domenica 24 luglio 2016

All you need is lovat, reprise

Pensavate di esservi liberati di De Robertis e del suo complice/persecutore Di Dio? Beh, vi sbagliavate di grosso.
Di recente ho commissionato una pipa (una lovat, what else?) a Graziano Tendi, un artigiano di cui non si può a mio avviso parlare più come "emergente" per il semplice fatto che ormai è emerso del tutto e sforna una dietro l'altra pipe di cui non si sa se ammirare di più la perfezione tecnica o la raffinatezza estetica.
Il guaio è che ho commesso la leggerezza di parlare della cosa al mio amico Calogero, che ha cominciato a rimunginarci e ha tirato fuori quest'ennesimo capitolo della saga di De Robertis, capitolo che si lega a quanto Rino aveva già raccontato nel post precedente.

Ed è quindi senza altri indugi che vi invito a leggere quest'ulteriore fatica del mio amico, cui ormai bisognerà che riconosca lo status (dal dubbio prestigio, peraltro) di collaboratore fisso di questo blog.


Di lovat ce n’è una sola
ovvero
della memoria


I

«Caro Tendi,
mi permetta di esprimerLe tutta la mia ammirazione, scevra da ogni piaggeria, per il suo geniale lavoro. La seguo da sempre e sono possessore di alcune sue pipe, ma purtroppo oggi non le scrivo in qualità di collezionista. Un mio carissimo amico e certamente, se ancora avesse l’uso della ragione, suo appassionatissimo ammiratore ha subito una sorta di trauma esistenziale, legato alle pipe, o meglio alle forme delle pipe. Trovandosi mio ospite in Inghilterra, ci siamo recati a visitare uno dei negozi londinesi della Dunhill, dove il mio amico era risoluto a comprare la lovat par excellence. Invero, erano presenti moltissime lovat che non esiterei a definire stupende, ma la sua attenzione venne calamitata da una billiard col bocchino a sella e di una fattura talmente bella ed armonica che il precario equilibrio mentale ed esistenziale del mio caro amico ne è stato gravemente compromesso, tanto che secondo i dottori sembra essere regredito a uno stadio quasi neonatale. Lentamente, col passare del tempo e con la cura dei suoi cari e la vicinanza degli amici potrà tornare ad essere quello che un tempo fu. Secondo il giudizio del Professor Edoardo Formica, dopo ben ottantacinque sedute, per accelerare il processo di guarigione occorrerebbe di riconciliarlo con l’oggetto del suo trauma, che non è la billiard acquistata, badi bene!, ma la lovat tradita. 
Ora, a mio parere se c’è qualcuno al mondo che possa realizzare una lovat più che perfetta, capace di superare la bellezza delle Dunhill, quello è proprio Lei. Per questi motivi, con animo fiducioso mi sono rivolto a Lei affinché tramite i suoi studi e la sua perizia possa realizzare quell’opera unica, tale che possa rendere il mio amico al consorzio civile, all’affetto dei suoi cari e di noi tutti, gatti compresi.
Sinceramente Suo
P.S.
Mia moglie Le ha per caso commissionato una pipa? ne ho trovata una delle Sue nel cassetto della mia consorte, la quale sostiene essere mia e che per caso si trovava nel suo cassetto. Io francamente quella pipa non me la ricordo. In attesa di sollecito riscontro.

Alfonso Di Dio»


“Socc’mel!” sibilò tra i denti Graziano, alzando la testa dalla lettera appena ricevuta, a testimonianza del suo stupore. Se non avesse conosciuto personalmente il Di Dio, avrebbe pensato, senz’altro, che si trattava di uno scherzo. Eppure, sapeva della serietà di quel suo vecchio cliente per il quale aveva realizzato una bellissima quanto unica billiard flock sabbiata. La pignoleria del Di Dio l’aveva costretto addirittura, prima, a sottoscrivere un contratto in cui si impegnava a non realizzare mai più quello shape con quelle finiture e, poi, a giustificarsi con l’avvocato Di Dio giurando e spergiurando che non vi erano altre copie in giro per il mondo della sua pipa. Fu creduto, ma solo dopo accurate indagini, dalle quali emerse un giro di imitatori delle billiard flock sabbiate col marchio Tendi, da Milano a Potenza, mai realizzate dall’onestà dell’artigiano.
“Socc’mel!” ripeté a voce più alta Graziano alzandosi dallo sgabello e iniziando a vagolare per il laboratorio; no, l’avvocato Di Dio non scherzava. Iniziò un muto ragionamento tra sé e sé, prendendo in mano le radiche sbozzate, che aveva allineate lungo il bancone e delle quali adesso distrattamente esaminava la perfetta foratura.
La lovat più che perfetta! figurarsi… Allontanata con la mano sinistra la ciocca di lunghi capelli che gli incorniciavano lo sguardo sincero, posò l’ultima radica di cui sapeva già l’esattezza millimetrica della foratura e che solo un’inveterata abitudine lo costringeva a ricontrollare. Svogliatamente ciondolò verso il lato opposto del laboratorio, ad osservare le pipe già terminate, a controllarne per l’ennesima volta la leggerezza della sabbiatura in questa, la colorazione in un’altra, la perfetta simmetria e armonia delle linee in tutte.
“Mah, certo che ce n’è di str…” iniziò a dire, buttandosi la giacca sulla spalla prima di uscire in giardino, come ogni sera, quando finiva di lavorare; non finì la frase, con la quale voleva compendiare la singolarità degli esseri umani, investito dalla consolante bellezza dei colori crepuscolari della campagna emiliana. E come ogni sera, invece di cadere nella trappola di quella illusoria consolazione si lanciò in bici, lungo le strade sterrate della campagna insanguinata dalla morte del sole, in direzione della solita osteria.

II

“E così dovresti realizzare una pipa per far guarire uno che è diventato matto?”
“Più o meno, Francè” confermò Graziano, i gomiti sul tavolaccio, la testa insaccata tra le spalle, mentre lo sguardo rimaneva vacuamente fisso sul suo bicchiere di vino quasi vuoto.
L’amico ridendo bonariamente, si passò la mano tra la l’ormai ingrigita rada barba, prima di versare dell’altro vino a entrambi.
“Una questione metafisica, odio questo genere di cose” disse Francesco, mandando giù il suo bicchiere d’un fiato.
“Metafisica? Oh bella! E perché mai?” chiese stupito Graziano che quel termine lo aveva accantonato ormai da anni.
“La perfezione non può essere altro che metafisica, ideale, qualsiasi cosa in natura si corrompe e distrugge; noi stessi non siamo altro che l’essenza stessa dell’imperfezione, come fece già notare il vecchio alla bambina, figurarsi una pipa”.
“Non lo so, non sono questioni che mi appassionano, lo sai, io faccio pipe, non conosco un mestiere meno metafisico di questo, anzi”, commentò Graziano alzando la testa e poggiando il mento sul palmo della mano destra, quasi che la mano lo guidasse ad osservare le ragazze che si divertivano qualche tavolo più in là.
“Stasera non c’è solo della braga qui, va che belle figliole; buttati, che son sole, forse stasera qualcosa rimedi”, lo prese in giro Francesco.
“Ma va là!” fu la seccata risposta di Graziano.
“Mamma mia, come sei permaloso, scherzavo. Mica immaginavo che una cosa del genere ti potesse turbare così tanto”.
“Vorrei vedere te; mica t’hanno mai chiesto di fare una pipa più che perfetta; più che perfetta, capito? Poi mica uno qualunque che mandi a cacare, ma un rompicoglioni che se ci si mette ti rovina la piazza, come quell’altro, il pazzo di Milano, come si chiamava… ah si! Antonio. Te li raccomando tipi così. E poi, ti dirò, mi fa pena quel tipo, quello malato o regredito, come ha detto l’avvocato. Capiamoci, so perfettamente che il valore terapeutico che può avere una mia pipa è uguale a zero e quel professor Formica è l’ultimo pazzo della lista; ma se avesse ragione, se io potessi solo, leggermente, alleviare le pene di quel disgraziato, non sarebbe per questo solo fatto mio dovere tentare?” si sfogò Graziano.
“Dì, ma te, i righi dritti li sai fare?” chiese maieuticamente Francesco, riprendendo subito a bere, osservando preoccupato il bicchiere ancora pieno dell’amico.
“Certo” rispose Graziano “ma non è solo una questione di tirare righi dritti, occorre trovare l’armonia complessiva”, incominciò a vagheggiare Graziano guardando il vuoto innanzi a sé.
“Quindi, conosci l’idea, il modello della forma che questa pipa dovrà assumere concretamente?” insisté, ancor più socraticamente, Francesco, continuando a bere.
“Si si, è ovvio, è il mio lavoro”.
“E sapresti anche immaginare i particolari? Ad esempio quale finissaggio?” lo serrò sempre stretto più l’amico.
“Direi tanshell” continuò a vagheggiare Graziano, iniziando a sorseggiare il vino che da troppo tempo attendeva le sue labbra.
“E il rim, il cannello e il bocchino, li immagini?” chiese ultimativo Francesco, riempendo con slancio catartico il bicchiere finalmente vuoto dell’amico.
“Si, li vedo, cazzo!” esclamò Graziano, di botto, puntando i suoi occhi ebbri sui corrispondenti colleghi posti sul viso dell’amico.
“E poiché la natura tutta è congenere, e poiché l’anima ha imparato tutto quanto, nulla impedisce che chi si ricordi di una cosa – quello che gli uomini chiamano apprendimento –, costui scopra anche tutte le altre, purché sia forte e non si scoraggi nel ricercare: effettivamente, il ricercare e l’apprendere sono in generale un ricordare, o Menone” recitò a mente Francesco, definitivamente ubriaco.
“Cazzo hai detto?”
“Boh? Non mi ricordo”.

III
«Caro Tendi,
Sono stato molto felice nel leggere le notizie della Sua ultima. Non vedo l’ora di venire a ritirare la pipa e vederla di persona; se Lei è d’accordo sarò da Lei il prossimo venerdì alle 16,15, al massimo alle 16,20.
Cordialità
P.S.
A proposito della Sua pipa che ho trovato nel cassetto di mia moglie, ad oggi non mi ha dato nessuna indicazione, spero potrà aiutarmi a ricordare in occasione del nostro incontro.
Rinnovati saluti.
Alfonso Di Dio»

Per quanto sforzasse la sua memoria, Graziano non riusciva a ricordare neppure che il Di Dio avesse una moglie, l’unica cosa che ricordava era la notte in cui ebbro di vino e di pensieri era tornato a casa dall’osteria e ripiegato su se stesso, con il cielo stellato sopra di sé e l’alcool dentro di sé, nell’atto di rimettere anche l’anima nel primo cespuglio dietro l’angolo si casa, trovò in quel ripiegamento del pour soi sull’ en soi, in quella sartriana nausea, l’immagine che l’arte maieutica dell’amico aveva saputo trarre da lui, il vino invece aveva tratto fuori la cena.
“Boia, che ciucca” riuscì solamente a dire, appoggiando le spalle a muro e lasciandosi sedere, mentre passava il dorso della mano sinistra sulla bocca, addormentandosi all’addiaccio.
Ma aveva visto, fosse solo per un momento, l’immagine, in ogni suo dettaglio, della lovat più che perfetta, l’unica lovat, che da quel giorno chiamò l’Irripetibile.
Seguirono giorni di intenso studio sui libri, a confrontare l’immagine della mente con quelle delle più prestigiose lovat del mondo di cui si avesse memoria. Scopriva e riscopriva, nella sua certosina ricerca, il possesso già saldo di un’antica quanto ignorata preconoscenza, più antica di lui, che le scintille della conversazione con l’amico avevano misticamente riacceso e fatto esplodere nella sua creativa immaginazione, al di là di ogni ragionamento.
Sudò sulla radica, misurata più volte con l’occhio che con gli strumenti del mestiere; un mestiere così saldo, una perizia così affinata, che paradossalmente era finanche intralciata, alle volte, dagli strumenti che avrebbero dovuto aiutarla.
Sbozzò e affinò dieci, cento, mille volte quella radica, accuratamente prescelta, la migliore, la più antica e leggera. Tirò ‘righi dritti’ che solo la sapienza delle sue mani seppero curvare senza soluzione di continuità. Perse ore infinite a meditare, leggere e scegliere forma del cannello, tipo di rim e colore del bocchino.
Quando fu finita, la vide così perfetta e unica che non poté trattenere un moto di stizza: “Perché non parli?” le chiese, dandole una martellata che mandò in frantumi l’intero bocchino e buona parte del cannello. E ricominciò, infinite altre volte, finché non seppe di nuovo trarre dall’inerte radica la lovat imprigionata in essa, anche se in quest’ultima occasione, evitò di porre domande al suo manufatto.

Venne il venerdì e con esso Alfonso Di Dio, il quale dalle 18,00 alle 18,07 spiegò con insolito accanimento la singolarità delle indicazioni stradali delle rotatorie di Bologna, che a suo giudizio erano ingannevoli.
“Ma nel centro di Bologna non si perde neanche un bambino” scherzò Graziano, confidando nel senso dell’humor del suo ospite.
“Tendi, vuole scherzare? Solo a Saronno, e più in generale in Lombardia, sono, se possibile, più confuse. Ma comunque, lasciamo andare, veniamo a noi, mi mostri la pipa, per piacere”.
No, il Di Dio non aveva nessun senso dell’humor, o nessuna conoscenza della musica classica, pensò Graziano andando a prendere la pipa, che in pochi istanti fu nelle mani dell’avvocato.
L’avvocato Di Dio, senza dire una parola mise la mano al portafoglio traendone fuori il doppio del compenso pattuito in precedenza e con una muta stretta di mano si congedò senz’altro dal perplesso artigiano che almeno si aspettava un parere, un giudizio, un ringraziamento: “Socc’mel” sbottò Graziano, intendendo l’espressione nell’accezione più letterale e antica, non volendo esprimere stupore, ma solo dispetto e senza porre tempo in mezzo, raggiunse Francesco all’osteria.


IV

“Insomma, Gaetano, non puoi capire cosa ha combinato di nuovo quel matto di Antonio…” e giù a narrare e sparlare degli altri amici, come ogni ultimo venerdì del mese. Così da lunghissimo tempo trascorreva talvolta il suo tempo Di Dio, accanto al fraterno amico, seduto sulla poltrona, stringendo tra le mani la Dunhill billiard sabbiata col bocchino a sella. Non che non vi fossero miglioramenti: di quanto in quando il lessico gutturale dell’amico faceva dei temporanei progressi, soprattutto nelle occasioni in cui desiderava tentare di fumare
Ma non sapeva più usare il fuoco, era evidentemente ancora in una fase primordiale, pre–erecta, come spiegava poi Di Dio agli amici che gli chiedevano notizie. I miglioramenti erano chiari, ma certo la maledizione di Vico era una brutta bestia.
“Uhmpr Sn Ghennaaaaa” significava che Gaetano voleva fumare un virginia invecchiato almeno trent’anni; come ‘t’ stava per lovat; ‘gu’ per cazzate e ‘zz fto Anio?’ era la domanda per sapere quali nuove sul comune amico Antonio, almeno così gli piaceva di capire ad Alfonso.
A ogni visita la moglie di Gaetano chiedeva ansiosa notizie sulla pipa commissionata, su consiglio del professor Formica, sulla quale faceva disperato affidamento.
“Justyna, che ti devo dire? non è che una pipa così si possa fare dall’oggi al domani È un’opera improba, ai limiti dell’impossibile, ci vuole tempo, ci vuole tempo… Intanto, il signor Tendi mi ha dato questa pipa, non è una lovat, beninteso, ma è splendida, inizia con questa, nell’attesa” rispose una volta, consegnandole la pipa di Tendi che aveva trovato nel cassetto della moglie e di cui s’era scordato di chiedere notizie all’artigiano alla vista della lovat.
Come ogni venerdì, tornato a casa dal breve viaggio aereo, circondato dal calore familiare, attendeva che tutti andassero a letto per accendersi una pipa, fumando la quale, immemore del tempo e del mondo, contemplava la lovat destinata all’amico, dalla quale non aveva saputo separarsi, e ripeteva come un mantra:
“Col tempo guarirà, col tempo… Uhm..”




domenica 12 giugno 2016

Da Vico a Borges passando per Londra

Oggi è il tredici di novembre; il giorno sette di giugno, all'alba, lo Zahir giunse alle mie mani; non sono più quello che ero allora, ma ancora mi è dato ricordare, e forse narrare, l'accaduto.
J.L. Borges, "Lo Zahir"

Sembra proprio che ultimamente a dispetto della mia conclamata pigrizia, il mio alter ego letterario continui a stimolare la fantasia del mio amico Calogero Rizzo. 
Ai lettori di questo blog avevo promesso il racconto dei risvolti pipici della mia visita a Brighton dello scorso marzo: Rino ha provveduto da par suo con questo racconto che intreccia Vico, Platone e Dunhill in un'improbabile quanto irresistibile intreccio.

Corsi e ricorsi

di Calogero Rizzo




I

Gaetano De Robertis e Alfonso Di Dio attraversavano lentamente Saint James Park, fumando, altrettanto lentamente, le rispettive pipe.
“Bello ‘sto parco” commentò a un cero punto Alfonso Di Dio, iniziando a svolgere la sua funzione di cicerone con un’elencazione minuziosissima degli animali che da lì a poco avrebbero incontrato, dicendo dell’ordine, l’armonia, il decoro che regnava intorno; tutte cose che l’indifferenza dell’altro non poteva cogliere, avvolto com’era dalla più totale apatia.
Di quando in quando annuiva De Robertis, alzando lo sguardo, nel tentativo di notare le cose segnalate dall’amico, ma tutt’al più riusciva a vedere Justyna e Simona, le rispettive consorti, che li precedevano, attorniate dai figli dell’amico, il più piccolo dei quali normalmente intento a inseguire piccioni e scoiattoli. Il pensiero corse ai gatti lasciati a casa: anche loro si sarebbero divertiti moltissimo in quella caccia, che lui bonariamente si sarebbe maggiormente goduto senza tutto lo strepito prodotto da quel ragazzino.
Durò un attimo quel pensiero, giusto il tempo di un’innocente distrazione prima di farsi riavvolgere dalle spire della più totale indifferenza.
L’entusiasmo pionieristico di Alfonso Di Dio era tutt’altro che contagioso e lo stesso cicerone se ne rese conto quando, esaurite le poche nozioni che aveva intorno a quel nuovo mondo che andava descrivendo, buttò l’occhio sul suo amico che placido continuava a fumare come se si trovasse sul divano di casa. Non aveva tutti i torti Gaetano, pensò Alfonso, alla fine si trattava di quattro alberi in mezzo a sterminati prati dove scorrazzavano animali più imborghesiti degli abitanti di quella città.
“Ricordi Vico?” chiese a bruciapelo Di Dio, tentando di fare uscire l’amico da quell’apatia.
De Robertis volse appena il capo alle sua destra con uno sguardo interrogante e perplesso: “Giambattista?”
“Giambattista, si”.
“Allora?”
“No niente, tu sai che ho lasciato la mia vecchia vita, il lavoro, la famiglia, amici e sono emigrato qua?” proseguì un po’ meno sicuro Di Dio.
“Certo che lo so, altrimenti non mi troverei qui oggi” rimandò caustico l’amico.
 “Era per dire, Gaetà, tu proprio ignori le fioriture della retorica”.
“Non è che le ignoro, è che le voglio ignorare”.
“Non a caso sei un ingegnere”.
“E tu un avvocato”.
“Vabbé, visto che conosciamo le rispettive professioni, faremo a meno di scambiarci i biglietti da visita. Comunque, tornando al punto, anzi all’inizio della questione che il punto è ancora assai lontano, intendevo dire: ti ricordi la teoria dei ricorsi storici?”
“Cazzate” commentò distrattamente Gaetano, guardando dentro il fornello della pipa, per aver conferma della totale consumazione del tabacco.
“Come cazzate? A parte il fatto che il pensiero di Vico ha anticipato quello di…” iniziò a indignarsi Alfonso.
“Senti Fofò” l’interruppe immediatamente Gaetano “l’ho studiata anch’io filosofia, non mi fare la lezione partendo da Talete, vieni al punto”.
“Se non mi fai iniziare, come ci arrivo al punto, cazzo?” protestò veramente impermalito Alfonso.
“Hai ragione” concesse Gaetano “facciamo così: dammi credito, facendo finta che io sappia le stesse cose che sai tu su Vico e quello che ne è seguito, e dimmi subito quello che pensi sui ricorsi storici; avrai fatto qualche pensata geniale, immagino, ed è meglio che la comunichi subito al mondo, che in questo momento io rappresento, prima che ti sfugga di mente”.
“No che non mi sfugge; comunque, sai che Vico sostiene che nell’uomo prima si forma il senso, poi la fantasia e da ultimo la ragione”.
“Uhm..” sospirò Gaetano De Robertis, indicando che in una certa misura si rassegnava a un preambolo, purché fosse breve.
“Dicevo” riprese Alfonso Di Dio, alzando di un’ottava il tono di voce “dicevo che questo stesso fenomeno si verifica anche ai popoli”.
“Le nazioni, dice Vico” lo corresse Gaetano, mentre l’angolo sinistro della bocca, occultato al suo interlocutore, non poté fare a meno di allungarsi in un ghigno.
“Si le nazioni, insomma, hanno un loro sviluppo che dalla barbarie le conduce alla razionalità, ma sempre col rischio che accompagna la precarietà di ogni razionalità, di smarrirsi, perdersi, pena il ritorno alla barbarie col nuovo inizio di un altro percorso”.
“Ufffff” sbuffò definitivamente scocciato Gaetano De Robertis.
“Che c’è adesso?”
“Ma come si fa? Dico io. Ma come fate tu e Vico, anzi solo Vico, ché tu ripeti a pappagallo, a dire che si possa perdere la ragione, che è una cosa precaria? Uno può uscire pazzo. Va bene, Antonio è uscito pazzo, il che è pure plausibile, conoscendolo, ma dico io, in generale, se tu hai il possesso del bene dell’intelletto e non esci pazzo, come fai a perdere l’uso delle tue capacità razionali”, sbottò Gaetano, dimenticando di lasciarsi avvolgere dall’indifferenza per il tempo necessario a fare quella tirata.
“Quindi, secondo te, non si può perdere la ragione per un certo periodo e riacquistarla?” ritentò Di Dio.
“Ma sono casi clinici o eccezioni straordinarie, come nel caso di Antonio; in generale gli uomini si dividono, e sempre si sono divisi, in due categorie: gli esseri razionali e i cretini, senza voler fare torto a nessuno, neppure a Sciascia. Ora, normalmente, i cretini vivono e muoiono da cretini e gli altri da esseri razionali: è una questione statistica”.
“Eh… sempre le scienze esatte. Tu certo, morirai, esattamente, ingegnere. Però, la verità” si accalorò Alfonso “è che non tieni conto del dato esistenziale. Vico parlando dei popoli …”
“Nazioni”.
“… parlando delle nazioni, diceva che le cause possono essere molteplici, discordie, guerre intestine, cose così...”
“Cose così…” De Robertis sottolineò la genericità dell’amico alzando gli occhi al cielo.
“Si, cose così. Ma lasciamo andare i pop... le nazioni, prendiamo a caso una specifica esistenza umana, perfettamente razionale, che venga lacerata al cuore della sua esistenza da un evento eccezionale e imprevedibile, oppure da una sofferenza invincibile, la quale per un certo periodo lo faccia regredire, lo riporti a uno stato primordiale, dal quale poi, con molta fatica, possa nuovamente uscire, per tornare a uno nuovo stato razionale. Magari, aggiungo, anche migliore, perché temprato dalla prova del dolore, come diceva Platone” concluse, quasi trionfante, Alfonso Di Dio.
“Platone?”
“Si, Platone. Non ti piace Platone?”
“Platone… come non mi piace Platone? mi piace Platone, sei tu che non piaci, quando fai così. Eppure te l’avevo chiesto poco fa: non mi partire dai greci. Niente, come il prezzemolo, li devi mettere dappertutto. Scommetto che se io iniziassi a parlarti di fisica quantistica, saresti capace di citare nuovamente Platone, vero?”
“Ma certo, è dimostrato che fu il grande precursore della visione matematica della natura…”
“Ma vaffanculo”
“Hey! Uomini che fate così indietro? Girando qui a sinistra siamo arrivati al Big Ben, forza” li redarguì da lontano Simona.
“E andiamo a vedere l’orologio più inutile della storia” disse tra i denti De Robertis, lasciando indietro l’amico e facendosi, definitivamente, avvolgere nelle spire della sua ritrovata e pacificatrice indifferenza.
Alfonso Di Dio lo seguì per qualche attimo con lo sguardo, chiedendosi perché l’amico fosse così contrariato. Avevano progettato quella venuta in Inghilterra da mesi, lo stesso Gaetano nei giorni precedenti era stato pieno di interesse per la cittadina in riva alla costa che lo ospitava, eppure adesso che si trovava a Londra sembrava aver perso interesse in ogni cosa, sembrava che ogni tappa di quella gita turistica fosse una stazione della via crucis.



II
Ogni volta che i suoi compagni gli prospettavano la nuova tappa della loro gita, Gaetano De Robertis riandava alla sua fanciullezza, quando con la famiglia, il venerdì santo seguiva la processione del paese. “Adesso da qui andremo a Trafalgar square”, ‘Mater dolorosa. Ora pro nobis’, recitò mentalmete Gaetano.
Non voleva certo guastare la gita al resto della compagnia, era stato contentissimo di quell’invito a visitare un paese a lui del tutto ignoto; aveva preparato quel viaggio con ogni cura e in ogni dettaglio. I primi giorni erano stati entusiasmanti: ettolitri di birra erano transitati dal suo bicchiere nella sua gola, il rinnovare la compagnia col vecchio amico lo aveva riportato a giorni lieti, ormai divenuti, a loro volta, anche troppo antichi.
Sapeva già della visita a Londra, tutto era stato pianificato in ogni minimo dettaglio, ma la notte precedente a quella gita per la capitale un pensiero, un obbiettivo si era insediato nella sua mente ed era rimasto l’unico, predominante pensiero. Con quel pensiero fisso, ogni deviazione, ogni tappa di quel viaggio, ogni monumento diveniva una tortura.
“Andiamo a vedere Covent Garden? Da qui è vicino, due passi”
 ‘Mater desolata…’ recitò ancora solo mentalmente Gaetano, aggiungendo ad alta voce: “Si magari dopo, adesso che siamo in zona perché non facciamo un salto in Jermyn street, magari così vediamo anche il negozio di Dunhill?”, proponendo questa volta risoluto.
“Si hai ragione, anch’io sono curioso” lo spalleggiò l’amico, aggiungendo: “però, passiamo per Piccadilly Circus, che è di strada”.
‘Mater afflicta’ e furono in Piccadilly.
Dopo un’interminabile mezz’ora in Piccadilly Circus, dove agli occhi di De Robertis, i compagni di viaggio sembravano interessati a studiare anche gli interstizi della pavimentazione, il gruppo si mosse verso la tanto agognata meta e in breve tempo fu dinanzi alla vetrina del negozio Dunhill.
Entrando come i più incalliti peccatori dell’universo nel luogo più sacro del creato, furono accolti dall’ovattata cortesia di impeccabili hostess e steward. Tutto in quell’ambiente incuteva rispetto e trasudava opulenza; non riuscivano a distogliere gli sguardi dai bottoni dorati delle giacche dei commessi, che sembravano, a loro volta, esprimere il più profondo biasimo nei confronti di chi osava anche solo pensare di accostarsi a quel luogo indossando un paio di jeans e miserabili scarpe da ginnastica.
“May I help you?” investigò la cortesia del più pronto dei commessi.
“Si, certo, vorremmo vedere le pipe” disse in un fiato De Robertis, una frase che si era preparato a pronunciare mentalmente per ore, ma tradito dall’emozione la disse nel suo idioma nativo.
“Magari, se glielo diciamo in inglese ci capiscono pure” si vendico Alfonso Di Dio che ancora pensava alla chiacchierata sui popoli, o meglio le nazioni di Vico.
S’affidarono alla competenza di Simona, la quale, come tutte le donne, puntando sulla relatività del tempo, da oltre dieci anni raccontava di quando vent’anni prima fosse vissuta a Londra; gli anni passavano ma i vent’anni erano sempre venti.
In breve, il gruppo fu intorno a un enorme ed elegantissimo tavolo, circondati da vetrine stracolme di ordinatissime pipe. Dopo una prima, generica visione delle vetrine, si trovarono di fronte al primo bivio: avevano una qualche preferenza, desiderano, forse, i signori esaminare qualche pipa in particolare?
“Lovat” esclamò secco Gaetano, che ormai da ventiquattr’ore aveva deciso di comprare quel preciso tipo di pipa in quel preciso punto dell’universo, venisse dopo anche l’Apocalisse. Da oltre un anno s’era appassionato a quello shape, tanto da farne una malattia e divenire oggetto degli sfottò degli amici, ma a lui non importava. Si era vero, lo capiva lui stesso a tratti, che la forma par excellence della pipa era la billiard, ma nulla: le sue pipe dovevano essere rigorosamente lovat realizzate dai più svariati artigiani di tutto il mondo, figurarsi se adesso che si trovava nel sancta sanctorum, poteva rinunciare ad acquistare un esemplare nuovo e inedito di quello che egli considerava l’ipostasi della pipa.
L’ineccepibilità dello steward, alla parola lovat, subì un duro colpo agli occhi dei due clienti, quando questi mostrò una certa titubanza; gli fu spiegato che la lovat era uno shape, una forma specifica di pipa e non una marca differente da quella dell’omonimo fondatore della casa che gli elargiva il suo lauto stipendio.
Incerto il giovane mostrò a De Robertis, che l’istinto gli diceva essere l’unico possibile, se non certo, acquirente del gruppo, la carta degli shape, sulla quale fulmineo s’appuntò l’indice di Gaetano a indicare con esatta precisone il disegno raffigurante l’oggetto di tutti i suoi desideri. Rinfrancati dall’equivoco, i due amici si scambiarono un complice sguardo rassicurante, come a dire: in fondo sono uomini pure loro, mentre il giovane prono sui cassetti che andava via via aprendo, riponeva scatole su scatole sul tavolo.
E incominciò ad aprirle quelle scatole, riaffermando il suo stato, se non semidivino, angelico indossando ineccepibili guanti di cotone, per evitare di macchiare le pipe con le proprie indegne terrestri, impronte digitali, tanto che i due si limitarono a osservare le pipe a una certa distanza, certi che gli fosse inibito toccarle. Furono salvati dai figli di Di Dio, gli unici che non subivano minimamente la sacralità del luogo e delle circostanze, i quali prese in mano le pipe, se le passarono tra loro per qualche minuto, prima di decidersi a stravaccarsi sul divano dell’atrio, in attesa che qualcosa avvenisse senza il loro contributo.

Dopo ore di millimetriche comparazioni delle infinite lovat presenti nel negozio, Gaetano De Robertis uscì raggiante di giubilo, dal negozio, per gettarsi nel crepuscolo londinese, felice proprietario di una billiard sabbiata col bocchino a sella, l’unica pipa che non aveva chiesto, né desiderato esaminare, nelle sue intenzioni e richieste, ma che per puro caso era stata notata, di sfuggita, in una delle tante vetrine. Sola, tra centinaia di altre pipe, quasi negletta, brillante nella sua incredibile sabbiatura, aveva sconvolto in pochi secondi le migliaia di ragionamenti che Gaetano aveva sviluppato sulla superiorità delle lovat, incrinando impercettibilmente il rigore scientifico e la certezza esistenziale della loro assoluta superiorità.



III
“Caffè?”
E caffè fu.
Imbambolato, in uno stato semi catatonico Gaetano venne condotto sottobraccio dalla compagnia al primo Starbucks nelle vicinanze. L’indifferenza di prima, votata al conseguimento del risultato, si mutò in totale indifferenza da appagamento, una forma molto più radicale, tale da ottenebrargli anche la vista.
Appagato l’istinto primario della conservazione, tramite un paio di gelati i ragazzini, qualche insalata le consorti e due caffè gli uomini, la pipa iniziò a girare di mano in mano sul minuscolo tavolo dell’enorme catena di ristorazione.
“Bella!”
“Uhm”
“Ma non volevi un lovat caro?”
“Uhm”
“A me le lovat non piacciono preferisco questa”
“Uhm uhm”
“Certo che venire a Londra e comprarsi una pipa proprio nel negozio di Dunhill non è da tutti”.
“Eeeeeeh” sottolineò, infine, l’ingegnere col più lungo dei commenti che riuscì ad articolare.
Incuriosito, Alfonso Di Dio, chino sul tavolo, sporse il viso a esaminare l’amico.
“Gaetà!”
“Uhm”
“Andiamo a Covent Garden?” chiese per esperimento Alfonso, ormai così stanco da non poter fare più neppure un passo.
“Ah!” esclamò l’amico con gli occhi sbarrati da dietro le lenti ancora bagnate da qualche sparuta goccia della pioggia londinese.
Alfonso Di Dio seppe in quell’istante che Vico s’era vendicato, la pipa avendo fatto regredire l’amico a uno stato primordiale, prerazionale; appoggiando la schiena alla sedia, con uno sguardo soddisfatto, sorrise a Gaetano inarcando le sopracciglia, come a dire ‘vedi che avevo ragione’, pensando che da quel momento iniziava il percorso che avrebbe nuovamente condotto Gaetano a un nuovo stato razionale, forse più consapevole.
“Amore, che c’è?” gli chiese premurosa l’inconsapevole Justyna appoggiando la preoccupata mano sull’avambraccio del marito.
Non ottenne risposta, solo qualche inarticolato suono di sgomento stupore da parte del marito che, imbambolato, non riusciva a pensare altro che la pipa appena comprata, compendio ormai per la sua mente dell’intero universo.



domenica 3 aprile 2016

La mela di Fantozzi

L'occhio della madre!
Ho scritto le mie prime righe di codice nell'A.D. 1984 e da allora - fra hobby, passione, studio e poi mestiere - non ho mai smesso. Metto avanti questo dato per essere maggiormente credibile quando dico che a priori non nutro per la Apple maggiore simpatia che per IBM, Microsoft, Google o per qualunque altro produttore di informatica: dopo trentadue anni qualunque rapporto è ormai nella fase della pace dei sensi, e le guerre di religione informatiche hanno smesso di appassionarmi da un abbondante quarto di secolo.
Sgombrato il campo da questo dubbio, posso ora dichiarare apertamente che di recente mi è ritornata irresistibile la voglia di fare in maniera acritica e viscerale il tifo per Apple, e il merito di questo ritorno di fiamma è tutto da attribuirsi all'FBI.
Sto parlando ovviamente della vicenda che ha visto contrapposti Apple e il Bureau a proposito dell'iPhone appartenente all'autore della strage di San Bernardino.

Riassumiamo brevemente i fatti: il 16 febbraio scorso un giudice ordina ad Apple di aiutare l'FBI a sbloccare un iPhone 5c appartenuto a Syed Rizwan Farook, l'uomo che il 2 dicembre 2015 insieme alla moglie aveva ucciso 14 persone a San Bernardino in California.
La Apple però si è rifiutata di collaborare con l'FBI e ha spiegato le proprie ragioni in una lettera pubblica a firma dell'AD Tim Cook.
Il caso doveva tornare in tribunale il 22 marzo ma il giorno prima l'FBI ha dichiarato di essere riuscita a sbloccare il telefonino senza l'aiuto di Apple.

Si tratta di una vicenda che è stata vista come la contrapposizione fra sicurezza e tutela della privacy, o come una disputa sui limiti di ciò che un governo può chiedere di fare a un'azienda privata in nome dell'interesse collettivo. Sono tutte questioni interessanti, ma per quanto mi riguarda la voglia di mettermi a fare la ola per la Apple è venuta da un addendum alla lettera pubblica linkata sopra, e specificamente da un capoverso che mi piace riportare parola per parola:

Yes, it is certainly possible to create an entirely new operating system to undermine our security features as the government wants. But it’s something we believe is too dangerous to do. The only way to guarantee that such a powerful tool isn’t abused and doesn’t fall into the wrong hands is to never create it.

Perché questo passaggio m'è piaciuto così tanto? Perché dentro ci sono le trombe di Gerico, quelle dell'Aida di Verdi e quelle del Settimo Cavalleggeri che squillano tutte insieme la riscossa della classe informatica.

Avete presente Come uccidere vostra moglie? In quel film, un superbo Jack Lemmon è accusato (a torto) di aver assassinato l'affascinante Virna Lisi dopo essersi pentito di averla sposata; e riesce a salvarsi la pelle enunciando il principio per cui mandare assolto un uomo che ha ucciso la propria moglie costituirà un precedente, sarà un argine allo strapotere delle donne e ristabilirà il dominio maschile sul mondo.
Ecco, la risposta della Apple costituisce esattamente questo genere di precedente, non importa chi abbia ragione e chi torto nel caso di specie.

Facciamo astrazione dai nomi dei due contendenti in gioco, facciamo astrazione dai dettagli tecnici, facciamo astrazione dalle questioni di sicurezza e di privacy. Quello che rimane di sostanziale nel passaggio che ho citato è un'azienda di software che dice: "questa cosa magari è anche fattibile tecnicamente ma è una tale assurdità che mi rifiuto di svilupparla".

È qualcuno che di fronte a una richiesta ha il coraggio di dire: "Caro utente, la tua richiesta

e per ciò stesso merita i fantozziani 92 minuti di applausi.

Vedete, il fatto che il software sia immateriale è al tempo stesso la sua forza, il suo fascino e la sua condanna. Per altri manufatti dell'uomo la materialità è un limite ma è anche un baluardo contro richieste troppo insensate. A nessuno verrebbe in mente di far realizzare un aereo di cristallo, o un grattacielo coi pilastri di cartone. Anche il più rampante e aggressivo manager dell'industria automobilistica ha perfettamente chiaro che non può chiedere ai suoi ingegneri un veicolo con le prestazioni velocistiche di una Ferrari, equipaggiato come un'Audi full optional e che costi al pubblico 5000 euro.
Nel campo del software invece l'idea è che si possano realizzare cose complesse a piacere, a tempi e costi piccoli a piacere.
Il risultato finale di questo stato di cose è la frustrazione più diffusa e pervasiva: la frustrazione di chi lavora nel settore e la frustrazione di tutti gli utenti che quotidianamente hanno la vita avvelenata da realizzazioni substandard. Pensateci: il più scalcagnato dei nostri telefonini o dei nostri laptop (per non parlare ovviamente di PC portatili o desktop) è diversi ordini di grandezza più potente dei calcolatori che mandarono l'uomo sulla Luna senza intoppi. Eppure ci troviamo in tasca oggetti più avidi di energia di un cacciatorpediniere, che si bloccano senza motivo apparente e che hanno più rappezzi delle suole di un paio di scarpe scadenti.

Perciò la presa di posizione di Apple (a prescindere dal fatto che le si voglia o no dare ragione, a prescindere dal fatto che sia stata o no un'operazione di marketing) è tanto importante.
Perché serve a ricordarci che il software magari è svincolato dalla legge di gravità, ma è ancora soggetto alle leggi della logica e del buon senso.




sabato 26 marzo 2016

Tout Maigret (peut-être), 8 - Un delitto in Olanda

"Le salon était petit. 
Adossé à la porte, le commissaire semblait trop grand pour lui"
Ottavo titolo del grande ciclo maigrettiano, questo Un crime en Hollande fu scritto nel maggio del 1931 e pubblicato da Fayard nel luglio dello stesso anno. Il romanzo è il primo della serie ad essere scritto (e stavo per scrivere girato) nelle location fiamminghe nelle quali Simenon ambienterà anche il successivo La casa dei fiamminghi (1932) e a distanza di qualche anno un trittico di romans durs fra i suoi capolavori assoluti: L'assassino (1937),  L'uomo che guardava passare i treni (1938) e Il borgomastro di Furnes (1939).

Cos'è questo Paese fiammingo agli occhi del belga Simenon? È prima di tutto il regno del nitore assoluto, nitore dell'atmosfera, delle case, dei bar, il nitore dei Van Eyck e dei Bruegel. Lo si capisce fin dalla prima memorabile descrizione della Delfzijl che si para davanti a Maigret appena sceso dal treno: Une petite ville : dix ou quinze rues au plus, pavées de belles briques rouges aussi régulièrement alignées que les carreaux d’une cuisine. Des maisons basses, en briques aussi, ornées d’une profusion de boiseries aux couleurs claires et joyeuses. [...] Il y avait du soleil. Le chef de gare portait une jolie casquette orange dont il salua tout naturellement le voyageur inconnu. Siamo veramente a un passo dalla Vondervattimeittis del Diavolo nella torre di Poe.

A questa pulizia estrema fa da contrappeso una particolare densità dell'aria, un'atmosfera calda, pastosa, intima, con interni spesso di legno solido e scuro ("une atmosphère lourde de soleil et de calme", viene detto a un certo punto). Un'atmosfera che sembra vivere di vita propria, un'atmosfera che in un certo senso è essa stessa un luogo, un personaggio, un attore. E in effetti tutti i libri che ho citato prima possono essere letti come le storie di altrettanti tentativi (tutti destinati in un modo o nell'altro al fallimento) di scuotere questa imperturbabile placidità, di sperimentare la possibilità di un destino meno preordinato.

Come nel precedente romanzo della serie, anche qui la dicotomia fra romanzi del carnefice e romanzi della vittima appare sfumata, dato che entrambe le figure sono delineate con tale partecipazione, con tale commossa pietà che si farebbe fatica a dire se resti maggiormente impresso nella memoria il povero Conrad Popinga (sì, Popinga, come il Kees dell'Uomo che guardava passare i treni) o la persona che ne causerà la morte.

Un romanzo di fallimenti, questo Maigret in Olanda: dal fallimento esistenziale, pagato con la vita, di Popinga; al fallimento della solida, compatta comunità di Delfzijl nel suo tentativo di attribuire il delitto a un marinaio di passaggio e quindi di evitare di fare i conti con un male che proviene dal suo stesso nucleo; al fallimento alla fin fine dello stesso Maigret nello scoprire una verità che nessuno vuole ascoltare, che renderà tutti infelici e che lo costringerà per una volta ad abdicare al suo ruolo di aggiustatore di destini.  

E il bruciante epilogo, l'ultima mezza pagina del romanzo, ha il sapore straniante dell'ultimo tempo della seconda sonata di Chopin, un finale che nega ogni catarsi e in realtà non termina nulla, lasciando più interrogativi di quanti non ne risolva. 
Eppure si finisce questo libro con una strana, obliqua contentezza, tanto veri e vitali sono i personaggi, tanta è la verità con la quale sono raffigurati non solo i protagonisti ma anche tutte le figure di contorno, dal cordiale capostazione col suo assurdo cappello color arancio ai marinai che fumano le loro pipette di argilla lungo i canali di Delfzjil. 


venerdì 25 marzo 2016

Postcards from Brighton

La scorsa settimana insieme a Justyna siamo stati ospiti di una coppia di carissimi amici che si sono trasferiti a Brighton, UK.
In attesa di ragguagliarvi con gli inevitabili risvolti tabagiferi e pipici della spedizione, condivido con voi qualche scatto da questa piccola perla del Sussex.
Per un campano dell'entroterra, che alla parola "mare" associa automaticamente le spiagge del Cilento, conoscere l'accezione inglese del termine è stato interessantissimo.













lunedì 22 febbraio 2016

Stelle danzanti

Se vi chiedessero qual è il più celebre pianista polacco di tutti i tempi, probabilmente molti di voi risponderebbero Artur Rubinstein. O forse Krystian Zimerman. Ma se invece vi chiedessero qual è il meno famoso? Qualcuno rispetto al quale gli interpreti dell'integrale "Polskie Nagrania" degli anni '50 sono delle superstar?
Beh, io sarei pronto a scommettere che un serio contendente al titolo sarebbe il protagonista di questo post: Andrzej Wąsowski.
L'esistenza di Wąsowski potrebbe essere una delle pontiggiane Vite di uomini non illustri: nato nel 1919 a Leopoli (oggi in Ucraina ma all'epoca in Polonia), da una famiglia aristocratica (una di quelle che possedevano villaggi, industrie, foreste e i cui membri parlavano tra di loro in francese) rivelò ben presto un formidabile talento musicale tanto che a vent'anni si diplomò al Conservatorio di Varsavia riportando il Grand Prix d'intérpretation. Sembrava destinato a una fulgida carriera di concertista ma giusto nel 1939 sulla sua strada si misero due signori, uno tedesco e l'altro russo: i signori Ribbentrop e Molotov. Leopoli fu invasa prima dai russi, che fecero conoscere a Wąsowski le gioie dello stakanovismo inviandolo a fare concerti a beneficio delle truppe a ritmi da industria pesante e in seguito dai tedeschi, che gli alleviarono la fatica ma gli proibirono di suonare Chopin (il che non impediva al principe Wąsowski di suonarlo di nascosto per i polacchi della resistenza) e poi tentarono di spedirlo a suonare in Germania: al rifiuto del pianista, in Germania ce lo mandarono lo stesso ma in un battaglione di disciplina. Dalla Germania Wąsowski riuscì fortunosamente a riparare in Austria dove rimase fino al termine della guerra. Alla fine del conflitto, Wąsowski fu privato della nazionalità polacca e solo in seguito al matrimonio acquistò la cittadinanza venezuelana. Nel 1965 si stabilì negli Stati Uniti dove insegnò pianoforte a Tulsa, in Oklahoma, e dove morì nel 1993.
L'intero lascito discografico di Wąsowski si compone di una registrazione integrale dei Notturni e di una delle Mazurche. Come ulteriore ironia della sorte, entrambi gli album furono incisi per un'etichetta abbastanza celebre ma in ambito jazzistico, la Concord Records (che oltre a tutto gli sbagliò pure il nome in copertina, trasformando la ą polacca in una a).

In verità, la sorte di Wąsowski non sarebbe molto dissimile da quella di tanti giovani della sua generazione che ebbero l'unica colpa di nascere nel posto sbagliato al momento sbagliato e che solo per questo si videro privati di tutto quanto avevano il diritto di aspettarsi dall'esistenza. Il fatto è che sia pure con quei due soli miseri dischi (e in particolare con quello dedicato alle Mazurche) Wąsowski si è ritagliato un posto di primissimo piano nell'interpretazione chopiniana.

Che le Mazurche costituiscano il cuore stesso della musica di Chopin non è possibile dubitare: come scrive Gastone Belotti, "in nessun altro genere Chopin ha svelato l'ampiezza del suo genio, nessun altro si presto allo studio dell'insieme del suo stile musicale, nessun altro rivela l'intima connessione tra la sua musica e quella della sua terra. Raccolta la Mazurca come rivelazione dell'espressività contadina della sua regione - la Mazowia - e come genere di consumo della città in cui viveva - Varsavia - la elevò ad un grado di perfezione che resterà ineguagliato, e creò quegli immortali capolavori nei quali ha lasciato il meglio della sua genialità musicale".  Ora, il problema spesso disperante che le mazurche pongono ai pianisti (Rattalino ne parla come di rebus musicali) è costituito dalla loro particolare idiomaticità: le danze popolari polacche (mazurek, ma anche kujawiak, oberek, krakowiak, che Chopin comprende nella sua opera spesso combinandole fra loro) sono caratterizzate da una irregolarità di fondo nel ritmo che semplicemente non si presta ad essere trascritta con precisione per mezzo della normale notazione musicale. Chopin stesso dovette a un certo punto rendersi conto della cosa visto che a partire dall'op. 24 smise di fornire anche l'indicazione rubato che aveva usato in abbondanza nelle raccolte precedenti. Badiamo bene che qui non stiamo parlando di un semplice vezzo filologico, di un abbellimento che può essere omesso a piacere: nelle Mazurche Chopin conferisce al ritmo, a quel ritmo, una importanza strutturale non inferiore a quella attribuita al contrappunto in una fuga di Bach, sicchè ignorare il problema significa produrre una lettura che è puramente e semplicemente inadeguata (basti pensare a quell'autentico monumento all'equivoco intepretativo costituito dalle incisioni delle Mazurche di un interprete chopiniano altrove grandissimo come Samson François).
Non è del resto un caso se qualunque pianista voglia porsi in maniera seria di fronte al compito di interpretare compiutamente le Mazurche deve a un certo punto - diremo così - "sciacquare i panni nella Vistola": è solo in Polonia, attraverso il contatto diretto con delle fonti musicali che si sono conservate incontaminate e con una tradizione che risale ai tempi di Chopin, che si può fare esperienza diretta del modo corretto di rendere tutto quanto la pagina scritta tace.

Ecco, le straordinarie letture di Wąsowski ci danno una rappresentazione, di altezza e poesia a mia conoscenza mai attinte né prima né dopo di lui, di questo mondo fatato, e lo fanno attraverso la restituzione meticolosa di tutta la complessità ritmica (e - di conseguenza - armonica) di questi capolavori in cui davvero Chopin sembra aver intrapreso un'esplorazione totale dei moti dell'animo umano. Gli esempi da fare sarebbero tantissimi, e alla fine si ridurrebbero a una lista completa delle tracce di questo doppio CD. Basterà dire che nella mia esperienza di ascoltatore chopiniano (e di ascoltatore delle Mazurche in particolare) esiste un prima e un dopo queste incisioni. 

Non è certo la minore delle ironie che costellano l'affaire Wąsowski quella per cui una delle poche interpretazioni chopiniane davvero insostituibile sia da lungo tempo fuori commercio, tanto che io stesso mi sono procurato la mia copia spulciando una quantità infinita di siti americani di vendita di CD usati e pagandola a prezzo d'affezione. È per questo che - sfidando le draconiane leggi sul diritto   d'autore - mi azzardo a condividere una sola fra le tante perle di questa raccolta, sperando che possa fornire un'idea sul perchè questi dischi sono tanto straordinari; e magari motivare qualcuno dei miei lettori a mettersi in caccia.

sabato 13 febbraio 2016

Tout Maigret (peut-être), 7 - Il crocevia delle tre vedove

(Da ferencpinter.it)
Scritto nell'aprile del 1931 e pubblicato due mesi dopo chez Fayard, La nuit du carrefour è un romanzo abbastanza singolare. In prima battuta sembrerebbe (riferendoci alla dicotomia cui più di una volta abbiamo accennato in questa serie di post) un classico romanzo del carnefice. dato che della vittima (o meglio: delle vittime) veniamo a conoscere poco più di nome e professione; d'altra parte la figura che viene delineata con maggiore dovizia di dettagli e più approfondito scavo psicologico è quella di un personaggio che in verità carnefice non è.
 
Inoltre, questo romanzo è uno dei pochissimi esempi nell'intero corpus maigrettiano in cui vediamo il nostro eroe pericolosamente vicino a qualcosa che ha tutta l'aria di essere un turbamento erotico.  In effetti è abbastanza curioso che nel delineare la figura di Maigret, Simenon lo abbia doviziosamente  caratterizzato in rapporto a tutta una serie di appetiti (almeno apparentemente) elementari per poi chiudersi in una reticenza pressoché assoluta rispetto a un tema che peraltro non gli era affatto estraneo (per usare un garbato eufemismo) né come scrittore né come uomo. Censura? Autocensura? Non lo sapremo mai. Sta di fatto che per tanti riguardi - dal cibo, alla pipa, dai posti caldi al Calvados  - conosciamo nel dettaglio qualità e quantità di ciò che piace a Maigret; quando giungiamo al capitolo donne, abbiamo una serie di accenni vaghi e spesso di segno negativo: conosciamo donne che lo lasciano indifferente, altre che gli suscitano una tenerezza piuttosto paterna che di altro segno; da questo punto vista, l'unica cosa certa è che Maigret è... il marito della signora Maigret. Ecco, in questo libro ci sono alcuni piccoli sprazzi che illuminano un aspetto della personalità del commissario sul quale sappiamo davvero poco. E si tratta di sprazzi che fanno intravvedere una realtà assai meno ordinariamente borghese (e quindi assai più interessante) di quanto potremmo sospettare.

Ma forse l'aspetto più peculiare di questo romanzo è il virtuosismo davvero incredibile che Simenon mostra nella costruzione dell'atmosfera, o meglio delle atmosfere. Da una parte abbiamo un incrocio su una statale qualunque dell'Ile-de-France, quattro case in mezzo a un nulla fatto di campi e di boschi.  Senza le facilitazioni offerte dai bistrot e dai negozi di Parigi, senza le suggestioni dell'acqua del mare o dei canali, Simenon riesce a caratterizzare questo non-luogo in maniera addirittura cinematografica: e non è un caso se praticamente subito dopo l'uscita del libro, un regista del calibro di Jean Renoir ne trasse un film di una pregnanza visiva assoluta. E poi - in contrasto con la scala di grigi del paesaggio circostante - c'è la casa degli Andersen, di questo stranissimo gruppo di famiglia in un interno in cui nulla è ciò che sembra e si respira un clima quasi da serra.

In conclusione: uno dei più atipici romanzi di tutto il ciclo, col plot giallo che arriva quasi a recedere sullo sfondo per fare posto a una storia di intrighi, di passioni e di avidità degna del miglior Balzac. Non possiamo non rimanere ammirati di fronte alla folle prodigalità dell'invenzione simenoniana, che in un giallo profonde una quantità di spunti e di temi che sarebbero tranquillamente bastati per tre romanzi durs