.L. Pease.

Prima di concludere: "l'occasione mi è gradita" - come si scrive(va) nelle lettere commerciali - per porgere ai manzoniani venticinque lettori di questo blog i migliori auguri di Buone Feste, sperando che un po' del tepore e del profumo che promanano da una pipa ben avviata facciano loro compagnia in questi giorni e in tutti quelli che seguiranno.




venerdì 13 dicembre 2013

Allodola

Ci sono libri che ti intossicano come i protozoi della malaria. Il contagio avviene in maniera rapida ma poi diventa impossibile liberarsi di loro; e ogni tanto, in maniera spesso inaspettata, ti fanno sentire la loro presenza.
Libri che spesso sono destabilizzanti, libri ai quali torni quasi tuo malgrado: come se avessero da dirti qualcosa forse non troppo piacevole ma di certo importante, qualcosa che in ogni caso vale la pena assicurarsi di aver capito bene.
Può così capitare che in un gelido mattino di metà dicembre, mentre sei seduto in un tram dai vetri appannati che ti sta portando al lavoro, il pensiero vada per conto suo a una lettura fatta in estate, in vacanza, in Polonia: Allodola, dello scrittore ungherese Dezso Kosztolanyi.

Vissuto tra il 1885 e il 1936, Kosztolanyi è una figura di spicco della letteratura ungherese del secolo scorso. Assai apprezzato in patria sia per la produzione poetica che per quella in prosa, ebbe anche il merito di tradurre in ungherese numerosi testi teatrali sia della grande tradizione classica (Shakespeare su tutti) sia della migliore produzione a lui contemporanea (tradusse e fu un appassionato paladino di Pirandello). Ebbe anche notevole influenza sulle successive generazioni di letterati ungheresi, e tra i suoi più ferventi ammiratori c'era Sandor Marai, diventato negli ultimi anni uno dei più solidi best sellers della benemerita Adelphi.

La trama di Allodola è - esteriormente - abbastanza lineare: è la storia ambientata a Sarszeg, cittadina immaginaria della provincia ungherese, di una settimana nella vita dei coniugi Vajkay e precisamente della settimana che trascorrono da soli mentre la loro unica figlia (soprannominata per l'appunto Allodola) è ospite presso dei parenti che risiedono altrove. Quella di Allodola è una famiglia esemplare, una di quelle in cui le relazioni tra i componenti sono tutte una gara di delicatezze, tutte un'unica sequenza di tiepide cure, di fini manifestazioni d'affetto, di minute attenzioni.
In realtà scopriremo ben presto che questa settimana di sospensione da una routine che sembra immutabile, compenetrata finanche negli oggetti di casa Vajkay, è l'abbrivio di un pericolosissimo piano inclinato. E' l'orlo di un abisso nel quale le certezze interiori dei tranquilli coniugi Vajkay si sgretoleranno una dopo l'altra.

Con la ferocia e la precisione di un serial killer non digiuno di chirurgia, Kosztolanyi scarnifica la placida, zuccherosa realtà dei suoi personaggi facendocene constatare i risvolti di ipocrisia, di avarizia, di grettezza, perfino di puro e semplice odio. E' un viaggio che parte da The sound of music e arriva a Sussurri e grida.
E quando la settimana (circolarmente scandita dal pianto dei genitori alla partenza del treno e da quello di Allodola nel suo letto al ritorno) termina, sappiamo che l'esteriorità tornerà implacabilmente com'era ma nessuno dei protagonisti sarà più quello di prima.

Si respira in queste pagine una lucida assenza di illusioni, una volontà ostinata di demistificazione delle piccole e grandi ipocrisie della vita borghese di provincia, una valutazione spietata del prezzo di dolore e di infelicità tributato sull'altare del decoro.
Eppure Allodola non è un libro disperato, né disperante.
Non lo è per virtù d'arte, non lo è per merito della scrittura di Kosztolanyi che è di una perfezione da farti venir voglia di imparare l'ungherese non foss'altro che per poter leggere libri come questo in originale.
E' una scrittura palpitante di vita, che indugia con adesione e simpatia su ogni manifestazione dell'esistenza, dalle galline che razzolano per le strade al sapore dei piatti serviti nel ristorante in cui i Vajkay si concedono un pranzo.

Si legge in un paio d'ore questo libretto, e sono due ore che vale la pena di spendere. E' bello guardare dal finestrino di un tram milanese e avere la sensazione che dalla nebbia emerga il frontone di qualche casa di Sarszeg.


mercoledì 4 dicembre 2013

Patrimonio dell'UNESCO

Mi piacerebbe, tanto per tirarmela un po', poter dire che l'ultimo dell'anno quand'ero ragazzo era allietato dai severi corali di Bach. O dai festosi inni di Haendel. O almeno dagli spumeggianti tre quarti straussiani. E invece no: il passaggio da un anno all'altro a casa mia era punteggiato dalle canzoni dei Gigli. Non so se anche altrove a Nola ci fossero analoghi riti, ma da noi era così. Questo per dire che anche in questo periodo dell'anno, più da Weihnachtsoratorium o da Messiah, la Festa era con noi e noi con lei.
Sono dettagli che mi sono tornati in mente oggi leggendo di una sessione plenaria dell'UNESCO, tenutasi nella remotissima Baku, in cui la Festa dei Gigli è stata iscritta nella lista delle manifestazioni patrimonio immateriale dell'umanità.

E' stato un cammino lungo e accidentato,  percorso talvolta a mezzo passo e talaltra anche francamente a capa arreto, ma l'importante è avercela fatta. Per una delle magnifiche ironie della vita, una celebrazione fatta di colossali strutture di legno e cartapesta, di caldo, di fatica e di sudore viene iscritta in una lista di beni immateriali: eppure a ben vedere è un paradosso solo apparente. In fondo l'esplosione dionisiaca della Festa non si spiega se non con un accumulo progressivo di tensioni, speranze, progetti, attese che a Nola va avanti per tutto un anno, per tutti gli anni.
La Festa è un grande, coloratissimo sogno: ma un sogno che viene sognato da una comunità intera che in esso si identifica e si riconosce. E cosa c'è di più aereo, delicato, immateriale di un sogno?
Domani tutti i nolani si risveglieranno e ritroveranno intatti problemi e preoccupazioni del giorno prima. Non sarà il sigillo UNESCO a spezzare d'incanto le tante catene che impediscono alla mia città di sviluppare il suo potenziale. Non sarà una decisione ratificata nell'Azerbaijan a convincere finalmente i miei concittadini a prendere su di loro il proprio destino;  né essa avvicinerà di un metro a Nola tutti i nolani forestieri come me che vivono nel desiderio perennemente frustrato di due chiacchiere 'mmiezo 'a chiazza o di una passeggiata calpestando i basoli del centro antico.
Ma intanto adesso qualcuno in più sa che a Nola noi abbiamo questo sogno. E questo sogno è il dono di Nola anche per chi nolano non è.
Come ha giustamente chiosato mio padre quando gli ho dato la notizia, "in fondo la Festa era già patrimonio nostro. Mi fa piacere per il resto dell'umanità".

mercoledì 27 novembre 2013

Edek

Fino a sabato scorso a casa mia c'erano due gatti. Un maschio e una femmina felini che controbilanciavano perfettamente il maschio e la femmina umani. Un menage à quatre perfettamente rodato, con abitudini ormai da vecchia coppia, sia pure doppia: le mie pipe in compagnia di Gienek che talvolta cercava di acchiappare gli scovolini, talvolta si dedicava a mangiarsi le briciole di tabacco, altre volte ancora si limitava ad annusare il fumo nell'aria manifestando il suo maggiore o minore gradimento; le serate televisive di Justyna con Ella in braccio; i tentativi di Gienek di rubare l'umido di Ella e quelli di Ella di rubare pezzettini di formaggio a noi.

Tutto questo fino a sabato scorso.

Da sabato scorso i gatti in casa mia sono diventati tre, e tutto il balletto di simmetrie è miseramente saltato.
Sono saltate le normali abitudini e adesso si cerca di ricostruirne delle nuove che tengano conto del nuovo arrivato, Edek, l'eroe eponimo di questo post: il quale da parte sua non consente neanche per un attimo di dimenticarsi di lui.

Edek è un cucciolotto di tre mesi, tre mesi e mezzo raccolto (a quanto ci hanno raccontato) per strada da piccolissimo e arrivato da subito all'ENPA di Saronno. Da subito e con una grave infezione a entrambi gli occhi. Uno degli occhi è stato necessario asportarglielo chirurgicamente; con l'altro a detta del veterinario è forse in grado di vedere qualche sagoma in condizioni di forte luce. Oltre a questo, il mantello bianco e nero a macchie ("muccato" nel lessico famigliare di casa mia) non è di quelli considerati particolarmente belli. Insomma, c'erano tutti gli ingredienti perchè questo gatto trascorresse l'esistenza dietro le sbarre di una gabbietta dell'ENPA. Al caldo, al sicuro, con la pappa assicurata: ma dietro una gabbia.

Con una di quelle intuizioni che devono scaturire da qualche misterioso sesto senso, Justyna ha capito che questo gatto doveva arrivare da noi: i miei richiami alla ragionevolezza, le mie previsioni di maggiore impegno, di grande stress per i gatti residenti, le mie obiezioni sull'impossibilità di portarsi a casa tutti i gatti un po' sfortunati che capita di incrociare facendo volontariato in un'associazione animalista si sono infrante di fronte alla sua sorridente ostinazione.

Come al solito, aveva ragione lei.

Questo chilogrammo scarso di gatto si sta rivelando un'autentica forza della natura: ignora bellamente soffi e ringhiate dei residenti, li insegue o li sfida a inseguirlo, ruba loro spudoratamente il cibo dalle ciotole infilandosi sotto le loro zampe, occupa tutti i loro posti preferiti e se ritiene che sia il caso cerca perfino di cacciarli via.
Mezz'ora dopo averne avuto la possibilità aveva già esplorato tutta la casa e probabilmente elaborato una sorta di mappa mentale che già adesso gli consente di muoversi con disinvoltura tra i vari ambienti.
Corre, salta, si arrampica, si lascia cadere. Ogni tanto i polpastrelli non hanno abbastanza presa sul parquet e mentre corre parte in testacoda. Ogni tanto dà qualche testata in giro ma non se ne dà per inteso: scrolla testa e spalle e ricomincia a correre.

Non sopporto la letteratura zuccherosa sui gatti, né i piagnistei sulle doti nascoste dei disabili: non mi lancerò quindi in un panegirico su più o meno improbabili lezioni di vita che un gatto disabile (ammesso che una tale umanizzazione sia sensata) è in grado di impartire. Ma è certo che vedere Edek all'opera, constatare quanto per qualcuno possa essere semplice essere ciò che si è fornisce materiale per la riflessione in grande abbondanza.

Ed è certo che il suo costo in termini di pappe, pulizia e fatica questo buffo, dispettoso, tostissimo folletto se l'è già ampiamente ripagato nelle poche ore da che è qui. Da questo momento in avanti per noi è puro guadagno.




Edek

sabato 16 novembre 2013

Un giorno di ordinaria follia

Fino a che punto un uomo può essere spinto dalle proprie manie? Caligola come è noto fece senatore il proprio cavallo; Vincenzo Peruggia arrivò a sottrarre la Gioconda di Leonardo; François Vatel, cuoco del Gran Condè, si suicidò per aver dovuto servire del pesce a suo giudizio non sufficientemente fresco.

L'idea mia e di Antonio di organizzare una gita a Bruxelles con andata e ritorno in giornata al solo scopo di procurarsi del tabacco Semois può apparire sulle prime bislacca, tantopiù se nella spedizione vengono coinvolte le mogli col preciso intento di far lievitare la franchigia a disposizione; ma misurata sulla scala dei truculenti episodi appena riportati sembra in verità una grigia iniziativa da dopolavoro ferroviario.

Devo confessare che quando ieri mattina la sveglia è suonata alle 04:00 AM la tentazione di girarsi dall'altra parte e mandare a quel paese (il Belgio?) pipe, tabacchi e compagnia bella è stata fortissima. Ma si è trattato della debolezza di un momento. Così, riemersi a fatica dalle coperte e insufficientemente svegliati da un caffè, io e Justyna alle 4:47 prendevamo posto nel Malpensa Express verso l'aeroporto. Con tipica efficienza italiana il bus che collega i due terminal della struttura a quell'ora circola ogni trenta minuti e gli orari sono congegnati in maniera tale che il passaggio avvenga in maniera da costringere i malcapitati viaggiatori a quasi venticinque minuti di inutile attesa: evidentemente l'idea di sincronizzare tra loro arrivo del treno e partenza del bus è un concetto troppo banalmente semplice per gli astuti organizzatori del servizio.

Il modello organizzativo a cui sono ispirati i controlli di sicurezza di Malpensa
Una volta arrivati al terminal 2 ci si para dinanzi una scena che di sicuro avrà riportato Justyna ai tempi della sua infanzia nella Repubblica Popolare Polacca: una coda disperatamente lunga era in attesa di passare i controlli di sicurezza. Il fenomeno, alle sei del mattino di un venerdì qualunque di metà novembre sembrava e sembra inspiegabile, a meno di non voler malignamente pensare a un tentativo di spingere i malcapitati in ansia a comprare l'opzione Fast Track. 
Sia come si sia, ci pieghiamo all'ineluttabile, compriamo il Fast Track e giungiamo trafelati ma in tempo al gate di imbarco.
Il volo fortunatamente si svolge senza intoppi e alle 8:30 arriviamo a Bruxelles. Le successive tre ore sono dedicate alle razzie di Semois presso gli obiettivi strategici che avevamo previdentemente individuato durante la fase di preparazione dell'iniziativa.
E qui corre l'obbligo di ringraziare Stefano, vecchia conoscenza telematica di Antonio e nuova conoscenza nostra che risiede a Bruxelles e si è dato la pena di mandare qualche mail e fare qualche telefonata in modo da facilitarci il compito e darci ragionevoli certezze in merito a quanto avremmo trovato.

Dopo la spoliazione delle nostre prede (possiamo affermare con orgoglio di aver lasciato Le Roi du Cigare completamente privo di Semois Vincent Manil) è il momento di dedicarci a un giro per il centro della città. Ovviamente con la pipa in bocca riempita dello straordinario Langue de chien di Martin. Mentre sfumacchiavo soddisfatto godendo della soffusa luce belga e di un cielo con degli sprazzi di azzurroverde che venivano direttamente dal polittico di Gand, pensavo che a furia di star dietro agli esoterici Virginia, così pieni di pretese in quanto a umidità, caricamento, conduzione della fumata, punto di stagionatura e simili, ogni tanto fa bene ritornare (o approdare) a un tabacco come questo: buono della semplice, genuina  bontà del pane appena sfornato e che si lascia fumare da quel franco e generoso compagno di vita che probabilmente è stato per generazioni di pipatori.

Giunge così l'ora del pranzo, celebrato comme il faut  (in compagnia di Stefano che si è unito alla comitiva ) all'ottimo  Aux Armes de Bruxelles. Le pipe si tacciono e lasciano il posto a choucroute, cozze con le patatine fritte e all'immancabile birra belga.

Pomeriggio trascorso a passeggiare (e a fumare, ça va sans dire) per le stradine di Bruxelles accompagnati da Stefano che per l'occasione rivela i suoi talenti di guida turistica e che poi spinge la sua gentilezza fino al punto di riaccompagnarci all'aeroporto. Aereo, treno e per le 22 siamo di nuovo a casa.

In conclusione: ottimo tabacco, ottimo cibo, splendida compagnia. Una giornata praticamente perfetta. Come scriveva Jules Verne, "si vivre dans ces conditions, c’est être un excentrique, il faut convenir que l’excentricité a du bon !"


Io e Antonio all'uscita de Le roi du cigare. Inspiegabilmente la commessa si è rifiutata di posare sdraiata ai nostri piedi a mò di preda.

Se qualcuno volesse ripetere la nostra impresa (dopo aver dato il tempo ai tabaccai bruxellesi di rientrare entro uno stock accettabile) riporto un po' di indirizzi:

- Il Semois di Vincent Manil (Reserve du Patron, taglio medio e La Brumeuse, taglio grosso) l'abbiamo preso da Le roi du cigare, rue Royale 25. Hanno anche il Semois di Jean Paul Couvert, come il Cerf Ardennais che ostento trionfalmente nella foto.
- Il Semois di Joseph Martin (Vieux Bohan e Langue de Chien) invece l'abbiamo preso da Davidoff Louisa, Chausée de Charleroi 15.
- Il pranzo l'abbiamo consumato presso Aux armes de Bruxelles, rue des Bouchers 13. Consigliatissimo.


 

martedì 5 novembre 2013

Chailly dirige Brahms

Adamo ed Eva cacciati dal paradiso terrestre, prima e dopo il restauro
Quando nel 1989 furono rimossi i ponteggi e i teloni che nascondevano alla vista la volta della Cappella Sistina e furono mostrati i risultati dell'opera dei restauratori, fu detto che "ogni libro su Michelangelo dovrà ora essere riscritto".
In effetti quello che emergeva una volta rimossa la patina di sporco e nerofumo accumulatasi nel corso dei secoli era un pittore distante le mille miglia dal clichè dello scultore frustrato, interessato soprattutto a masse e volumetrie e poco attento agli aspetti coloristici: agli occhi meravigliati dei visitatori si mostrava ora una gamma apparentemente infinita di azzurri, di verdi e di gialli, graduati con sapienza per tener conto degli effetti dovuti alla necessaria lontananza degli affreschi dagli spettatori. Come era inevitabile di fronte a risultati tanto radicalmente diversi da tutto quanto era stato fino a quel momento vulgata comune, ci fu chi giudicò che i restauratori si fossero spinti troppo oltre, che questa Sistina in technicolor non fosse il vero Michelangelo.
Non ho evidentemente nessuna competenza per entrare in una tale querelle se non a titolo puramente personale: e mi limito quindi a dire che a me questi colori accesi, vividi, cangianti, questo senso per il cromatismo che quasi riallaccia la pittura di Michelangelo alle campiture di colore puro della tradizione bizantina sembra di un'infinita suggestione.
La si pensi come si vuole in merito, rimane il fatto che in un fissato istante l'opera oggetto di restauro sarà sempre com'era oppure com'è, che le scelte del restauratore - per quanto egli voglia essere cauto e conservativo - sono in larga misura irreversibili.

L'immaterialità della musica porta con sé anche questo vantaggio: interpretazioni diverse possono coesistere senza interferire l'una con l'altra. Possiamo ascoltare il Beethoven di Furtwängler ma anche quello di Toscanini, lo Chopin di Rubinstein ma anche quello di Horowitz. 

Se in particolare volgiamo lo sguardo alla storia dell'interpretazione delle sinfonie di Brahms, emerge chiaramente una corrente largamente maggioritaria che all'ingrosso potremmo definire elegiaca: dalla cosmica malinconia leopardiana di Furtwängler, alla gotica compunzione di Klemperer, al rimpianto soffuso di luce dorata delle letture di Karajan, alle nobili meditazioni di Giulini si tratta di letture che, pur molto differenziate per premesse e per esiti, hanno in comune un approccio basato su tempi dilatati, sonorità dense e massicce, uso dei rallentando per sottolineare i momenti di maggior tensione.
Non che siano mancati tentativi di rendere il sinfonismo brahmsiano in maniera più drammaticamente tesa e movimentata, come testimoniano (tra gli altri) i cicli di Toscanini e Bruno Walter: ma per ragioni probabilmente imperscrutabili sono state tutte operazioni sempre rimaste un po' ai margini, incapaci al fondo di scalfire questa immagine malinconicamente, nebbiosamente autunnale delle sinfonie di Brahms.

C'è da sperare che maggior fortuna arrida all'integrale sinfonica brahmsiana appena uscita per Decca e che vede protagonisti l'orchestra del Gewandhaus di Lipsia diretta da Riccardo Chailly.
C'è da sperarlo perchè, esattamente come per il restauro della Cappella Sistina, l'approccio di Chailly rivela un'immagine di Brahms quale forse non si era abituati a frequentare. Il Brahms di Chailly non è meno drammatico o più rassegnato di Beethoven: quello che cambia nei cinquant'anni circa che separano la Nona di Beethoven dalla Prima di Brahms è l'argomento, il tema del dramma. Esso in Beethoven scaturisce dalla tensione fra volontà e materia, fra il mondo interiore e quello esteriore, nella lotta che si svolge tra materia e spirito. In Brahms, e questo aspetto viene colto da Chailly con grande lucidità, la scena del dramma è tutta interiore: il conflitto che lo genera è tra il dovere e il poter essere, fra le forze che si ritiene necessario avere e quelle che si stima di avere in realtà. Cambia - ripeto - la scena, ma non l'intensità delle passioni o l'impeto del dramma. Non che Chailly neghi o depotenzi i momenti di elegia e lirismo, e basta ascoltare la resa dell'Andante sostenuto della Sinfonia n. 1 o del Poco allegretto della Sinfonia n. 3 per convincersene. Ma il suo Brahms acquista colori più nitidi, contorni più netti, luci più cangianti di quanto di solito si ascolta.
E' un'interpretazione con cui si può essere o no d'accordo (e che personalmente trovo irresistibile) , ma che in ogni caso ha il grande pregio di un'originalità che non scade nela provocazione fine a sé stessa perchè si coglie in maniera evidente il genuino desiderio di Chailly di condividere gli esiti della sua riflessione con chi lo ascolta.

Insomma, per quanto mi riguarda questo ciclo brahmsiano conferma il momento di straordinaria maturità artistica e intellettuale a cui è giunto Chailly, superbamente coadiuvato da una delle più perfette compagini orchestrali al mondo il cui meraviglioso sound è catturato da una registrazione davvero allo stato dell'arte.

Furtwängler e Karajan continuerò a tenermeli stretti. Ma queste di Chailly si inseriscono in un numero veramente esiguo di interpretazioni capaci di indicare, convincentemente, vie nuove.






mercoledì 16 ottobre 2013

Ritratto di Irene

(Doppio) ritratto di Irene. Showroom Fazioli, Milano, Maggio 2011.
Pochi concorsi pianistici sulla scena mondiale possono vantare l'aura e il prestigio che circondano il concorso Chopin di Varsavia. Pollini, la Argerich, Zimerman, Blechacz sono solo alcuni dei grandissimi pianisti che l'hanno vinto; e anche quando il verdetto finale dà adito a dubbi e perplessità, il rigore esasperato della selezione garantisce un livello medio tecnico e musicale al di sopra di ogni sospetto.
L'ultima edizione del concorso si è svolta nell'ottobre 2010 ed è stata "coperta" dal benemerito canale televisivo TVP Kultura in maniera completa e appassionante: oltre a ogni singola nota suonata durante il concorso agli spettatori venivano proposti dibattiti in studio, interviste coi protagonisti, approfondimenti su questo o quell'aspetto della musica di Chopin. Un vero Super Bowl del pianoforte.

E' appunto al concorso Chopin 2010 che devo il mio primo contatto con Irene Veneziano. Ne avevo già seguito le due prime prove ricavandone l'impressione di un'interprete estremamente interessante; ma fu durante la terza prova che mi resi conto in maniera chiara della straordinaria musicista che stavo ascoltando: un recital chopiniano che comprendeva i primi due Notturni dell'op. 15, la Polonaise op. 26 n. 2, la Polacca-fantasia op. 61, la seconda Sonata op. 35 e - incastonata fra Polacca-fantasia e Sonata - una Berceuse op. 57 di un lirismo e al tempo stesso di un rigore stilistico impressionanti.

Ora, io per la Berceuse ho una piccola(?) fissazione, ritenendola - alla stregua dell'Ave, verum corpus mozartiano o degli ultimi pezzi pianistici di Brahms - uno di quelle supreme pagine di congedo che distillano la quintessenza poetica di un compositore, e che spesso bastano da soli come pietra di paragone per la statura artistica di un interprete. E' un brano di una delicatezza e dolcezza struggenti ma anche per certi versi ingannevoli: l'interprete che ne fornisce una lettura puramente lirica e sentimentale ne tradisce gli aspetti formali e costruttivi che qui assumono un rilievo da Variazioni Goldberg in miniatura. E nella versione che stavo ascoltando c'era tutto: c'era tenerezza, c'era contemplazione, c'erano il canto e la magia. E tutto questo non sovraimposto, ma dedotto.

Una resa così bella di un pezzo che amo così tanto mi spinse a fare qualcosa del tutto al di fuori dai miei normali canoni di comportamento: tentare un contatto con l'interprete allo scopo di ringraziarla per le emozioni che mi aveva regalato.Nell'impresa si rivelò prezioso Facebook, su cui scoprii che Irene aveva un account e che mi diede la possibilità di inviarle un messaggio in cui tentavo di spiegarle tutto il mio apprezzamento. Era un messaggio che nella mia testa non avrebbe avuto nessun seguito, un piccolo tributo di ammirazione destinato ad esaurirsi in sé stesso: così invece non fu. Così non fu perchè il giorno dopo Irene mi rispose, e nella risposta non c'era un generico ringraziamento ma le parole di qualcuno che si era dato la pena di leggere e capire. Con la sua tipica, provvidenziale imprevedibilità la vita aveva trasformato un incontro che neanche avrebbe dovuto essere tale nell'inizio di una splendida amicizia: col tempo infatti quei messaggi si moltiplicarono e in seguito ebbi modo di conoscere e frequentare Irene di persona e di apprezzarne le tante qualità umane.
Racconto questi particolari per rimarcare che - parlando di Irene Veneziano musicista - sto parlando di una cara amica: è un conflitto d'interessi che dichiaro con grande fierezza, e se per qualcuno le mie osservazioni fossero destituite di credibilità beh, pazienza.

Una delle caratteristiche a mio avviso tra le più evidenti nel pianismo di Irene Veneziano è il gusto e il rispetto dello stile: Irene è in grado di rendere in maniera compiuta il mondo espressivo di musicisti appartenenti a epoche diversissime rispettando la voce, il modo di porgere, la lingua di ognuno: nelle sue letture il romanticismo di Schumann risulta altro da quello di Chopin o di Liszt, la leggerezza di Galuppi ha un tono e un timbro diversi da quella di Debussy.
Al pianoforte. Teatro Belloni, Barlassina (MB), febbraio 2013.
A questo aspetto si unisce un fenomenale senso della struttura, una dote che si rivela tanto più preziosa quanto meno la composizione da rendere ha una rigida griglia formale cui interprete e ascoltatore possano fare riferimento: in pagine come la Ballata n. 1 op. 23 di Chopin o la Fantasia op. 17 di Schumann la capacità di tracciare una linea entro cui inscrivere armoniosamente il flusso sonoro può fare la differenza tra una semplice resa del testo e una vera interpretazione dello stesso. Ma anche in un brano come la già citata Berceuse il gioco di accumulo e rilascio delle tensioni rivela (se gestito bene) la favolosa sapienza compositiva di Chopin con la stessa solare, limpida evidenza di una dimostrazione geometrica.
Un'altra dote di Irene Veneziano pianista che risulta evidente anche ad un ascolto superficiale è la gamma cromatica apparentemente infinita di cui dispone il suo pianoforte, che unita al senso dello stile di cui parlavo prima le consente di collocare ogni autore in una luce diversa: dal colore brunito dei Lied schubertiani trascritti da Liszt, alla luce meridiana del Notturno op. 15 n. 1 di Chopin, all'acquarello tenue della Fille aux cheveux de lin  di Debussy ogni autore, ogni brano, ogni frase riceve una caratterizzazione in termini di suono che risulta - puramente e semplicemente - giusta.


Ho parlato del rispetto della cifra stilistica di ogni autore, ho parlato del senso della struttura, ho parlato della ricchezza della tavolozza sonora. Eppure non ho ancora nominato quello che secondo me è il vero segno distintivo di Irene quando siede al pianoforte, ciò che per me la mette in compagnia di un ristretto novero di grandissimi: sto parlando della capacità di far vivere e respirare la musica, di trasformare dei segni scritti sulla carta in vibrazioni che formano un tutto organico. Se la pagina lo permette, se le sue acque sono sufficientemente profonde, quando Irene tocca la tastiera non ci sono più altezze, durate, timbri: c'è un organismo che prende vita e palpiti e si esprime attraverso i suoni. E' una virtù che rischia di passare inosservata, tanto naturale è il risultato finale: ma può essere colta benissimo osservando con quanta esattezza vengano resi elementi apparentemente secondari: le pause coronate, le piccole appoggiature, le notine di transizione. E' in questi attimi così vicini al silenzio che si coglie il respiro, se c'è: e se non ce ne accorgiamo, sappiamo di stare contemplando un blocco inerte di marmo.

Ed è proprio questo senso di vita, di movimento, di calore che dalla personalità solare e briosa di Irene si trasferisce alle sue dita e alle note che suona a conferire ad ogni suo concerto il carattere di una gioiosa esperienza per lo spirito: in un'epoca in cui soprattutto da parte dei giovani interpreti sembra essersi aperta una gara a chi pesta più forte, a chi suona più caricato, a chi peggio stravolge il testo pur di fargli dire quello che l'interprete ritiene di dover comunicare, l'approccio limpidamente comunicativo, spiritualmente onesto di Irene Veneziano rappresenta un'oasi di luminosa bellezza; ed è questa la ragione per cui invito chiunque legga queste mie divagazioni ad informarsi sui prossimi concerti di Irene o quantomeno a procurarsi qualcuno dei suoi dischi. E' l'unico modo per rendersi ragione di persona della reale statura interpretativa di un grande Maestro: Irene Veneziano.

La mia amica Irene.



mercoledì 2 ottobre 2013

La sindrome del criceto

Scorte di tabacco. A scanso di equivoci, questa *non* è la mia...
L'impietosa diagnosi è di Justyna: sono un accumulatore compulsivo di scorte. Per anni ho tentato di negare a me stesso e agli altri la scomoda verità, ma messo di fronte a una collezione di CD che comprende (tra l'altro) due integrali complete di Mozart, ventotto versioni diverse del secondo concerto per pianoforte di Brahms e dodici delle Nozze di Figaro mozartiane; confrontatomi con gli scaffali della dispensa gementi sotto il peso degli spaghetti e dei vermicelli che imperterrito continuo a comprare tutte le volte che vado a fare la spesa; ed essendomi reso conto che ci sono rispettabili gattili dotati di provviste di croccantini  e sabbietta inferiori a quelle che mediamente sono a disposizione dei miei due gatti, ho dovuto ammettere che sì, forse una certa tendenza all'incetta e all'ammasso non mi è del tutto estranea. Con precedenti di questo tipo, il trend che avrebbero seguito i miei acquisti di tabacco era - ahimè - fin troppo facilmente pronosticabile.

In questo campo specifico però ho potuto scoprire con una certa soddisfazione che non ero da solo: che creare e mantenere un caveau di tabacchi da pipa era un'operazione niente affatto insensata.
Ma di che si tratta? Semplicemente di comprare in un fissato arco di tempo più tabacco di quello che si riesce a fumare, mettendo da parte l'eccedenza che si viene così creando.
E' un'operazione che ha una serie di motivazioni che a mio parere la rendono attraente anche per chi non è affetto da quella che Justyna ha icasticamente battezzato come  sindrome del criceto:

- il primo motivo è di natura pedestremente, grettamente economica: anche se può sembrare controintuitivo, è innegabile che  - dato che il tabacco aumenta costantemente e invariabilmente di prezzo -  farne scorta aiuta a tenere basso il costo medio di una pipata

- il secondo motivo attiene invece alla disponibilità a lungo termine delle miscele. Alcuni tabacchi cambiano di produttore o di modalità di produzione o di composizione nel corso degli anni, pur mantenendo inalterata la denominazione: i Dunhill dopo essere stati prodotti per lunghi anni dalla Real Casa del Bianco Puntino sono poi passati a Murray, che li ha infine ceduti a Orlik; il Capstan è attualmente prodotto da Mac Baren, i Rattray's da Kohlase&Kopp. Tutti cambiamenti accompagnati da cambiamenti del gusto; altri tabacchi poi semplicemente smettono di essere prodotti,  o anche solo di essere commercializzati nelle lande a cui si ha facile accesso. In tutti questi casi le scatole comprate due, cinque o dieci anni prima diventano l'unico modo possibile per assaggiare tabacchi nel frattempo geneticamente mutati o divenuti indisponibili.
Il detonatore di questo post: una latta di Hal O' The Wynd invecchiata tre anni.

- il terzo motivo è probabilmente il più valido in un'ottica epicurea: molti tabacchi invecchiando cambiano in meglio. Succede un po' come per le persone: l'età smussa certi spigoli, arrotonda certe asprezze e tende a rivelare la personalità più autentica. I tabacchi che maggiormente beneficiano di lunghi soggiorni nel caveau sono quelli con le più alte percentuali di zuccheri, grazie ai quali i batteri presenti nel tabacco possono continuare a lungo la loro opera: e quindi senza dubbio i Virginia, e più quelli chiari che quelli scuri. Basta solo un anno di invecchiamento per tirar fuori da miscele come il Golden Glow di Samuel Gawith o il Capstan giallo una struttura e una profondità assolutamente insospettabili nel prodotto fresco. Anche le miscele inglesi si giovano di un po' di sosta in dispensa: in questo caso però c'è da tener conto che la tendenza all'amalgama e all'arrotondamento potrebbe sul lunghissimo termine far perdere un po' di incisività a questi tabacchi.
I cosiddetti "naturali" (miscele a base di Burley, Kentucky, tabacchi bruni francesi, Semois) non risentono particolarmente della stagionatura, nè in meglio nè in peggio: e ciò si spiega col tenore relativamente basso di zuccheri di questi tabacchi; infine gli aromatizzati al caffè, alla fragola o al tiramisù conviene - se proprio non si riesce a lasciarli sugli scaffali del tabaccaio - fumarseli il più "freschi" possibile, prima che l'aromatizzazione evapori e lasci percepire la qualità in genere mediocre delle foglie utilizzate.

Tanto per dare qualche numero di riferimento: i Virginia evolvono sostanzialmente all'infinito, anche se si tratta di un processo asintotico. I cambiamenti più spettacolari avvengono di norma nei primi cinque-dieci anni, ma ad avere costanza l'invecchiamento può essere spinto anche molto ma molto oltre: non è possibile dare a parole un'idea di quello che può essere fumare un Virginia (o un Virginia-Perique) stagionato quindici o vent'anni.
Le miscele col Latakia raggiungono probabilmente il loro apogeo dopo tre-cinque anni, ma è una tipologia di tabacco per la quale contano molto i gusti personali e la specifica miscela: avendo avuto modo di confrontarli, io ad esempio preferisco lo Skiff relativamente "fresco", mentre il Samarra di Pease è a mio giudizio decisamente migliore dopo qualche anno di riposo.

Ma c'è anche dell'altro: a mio modo di vedere invecchiare tabacco ha - oltre a quella pratico-edonistica - una valenza prettamente morale, dato che è un'attività (ammesso si possa definirla tale) che insegna il valore del tempo che passa, illumina i benefici della tranquillità e del riposo e soprattutto dimostra luminosamente che non tutto è in vendita. Non importa quale cifra siate disposti a spendere per comprare tabacco, ma per avere un Virginia invecchiato vent'anni vi ci vorranno vent'anni e non un giorno di meno (a meno ovviamente che non bariate comprando scatole già invecchiate, il che peraltro non toglie validità all'affermazione).

E infine, forse la cosa più importante di tutte è che fumare tabacco stagionato significa ritrovare e far passare attraverso quei condotti di radica e di ebanite un po' di ciò che eravamo. Significa riappropriarci di frammenti di noi stessi di cui magari avevamo perso finanche il ricordo. E' una piccola madeleine ma senza zucchero e senza grassi: chi l'ha detto che fumare "nuoce gravemente alla salute"?


martedì 24 settembre 2013

Due aristocratici del pianoforte

Nelle persone di Fryderyk Chopin e Rafał Blechacz.
Qui trovate la recensione che ho scritto per Pianosolo dell'ultimo lavoro discografico di Blechacz, dedicato alle Polacche di Chopin.

Se non avete voglia di leggere, passate direttamente allo step successivo e comprate il CD.
Fidatevi: ne vale la pena.

E se proprio non vi fidate, qua sotto c'è un frammento dell'op. 40 n. 1 che secondo me è sufficiente a far capire perchè questo CD è tanto interessante.



giovedì 19 settembre 2013

Tentazioni vittoriane

La  mia Ferdown Root **
Nel momento in cui uno ha deciso di mettersi a dieta dovrebbe smettere di passare davanti alle pasticcerie. Perchè altrimenti  non sarà questione di se ma solo di quando. "Verrà un giorno", per dirla con fra Cristoforo, in cui il profumo sarà semplicemente troppo invitante per poter anche solo pensare di resistere. E prima ancora di rendersene conto ci si troverà dentro la pasticceria addentando voluttuosamente il morbido e fragrante impasto di una sfogliatella frolla.

Era ormai dall'inizio di quest'anno che, dopo un'attenta analisi delle mie abitudini e dei miei ritmi di fumatore, avevo stabilito che una razionalizzazione di quel bric-a-brac che stava diventando il mio parco pipe si imponeva: troppe pipe e quel che è peggio parecchie di loro comprate d'impulso, senza nessuna necessità di carattere estetico, funzionale o anche semplicemente sentimentale che ne giustificasse la permanenza sui miei scaffali. Pipe destinate ad avvitarsi in quel circolo vizioso per cui non si ha tanta voglia di fumarle e quindi non "maturano" mai sul serio; e siccome non sono mature si ha sempre meno voglia di fumarle.La linea d'azione era quindi chiara: liberarsi (regalando, vendendo, o nei casi più disperati ficcando in una scatola destinata geograficamente alla cantina e mentalmente all'oblio) della zavorra e limitarsi per il futuro a non più di due, massimo tre acquisizioni all'anno. In effetti dopo la pipa del compleanno di aprile l'idea era quella di aspettare pazientemente una nuova meraviglia commissionata a Gilli come pipa di Natale. E magari sarebbe andata esattamente così se non avessi commesso l'errore tipico dell'alcolizzato che sta cercando di smettere di bere o del drogato durante la disintossicazione: se cioè non mi fossi illuso di essere più forte di come in realtà ero e non avessi ricominciato a guardare, dal vivo e su internet, nuove pipe.
All'inizio ero anche ragionevolmente convinto di riuscire a tenere la cosa sotto controllo; ma quando sono atterrato sul sito di JN Barber e ho cominciato a sfogliare l'assortimento di pipe Ferndown ho capito di essermi spinto troppo in là.

Le pipe Ferndown vengono fabbricate a mano in Gran Bretagna da Leslie (Les) Wood, che per venticinque anni è stato maestro argentiere presso Dunhill: nulla di strano quindi che tutte le Ferndown abbiano un elemento in argento, da semplici (per modo di dire) verette a spigot che sono piccoli capolavori di scultura. Il grading delle Ferndown ha la stessa deliziosa assurdità del sistema monetario inglese prima della riforma decimale del 1971: tre finiture (Root, lisce chiare/arancio, Reo, lisce scure e Bark, rusticate o parzialmente rusticate nere) e un numero di stelle variabile da uno a tre (ma in qualche caso è presente anche la quarta stella) che però non esprime nè la fiammatura della radica nè le  dimensioni della pipa finita, ma la grandezza del ciocco di radica da cui la pipa è stata tratta. Col risultato che ad esempio ci può essere una *** più piccola e/o meno fiammata di una **.
Altro elemento interessante del catalogo Ferndown è che non ci sono differenze sostanziali di prezzo tra le varie finiture o tra le varie grandezze: le pipe un po' più care della media sono o particolarmente grandi o con un lavoro di argenteria particolarmente importante. I bocchini sono generalmente in cumberland per le Bark e in ebanite per le Root e le Reo.

Una pipa in cifre: lunghezza 154mm, altezza del fornello 52mm, diametro interno 21mm, peso 61g.

La cifra stilistica delle Ferndown è abbastanza peculiare: tendenzialmente grandi e massicce, non hanno il palladiano nitore, l'assiomatica essenzialità delle Dunhill e neanche l'estrosità dadaista di certe Charatan. Possiedono la solida, dignitosa, rassicurante pesantezza di una marcia di sir Edward Elgar. Sono pipe in cui la coesistenza tra la solidità e un certo gusto per la decorazione e il fregio non possono non far venire in mente l'estetica vittoriana, questa sorta di postumo periodo barocco inglese: le grandi residenze di campagna in pietra, con le ringhiere ornate da complicate circonvoluzioni di ghisa, gli interni coi mobili in legno massello ma piegato in capricciose linee curve.
Non sono pipe da passeggio, o almeno la maggior parte di loro non lo è: il loro habitat ideale è la poltrona, se di cuoio capitonnè e nelle vicinanze di un camino acceso tanto meglio.
La particolarissima forma del fornello della mia Ferndown

E' una scelta espressiva che professata in tempi di funzionalismo e minimalismo ha quantomeno il pregio dell'andare controcorrente, ma che indubbiamente si muove sul crinale sottile che separa l'eleganza dal cattivo gusto. Per quanto mi riguarda, Les Wood riesce sempre (o almeno quasi sempre) a non superare questa invisibile frontiera, tanto da rendere non solo perdonabili ma anche piacevoli azzardi (come alcune poker panel esagonali di taglia davvero grossa con un misto di facce rusticate e lisce) che in altre mani riuscirebbero puramente e semplicemente pacchiane.
A questo stesso gusto per l'ornamentazione si deve la predilezione per le forme paneled dei fornelli, declinate però in senso starei per dire opposto a quanto avviene chez Dunhill, in cui la square panel rappresenta davvero - e scusate il gioco di parole - una billiard al quadrato: se Dunhill lavora per via di levare, Les Wood opera per via di porre, così che tra le sue creazioni abbondano i pannelli esagonali o "misti" (come nel caso della mia) o con pannellature curvilinee.
Sono pipe curate ad olio, e a questo va attribuito il sapore un po' da fritturina (ma che personalmente trovo estremamente piacevole) che le accompagna durante il rodaggio; la mia inoltre ha un tiraggio abbastanza aperto e perfettamente calibrato, che probabilmente si rivelerà prezioso bruciando tabacchi più ignifughi della media.

Gran belle pipe, queste Ferndown. Pipe che evocano Dickens e Oscar Wilde, Joseph Conrad e Poe. Pipe che per me avranno sempre un'ombra peccaminosa, un sottile, recondito, fascinoso retrogusto di trasgressione: e anche questo, a ben pensarci, è tipicamamente vittoriano.

martedì 27 agosto 2013

Sławomir Mrożek, 1930-2013

"Sto soffrendo! Lo capisci?!" (disegno di S. Mrożek)
A volte le combinazioni della vita sono davvero curiose. Un paio di settimane fa ero in Polonia e avevo appena cominciato a leggere il secondo volume dei Diari di Sławomir Mrożek quando appresi che lo scrittore era appena morto a Nizza, città nella quale risiedeva dal 2008.
Disegnatore, scrittore, drammaturgo, Sławomir Mrożek è stato una delle figure intellettuali più interessanti del recente panorama culturale polacco.
Il mio incontro con Mrożek risale a una quindicina d'anni fa, quando comprai su una bancarella di libri usati una delle sue più celebri raccolte di racconti, "L'elefante": non sapevo nulla di lui, ma interessandomi  - al solito in maniera dilettantesca e disordinata - di tutto ciò che fosse polacco, pensai che un nome e un cognome così fossero una garanzia sufficiente.

Mi bastarono poche pagine per capire che quello che avevo per le mani era il libro di un fuoriclasse. Una fantasia scatenata e un'intelligenza acuminata come un fascio laser  facevano di ognuno di quei brevi raccontini una specie di benefica pilloletta per la mente.
Sono racconti nei quali spesso si parte da presupposti verosimili, da situazioni apparentemente pacifiche e si arriva - a fil di logica - verso conclusioni grottesche ed assurde.

Come nel racconto che dà il titolo alla raccolta, storia di un direttore di zoo carrierista che per ingraziarsi gli alti papaveri del partito decide di rinunciare ai fondi già stanziati per l'acquisto di un elefante e sostituirlo con uno di gomma. La brillante idea viene però compromessa dagli inservienti dello zoo che - stufi di pompare aria con una pompa a mano nell'enorme carcassa - decidono di pompare elio da una bombola che trovano nel magazzino: col risultato che mentre un'insegnante intrattiene la classe davanti alla gabbia del presunto elefante descrivendone la grandezza e il peso, questo si stacca da terra e comincia a volteggiare in aria spinto dal vento. Meravigliosa la chiusa del racconto, che qua riporto nella mia insufficiente traduzione:


"L'elefante fu ritrovato nel vicino giardino botanico, dove cadendo aveva urtato un cactus ed era scoppiato. 
Gli studenti che erano allo zoo abbandonarono la scuola e si diedero al teppismo. Probabilmente bevono vodka e rompono vetri. Non credono nel modo più assoluto agli elefanti".

"Un'infanzia difficile, la guerra, l'occupazione sovietica e adesso tu?"
O l'impagabile "La cooperativa mezzo litro" in cui si immagina un'ipotetica istituzione che fornisce volontari disposti a fare compagnia a chi vuol bersi una bottiglia di vodka ma non vuol farlo da solo, facendo così incontrare domanda e offerta.

E' tutta una girandola di personaggi improbabili, di atmosfere sghembe, di vicende surreali che a cerchi concentrici mettono alla berlina i paradossi della società della Polonia comunista, della mentalità dell'homo polonicus, della condizione di vita dell'homo sapiens in generale.

Quello che avrei imparato ad apprezzare solo molto dopo questo primo impatto con Mrożek è l'uso magistrale della lingua: una capacità prodigiosa di cambiare registro, stile, impronta sulla base di quello che la situazione richiede.

Ma oltre che come narratore Mrożek è stato attivo anche come drammaturgo, e i suoi drammi "Tango" e "Gli emigranti" sono tra gli esiti più alti del teatro polacco del XX secolo, degni di stare al fianco dei grandi capolavori di Pirandello, di Beckett, di Ionesco, di Harold Pinter. Sono lavori in cui è possibile rilevare la stessa capacità di cogliere assurdi e paradossi di anelli via via più vasti di realtà che si riscontra nelle novelle, e che costituisce alla fine l'eredità più grande e la ragione del senso di perenne freschezza e attualità che promana da buona parte dell'opera di Mrożek.

Chiudo questo piccolo ricordo di un grande scrittore con una piccola annotazione a margine: Mrożek era un appassionato fumatore di pipa, e nei suoi diari più volte si parla del conforto e della gioia che traeva dalle sue pipate. In una lettera ad un suo amico una volta scrisse: "Ho sempre desiderato di morire in maniera tale da avere il tempo di cancellare tutte le mie tracce. Addirittura bruciare le mie pipe".
Ecco, come ho già scritto altrove  tra il fumatore e le sue pipe si instaura un legame tutto particolare: e che un uomo della fantasia di Mrożek abbia evocato proprio l'immagine delle pipe che bruciano per rappresentare il grado estremo della scomparsa è una cosa che mi colpisce e mi commuove.

Niech ziemia Panu lekką będzie, Panie Mrożku.


Sławomir Mrożek, 1930-2013

giovedì 15 agosto 2013

Skies of Poland

Nei diciassette anni che sono ormai trascorsi dalla mia prima visita, ho girato la Polonia in lungo e in largo. Ho assistito alla trasformazione di Varsavia da triste dormitorio postcomunista a città piena di luci, di negozi, di colori. Mi sono bagnato i piedi nell'incredibile grigio acciaio del Baltico  e ho camminato per i sentieri dei Tatra. Ho bevuto birre deliziose all'ombra del campanile della chiesa di Maria nella piazza del mercato di Cracovia e sorseggiato voluttuose cioccolate con panna da Wedel a Varsavia. Ho mangiato in ristoranti a cinque stelle e in improbabili chioschetti dentro stazioncine periferiche. Eppure alla fin fine se dovessi nominare quello che secondo me è il proprium della Polonia parlerei dei piccoli paesini di campagna. La loro bellezza non è di quelle che cedono al facile pittoresco: sono gruppi di casette senza pretese, con davanti un po' di giardino e dietro l'aia e la porticina che dà accesso al campo. In estate è un paesaggio verde d'erba e giallo di fieno e di grano. E sopra questi verdi e questi gialli, lo sconfinato cielo della Polonia con le nuvole spinte incessantemente dal vento. Quel vento che muove anche le foglie dei pioppi e dei castagni  facendole stormire con un suono che è la musica stessa della pace.
Bisogna viverci per un po', dentro questo verde e sotto questo cielo. Bisogna dare loro il tempo di entrarti dentro. E allora diventano una specie di piccola oasi dell'anima. Un posto a cui si può fare ritorno per provare qualcosa che se non è felicità la ricorda maledettamente da vicino.


La casa di Justyna nel Mazowsze nordoccidentale.

martedì 6 agosto 2013

Critica della ragion pratica

Jan Jansz van de Velde, Natura morta con pipe, ca. 1651
Pochi argomenti del mondo pipario sono in grado di suscitare commenti tanto infuocati e prese di posizione tanto estreme come quelli legati al "rapporto qualità / prezzo" di tabacchi e pipe. C'è chi afferma (non senza ragione) che una pipa da 500 euro non fuma dieci volte meglio di una pipa da 50; c'è chi rivendica (anche lui non a torto) la qualità superiore dei marchi premium; c'è chi racconta come l' unica pipa in suo possesso a fare acqua è una Dunhill; e di solito la discussione finisce con gli esponenti delle due fazioni che si guardano (almeno virtualmente) in cagnesco e senza che nessuno sia stato in grado non dico di convincere ma almeno di far venire un dubbio a nessuno. Tra l'altro è interessante rilevare un apparente paradosso: questa stessa identica discussione ricorre ciclicamente fra gli aficionados praticamente di qualunque cosa, con una virulenza che è inversamente proporzionale al grado di utilità pratica della cosa stessa: così, mentre fra gli appassionati di fotografia diatribe del tipo "la Moskva 5 del 1952 che ho preso a 10 euro su una bancarella fa foto migliori della tua Canon 0.5DDD da 12.500 euro solo corpo" sono all'ordine del giorno, è già più raro che tra gli appassionati di automobili sorgano discussioni su "Una Mercedes da 80K euro non va dieci volte più veloce da una Panda da 8K"; e questo tipo di divergenze è del tutto assente in ambito "professionale", quando si discute di strumenti di lavoro.
Sembra quasi che - per una sorta di inconfessato senso di colpa - la nostra tendenza ad ammantare di razionalità le scelte di acquisto che facciamo diventi sempre più pressante man mano che la natura di ciò che acquistiamo diventa meno utilitaristica e più francamente voluttuaria.

Ovviamente anch'io ho le mie idee in merito di pipe (e non solo), e oggi ho deciso di condividerle con codesto rispettabile pubblico.

Se parliamo di aspetti pratici e  strettamenti legati alla fumabilità dell'oggetto, secondo me non ce n'è per nessuno: nulla può battere una pipa di terracotta. E' una pipa instancabile, fuma asciutto, non necessita di rodaggio, non "colora" il tabacco con aromi e sapori estranei. Il cannello di legno si può all'occorrenza sostituire con una spesa simbolica e laddove la pipa stessa mostrasse segni di cedimento basterebbe rimetterla in fornace per riottenere, come l'araba Fenice, una pipa nuova.In più il costo unitario del manufatto è tale da consentire di tenersene in casa una scorta anche sovradimensionata e potere così fronteggiare eventualità quali rotture, crepe e altro.Anche le pannocchiette sono abbastanza vicine al punto di ottimo, ma le terracotte le battono per durabilità e assenza assoluta di rodaggio.

E quindi?

E quindi la verità (sempre per me, sia chiaro) è che nel comprare una pipa la fumabilità è solo uno dei fattori che entrano nel gioco. Di norma è il più importante, ma non esaurisce di certo ciò che forma e alimenta il meccanismo di valutazione. E se si ammette questo, si capisce che lo spettro delle possibilità diventa potenzialmente infinito. La mia Gilli del compleanno è una grande pipa non solo per quanto bene fuma: ma anche per quanto è leggera, per quanto perfette sono le sue proporzioni, per quanto è curata in ogni dettaglio, per quanto è cromaticamente originale. Sono tutti fattori che non passano per il naso o il palato; ma contribuiscono al piacere della pipata in maniera impalpabile ma non per questo inesistente.

E' ovvio che ognuno sceglierà col proprio criterio, i propri gusti, la propria cultura e anche col proprio portafogli quali di questi fattori prendere in considerazione e quanto pesarli; ma affermare aprioristicamente che non val la pena spendere più di N euro per una pipa mi sembra difficilmente difendibile.

Insomma, come al solito nel lento fumo (e non solo) è tutta questione di riflettere, ponderare e valutare. Perchè ogni piacere deriva da una retta valutazione, come diceva Epicuro duemilacinquecento anni fa. Non so se Kant fumasse la pipa, ma non mi stupirebbe se se ne fosse sempre astenuto; sono invece abbastanza certo che - ci fosse stato tabacco ai suoi tempi - Epicuro di tanto in tanto una pipata se la sarebbe concessa di gusto.

martedì 30 luglio 2013

Cumberland spring

Era il 1944 quando il compositore americano Aaron Copland ricevette dalla ballerina Martha Graham la commissione per la musica di un balletto ispirato alla vita dei pionieri.
Aaron Copland ai tempi di Appalachian Spring
La Graham fornì a Copland solo un sommario molto vago della "trama" del lavoro, nell'intento di lasciare al compositore la massima libertà espressiva possibile. Durante tutta la fase della composizione, Copland chiamò il lavoro semplicemente ballet for Martha e fu soltanto una settimana prima del debutto (avvenuto a Washington il 30 ottobre) che la Graham decise il titolo definitivo: Appalachian Spring.
L'organico originario prevedeva un ensemble cameristico formato da tredici strumentisti (gli archi in formazione canonica più clarinetto, fagotto, flauto e un pianoforte); l'anno successivo Copland ricavò dalla musica per il balletto una suite orchestrale che divenne ben presto uno dei suoi lavori più popolari e più largamente eseguiti.

Forse a nessun altro musicista come ad Aaron Copland toccò in sorte di saper cogliere e rendere in maniera tanto nitida qualcosa dell'essenza stessa dello spirito americano.
La sua musica possiede delle qualità di fiducia nel domani, di saldezza interiore, di una gentilezza tranquilla che non deriva dall'adesione a una convenzione imposta dall'esterno ma è espressione di tutto un modo di concepire l'esistenza. Sono caratteristiche che hanno reso la produzione di Copland in grado di influenzare in maniera duratura il pensiero ed il linguaggio espressivo del suo Paese: potete non aver sentito una nota di Copland, ma se avete mai visto in un film americano una scena di paesaggio è facile che la musica di sottofondo vi torni alla mente ascoltando Appalachian Spring. Da un certo punto di vista non è esagerato affermare che Copland con la sua musica ha scritto la colonna sonora del paesaggio americano.


Poco meno di una sessantina d'anni dopo (nel 2002 per l'esattezza), a Gregory L. Pease fu offerto di acquistare una partita di tabacco Kentucky invecchiato oltre vent'anni. Quel tabacco costituisce l'ossatura di un capolavoro che - esattamente come Appalachian Spring - cattura qualcosa dello spirito americano, una miscela che non sarebbe potuta nascere che da quel lato dell'Oceano: Cumberland. Stabilire paralleli fra un tabacco e un brano musicale potrebbe sembrare un esercizio nei territori della più assoluta gratuità: eppure io sono convinto che chi assaggerà questo tabacco non potrà non coglierne i tratti idiomatici che lo caratterizzano.A partire dalla composizione (manco a dirlo all American: oltre il summenzionato Kentucky, ci sono dei sontuosi Virginia rossi e un Perique impiegato come esaltatore della nota dry in maniera assolutamente geniale), al gusto al tempo stesso deciso, corposo ma anche gentile, alla grande facilità di combustione, tutto contribuisce a rendere questo tabacco un autentico classico americano.
E' una miscela che ha la debordante ricchezza del paesaggio del Vermont temperata dall'austerità dei Padri Pellegrini; una miscela che parla di grandi spazi, che con la nota leggermente affumicata dei suoi aromi suggerisce  profumi di legna che brucia al centro di un accampamento.
Ha un corpo e una spinta nicotinica decisi: ma è una forza gentile, che si lascia percepire ma non viene gratuitamente esibita.
Non posso dire che sia il tabacco più buono che abbia mai fumato (ammesso che si possano fare attribuzioni di questo tipo con un minimo di sensatezza), ma di certo raramente ho fumato miscele con tale potenza e precisione evocativa.
E' un tabacco da fumare leggendo Thoreau, Emerson o Mark Twain, o ascoltando (ovviamente) Copland o Ives; o anche senza fare null'altro che fumare, lasciando che le sue suggestioni modellino il nostro spazio interiore.










giovedì 25 luglio 2013

C'è poco da stare Allevi

Le deliranti dichiarazioni del sedicente compositore di musica classica Giovanni Allevi non meriterebbero in sé stesse che un pigro si scomodi a confutarle o anche solo a commentarle. Non foss'altro perchè così facendo si corre il rischio di fungere da ripetitore alle sue scempiaggini e quindi di prestarsi al gioco dell'ufficio marketing del finto-giovane.

Eppure.

Eppure se da diversi giorni l'indignazione per la boutade del Keith Jarrett de noantri non si placa, se su Facebook sono nate pagine dedicate all'argomento, forse è segno che oltre a me c'è qualcun altro che si è sentito non solo infastidito ma offeso, che ha percepito la latente immoralità di certe affermazioni, e in prospettiva di tutto il fenomeno Allevi.

Il primo genere di immoralità che salta agli occhi è quello puro e semplice della bugia, del mentire sapendo di mentire: se Allevi avesse detto "Beethoven non mi emoziona, gli preferisco Jovanotti" sarebbe rimasto nell'ambito di un giudizio di gusto, discutibile quanto si vuole ma alla fin fine legittimo. Ma lui ha dato alla frase la forma di un'affermazione apodittica, e c'è il rischio che qualcuno, riconoscendogli un'autorevolezza di qualunque tipo in campo musicale, non vada a controllare e gli creda. O magari si senta culturalmente giustificato nel voltare le spalle al palloso Beethoven: non sono io che non lo capisco, è lui che manca di ritmo. Oh, l'ha detto Allevi.

Il secondo genere di immoralità è contenuta nella storiella del bambino che si annoia all'ascolto della Nona di Beethoven. Ora, la Nona di Beethoven in certi punti è ardua, no contest. Ma quand'anche l'episodio fosse vero cosa se ne deduce? Per parte mia, che i genitori avevano sbagliato ad esporre il bambino a un'esperienza che non aveva gli strumenti per elaborare; e che bisognava lavorare per fornire questi strumenti al bambino e metterlo in condizione di capire e godere la Nona di Beethoven. Non è impossibile: don Milani c'era riuscito cinquant'anni fa con la Settima e i ragazzi di Barbiana. Ma forse dipendeva dal fatto che la Settima ha più ritmo, vai a sapere.
Invece il messaggio di Allevi è che il bambino ha ragione ad annoiarsi, e quindi oggi bisogna scrivere musica (e probabilmente anche girare film, scrivere libri, dipingere quadri etc.) tali da tener desta l'attenzione di un bambino ignorante. Ancora una volta un messaggio ammiccante nei confronti di chi non ha voglia di sforzarsi: va tutto bene, tu sei  moderno e Beethoven è antico. E' vecchio.

Connesso a questo messaggio avvelenato, ce n'è poi un altro che è avvolto nella confezione dolciastra (e anche un po' ripugnante sul piano umano, a dirla tutta) della lamentazione contro l'invidia e l'incomprensione degli altri: "Non posso entrare in molti Conservatori italiani, mi dispiace ricevere a volte le contestazioni degli studenti che li frequentano, mi dispiace sapere che non potrò varcare le loro porte, ma so che la cosa importante è raggiungere il cuore della gente. Lì la mia musica può entrare."
Dove il postulato è che per entrare nel cuore delle persone bisogna preventivamente spegnere loro il cervello. 

Vicini al cuore del popolo!
Che per carità, è un postulato che Allevi non è il primo a formulare. 
Anche Goebbels quando organizzava le mostre sull'arte degenerata e metteva al bando la musica dodecafonica o la pittura espressionista si poneva sulla stessa lunghezza d'onda. 
E in fondo gli atletici operai, le bionde coltivatrici di grano, gli eroici soldati, le mamme che si chinavano protettive sui bimbi con la divisa da Pionieri, insomma tutto il repertorio iconografico del realismo socialista non nasceva forse dall'esigenza di essere vicini al cuore del popolo?

Ecco, questa idea dell'arte che deve titillare istinti e sentimentalismi dei propri destinatari senza mai metterli in discussione, questo voler lasciare sempre e soltanto soddisfatti i propri fruitori, questo rifuggire da tutto ciò che potrebbe richiedere impegno e riflessione: in una parola, questa visione francamente pornografica dell'arte mi sembra davvero il messaggio più reazionario, più pericoloso, più insopportabile contenuto nello sproloquio di Allevi.

Che però mi sento di rassicurare almeno su un punto: sempre nella parte delle sue dichiarazioni in cui rotola voluttuosamente nel vittimismo a un certo punto il diversamente pettinato afferma: "Mi ha fatto male sapere che persone autorevoli mi consideravano un impostore". 
Ecco, sappia Allevi che anch'io lo considero un impostore. Quindi non c'è neanche bisogno di essere persone autorevoli.






martedì 16 luglio 2013

Samarra, o della sfacciataggine dell'opulenza

Decorazione murale rinvenuta a Samarra
Nell'anno 221 dell'Egira (corrispondente all'836 d.C.) il califfo al-Mu'tasim, grande cultore di architettura, decise di lasciare Baghdad e fondare una nuova capitale. Il posto prescelto si trovava sulle rive del Tigri a un po' più di un centinaio di chilometri da Baghdad e alla città venne dato il nome di Surra Man Ra'a, ovvero Felice colui che la vede, che ben presto divenne semplicemente Samarra. La nuova capitale sorse splendida di moschee, giardini, palazzi, residenze ampie e finemente decorate per il califfo e tutta la sua corte. Certo lo spettacolo per chi ci arrivava avendo negli occhi la desolazione del deserto iracheno doveva essere indimenticabile e tale da giustificare in pieno il nome della città: e ciò sia per l'ampiezza della città (lunga una quarantina di km e larga tra i 4 e gli 8 km, circondata da pareti esterne fortificate spesse tre metri) sia soprattutto per il lusso sfrenato che contraddistingueva gli arredi urbani, dalle cupole dorate delle moschee ai portoni finemente intarsiati, alla leggerezza da ricamo delle pareti interne di molti edifici. Milleduecento anni dopo, di questa ricchezza è rimasto in situ relativamente poco: un impressionante minareto alto una cinquantina di metri e che si restringe con andamento a spirale man mano che sale sul modello delle ziqqurat sumere e assire, una parte delle imponenti mura esterne e poco altro: del rimanente, qualcosa è disperso nei musei di mezzo mondo qualcos'altro ha semplicemente ceduto alla furia divoratrice del tempo e della storia.

E' probabile che quando Gregory L. Pease ha creato la meravigliosa miscela che porta il nome della città mediorientale avesse in mente di ricreare proprio la sensazione di opulenza che accompagnava il visitatore della Samarra ai tempi del suo splendore: innanzitutto ha usato una tavolozza di tabacchi assai variegata, che comprende Virginia rossi, Virginia lemon, vari gradi di Orientali, Latakia cipriota e Perique. E poi ha usato al meglio le sue abilità di blender per armonizzare queste componenti in una summa ricchissima ma al tempo stesso estremamente armonica.

Il sound di questa miscela non è quello rarefatto di un trio jazz, ma quello robusto e al tempo stesso setoso di una big band al gran completo. E' un tabacco che colpisce straight in your face già da spento: sentori di cuoio, di spezie, di frutta secca, di lieviti, di erba. E tutte queste componenti le ritroviamo ad accavallarsi senza mai interferire anche nel gusto, che parte con un'autentica esplosione di sapori e poi lascia spazio (davvero come nel più classico Ellington) agli assolo degli orientali e dei Virginia, col Latakia che lascia sentire i pizzicati del suo basso e il Perique che ogni tanto sbuca a segnalare e sottolineare i cambi nell'armonia.

Fumare questa miscela significa partire per un viaggio in cui ogni tappa, ogni boccata è - o quantomeno potrebbe essere - diversa da tutte quelle che l'hanno preceduta e la seguiranno. Un coloratissimo caleidoscopio in cui ci si perde più che volentieri.


Un capolavoro di Tiziano: la Danae del Museo di Capodimonte
Come tutti i tabacchi di qualità, anche questo può essere lasciato invecchiare: gli esiti del  confronto fra una latta "fresca" e una che aveva alle spalle quattro anni di cambusa mi ha richiamato alla mente l'evoluzione della pittura di Tiziano, dall'Amor sacro ed amor profano del 1514 alla Danae di Capodimonte del 1545, dalla incisività del disegno del pittore giovane alla sontuosa luce dorata della produzione più matura. Sono due esperienze diverse e solo il gusto personale può decidere (ma è poi necessario?) a quale dare la preferenza.

Gran tabacco esibizionista e spudorato, il Samarra. Certo, la sua opulenza è destinata a dissolversi in fumo. Ma in fondo è la stessa sorte che è capitata alla città da cui ha mutuato il nome; solo la scala dei tempi è stata diversa.



Un capolavoro di G.L. Pease: il Samarra

martedì 9 luglio 2013

Due modi di invecchiare

Ho trascorso l'ultimo fine settimana a Perugia insieme a Justyna. E' stata l'occasione per rinverdire la conoscenza di una città che entrambi amiamo molto e a cui ci sentiamo legati. Un week-end pieno di buona cucina, di arte (l'esperienza della Galleria Nazionale dell'Umbria, in cui gli sfondi di alcuni quadri  si specchiano negli scorci che si ammirano dalle finestre) e ovviamente di musica, data la concomitanza con Umbria Jazz.


Un particolare dell'Annunciazione di Perugino. 
Il paesaggio sullo sfondo è lo stesso che vi circonda a Perugia.
Oltre a tutta la musica che era possibile ascoltare per le strade e le piazze della città, i due concerti a cui abbiamo assistito all'Arena di Santa Giuliana sono stati quello di sabato col gruppo di Jan Garbarek (oltre a Garbarek suonavano Rainer Bruninghaus al pianoforte, Yuri Daniel al basso elettrico e un Trilok Gurtu in stato di grazia alle percussioni) e quello di domenica col trio di Keith Jarrett.

L'esibizione di Jarrett nelle intenzioni degli organizzatori avrebbe dovuto segnare la riconciliazione del pianista con la kermesse umbra dopo il clamoroso abbandono con insulti del 2007 dovuto sembra a qualche flash di troppo. Nella realtà così non è stato: i tre musicisti fanno il loro ingresso sul palcoscenico (Jarrett con gli occhiali scuri alle 21), si guardano intorno poi Jarrett scuote la testa, si avvicina al microfono e sibila "See you later". Dietrofront e via. L'organizzatore scongiura il pubblico di non fotografare, non filmare, non fumare, perchè "si sa, l'artista è così". Passano cinque tesissimi minuti, i tre ritornano sul palco. Jarrett si avvicina di nuovo al microfono e scandisce "Zero lights". Il palco piomba nella semioscurità che poi diventerà buio totale col passare dei minuti. Finalmente, in questo clima sepolcrale,  il concerto comincia. Sei brani, venticinque minuti di pausa, una seconda parte (illuminata) con altri cinque brani e via. Nessun bis, nessun sorriso.

Come hanno suonato? Per parte mia benissimo. Questi signori suonano insieme da trent'anni e si sente: un interplay talmente perfetto che a tratti sembrava di sentire una volontà unica, un unico strumento declinato attraverso le sonorità del piano, della batteria e del basso. Fra i brani c'era una ellingtoniana Things ain't what they used to be che da sempre Jarrett - con intuizione geniale - trasforma in una trascinante ballata blues, e che è stata resa come mai mi era capitato di ascoltare nei dischi in cui pure è spesso presente.

Ma certo il gelo che Jarrett ha fatto calare sulla platea ha faticato un bel po' a sciogliersi, e forse non si è mai sciolto del tutto. Onestamente con la montagna di soldi che ha e con lo status di mito vivente del jazz che si è conquistato mi riesce difficile capire le motivazioni che spingono Jarrett a continuare a sottoporsi a un rito - quello dei concerti - che in tutta evidenza detesta. E in tutta sincerità vedere un signore ormai avviato verso la settantina che non è ancora venuto a patti con alcuni degli aspetti fondamentali del mestiere che fa, e che si agita e sbraita per quelle che in fondo sono sciocchezze è uno spettacolo triste.


Garbarek e i musicisti del suo gruppo a passeggio per Perugia - Foto (C) Corriere dell'Umbria
Uno spettacolo tanto più triste se paragonato all'autentica festa della musica in cui si era tramutato il concerto di Garbarek che aveva avuto luogo nello stesso posto ventiquatttr'ore prima. Ho passato le due ore e passa del concerto fumandomi beatamente del Grousemoor Plug in una capiente pipa di pannocchia mentre Garbarek e i musicisti che erano con lui creavano atmosfere ora sognanti, ora energiche, ora liriche. E sempre, sempre serene. Ecco, Garbarek (che BTW è di due anni più giovane di Jarrett, 66 anni contro 68) mi ha dato l'impressione, con la musica che ha suonato e col modo semplice e sorridente di essere e di presentarsi, di una persona serena e tranquilla.Uno che è arrivato a far musica a un livello eccelso ma se - come è successo sabato scorso - qualche coppietta balla mentre lui soffia nel suo sassofono non ne viene disturbato. Uno che il giorno dopo viene tranquillamente ad ascoltare il concerto del suo collega seduto in platea in una posizione neanche particolarmente vantaggiosa. E che quando viene riconosciuto non nega a nessuno un (timido) sorriso, un autografo, una fotografia col telefonino.

Insomma, per quanto mi riguarda i dischi di Jarrett continuerò a comprarli, ma dai suoi concerti mi terrò lontano.
Di Garbarek invece ho appena letto che il 26 novembre prossimo suonerà a Chiasso. Potrebbe essere la prima volta che non ci vado a comprare tabacco.

Update 12.7.2013Qui trovate qualche foto che ho scattato durante il soggiorno umbro.