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giovedì 21 agosto 2014

De re rustica

Paul Cezanne, Le fumeur (1895) - Mosca, Museo Puskin
Nel mio personale Pantheon dei tabacchi da pipa sono senza dubbio i Virginia a farla da padroni: chiari, scuri, rossi, curati ad aria o a fuoco, stoved, "lisci" o conditi con un pizzico di Perique sono i tabacchi che costituiscono la spina dorsale di tutto ciò che per me significa fumare la pipa.

Da un paio di annetti - vinte le iniziali diffidenze e trovato un approccio che sembra funzionare - anche le miscele col Latakia hanno trovato un posto nel mio orizzonte e nei fornelli delle mie pipe: un posto forse non ampio quanto quello dei Virginia ma comunque niente affatto trascurabile.

Ancor più di recente - invece - mi sta capitando di fumare con sempre maggior desiderio e soddisfazione i tabacchi appartenenti a un'altra ancora delle categorie in cui di solito si classificano i trinciati da pipa.
La categoria in oggetto è quella dei tabacchi cosiddetti naturali o mediterranei: etichetta che - a voler essere rigorosi - dice tutto e nulla. Se parliamo di naturalezza, alla fin fine è giocoforza ammettere che un prelibato Golden Glow di Samuel Gawith non è in nulla meno naturale di un Semois belga o di uno Scaferlati francese; e anche la denominazione mediterranei è quantomeno problematica se appiccicata a tabacchi fabbricati nelle Ardenne (per non parlare del Landtabak, fabbricato nel Regno Unito e commercializzato in Austria). Ma tant'è: a volte certi abusi di linguaggio si impongono vuoi per mancanza di alternative migliori vuoi perchè al fondo il nome, sia pure fattualmente inappropriato, restituisce un'eco non del tutto estranea alla cosa.

E in effetti i tabacchi di questa famiglia (che comprende cose come i Semois belgi, gli Scaferlati e gli altri bruns francesi, le varie accezioni di Landtabak austriaco, il nostro Trinciato Forte, le spuntature di Toscano che il fumatore italico deve fabbricarsi da sè mentre quello svizzero le trova già pronte, e via via enumerando) hanno forse di problematico solo il nome che collettivamente li identifica.

Per il resto sono forse i tabacchi più concettualmente (se non altro) naturali, più francescanamente semplici che si possano immaginare: privi dell'eterea gamma di dolcezze dei Virginia, privi del complesso interplay delle miscele inglesi, privi più che mai delle suggestioni (e degli inganni) degli aromatizzati,  sono tabacchi accomunati all'ingrosso da un aroma (sia a crudo che durante la fumata) robusto, spesso pungente; da un gusto altrettanto deciso, con prevalenza di note terrose e tostate; da un'evoluzione spesso poco pronunciata (fatta forse eccezione per certi Semois) e da una spinta nicotinica decisamente da non sottovalutare.
Quest'ultimo aspetto fa sì che diversi fumatori anzichè in radica li gustino usando pipe di schiuma o (forse in maniera filologicamente più corretta) pipe di terracotta o di mais.
Data la relativa povertà in zuccheri delle varietà di tabacco utilizzate sono referenze che vale la pena accumulare solo a fini di stoccaggio, senza potersi né doversi aspettare variazioni significative nel gusto col passare del tempo.
Inoltre il taglio sottile e la relativa secchezza fanno sì che brucino praticamente da soli, tanto che spesso vanno caricati più pressati di come si è abituati a fare pena una combustione troppo rapida e a temperature troppo alte. Queste stesse caratteristiche di taglio e di (poca) umidità fanno sì che possano essere maggiormente apprezzati in pipe dai fornelli capienti, nelle quali il tabacco abbia agio di raccontare le sue storie.

Sì, perchè questi sono tabacchi che più di altri hanno un'attitudine che non saprei come altro definire se non come narrativa. Raccontano storie spesso a sfondo agreste: le storie della verghiana Vita dei campi o delle Veglie alla fattoria di Dikan'ka di Gogol. Non necessariamente sempre liete: ma sempre raccontante con un ritmo placido, lento, patriarcale. Un ritmo che rassicura, che culla. Se il fumare la pipa è già in sé stesso un tirarsi fuori dalle frenesie e dai rumori quotidiani, fumare questi tabacchi è un recedere al quadrato.

Forse per questo sono tabacchi dai quali, se appena si riesce ad andare al di là di un'apparenza magari scorbutica e (usando un bellissimo termine caro a Guareschi) malgarbata, è possibile davvero trarre conforto.
E forse per questo li si apprezza di più via via che il tempo passa: come se per un'esperienza davvero completa l'affinamento dovesse avvenire non nel tabacco, ma in chi lo fuma.






venerdì 17 gennaio 2014

La mangeuse de langue de chien

Lo ammetto, il titolo di questo post evoca scenari di improbabili ibridazioni fra un B-movie del genere splatter e la rarefatta regia di un esponente della nouvelle vague francese.
In realtà voglio parlare di faccende decisamente meno truculente e più amene: e in particolare di una nuova, meravigliosa pipa che ho commissionato a Giacomo Penzo e che fin dall'atto delle discussioni preliminari sapevo che avrei dedicato a un unico tabacco: il Semois.

Devo ammettere che la prima volta che sbirciando sul suo blog ho letto l'anno di nascita di Giacomo (1991), accanto alla meraviglia per un ragazzo così giovane che era già in grado di tirar fuori manufatti così pregevoli ho sentito dentro me anche una fitta di malinconia al fondo neanche troppo sgradevole: in pratica quando lui ciucciava latte io ciucciavo già sigari e pipe.

Di due cose di Giacomo ci si può rendere conto già navigando nel suo sito: da una parte la grande perizia realizzativa, la cura con cui sono realizzate le sue pipe (in particolare le zone "critiche" come i raccordi fra cannello e bocchino); dall'altra, lo studio - starei per dire la progettazione che c'è dietro la scelta delle forme, degli innesti, dei materiali, dello stesso ciocco da cui realizzare la pipa. C'è una cultura visiva di prim'ordine a guidare la sua matita e soprattutto c'è la voglia di accrescerla e anche  di metterla in discussione, di reinterpretarla.
Era già un po' che tenevo d'occhio Giacomo e le sue opere: la molla che mi ha spinto a rompere gli indugi è stato l'incontro personale con l'autore e le sue creazioni, avvenuto a inizio dello scorso dicembre durante una riunione conviviale di appassionati di lento fumo.
Già durante quell'incontro e  ancor di più nei contatti che sono seguiti ho avuto modo di apprezzare la grande disponibilità di Giacomo, il suo approccio fatto di poche chiacchiere e molta sostanza, l'umiltà con cui si pone: e in un mondo in cui spesso - al contrario -  la fuffa è tanta e i contenuti modesti, già un'esperienza del genere vale una buona fetta del prezzo del biglietto.

Direttamente dalla matita di Giacomo Penzo
La pipa che mi era venuta in mente veniva fuori in egual misura da suggestioni letterarie (il racconto La pipe de Maigret, unico caso in tutto il corpus simenoniano in cui l'autore si sofferma a descrivere una pipa del Commissario, sa bonne vieille pipe, e ci parla di una pipa grossa e curva) e da considerazioni funzionali: volevo una pipa grossa e magari in qualche essenza alternativa alla radica per poterci fumare il Semois.
E dato che Giacomo nel suo sito parlava delle proprietà addolcenti del corbezzolo, ho pensato che la sintesi potesse essere questa: una grossa pipa in corbezzolo, sabbiata, una autentica pipe à Semois.
Ci siamo scambiati un po' di messaggi discutendo forme e curvature e fra proposte e controproposte siamo arrivati al progetto definitivo.

Per la coloristica avevo deciso di ricalcare esattamente quella seguita da Giacomo nella sua replica della Savinelli 130KS; poi il Nostro mi ha suggerito il cumberland come materiale per il bocchino e guardando il risultato finale devo dire di essere stracontento di avergli dato retta.

E' nata così la pipa che vedete ritratta nelle foto che accompagnano questo post. E' una pipa massiccia, solida, una vera maigrettona curva, distensiva e rassicurante fin nell'approccio visivo.
Sarà bello farla diventare ma bonne vieille pipe, vederla imbrunire e prendere toni bruniti da pittura ad olio fiamminga man mano che il Langue de chien e la Brumeuse passeranno dentro il suo fornello; cosicchè per un piacevole paradosso sarà stato il pipemaker più giovane di quanti hanno intersecato la mia strada ad aver realizzato la pipa che forse più di ogni altra saprà di antico.







sabato 16 novembre 2013

Un giorno di ordinaria follia

Fino a che punto un uomo può essere spinto dalle proprie manie? Caligola come è noto fece senatore il proprio cavallo; Vincenzo Peruggia arrivò a sottrarre la Gioconda di Leonardo; François Vatel, cuoco del Gran Condè, si suicidò per aver dovuto servire del pesce a suo giudizio non sufficientemente fresco.

L'idea mia e di Antonio di organizzare una gita a Bruxelles con andata e ritorno in giornata al solo scopo di procurarsi del tabacco Semois può apparire sulle prime bislacca, tantopiù se nella spedizione vengono coinvolte le mogli col preciso intento di far lievitare la franchigia a disposizione; ma misurata sulla scala dei truculenti episodi appena riportati sembra in verità una grigia iniziativa da dopolavoro ferroviario.

Devo confessare che quando ieri mattina la sveglia è suonata alle 04:00 AM la tentazione di girarsi dall'altra parte e mandare a quel paese (il Belgio?) pipe, tabacchi e compagnia bella è stata fortissima. Ma si è trattato della debolezza di un momento. Così, riemersi a fatica dalle coperte e insufficientemente svegliati da un caffè, io e Justyna alle 4:47 prendevamo posto nel Malpensa Express verso l'aeroporto. Con tipica efficienza italiana il bus che collega i due terminal della struttura a quell'ora circola ogni trenta minuti e gli orari sono congegnati in maniera tale che il passaggio avvenga in maniera da costringere i malcapitati viaggiatori a quasi venticinque minuti di inutile attesa: evidentemente l'idea di sincronizzare tra loro arrivo del treno e partenza del bus è un concetto troppo banalmente semplice per gli astuti organizzatori del servizio.

Il modello organizzativo a cui sono ispirati i controlli di sicurezza di Malpensa
Una volta arrivati al terminal 2 ci si para dinanzi una scena che di sicuro avrà riportato Justyna ai tempi della sua infanzia nella Repubblica Popolare Polacca: una coda disperatamente lunga era in attesa di passare i controlli di sicurezza. Il fenomeno, alle sei del mattino di un venerdì qualunque di metà novembre sembrava e sembra inspiegabile, a meno di non voler malignamente pensare a un tentativo di spingere i malcapitati in ansia a comprare l'opzione Fast Track. 
Sia come si sia, ci pieghiamo all'ineluttabile, compriamo il Fast Track e giungiamo trafelati ma in tempo al gate di imbarco.
Il volo fortunatamente si svolge senza intoppi e alle 8:30 arriviamo a Bruxelles. Le successive tre ore sono dedicate alle razzie di Semois presso gli obiettivi strategici che avevamo previdentemente individuato durante la fase di preparazione dell'iniziativa.
E qui corre l'obbligo di ringraziare Stefano, vecchia conoscenza telematica di Antonio e nuova conoscenza nostra che risiede a Bruxelles e si è dato la pena di mandare qualche mail e fare qualche telefonata in modo da facilitarci il compito e darci ragionevoli certezze in merito a quanto avremmo trovato.

Dopo la spoliazione delle nostre prede (possiamo affermare con orgoglio di aver lasciato Le Roi du Cigare completamente privo di Semois Vincent Manil) è il momento di dedicarci a un giro per il centro della città. Ovviamente con la pipa in bocca riempita dello straordinario Langue de chien di Martin. Mentre sfumacchiavo soddisfatto godendo della soffusa luce belga e di un cielo con degli sprazzi di azzurroverde che venivano direttamente dal polittico di Gand, pensavo che a furia di star dietro agli esoterici Virginia, così pieni di pretese in quanto a umidità, caricamento, conduzione della fumata, punto di stagionatura e simili, ogni tanto fa bene ritornare (o approdare) a un tabacco come questo: buono della semplice, genuina  bontà del pane appena sfornato e che si lascia fumare da quel franco e generoso compagno di vita che probabilmente è stato per generazioni di pipatori.

Giunge così l'ora del pranzo, celebrato comme il faut  (in compagnia di Stefano che si è unito alla comitiva ) all'ottimo  Aux Armes de Bruxelles. Le pipe si tacciono e lasciano il posto a choucroute, cozze con le patatine fritte e all'immancabile birra belga.

Pomeriggio trascorso a passeggiare (e a fumare, ça va sans dire) per le stradine di Bruxelles accompagnati da Stefano che per l'occasione rivela i suoi talenti di guida turistica e che poi spinge la sua gentilezza fino al punto di riaccompagnarci all'aeroporto. Aereo, treno e per le 22 siamo di nuovo a casa.

In conclusione: ottimo tabacco, ottimo cibo, splendida compagnia. Una giornata praticamente perfetta. Come scriveva Jules Verne, "si vivre dans ces conditions, c’est être un excentrique, il faut convenir que l’excentricité a du bon !"


Io e Antonio all'uscita de Le roi du cigare. Inspiegabilmente la commessa si è rifiutata di posare sdraiata ai nostri piedi a mò di preda.

Se qualcuno volesse ripetere la nostra impresa (dopo aver dato il tempo ai tabaccai bruxellesi di rientrare entro uno stock accettabile) riporto un po' di indirizzi:

- Il Semois di Vincent Manil (Reserve du Patron, taglio medio e La Brumeuse, taglio grosso) l'abbiamo preso da Le roi du cigare, rue Royale 25. Hanno anche il Semois di Jean Paul Couvert, come il Cerf Ardennais che ostento trionfalmente nella foto.
- Il Semois di Joseph Martin (Vieux Bohan e Langue de Chien) invece l'abbiamo preso da Davidoff Louisa, Chausée de Charleroi 15.
- Il pranzo l'abbiamo consumato presso Aux armes de Bruxelles, rue des Bouchers 13. Consigliatissimo.