giovedì 25 luglio 2013

C'è poco da stare Allevi

Le deliranti dichiarazioni del sedicente compositore di musica classica Giovanni Allevi non meriterebbero in sé stesse che un pigro si scomodi a confutarle o anche solo a commentarle. Non foss'altro perchè così facendo si corre il rischio di fungere da ripetitore alle sue scempiaggini e quindi di prestarsi al gioco dell'ufficio marketing del finto-giovane.

Eppure.

Eppure se da diversi giorni l'indignazione per la boutade del Keith Jarrett de noantri non si placa, se su Facebook sono nate pagine dedicate all'argomento, forse è segno che oltre a me c'è qualcun altro che si è sentito non solo infastidito ma offeso, che ha percepito la latente immoralità di certe affermazioni, e in prospettiva di tutto il fenomeno Allevi.

Il primo genere di immoralità che salta agli occhi è quello puro e semplice della bugia, del mentire sapendo di mentire: se Allevi avesse detto "Beethoven non mi emoziona, gli preferisco Jovanotti" sarebbe rimasto nell'ambito di un giudizio di gusto, discutibile quanto si vuole ma alla fin fine legittimo. Ma lui ha dato alla frase la forma di un'affermazione apodittica, e c'è il rischio che qualcuno, riconoscendogli un'autorevolezza di qualunque tipo in campo musicale, non vada a controllare e gli creda. O magari si senta culturalmente giustificato nel voltare le spalle al palloso Beethoven: non sono io che non lo capisco, è lui che manca di ritmo. Oh, l'ha detto Allevi.

Il secondo genere di immoralità è contenuta nella storiella del bambino che si annoia all'ascolto della Nona di Beethoven. Ora, la Nona di Beethoven in certi punti è ardua, no contest. Ma quand'anche l'episodio fosse vero cosa se ne deduce? Per parte mia, che i genitori avevano sbagliato ad esporre il bambino a un'esperienza che non aveva gli strumenti per elaborare; e che bisognava lavorare per fornire questi strumenti al bambino e metterlo in condizione di capire e godere la Nona di Beethoven. Non è impossibile: don Milani c'era riuscito cinquant'anni fa con la Settima e i ragazzi di Barbiana. Ma forse dipendeva dal fatto che la Settima ha più ritmo, vai a sapere.
Invece il messaggio di Allevi è che il bambino ha ragione ad annoiarsi, e quindi oggi bisogna scrivere musica (e probabilmente anche girare film, scrivere libri, dipingere quadri etc.) tali da tener desta l'attenzione di un bambino ignorante. Ancora una volta un messaggio ammiccante nei confronti di chi non ha voglia di sforzarsi: va tutto bene, tu sei  moderno e Beethoven è antico. E' vecchio.

Connesso a questo messaggio avvelenato, ce n'è poi un altro che è avvolto nella confezione dolciastra (e anche un po' ripugnante sul piano umano, a dirla tutta) della lamentazione contro l'invidia e l'incomprensione degli altri: "Non posso entrare in molti Conservatori italiani, mi dispiace ricevere a volte le contestazioni degli studenti che li frequentano, mi dispiace sapere che non potrò varcare le loro porte, ma so che la cosa importante è raggiungere il cuore della gente. Lì la mia musica può entrare."
Dove il postulato è che per entrare nel cuore delle persone bisogna preventivamente spegnere loro il cervello. 

Vicini al cuore del popolo!
Che per carità, è un postulato che Allevi non è il primo a formulare. 
Anche Goebbels quando organizzava le mostre sull'arte degenerata e metteva al bando la musica dodecafonica o la pittura espressionista si poneva sulla stessa lunghezza d'onda. 
E in fondo gli atletici operai, le bionde coltivatrici di grano, gli eroici soldati, le mamme che si chinavano protettive sui bimbi con la divisa da Pionieri, insomma tutto il repertorio iconografico del realismo socialista non nasceva forse dall'esigenza di essere vicini al cuore del popolo?

Ecco, questa idea dell'arte che deve titillare istinti e sentimentalismi dei propri destinatari senza mai metterli in discussione, questo voler lasciare sempre e soltanto soddisfatti i propri fruitori, questo rifuggire da tutto ciò che potrebbe richiedere impegno e riflessione: in una parola, questa visione francamente pornografica dell'arte mi sembra davvero il messaggio più reazionario, più pericoloso, più insopportabile contenuto nello sproloquio di Allevi.

Che però mi sento di rassicurare almeno su un punto: sempre nella parte delle sue dichiarazioni in cui rotola voluttuosamente nel vittimismo a un certo punto il diversamente pettinato afferma: "Mi ha fatto male sapere che persone autorevoli mi consideravano un impostore". 
Ecco, sappia Allevi che anch'io lo considero un impostore. Quindi non c'è neanche bisogno di essere persone autorevoli.






2 commenti:

  1. Bravissimo! Condivido ogni parola e ogni virgola.
    Ciao,
    Matteo Pagliari

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    1. Grazie per l'apprezzamento. Di solito cerco di non dare ulteriore spazio a gente come Allevi, ma stavolta il nostro l'ha fatta davvero fuori dal vaso.

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