giovedì 25 aprile 2013

Maigret, o dell'appetito per la vita

Mi è già capitato di dire che amo molto i gialli. E ovviamente per chi ama i gialli imbattersi nella massiccia, pesante figura di Jules Maigret è uno snodo imprescindibile.

A differenza dello Sherlock Holmes di Conan Doyle, di cui conosciamo bene i tratti esteriori, le abitudini, le piccole e grandi manie ma la cui intima natura ci rimane sempre celata, di Maigret noi - stando ai soli romanzi e racconti che lo vedono protagonista - non sappiamo neanche esattamente che faccia abbia; eppure personalmente - e sono certo di non essere l'unico - delle volte penso a lui come una persona reale e solo con fatica riesco a capacitarmi che si tratta di un personaggio immaginario.

Un'altra cosa strana che mi capita con Maigret, e solo con lui, è che l'intreccio delle storie che lo riguardano mi rimane assai poco impresso, tanto che a distanza di tempo posso riprendere romanzi già letti e appassionarmi di nuovo alla soluzione del caso; mentre invece certe descrizioni di cose o di avvenimenti magari del tutto secondarie (la pioggia di notte, una corsa in taxi, il vestito indossato da una donna) si stampano nella mia mente in maniera indelebile e fin da subito.

Era un po' di tempo che stavo cercando di rendermi ragione di queste e altre particolarità di Jules Maigret e penso di aver trovato una risposta.

Maigret è un goloso della vita.


Maigret visto da Ferenc Pintér

Quello che voglio dire lo spiega lo stesso Simenon in Maigret e il signor Charles, l'ultimo dei romanzi che hanno il corpulento commissario come protagonista:

Lui aveva bisogno di uscire dall'ufficio, di sentire che aria tirava, di scoprire, a ogni nuova inchiesta, mondi diversi. Aveva bisogno dei bistrot dove così spesso gli capitava di aspettare, davanti al bancone, bevendo, a seconda dei casi, una birra o un calvados.

Maigret assapora con avidità la vita nelle sue manifestazioni più elementari, con una sensibilità quasi animale per i sapori, gli odori, le atmosfere. Come quando entra per la prima volta nella Casa dei fiamminghi

Fin dalla soglia ci si sentiva avvolgere dal tepore, da un'atmosfera indefinibile, quieta e sciropposa, dominata dagli odori. Ma quali odori? Una punta di cannella, una nota più intensa di caffè macinato, e anche un vago sentore di petrolio, mischiato però a zaffate di acquavite. 

Intendiamoci bene: Maigret non è (almeno non solo) un bon vivant dedito ai piaceri della tavola, del bicchiere o della pipa. Non è un enorme gattone da salotto innamorato della sua stufa di ghisa. Con lo stesso ardore, direi con la stessa voluttà, Maigret vive e gode anche situazioni scomode o francamente sgradevoli: 

"Non volete veramente ripararvi?" insistè imbarazzato il capitano della gendarmeria. E Maigret, le mani nelle tasche del cappotto, il cappello duro trasformato in un serbatoio d'acqua che si vuotava di colpo al minimo movimento, il Maigret accigliato, pesante, immobile dei giorni cattivi brontolò, seguitando a stringere tra i denti la cannuccia della pipa:
"No!"
(La locanda degli annegati, in Maigret in Rue Pigalle)

Evidentemente questo gusto primordiale per la vita in tutte le sue manifestazioni è un tratto che Maigret mutua dal suo autore. E' qualcosa che riscontriamo anche in altri personaggi sia degli stessi Maigret (pensiamo ad esempio all'indimenticabile Emile Ducrau, autentico deuteragonista della Chiusa n. 1) sia dei "romanzi-romanzi" di Simenon. 
Ma in Maigret questo tratto è presente e palpabile in forme di una trasparenza e leggibilità assolute.

Nella tradizione del buddismo Zen il peccato più grave, l'origine degli altri mali del mondo, è la disattenzione. Maigret è di certo immune da questo vizio. Lui registra, nota, assimila tutto e tutto accetta, tutto gode: dal bavero di velluto del suo cappotto pesante all'odore caratteristico di una camera da letto in un albergo di quart'ordine.


Con la sola, beffarda eccezione della Promessa di Durrenmatt, i romanzi gialli hanno sempre un intento o almeno un esito morale, quello di mostrare la possibilità di un ordine ristabilito. Per Maigret io credo che la moralità vada cercata proprio in questo atteggiamento nei confronti dell'esistenza.

Sarà semplicistico, ma sono persuaso che la lettura di un qualunque romanzo con Maigret convinca a dire "sì alla vita" in maniera molto più diretta e duratura di una lunga meditazione sulle tragiche, oscure pagine dello Zarathustra di Nietsche.

2 commenti:

  1. Quando leggo di Maigret, lo associo necessariamente a Gino Cervi non posso farne a meno. Torno bambino ad alle serate con mio padre accanto seduto nel guardare i bellissimi film in bianco e nero. Due , tre volte l'anno "costringo" chi vive con me a rivivere quella poesia. Inevitabilmente carico la pipa e me lo godo sino alla fine. Grazie per avermi riproposto il ricordo in questo inizio d'inverno.
    Cordialità
    Fr.oliver

    RispondiElimina
  2. Grazie per avermi costretto a pensare per l'ennesima volta: - Amo la pipa perché amo Maigret o amo Maigret perché amo la pipa?-

    RispondiElimina