Prendete un contadino islandese della metà del '600 che vive con la madre, la moglie e quattro figli (di cui due lebbrose e uno demente), un ribaldo di tre cotte che finirà col viaggiare in Germania, in Olanda, in Danimarca, che si ritroverà più volte in prigione e in attesa di essere giustiziato e affronterà tutte le sue vicissitudini intonando i versi delle saghe.
Poi prendete uno studioso di queste antiche saghe islandesi, un latinista erudito il cui unico scopo nella vita è raccogliere e conservare tutti i documenti scritti che parlino della storia dell'Islanda e la cui inestimabile collezione di manoscritti e pergamene finirà in gran parte distrutta durante l'incendio di Copenhagen.
E infine aggiungete una donna bellissima, perdutamente innamorata dello studioso ma che sposerà un possidente ubriacone che a un certo punto arriverà a vendere i suoi diritti sulla moglie in cambio di una bottiglia di acquavite.
Di questi tre personaggi altamente improbabili e dell'ancora più improbabile intrecciarsi delle loro vicende parla La campana d'Islanda, probabilmente il magnum opus dell'unico islandese ad avere vinto il premio Nobel per la letteratura: Halldòr Laxness, di recente pubblicato nella magnifica traduzione di Alessandro Storti a cura della (sempre più) benemerita Iperborea.
Come tutti i grandissimi romanzi della tradizione occidentale La campana d'Islanda è prima di tutto una formidabile storia, una di quelle che ti fanno rimanere col libro in mano a girare pagina dopo pagina in attesa di vedere come va a finire.
Una storia in cui ognuno dei tre protagonisti (ma anche i tanti personaggi secondari e finanche le comparse) è tratteggiato con un'abilità che li rende autentici, credibili, vivi: da quell'autentica, irresistibile canaglia di Jón Hreggviðsson (antesignano di Bjarthur di Somarus, l'altra carogna che è il protagonista di un altro grande romanzo di Laxness, Gente indipendente) alla fame di libertà e amore assoluto di Snæfríður «Sole d’Islanda», che non potendo avere il migliore degli uomini sceglie di unirsi al peggiore pur di poter decidere in prima persona del proprio destino, al rovello interiore di Arnas Arnæus che si sente chiamato a un compito che non gli lascia spazio per nient'altro, questo libro si lascia con l'impressione di aver conosciuto persone in carne ed ossa tanto potente e tridimensionale è la loro rappresentazione sulla carta.
Ma ovviamente dietro il puro e semplice (!) narrare, Laxness svolge una riflessione su almeno due piani: da un lato sul senso di cosa voglia dire essere islandesi, essere parte di una nazione sospesa fra i due pericoli opposti dell'isolamento totale e della colonizzazione (della Danimarca ai tempi della vicenda del racconto, degli Stati Uniti ai tempi in cui Laxness lo scrive); dall'altro (e questo è ovviamente un tema ben più universale) sul rapporto fra ogni uomo e il suo destino, fra ciò che sentiamo di essere e ciò che le forze della natura, della società e della storia ci fanno diventare.
Quello che Laxness getta sugli islandesi e sull'umanità in generale non è un occhio particolarmente benevolo, ma la causticità della sua scrittura non diventa mai cinismo. È un'opera dura ma non disperata, anzi alla fine se ne esce paradossalmente ma decisamente rinfrancati.
Leggetelo, ne vale davvero la pena.
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domenica 8 settembre 2019
venerdì 13 dicembre 2013
Allodola
Ci sono libri che ti intossicano come i protozoi della malaria. Il contagio avviene in maniera rapida ma poi diventa impossibile liberarsi di loro; e ogni tanto, in maniera spesso inaspettata, ti fanno sentire la loro presenza.
Libri che spesso sono destabilizzanti, libri ai quali torni quasi tuo malgrado: come se avessero da dirti qualcosa forse non troppo piacevole ma di certo importante, qualcosa che in ogni caso vale la pena assicurarsi di aver capito bene.
Può così capitare che in un gelido mattino di metà dicembre, mentre sei seduto in un tram dai vetri appannati che ti sta portando al lavoro, il pensiero vada per conto suo a una lettura fatta in estate, in vacanza, in Polonia: Allodola, dello scrittore ungherese Dezso Kosztolanyi.
Vissuto tra il 1885 e il 1936, Kosztolanyi è una figura di spicco della letteratura ungherese del secolo scorso. Assai apprezzato in patria sia per la produzione poetica che per quella in prosa, ebbe anche il merito di tradurre in ungherese numerosi testi teatrali sia della grande tradizione classica (Shakespeare su tutti) sia della migliore produzione a lui contemporanea (tradusse e fu un appassionato paladino di Pirandello). Ebbe anche notevole influenza sulle successive generazioni di letterati ungheresi, e tra i suoi più ferventi ammiratori c'era Sandor Marai, diventato negli ultimi anni uno dei più solidi best sellers della benemerita Adelphi.
La trama di Allodola è - esteriormente - abbastanza lineare: è la storia ambientata a Sarszeg, cittadina immaginaria della provincia ungherese, di una settimana nella vita dei coniugi Vajkay e precisamente della settimana che trascorrono da soli mentre la loro unica figlia (soprannominata per l'appunto Allodola) è ospite presso dei parenti che risiedono altrove. Quella di Allodola è una famiglia esemplare, una di quelle in cui le relazioni tra i componenti sono tutte una gara di delicatezze, tutte un'unica sequenza di tiepide cure, di fini manifestazioni d'affetto, di minute attenzioni.
In realtà scopriremo ben presto che questa settimana di sospensione da una routine che sembra immutabile, compenetrata finanche negli oggetti di casa Vajkay, è l'abbrivio di un pericolosissimo piano inclinato. E' l'orlo di un abisso nel quale le certezze interiori dei tranquilli coniugi Vajkay si sgretoleranno una dopo l'altra.
Con la ferocia e la precisione di un serial killer non digiuno di chirurgia, Kosztolanyi scarnifica la placida, zuccherosa realtà dei suoi personaggi facendocene constatare i risvolti di ipocrisia, di avarizia, di grettezza, perfino di puro e semplice odio. E' un viaggio che parte da The sound of music e arriva a Sussurri e grida.
E quando la settimana (circolarmente scandita dal pianto dei genitori alla partenza del treno e da quello di Allodola nel suo letto al ritorno) termina, sappiamo che l'esteriorità tornerà implacabilmente com'era ma nessuno dei protagonisti sarà più quello di prima.
Si respira in queste pagine una lucida assenza di illusioni, una volontà ostinata di demistificazione delle piccole e grandi ipocrisie della vita borghese di provincia, una valutazione spietata del prezzo di dolore e di infelicità tributato sull'altare del decoro.
Eppure Allodola non è un libro disperato, né disperante.
Non lo è per virtù d'arte, non lo è per merito della scrittura di Kosztolanyi che è di una perfezione da farti venir voglia di imparare l'ungherese non foss'altro che per poter leggere libri come questo in originale.
E' una scrittura palpitante di vita, che indugia con adesione e simpatia su ogni manifestazione dell'esistenza, dalle galline che razzolano per le strade al sapore dei piatti serviti nel ristorante in cui i Vajkay si concedono un pranzo.
Si legge in un paio d'ore questo libretto, e sono due ore che vale la pena di spendere. E' bello guardare dal finestrino di un tram milanese e avere la sensazione che dalla nebbia emerga il frontone di qualche casa di Sarszeg.
Libri che spesso sono destabilizzanti, libri ai quali torni quasi tuo malgrado: come se avessero da dirti qualcosa forse non troppo piacevole ma di certo importante, qualcosa che in ogni caso vale la pena assicurarsi di aver capito bene.
Può così capitare che in un gelido mattino di metà dicembre, mentre sei seduto in un tram dai vetri appannati che ti sta portando al lavoro, il pensiero vada per conto suo a una lettura fatta in estate, in vacanza, in Polonia: Allodola, dello scrittore ungherese Dezso Kosztolanyi.
Vissuto tra il 1885 e il 1936, Kosztolanyi è una figura di spicco della letteratura ungherese del secolo scorso. Assai apprezzato in patria sia per la produzione poetica che per quella in prosa, ebbe anche il merito di tradurre in ungherese numerosi testi teatrali sia della grande tradizione classica (Shakespeare su tutti) sia della migliore produzione a lui contemporanea (tradusse e fu un appassionato paladino di Pirandello). Ebbe anche notevole influenza sulle successive generazioni di letterati ungheresi, e tra i suoi più ferventi ammiratori c'era Sandor Marai, diventato negli ultimi anni uno dei più solidi best sellers della benemerita Adelphi.
La trama di Allodola è - esteriormente - abbastanza lineare: è la storia ambientata a Sarszeg, cittadina immaginaria della provincia ungherese, di una settimana nella vita dei coniugi Vajkay e precisamente della settimana che trascorrono da soli mentre la loro unica figlia (soprannominata per l'appunto Allodola) è ospite presso dei parenti che risiedono altrove. Quella di Allodola è una famiglia esemplare, una di quelle in cui le relazioni tra i componenti sono tutte una gara di delicatezze, tutte un'unica sequenza di tiepide cure, di fini manifestazioni d'affetto, di minute attenzioni.
In realtà scopriremo ben presto che questa settimana di sospensione da una routine che sembra immutabile, compenetrata finanche negli oggetti di casa Vajkay, è l'abbrivio di un pericolosissimo piano inclinato. E' l'orlo di un abisso nel quale le certezze interiori dei tranquilli coniugi Vajkay si sgretoleranno una dopo l'altra.
Con la ferocia e la precisione di un serial killer non digiuno di chirurgia, Kosztolanyi scarnifica la placida, zuccherosa realtà dei suoi personaggi facendocene constatare i risvolti di ipocrisia, di avarizia, di grettezza, perfino di puro e semplice odio. E' un viaggio che parte da The sound of music e arriva a Sussurri e grida.
E quando la settimana (circolarmente scandita dal pianto dei genitori alla partenza del treno e da quello di Allodola nel suo letto al ritorno) termina, sappiamo che l'esteriorità tornerà implacabilmente com'era ma nessuno dei protagonisti sarà più quello di prima.
Si respira in queste pagine una lucida assenza di illusioni, una volontà ostinata di demistificazione delle piccole e grandi ipocrisie della vita borghese di provincia, una valutazione spietata del prezzo di dolore e di infelicità tributato sull'altare del decoro.
Eppure Allodola non è un libro disperato, né disperante.
Non lo è per virtù d'arte, non lo è per merito della scrittura di Kosztolanyi che è di una perfezione da farti venir voglia di imparare l'ungherese non foss'altro che per poter leggere libri come questo in originale.
E' una scrittura palpitante di vita, che indugia con adesione e simpatia su ogni manifestazione dell'esistenza, dalle galline che razzolano per le strade al sapore dei piatti serviti nel ristorante in cui i Vajkay si concedono un pranzo.
Si legge in un paio d'ore questo libretto, e sono due ore che vale la pena di spendere. E' bello guardare dal finestrino di un tram milanese e avere la sensazione che dalla nebbia emerga il frontone di qualche casa di Sarszeg.
martedì 27 agosto 2013
Sławomir Mrożek, 1930-2013
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| "Sto soffrendo! Lo capisci?!" (disegno di S. Mrożek) |
Disegnatore, scrittore, drammaturgo, Sławomir Mrożek è stato una delle figure intellettuali più interessanti del recente panorama culturale polacco.
Il mio incontro con Mrożek risale a una quindicina d'anni fa, quando comprai su una bancarella di libri usati una delle sue più celebri raccolte di racconti, "L'elefante": non sapevo nulla di lui, ma interessandomi - al solito in maniera dilettantesca e disordinata - di tutto ciò che fosse polacco, pensai che un nome e un cognome così fossero una garanzia sufficiente.
Mi bastarono poche pagine per capire che quello che avevo per le mani era il libro di un fuoriclasse. Una fantasia scatenata e un'intelligenza acuminata come un fascio laser facevano di ognuno di quei brevi raccontini una specie di benefica pilloletta per la mente.
Sono racconti nei quali spesso si parte da presupposti verosimili, da situazioni apparentemente pacifiche e si arriva - a fil di logica - verso conclusioni grottesche ed assurde.
Come nel racconto che dà il titolo alla raccolta, storia di un direttore di zoo carrierista che per ingraziarsi gli alti papaveri del partito decide di rinunciare ai fondi già stanziati per l'acquisto di un elefante e sostituirlo con uno di gomma. La brillante idea viene però compromessa dagli inservienti dello zoo che - stufi di pompare aria con una pompa a mano nell'enorme carcassa - decidono di pompare elio da una bombola che trovano nel magazzino: col risultato che mentre un'insegnante intrattiene la classe davanti alla gabbia del presunto elefante descrivendone la grandezza e il peso, questo si stacca da terra e comincia a volteggiare in aria spinto dal vento. Meravigliosa la chiusa del racconto, che qua riporto nella mia insufficiente traduzione:
"L'elefante fu ritrovato nel vicino giardino botanico, dove cadendo aveva urtato un cactus ed era scoppiato.
Gli studenti che erano allo zoo abbandonarono la scuola e si diedero al teppismo. Probabilmente bevono vodka e rompono vetri. Non credono nel modo più assoluto agli elefanti".
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| "Un'infanzia difficile, la guerra, l'occupazione sovietica e adesso tu?" |
E' tutta una girandola di personaggi improbabili, di atmosfere sghembe, di vicende surreali che a cerchi concentrici mettono alla berlina i paradossi della società della Polonia comunista, della mentalità dell'homo polonicus, della condizione di vita dell'homo sapiens in generale.
Quello che avrei imparato ad apprezzare solo molto dopo questo primo impatto con Mrożek è l'uso magistrale della lingua: una capacità prodigiosa di cambiare registro, stile, impronta sulla base di quello che la situazione richiede.
Ma oltre che come narratore Mrożek è stato attivo anche come drammaturgo, e i suoi drammi "Tango" e "Gli emigranti" sono tra gli esiti più alti del teatro polacco del XX secolo, degni di stare al fianco dei grandi capolavori di Pirandello, di Beckett, di Ionesco, di Harold Pinter. Sono lavori in cui è possibile rilevare la stessa capacità di cogliere assurdi e paradossi di anelli via via più vasti di realtà che si riscontra nelle novelle, e che costituisce alla fine l'eredità più grande e la ragione del senso di perenne freschezza e attualità che promana da buona parte dell'opera di Mrożek.
Chiudo questo piccolo ricordo di un grande scrittore con una piccola annotazione a margine: Mrożek era un appassionato fumatore di pipa, e nei suoi diari più volte si parla del conforto e della gioia che traeva dalle sue pipate. In una lettera ad un suo amico una volta scrisse: "Ho sempre desiderato di morire in maniera tale da avere il tempo di cancellare tutte le mie tracce. Addirittura bruciare le mie pipe".
Ecco, come ho già scritto altrove tra il fumatore e le sue pipe si instaura un legame tutto particolare: e che un uomo della fantasia di Mrożek abbia evocato proprio l'immagine delle pipe che bruciano per rappresentare il grado estremo della scomparsa è una cosa che mi colpisce e mi commuove.
Niech ziemia Panu lekką będzie, Panie Mrożku.
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| Sławomir Mrożek, 1930-2013 |
giovedì 4 luglio 2013
Piastrellisti e apicultori
"Ricominciamo, non ci arrendiamo."
Lars Gustafsson
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| Lars Gustafsson |
Più tardi la lettura di "Lanterna magica" (l'autobiografia bergmaniana, vera come un reportage d'assalto e profonda come un grande romanzo) mi fece intuire che oltre alla Svezia da guardare c'era, poteva esserci, anche una Svezia da leggere: e a quel punto l'incontro col catalogo Iperborea fu inevitabile.
I libri Iperborea sono riconoscibili al primo sguardo per essere molto più stretti del consueto (non più di una decina di cm): probabilmente la benemerita casa editrice respingerebbe sdegnata l'accostamento, ma io non posso fare a meno di pensare che sono libri che sembrano pensati per stare comodamente sui ripiani non particolarmente profondi della regina delle librerie Ikea, la Billy.
Ma oltre che per il formato particolare dei suoi libri Iperborea è un unicum nel panorama editoriale italiano per organicità della proposta culturale, cura delle traduzioni e ampiezza di catalogo.
Uno degli autori di punta della casa è senz'altro Lars Gustafsson. Svedese, classe 1936, Gustafsson si è occupato nel corso della sua esistenza di filosofia, matematica, poesia, teatro, letteratura in prosa. Un tipino dai vasti interessi, diciamo così.
Di Gustafsson nel corso del tempo ho letto praticamente tutto quanto Iperborea ha reso disponibile ai lettori italiani. Lo reputo un autore straordinario, lucido come pochi nel mettere in evidenza quello che Montale definiva il punto morto del mondo, l'anello che non tiene e allo stesso tempo capace di non farsi travolgere dalla negatività dell'esistenza. Tra le sue opere ce ne sono due che mi sono divenute particolarmente care, due libri che mi trovo con una certa frequenza a rileggere senza stancarmene mai: Il pomeriggio di un piastrellista e Morte di un apicultore.
Nel pomeriggio di un piastrellista seguiamo la vicenda surreale e picaresca di uno scorbutico artigiano di Uppsala che una mattina riceve una confusa telefonata dalla quale gli sembra di capire che gli viene affidato il lavoro di piastrellatura di una villa in corso di ristrutturazione. Il libro è la storia di come Torsten Bergman affronterà la commissione che ha accettato, della casa in cui capiterà e di come questa faccenda apparentemente insignificante si rivelerà invece in grado di mettere il protagonista - e noi con lui - in condizione di riesaminare tutta la sua esistenza e magari di trovarvi se non un vero e proprio senso almeno sufficienti motivi di accettazione del suo destino, delle sue scelte, dei suoi tanti errori.
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| La copertina di Morte di un apicultore |
Non fanno sconti, i libri di Gustafsson: sono spesso aspri, duri, beffardi. Non presentano eroi positivi in cui sia facile o almeno desiderabile identificarsi. Sono privi di happy end, almeno nell'accezione tradizionale del termine.
Eppure dietro questa superficie scabra, oltre la ribellione ed il sarcasmo, io ho trovato alcune tra le pagine col maggior potere di consolazione che abbia mai letto: esattamente come alcuni film di Bergman, che ti lasciano con un vago senso di felicità pur senza aver mai smesso di prenderti a cazzotti nello stomaco.
Non so perchè, ma ho il sospetto che in questo c'entri qualcosa il motto di Lars Lennart Westin che ho messo in epigrafe a questo post e che ricorre a mò di mantra nel corso del libro. E ovviamente c'entra molto anche il potere di catarsi, di purificazione, di snebbiamento che è proprio della grande arte, di tutta la grande arte. Come quella di Ingmar Bergman o di Lars Gustafsson.
giovedì 25 aprile 2013
Maigret, o dell'appetito per la vita
Mi è già capitato di dire che amo molto i gialli. E ovviamente per chi ama i gialli imbattersi nella massiccia, pesante figura di Jules Maigret è uno snodo imprescindibile.
A differenza dello Sherlock Holmes di Conan Doyle, di cui conosciamo bene i tratti esteriori, le abitudini, le piccole e grandi manie ma la cui intima natura ci rimane sempre celata, di Maigret noi - stando ai soli romanzi e racconti che lo vedono protagonista - non sappiamo neanche esattamente che faccia abbia; eppure personalmente - e sono certo di non essere l'unico - delle volte penso a lui come una persona reale e solo con fatica riesco a capacitarmi che si tratta di un personaggio immaginario.
Un'altra cosa strana che mi capita con Maigret, e solo con lui, è che l'intreccio delle storie che lo riguardano mi rimane assai poco impresso, tanto che a distanza di tempo posso riprendere romanzi già letti e appassionarmi di nuovo alla soluzione del caso; mentre invece certe descrizioni di cose o di avvenimenti magari del tutto secondarie (la pioggia di notte, una corsa in taxi, il vestito indossato da una donna) si stampano nella mia mente in maniera indelebile e fin da subito.
Era un po' di tempo che stavo cercando di rendermi ragione di queste e altre particolarità di Jules Maigret e penso di aver trovato una risposta.
Maigret è un goloso della vita.
Con la sola, beffarda eccezione della Promessa di Durrenmatt, i romanzi gialli hanno sempre un intento o almeno un esito morale, quello di mostrare la possibilità di un ordine ristabilito. Per Maigret io credo che la moralità vada cercata proprio in questo atteggiamento nei confronti dell'esistenza.
Sarà semplicistico, ma sono persuaso che la lettura di un qualunque romanzo con Maigret convinca a dire "sì alla vita" in maniera molto più diretta e duratura di una lunga meditazione sulle tragiche, oscure pagine dello Zarathustra di Nietsche.
A differenza dello Sherlock Holmes di Conan Doyle, di cui conosciamo bene i tratti esteriori, le abitudini, le piccole e grandi manie ma la cui intima natura ci rimane sempre celata, di Maigret noi - stando ai soli romanzi e racconti che lo vedono protagonista - non sappiamo neanche esattamente che faccia abbia; eppure personalmente - e sono certo di non essere l'unico - delle volte penso a lui come una persona reale e solo con fatica riesco a capacitarmi che si tratta di un personaggio immaginario.
Un'altra cosa strana che mi capita con Maigret, e solo con lui, è che l'intreccio delle storie che lo riguardano mi rimane assai poco impresso, tanto che a distanza di tempo posso riprendere romanzi già letti e appassionarmi di nuovo alla soluzione del caso; mentre invece certe descrizioni di cose o di avvenimenti magari del tutto secondarie (la pioggia di notte, una corsa in taxi, il vestito indossato da una donna) si stampano nella mia mente in maniera indelebile e fin da subito.
Era un po' di tempo che stavo cercando di rendermi ragione di queste e altre particolarità di Jules Maigret e penso di aver trovato una risposta.
Maigret è un goloso della vita.
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| Maigret visto da Ferenc Pintér |
Quello che voglio dire lo spiega lo stesso Simenon in Maigret e il signor Charles, l'ultimo dei romanzi che hanno il corpulento commissario come protagonista:
Lui aveva bisogno di uscire dall'ufficio, di sentire che aria tirava, di scoprire, a ogni nuova inchiesta, mondi diversi. Aveva bisogno dei bistrot dove così spesso gli capitava di aspettare, davanti al bancone, bevendo, a seconda dei casi, una birra o un calvados.
Maigret assapora con avidità la vita nelle sue manifestazioni più elementari, con una sensibilità quasi animale per i sapori, gli odori, le atmosfere. Come quando entra per la prima volta nella Casa dei fiamminghi:
Fin dalla soglia ci si sentiva avvolgere dal tepore, da un'atmosfera indefinibile, quieta e sciropposa, dominata dagli odori. Ma quali odori? Una punta di cannella, una nota più intensa di caffè macinato, e anche un vago sentore di petrolio, mischiato però a zaffate di acquavite.
Intendiamoci bene: Maigret non è (almeno non solo) un bon vivant dedito ai piaceri della tavola, del bicchiere o della pipa. Non è un enorme gattone da salotto innamorato della sua stufa di ghisa. Con lo stesso ardore, direi con la stessa voluttà, Maigret vive e gode anche situazioni scomode o francamente sgradevoli:
"Non volete veramente ripararvi?" insistè imbarazzato il capitano della gendarmeria. E Maigret, le mani nelle tasche del cappotto, il cappello duro trasformato in un serbatoio d'acqua che si vuotava di colpo al minimo movimento, il Maigret accigliato, pesante, immobile dei giorni cattivi brontolò, seguitando a stringere tra i denti la cannuccia della pipa:
"No!"
(La locanda degli annegati, in Maigret in Rue Pigalle)
Evidentemente questo gusto primordiale per la vita in tutte le sue manifestazioni è un tratto che Maigret mutua dal suo autore. E' qualcosa che riscontriamo anche in altri personaggi sia degli stessi Maigret (pensiamo ad esempio all'indimenticabile Emile Ducrau, autentico deuteragonista della Chiusa n. 1) sia dei "romanzi-romanzi" di Simenon.
Ma in Maigret questo tratto è presente e palpabile in forme di una trasparenza e leggibilità assolute.
Nella tradizione del buddismo Zen il peccato più grave, l'origine degli altri mali del mondo, è la disattenzione. Maigret è di certo immune da questo vizio. Lui registra, nota, assimila tutto e tutto accetta, tutto gode: dal bavero di velluto del suo cappotto pesante all'odore caratteristico di una camera da letto in un albergo di quart'ordine.
Sarà semplicistico, ma sono persuaso che la lettura di un qualunque romanzo con Maigret convinca a dire "sì alla vita" in maniera molto più diretta e duratura di una lunga meditazione sulle tragiche, oscure pagine dello Zarathustra di Nietsche.
lunedì 8 aprile 2013
La realtà di Ricciardi
Amo molto leggere romanzi gialli.
Innanzitutto perchè i gialli postulano un ordine del mondo e la possibilità di spiegare (il che significa neutralizzare, assorbire) le anomalie rispetto a quest'ordine. Nel giallo paradossalmente "l'enigma non v'è" - per dirla con Wittgenstein. E questa è una cosa che soprattutto in tempi incerti fornisce una gradevole, ancorchè fragile, rassicurazione.
C'è poi l'aspetto pratico legato al mio essere ormai in larga parte un lettore itinerante, un lettore da treni e bus: nel corso degli anni in treno mi è capitato (e mi capita) di leggere davvero di tutto, dalle poesie ai testi di algebra astratta; e mi sono convinto che il giallo rappresenti una sorta di compromesso ideale tra le contrapposte esigenze di una lettura che da una parte deve fornire almeno un minimo di stimoli e dall'altra si trova a doverlo fare in condizioni lontane dall'ideale.
Un'altra caratteristica che amo nel giallo è che spesso il protagonista appare non in uno ma in una serie di libri, il che nelle mani giuste è uno strumento formidabile per creare figure che romanzo dopo romanzo finiscono per diventare reali; personaggi immaginari che possono arrivare ad interferire con la realtà, come in una novella di Borges.
Nel corso dell'ultimo anno alla mia galleria di personaggi-immaginari-ma-non-del-tutto si è aggiunta la figura dolente di Luigi Alfredo Ricciardi, commissario della R. Questura di Napoli negli anni del fascismo, nato dalla fantasia di Maurizio de Giovanni.
Uno dei primi esempi di via italiana al romanzo poliziesco è la serie del commissario De Vincenzi di Augusto de Angelis: anche quella ambientata in epoca fascista (a Milano però, non a Napoli), anche quella avente come protagonista un funzionario sostanzialmente estraneo al contesto politico e ideologico in cui si trova ad operare, e per questo fatalmente condannato a non "fare carriera", e a rimanere al proprio posto solo in virtù della propria implacabile efficienza professionale.
Ma i paralleli finiscono qua: innanzitutto, De Angelis scrive praticamente negli stessi anni in cui ambienta le proprie storie (il primo romanzo della serie, Il banchiere assassinato è del 1935) mentre de Giovanni rievoca un clima e un mondo da cui ormai ci separano quasi ottant'anni: l'uno descrive quanto ha sott'occhio, l'altro rievoca, riscopre, ricostruisce.
Inoltre la renitenza di De Vincenzi ha basi prima di tutto intellettuali: il commissario di De Angelis legge (di nascosto) Freud, ama le letterature anglosassoni, è insomma del tutto incompatibile col ristretto provincialismo culturale della società (e a maggior ragione della polizia) in cui è inserito.
Ricciardi no, Ricciardi è un fuori posto per motivi essenzialmente antropologici, motivi che probabilmente ne farebbero un fuori posto anche in altri contesti storici o ambientali: il dono, la maledizione di Ricciardi è quello di vedere - come lo chiama lui - il fatto.
Ricciardi vede i morti.
Più esattamente, vede i morti di morte violenta e li vede nel momento in cui muoiono, e li sente ripetere l'ultima frase, l'ultimo barlume di pensiero prima di estinguersi nel Nulla.
Questo fardello ne determina la sostanziale, irridemibile solitudine, tanto più difficile da sopportare quanto meno è comprensibile dalle persone che a vario titolo girano intorno a Ricciardi e gli sono affezionate: per costoro il commissario è come circondato da un diaframma di gelo che non ha cause, nè scopi, nè crepe.
Già solo questi sommari accenni dovrebbero far capire che Ricciardi è un personaggio fuori dal comune, e che fuori dal comune sono le sue storie; ma i romanzi di de Giovanni si fanno apprezzare anche per almeno altri due elementi: da una parte l'ambientazione, una Napoli credibile, ricostruita con esattezza e precisione di particolari senza però cedere mai al bozzetto o all'oleografia; dall'altra la cura - starei per dire l'amore con cui vengono delineati i personaggi che si muovono intorno al commissario: da quelli che ritroviamo da un romanzo all'altro (il burbero brigadiere Majone, il cinico - in apparenza - dottor Modo, Bambinella il femminiello, Enrica) a quelli che appaiono in una sola storia. Si esce dalla lettura di questi libri con la sensazione di aver conosciuto, capito qualcosa di tutti: di Ricciardi, di Majone, ma anche dei colpevoli, ma anche delle vittime.
Al momento in cui scrivo de Giovanni ha pubblicato - protagonista Ricciardi - quattro romanzi (Il senso del dolore, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, La condanna del sangue) ognuno ambientato in una stagione dell'anno e altri due (Per mano mia e Vipera) le cui vicende si svolgono rispettivamente a Natale e a Pasqua.
Il mio auspicio è che presto il calendario gli fornisca altri spunti che diano a me e a tutti i suoi lettori la possibilità di vedere ancora Ricciardi nutrirsi di caffè e sfogliatelle al Gambrinus, in una sosta del suo girovagare per Napoli a piedi, ostinatamente senza cappello.
Innanzitutto perchè i gialli postulano un ordine del mondo e la possibilità di spiegare (il che significa neutralizzare, assorbire) le anomalie rispetto a quest'ordine. Nel giallo paradossalmente "l'enigma non v'è" - per dirla con Wittgenstein. E questa è una cosa che soprattutto in tempi incerti fornisce una gradevole, ancorchè fragile, rassicurazione.
C'è poi l'aspetto pratico legato al mio essere ormai in larga parte un lettore itinerante, un lettore da treni e bus: nel corso degli anni in treno mi è capitato (e mi capita) di leggere davvero di tutto, dalle poesie ai testi di algebra astratta; e mi sono convinto che il giallo rappresenti una sorta di compromesso ideale tra le contrapposte esigenze di una lettura che da una parte deve fornire almeno un minimo di stimoli e dall'altra si trova a doverlo fare in condizioni lontane dall'ideale.
Un'altra caratteristica che amo nel giallo è che spesso il protagonista appare non in uno ma in una serie di libri, il che nelle mani giuste è uno strumento formidabile per creare figure che romanzo dopo romanzo finiscono per diventare reali; personaggi immaginari che possono arrivare ad interferire con la realtà, come in una novella di Borges.
Nel corso dell'ultimo anno alla mia galleria di personaggi-immaginari-ma-non-del-tutto si è aggiunta la figura dolente di Luigi Alfredo Ricciardi, commissario della R. Questura di Napoli negli anni del fascismo, nato dalla fantasia di Maurizio de Giovanni.
Uno dei primi esempi di via italiana al romanzo poliziesco è la serie del commissario De Vincenzi di Augusto de Angelis: anche quella ambientata in epoca fascista (a Milano però, non a Napoli), anche quella avente come protagonista un funzionario sostanzialmente estraneo al contesto politico e ideologico in cui si trova ad operare, e per questo fatalmente condannato a non "fare carriera", e a rimanere al proprio posto solo in virtù della propria implacabile efficienza professionale.
Ma i paralleli finiscono qua: innanzitutto, De Angelis scrive praticamente negli stessi anni in cui ambienta le proprie storie (il primo romanzo della serie, Il banchiere assassinato è del 1935) mentre de Giovanni rievoca un clima e un mondo da cui ormai ci separano quasi ottant'anni: l'uno descrive quanto ha sott'occhio, l'altro rievoca, riscopre, ricostruisce.
Inoltre la renitenza di De Vincenzi ha basi prima di tutto intellettuali: il commissario di De Angelis legge (di nascosto) Freud, ama le letterature anglosassoni, è insomma del tutto incompatibile col ristretto provincialismo culturale della società (e a maggior ragione della polizia) in cui è inserito.
Ricciardi no, Ricciardi è un fuori posto per motivi essenzialmente antropologici, motivi che probabilmente ne farebbero un fuori posto anche in altri contesti storici o ambientali: il dono, la maledizione di Ricciardi è quello di vedere - come lo chiama lui - il fatto.
Ricciardi vede i morti.
Più esattamente, vede i morti di morte violenta e li vede nel momento in cui muoiono, e li sente ripetere l'ultima frase, l'ultimo barlume di pensiero prima di estinguersi nel Nulla.
Questo fardello ne determina la sostanziale, irridemibile solitudine, tanto più difficile da sopportare quanto meno è comprensibile dalle persone che a vario titolo girano intorno a Ricciardi e gli sono affezionate: per costoro il commissario è come circondato da un diaframma di gelo che non ha cause, nè scopi, nè crepe.
Già solo questi sommari accenni dovrebbero far capire che Ricciardi è un personaggio fuori dal comune, e che fuori dal comune sono le sue storie; ma i romanzi di de Giovanni si fanno apprezzare anche per almeno altri due elementi: da una parte l'ambientazione, una Napoli credibile, ricostruita con esattezza e precisione di particolari senza però cedere mai al bozzetto o all'oleografia; dall'altra la cura - starei per dire l'amore con cui vengono delineati i personaggi che si muovono intorno al commissario: da quelli che ritroviamo da un romanzo all'altro (il burbero brigadiere Majone, il cinico - in apparenza - dottor Modo, Bambinella il femminiello, Enrica) a quelli che appaiono in una sola storia. Si esce dalla lettura di questi libri con la sensazione di aver conosciuto, capito qualcosa di tutti: di Ricciardi, di Majone, ma anche dei colpevoli, ma anche delle vittime.
Al momento in cui scrivo de Giovanni ha pubblicato - protagonista Ricciardi - quattro romanzi (Il senso del dolore, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, La condanna del sangue) ognuno ambientato in una stagione dell'anno e altri due (Per mano mia e Vipera) le cui vicende si svolgono rispettivamente a Natale e a Pasqua.
Il mio auspicio è che presto il calendario gli fornisca altri spunti che diano a me e a tutti i suoi lettori la possibilità di vedere ancora Ricciardi nutrirsi di caffè e sfogliatelle al Gambrinus, in una sosta del suo girovagare per Napoli a piedi, ostinatamente senza cappello.
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