sabato 8 settembre 2018

Esercizi di traduzione dal polacco, 7

Quello che segue potrebbe essere un editoriale apparso su un giornale o una rivista dei nostri giorni. Proprio di questi giorni, di oggi o al massimo di un paio di mesi fa.
E invece è apparso sulla rivista "Kultura" (il periodico culturale dei polacchi fuoriusciti dalla Repubblica Popolare, pubblicato dapprima a Roma e poi a Parigi) più di trent'anni fa a firma Sławomir Mrożek. Lascio al mio inclito pubblico il compito di trarre le conclusioni da questa circostanza, e vi lascio in compagnia della scrittura sempre affilatissima del Nostro.



SALUTI DA PARTE DI



Ciao, sono io, il vostro immortale, eterno, universale Cretino.
Sono stato ovunque, ci sono stato sempre. Ma solo adesso sto davvero bene, sono sotto protezione e il mio futuro si prospetta più roseo di qualunque altro futuro nel passato: è finalmente giunto il tempo di due assiomi grazie ai quali mi sento meglio di quanto sia mai stato.
Innanzitutto, è stato stabilito con certezza che io non esisto. Così come il diavolo, mi sento splendidamente dentro questa mia proclamata inesistenza. Si sa che il diavolo (che peraltro è mio cugino) solo di rado e malvolentieri si presenta nella sua vera forma; è un campione di mimetismo e sa bene il perchè: la credenza universale che non esiste gli dà la massima libertà d'azione. 
La faccenda con me funziona esattamente allo stesso modo. Continuate a essere certi che io non ci sono, ragazzi miei, e io me la sfango alla grande.
Che io non esista non l'hanno proclamato direttamente, ma per me poco cambia. Che io non esista è derivato da considerazioni altamente nobili e da fini superiori, nessuno mi aveva messo in conto, ma per me è ancora meglio così. La mia inesistenza è un prodotto collaterale, un effetto indesiderato - così come in medicina nuove e molto interessanti manifestazioni della sifilide sono un effetto imprevisto e indesiderato dell'aver debellato la sifilide tradizionale, della  resistenza che i batteri sviluppano ai nuovi farmaci. Anche l'ecologia è piena di esempi di questo genere. Detta in breve, quando hanno proclamato che tutti gli uomini sono uguali, ne è derivato che nessuno è più stupido di un altro. Quindi è stato giocoforza ammettere, in nome dell'uguaglianza, che tutti sono ugualmente stupidi oppure ugualmente intelligenti. Questa scelta non è davvero tale, visto che entrambe le alternative sono insensate allo stesso modo. Ciononostante, in nome dell'amor proprio collettivo, è stata scelta la seconda delle due.
Il secondo assioma che giova alla mia salute è la convinzione che l'ideologia (questa o un'altra verrebbe da dire, ma non si può perché si tratta sempre di quell'ideologia che uno sceglie come propria) garantisce ipso facto l'intelligenza di chi la sceglie. E tutte queste ideologie sono raggruppate in due distinti mucchi (1) , chiamati "di sinistra" e "di destra".
Al giorno d'oggi non si può più aprire il giornale, ascoltare la radio, ascoltare e guardare quello che dice e mostra la televisione, né tantomeno parlare con qualcuno, neanche con sé stessi, senza che tutto, davvero tutto, venga etichettato come "di sinistra" o "di destra". Nessuno chiede più se qualcosa è stupido o intelligente, onesto o disonesto, alto o basso, piccolo o grande, aperto o chiuso, rado o denso, molle o duro, rotondo o quadrato, secco o umido, se è fangoso, se è dritto, storto, se profuma, puzza, se sta fermo, cammina, è vivo, è morto, parla, grida, tace, se è velenoso, saporito, se viene da un uccello, da un rettile, da un animale da pelliccia. Dio mio, queste domande potrebbero moltiplicarsi all'infinito visto che infinitamente ricco è il nostro mondo. Invece no, esiste una sola domanda, "progressista o reazionario", "di destra o di sinistra". 
Questo impoverimento, questo appiattimento, questa desertificazione, questa morte dell'intelligenza e della sensibilità umane si sono compiute dapprima dove già l'ideologia impera e poi si sono propagate nel resto del mondo e ovunque avanzano, gradatamente ma velocemente. Il signor Mrożek non legge più la stampa polacca perchè già da lungo tempo la conosce a memoria. Legge ancora l'"International Herald Tribune" ma sempre più malvolentieri, perchè già molto di quello che trova in quel giornale potrebbe citarlo prima ancora di cominciare a leggere. Molto e sempre di più, perciò per lui è sempre più noioso. 
E a me, Grande Cretino, tutto questo va a meraviglia. Chi più si interessa, chi più si preoccupa di me, chi più mi perseguita se l'unica cosa importante è "di destra" o "di sinistra"? Si parla ancora del Grande Inquisitore, lui ancora va un po' di moda, ma sul Grande Cretino silenzio assoluto. Me la spasso ovunque ne abbia voglia, per me "sinistra" o "destra" sono ugualmente buone, purchè trovi una qualunque occasione in una qualunque delle due zone. A volte queste occasioni sono di più qua, a volte là: questo dipende dall'epoca storica, cioè da quale parte è il potere. E per questo non è neanche necessario che sia potere nella sua forma più pura, potere politico: va bene anche lì dov'è la moda: del resto i legami fra moda e potere sono nascosti ma indubbi. Lì dov'è la moda si raccolgono più numerosi i miei discendenti, i miei figli, i miei piccoli cretini, formando un forte gruppo. E preparano sabba, banchetti e rituali nei quali mi manifesto io, il Grande Cretino, in tutta la mia maestà. Sono orge davvero belle. 
I piccoli cretini, i miei bambini adorati, mi rendono tanti servizi. E' noto - vedi l'assioma numero uno - che nessuno è più stupido di un altro. Perciò quando un piccolo cretino qualunque, in una delle innumerevoli discussioni che hanno luogo senza sosta, afferma che di notte è chiaro e di giorno è buio bisogna - perchè non si può fare altrimenti - mettersi a discutere con lui e dimostrare che è di notte che è scuro e di giorno è chiaro. In questo modo quelli che avrebbero qualcosa di più e di più interessante da dire si logorano in queste discussioni, facendo per di più la figura dei fessi perchè chiunque si metta a dimostrare che di notte è buio e di giorno chiaro deve giocoforza fare la figura del fesso. Invece il piccolo cretino che ha iniziato la discussione non fa affatto la figura del fesso, al contrario, il suo è "un pensiero originale", "un'idea interessante". Ovviamente sarebbe molto più semplice dirgli "Stai zitto, piccolo cretino!" ma questo non si può fare a nessun costo perchè sarebbe "una mancanza di rispetto per la personalità umana". 
Sì, gli assiomi numero uno e numero due sono per me una gran bella cosa. Ma vi svelo il segreto più importante della mia potenza: io non sono un essere materiale, sono un'essenza. Sono come l'etere, come un ectoplasma, come l'energia. Per questo posso passare attraverso i muri e entrare nei cervelli, non c'è barriera che mi possa resistere. Scorro, mi infiltro, divento solido, evaporo a mio piacimento. Le condizioni storiche possono essermi più o meno favorevoli ma per mia natura io sono al di là della storia e della sociologia, in ultima analisi indipendente da loro.
Giustamente una volta il signor Mrożek ha osservato che "non c'è nessuno tanto intelligente che almeno una volta non abbia pensato, si sia espresso, si sia comportato in maniera stupida. E non c'è nessuno tanto stupido che almeno una volta non abbia pensato, si sia espresso, si sia comportato in maniera intelligente". Bravo, signor Mrożek, bravo. E tu chi sei, signor Mrożek, che ne pensi, eh? Ecco, appunto, signor Mrożek: per questo e per ogni eventualità è meglio che tu adesso, subito, all'istante, la smetta di scrivere.

(da "Kultura", 4/1985)

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(1): qui Mrożek usa un gioco di parole intraducibile in italiano: "dwie osobne kupy" significa sia "due mucchi distinti" che "due merde differenti".

sabato 23 settembre 2017

Contredanse en ROONdeau

Lo dico - ahimè - per esperienza personale: l'informatico non è esattamente un mestiere glamour. A dirla tutta, confessare oggi di occuparsi di informatica è più o meno come dichiarare negli anni '70 di fare il ragioniere. Utile eh, per carità: in fondo qualcuno che capisca perché Facebook non risponde o perché la stampante si è inceppata può far comodo. Ma noioso, noioso all'inverosimile e senza speranza, noioso come un documentario armeno da quattordici ore sulla transumanza delle pecore visto in lingua originale. Magari se si fa parte della ristretta élite degli sviluppatori di videogame si può sperare di risalire qualche posizione (a patto di avere di fronte una platea di ragazzini, beninteso) ma per il resto di noi lo stigma del ragioniere è qualcosa con cui non possiamo fare altro che imparare a convivere. E del resto non c'è da stupirsi: quand'è l'ultima volta che a qualcuno di voi è capitato di emozionarsi davanti a un pezzo di software? Che so, davanti alle mirabolanti capacità di calcolo di Excel? O alla ricchezza dei font di Word?
Ecco, appunto.
Ora, lungi da me voler negare l'evidenza: ciononostante in questo post vorrei raccontare come di recente mi sia capitato di emozionarmi davvero davanti a un programma: Roon.

Se avete come me qualche terabyte di dati in tracce audio, conoscete la sensazione: supponete di voler ascoltare il primo concerto di Brahms suonato da Gilels coi Berliner e Jochum. Quello che vi si para davanti (più o meno) è qualcosa di questo genere:


che è la quintessenza di quello che il mio amico Antonio con felicissima espressione ebbe a chiamare "delirio alberante". Ora, io sono un informatico e i deliri alberanti sono il mio pane. Ma l'impatto emotivo è modesto, non c'è ombra di dubbio.

Roon legge i vostri file musicali, li importa nella sua libreria e trasforma quello che vedete qua sopra in quello che vedete qua sotto:


che è indubbiamente tutta un'altra esperienza. Ma non è solo una questione di piacevolezza estetica: tutto quello che nell'immagine qui sopra vedete scritto in azzurro è un link. Se clicco su "Emil Gilels" ottengo:


ossia una biografia ragionevolmente completa di Gilels e sotto l'elenco dei brani suonati da lui nella mia libreria. E posso fare la stessa cosa con Eugen Jochum e finanche con la Filarmonica di Berlino.
Non basta: se mi punge vaghezza di vedere quali altre versioni del primo di Brahms ho a disposizione, non devo far altro che fare clic sull'icona a forma di LP a fianco del brano e voila:


e così via all'infinito.

Insomma, la cosa straordinaria di questo software è la capacità di trasformare una sequenza lineare di file in un immenso grafo completamente navigabile e arricchirlo con una tale marea di informazioni aggiuntive che è praticamente impossibile iniziare una sessione d'ascolto e uscirne senza aver imparato qualcosa di nuovo.
Ma non pensiate che con Roon siete limitati ad ascoltare musica attraverso il vostro PC: Roon è infatti un intero ecosistema di dispositivi che colloquiano fra loro via rete ed è semplicissimo configurarlo anche in modalità multiroom, così da poter mandare musica diversa in punti diversi della casa, controllando il tutto attraverso computer, smartphone o tablet.

È tutto perfetto? Ovviamente no. Ogni tanto (specie coi cofanetti-monstre di musica classica) l'identificazione dei file non è perfetta. Ma per fortuna il programma vi mette a disposizione la possibilità di correggere ed editare a piacere gli album della sua (della vostra) libreria, anche fondendone più di uno insieme. E anche questo contribuisce a riappropriarsi di quegli asettici byte imprigionati nei vostri hard disk. Come ho letto in una delle prime e più indovinate recensioni che ho trovato in rete, "è come trascorrere tutta la giornata in un negozio di dischi": e chi ha la fortuna di ricordare cosa fossero i negozi di dischi di una volta, capirà perfettamente il senso e la portata di questa affermazione.
Poi c'è l'aspetto della lingua: al momento interfaccia e contenuti sono disponibili solo in inglese. Ma non c'è motivo di pensare che nel prossimo futuro questa limitazione non possa venire superata.
Infine, c'è il capitolo costi. Roon viene fornito con una licenza a sottoscrizione, e costa 119 dollari per un anno oppure 499 dollari per una sottoscrizione a vita. Non sono proprio cifre irrisorie, ma a ben pensarci si tratta di spendere 10 dollari al mese per poter trasformare completamente il proprio modo di vivere la musica digitale.

Una volta Isaac Asimov scrisse che "ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia". Ecco, in sintesi Roon è questo: un'esemplificazione pratica di questa affermazione.

mercoledì 16 agosto 2017

Esercizi di traduzione dal polacco, 6

Quella di Kornel Filipowicz (1913-1990) è una figura oggi quasi dimenticata (o almeno non ricordata come meriterebbe) anche in Polonia. Maestro assoluto del racconto breve, ma anche sceneggiatore e poeta, Filipowicz viene tuttalpiù ricordato per essere stato per decenni il compagno di vita di Wislawa Szymborska. Eppure è un autore di una modernità, di una pregnanza espressiva, di un nitore stilistico abbacinanti. Le sue raccolte di racconti sono di difficile reperibilità anche in Polonia, sicché a un'intera generazione di lettori è stato di fatto precluso l'accesso ad alcune delle gemme più preziose della letteratura polacca del XX secolo. A questo stato di cose ha posto (sia pur parzialmente) rimedio un'antologia curata da Justyna Sobolewska che è apparsa quest'anno per i tipi dell'editore Znak di Cracovia. Da questa raccolta ("Moja  kochana, dumna prowincja", "Mia cara, orgogliosa provincia") è tratto il folgorante racconto che vi propongo qui di seguito. 


La farfalla rara


Era una tranquilla e soleggiata mattina d'autunno. Non c'era vento, ma quando aprii la porta e le finestre l'aria fredda che proveniva dalla zona in ombra della casa cominciò a fluire nell'appartamento. Le finestre della mia camera davano a sud, il sole scaldava, nella stanza era tiepido. Presi in mano un libro qualunque, aspettando che l'aria fresca riempisse tutto l'appartamento prima di chiudere porta e finestre e mettermi al lavoro. Sollevai gli occhi dal libro, guardando davanti a me senza pensare. Stando così vedevo tutto pur senza vedere nulla; né del resto avevo bisogno di vedere nulla, visto che da molti anni nella mia stanza non era cambiato praticamente niente: i mobili e gli oggetti non si erano spostati neanche di un centimetro, nulla fra essi era stato tolto, molto poco era stato aggiunto.
Ed ecco che improvvisamente, in un angolo del tavolo vuoto, a una distanza di un metro, un metro e mezzo al massimo, mi accorsi di una presenza viva, una presenza che non vedevo da tantissimo tempo e forse mai così da vicino. Era un podalirio.
Quando mezzo secolo prima questa farfalla straordinaria ed estremamente rara era apparsa  nel mio campo visivo avevo provato  un sentimento la cui forza non era paragonabile a nulla. Quella visione mi aveva semplicemente tolto il respiro. Ah, quanto avrei desiderato possederla: pescarla col retino, vederla dibattersi nella rete, tenerla in mano e poi - ovviamente - addormentarla col cloroformio, dispiegare le sue belle ali sul tavolino, infilzarla con uno spillo, averla nella mia collezione! Potermela riguardare a piacimento! Desideravo così tanto prenderla che quando per un solo secondo si posava su un fiore, su un sasso, su un filo d'erba, in quegli istanti tutto il resto cessava di esistere. Non c'erano più il tempo, il mondo, la mia casa, la famiglia, la scuola. Niente. Io stesso dimenticavo di esistere. 
Ed ecco adesso, in una mattinata dell'inizio di ottobre del 1975, questa farfalla straordinaria era volata da molto lontano fino a me e mi si era posata vicino, a una distanza non più grande del mio braccio disteso. Non avevo nessun dubbio che fosse proprio lui: era lui, il viandante, il viaggiatore instancabile dal volo veloce ed efficace come il volo di un uccello. Non era nessuna di quelle fragili, ordinarie farfalle con le quali il vento gioca come con le foglie che cadono dagli alberi, nessuna di quelle creature deboli e sciocche che non ricordando da dove vengono non desiderano tornare da nessuna parte: vivono dell'istante e del luogo nel quale il caso li ha fatti trovare. Lui, il podalirio, affrontava lunghi viaggi ma sapeva dove era diretto e perché. Volava di solito a grandi altezze, ma qualche volta, obbedendo forse a un ricordo o a un ordine, o forse solo per riposarsi e ristorarsi, interrompeva il suo volo, chiudeva le ali e lentamente, volteggiando con dolcezza, si fermava sul fiore bianco, dal profumo stordente, del sambuco selvaggio, su un cespuglio di pruno, sulla riva umida di un ruscello o ai margini di un sentiero arido come quello che stavo percorrendo io. In quegli istanti ce l'avevo a portata di vista, ma rapidamente lui si riscuoteva e volava via. La sua fretta impaziente testimoniava del fatto che non si trattava di una farfalla qualunque, ma di una staffetta segreta che recava con sé gli ordini di qualcuno o qualcosa di grande: Dio, il sole, forse un re. Era attento, all'erta e sul chi vive: ma non per vigliaccheria, era consapevole che il segreto che gli era stato affidato non poteva cadere in mani estranee. All'epoca, quando avevo dieci o forse dodici anni, non potevo sapere che dandogli la caccia e privandolo della libertà e della vita, avrei potuto provocare l'interruzione di qualche importante anello della catena che lega insieme le cose e le vicende di questo mondo: le colline, le valli, le pietre, i fiori, il cielo, la terra, l'aria, l'acqua, la notte e il giorno. O forse qualcosa vagamente intuivo, solo che il mio desiderio di possesso era più forte della paura che potesse succedere qualcosa di male. A quel tempo si sarebbe potuto rovesciare tutto il mondo, si sarebbero potuti seccare i fiumi e appassire tutti i fiori, purché io avessi quella farfalla così rara e così bella!
Ed ecco, quella farfalla ora ce l'avevo tanto vicino a me, dentro la mia stanza. Si muoveva, costeggiando lentamente il bordo del tavolo, chiudendo e riaprendo le sue meravigliose ali. Il loro tessuto era della più alta qualità, la freschezza dei colori non aveva paragoni. Il taglio era impeccabile, l'eleganza immacolata. La finitura dei dettagli era talmente curata da dare l'idea che il podalirio fosse destinato a durare in eterno. La farfalla chiuse le ali, per un istante si spense lo stupefacente splendore dei suoi colori, e si abbassò la tensione dei contrasti fra i gialli, i neri, i blu, i rossi, Adesso sembrava grigia e scialba. Di certo era stanco del lungo viaggio. Riposava. Anch'io sedevo immobile e la guardavo, andò avanti così a lungo. Avrei potuto se solo l'avessi voluto fare in qualunque momento un passo in direzione della finestra, chiuderla, catturare la farfalla: sarebbe bastato indovinare la direzione del suo movimento. E allora perché non mi muovevo, perché non chiudevo la finestra? Perché? Cinquant'anni prima l'avrei fatto all'istante. E adesso più a lungo durava la mia immobilità meno probabilità avevo. E sapevo perfettamente che qualcosa di simile non mi sarebbe ricapitato di nuovo, che era un miracolo che non si sarebbe ripetuto. La farfalla mosse le ali, le aprì e di nuovo ne vidi i dorati, vellutati interni coperti da un mosaico di macchie nere allungate e decorati di picchiettature rosse e celesti simili a pietre preziose. Di nuovo vidi la sua perfetta interezza, terminata da due punte simili a code di rondine, che sembravano parlare e dire: ecco una conclusione di una forma che non potrebbe essere diversa perché sarebbe peggiore. Di nuovo potei ammirare la sua leggerezza, la sua eleganza, la sua grazia, la sua forza. E ciò che non si può rendere a parole: la particolarità, l'eccezionalità di questa forma di vita come fenomeno.
Il podalirio non volò via. Aprendo e chiudendo le ali passeggiava lentamente sulle sue bianche, pelose zampette sul legno del tavolo. Non era ancora troppo tardi per catturarlo, era l'ultimo minuto, era l'ultima cortissima frazione di minuto in cui ancora avrei potuto farlo. Ma non lo feci. Perché in verità io ero ancora la stessa persona che cinquant'anni prima aveva provato a catturare questa straordinaria farfalla, ma il mio sentire era differente, aveva una qualità diversa. Ero ancora abbastanza il ragazzino che vede molto bene e le cui esperienze sono sempre molto intense; ma ormai ero anche uno che non fa nulla per entrare in possesso di ciò che ammira. Perché ero vecchio e anche i miei più forti sentimenti erano limitati da ciò che era destinato a sopravvivermi, da un grande disinteresse ed indifferenza. E tuttavia mi sentivo un po' triste, e questo sentimento aveva un sapore fastidioso, spinoso, amaro, come se mi dispiacesse per qualcuno che dentro di me non c'era più. Sebbene guardassi ancora la farfalla, sebbene apprezzassi la sua bellezza e la sua straordinarietà, non emanava più da essa quella fascinazione stregonesca che allora mi avvolgeva tutto in un cattivo, crudele desiderio che richiedeva un'immediata soddisfazione. Mentre ancora lo osservavo e pensavo a lui, il podalirio inaspettatamente (anche se in realtà me l'aspettavo) prese il volo, descrisse un arco nell'aria e scomparve. Scomparve, cessò di esistere, come svanisce improvvisamente un pensiero, come si dissolve un'immagine, come si estingue un suono. Rimase l'angolo vuoto del tavolo. I muri. La porta. Le finestre.

sabato 4 marzo 2017

Beatrice Rana suona Bach


Quando - non più tardi della settimana scorsa - ho avuto tra le mani il CD delle Variazioni Goldberg suonate da Beatrice Rana ho fatto quello che di solito faccio con ogni nuovo disco: ho dato uno sguardo al libretto allegato. Nell'interessantissimo scritto a firma della stessa pianista contenuto nel libretto medesimo (per inciso: questa ragazza non solo suona come suona ma scrive in maniera deliziosa. In un momento storico nel quale la maggior parte dei suoi coetanei annaspa penosamente con l'ortografia, già questo è un piccolo miracolo) ho trovato questa frase: "così come l’umanità necessità della spiritualità, anche la spiritualità
ha bisogno dell’umanità". Ora, io sono uno che - parafrasando qualcuno di infame memoria - "quando sente la parola spirituale mette mano alla pistola", sicché non posso negare che una piccola alzata di sopracciglio l'ho avuta. In realtà, e questo l'ho capito man mano che procedevo negli ascolti, nel caso di specie avrei fatto probabilmente meglio a invertire l'ordine dei fattori: prima ascoltare e poi leggere.

Le Goldberg suonate da Beatrice Rana non sono il metafisico viaggio iniziatico fra abissi e vette della versione di Gould del 1982; non sono neanche il severo edificio luterano di Gustav Leonhardt nel 1965. Da questa lettura promanano invece un calore, un'affettuosità, una umanità - per l'appunto - a mia conoscenza finora inattinte, quasi che la pianista avesse fatte proprie le parole che Beethoven mise in esergo a un altro sommo monumento musicale, la Missa Solemnis: Von Herzen — Möge es wieder — Zu Herzen gehn! (dal cuore - possa nuovamente - andare al cuore).

In questa incisione l'esecutrice sceglie - come ormai oggi è consuetudine - di eseguire tutti i ritornelli indicati da Bach. Questa decisione pone all'interprete il problema di come evitare la monotonia che sarebbe inevitabile limitandosi a risuonare da capo nota per nota. La strada seguita da molti (penso ad esempio alla fenomenale esecuzione di Ottavio Dantone al clavicembalo o a quella di Alexandre Tharaud al pianoforte) consiste nel variare la linea melodica arricchendola con ornamentazioni di ogni genere. Beatrice Rana è da questo punto di vista molto più discreta, ma sceglie una soluzione alternativa molto interessante perché molto pianistica: sfrutta due elementi (la possibilità di graduare le dinamiche e di variare l'articolazione fra staccato e legato) impossibili da realizzare al clavicembalo. Il risultato è di grande fascino e talvolta (penso ad esempio alla variazione X, Fughetta o alla XXII alla breve) è in grado di gettare una luce affatto nuova su musica che qualunque musicofilo pensa di conoscere ormai a menadito.

Molti altri elementi si potrebbero riferire ed approfondire, ma non credo si renda davvero giustizia a questa lettura cercando di vivisezionarne ogni nota e ogni pausa: come ebbe a scrivere Glenn Gould (inevitabile convitato di pietra in ogni discorso che abbia a tema le Goldberg) penso infatti che la fondamentale ambizione di quest'opera per quanto riguarda la variazione non vada cercata in una costruzione organica ma in una comunità di sentimento.

E con questo ritorniamo - circolarmente come la musica di cui stiamo parlando - all'umanità cui si faceva cenno all'inizio: è impossibile ascoltare questo disco senza lasciarsi contagiare dal clima di gioia sommessa, leopardianamente lieta e pensosa, che se ne irradia. Un clima che per certi versi (me ne rendo conto adesso, a cinquant'anni praticamente suonati) è la cifra stessa della giovinezza: e il fatto che questo clima si sia riuscito a distillarlo e a raccoglierlo nei bit di una registrazione digitale è ciò che al fondo rende per quanto mi riguarda questo disco tanto prezioso e speciale, è il vero regalo che questa giovane donna ci ha fatto e per il quale non possiamo che esserle profondamente riconoscenti.

sabato 24 dicembre 2016

Jingle Smells

Coerenza: parlare di alberi di Natale e mostrare presepi
C'è poco da fare: per chi come me annovera tutte le religioni nel dominio della mitologia, l'unico comportamento coerente per questo periodo dell'anno sarebbe dedicarsi all'attività di snatalizzazione, come ebbe a chiamarla Giovannino Guareschi in una delle sue novelle del Mondo piccolo:

Peppone si buttò come un dannato nella sua impresa di snatalizzazione e fece davvero del buon lavoro. La moglie tentò un paio di volte di mitigare la sua decisione ma, visto che ciò serviva soltanto ad aggravare la situazione, si arrese.
E, la sera della Vigilia, Peppone rincasando trovò che tutto era nella più squallida normalità.
La tavola con la solita tovaglia macchiata, la solita minestra nel lardo e il solito odore di frittata con le cipolle.

Notate la progressione sensoriale che Guareschi - scrittore ben più raffinato di quanto a lui stesso probabilmente facesse piacere ammettere - imbastisce nell'ultima frase: la vista (la tovaglia), il gusto (la minestra), l'odore.

Eh già, l'odore.

Se penso ai miei Natali di bambino, il primo odore che mi viene in mente è quello resinoso dell'abete che ogni anno ci portava in casa Don Peppe il fioraio: mia mamma aveva questa predilezione (abbastanza esotica per i tempi e la latitudine) per l'albero di Natale e a casa nostra la cerimonia dell'addobbo dell'albero non aveva nulla da invidiare in quanto a solennità agli omologhi rituali che avevano luogo - che so? a Lubecca oppure a Goteborg.

E accanto a questo odore in fondo ancora abbastanza spirituale, mi si affaccia alla memoria un altro aroma di ben altra matericità: quello intenso e dilagante del baccalà fritto, una delle specialità di mia nonna, un piatto che non mancava mai nelle nostre cene della Vigilia.
Comprava questi pezzi di stoccafisso salato, della consistenza a metà fra il cuoio e il cartone, una settimana prima della grande soirée, e la scelta di ogni pezzo era il risultato di scientifiche comparazioni coi pezzi vicini e di estenuanti richieste al venditore di minutissime informazioni su origine e caratteristiche del prescelto: la tracciabilità dell'intera catena alimentare non è un concetto nuovo, l'ha inventato mia nonna mezzo secolo fa.
Tornata a casa iniziava il rito della spugnatura, quel lungo esercizio fatto di acqua e pazienza attraverso il quale il baccalà viene privato del sale in eccesso. Come in tutte le operazioni artistiche la difficoltà suprema è indovinare quando fermarsi: un baccalà spugnato troppo poco è sale con un leggero retrogusto di pesce; un baccalà spugnato troppo diventa una versione rustica dei bastoncini Findus.
Infine, mia nonna friggeva il baccalà ma prima lo diliscava, operazione che richiedeva l'occhio di un orafo e la mano di un chirurgo. Ma lei era tanto sicura del fatto suo che - quando la zuppiera colma di pezzi di baccalà fritto veniva portata in tavola - non mancava mai di annunciare, guardando i commensali con aria di sfida: ogne spina mille lire, intendendo che sarebbe stata disposta a corrispondere l'esorbitante cifra per ogni singola spina che si fosse ritrovata nel suo baccalà.
Va detto che quando ormai mia nonna aveva raggiunto e ampiamente superato l'ottantina una spina ogni tanto qualcuno la trovava: ma per una sorta di tacito impegno d'onore, ognuno dei figli, nuore o nipoti presenti a quel tavolo si sarebbe strozzato in silenzio piuttosto che riscuotere il premio.



Se - come nella Christmas Carol di Dickens - passiamo dallo spirito del Natale passato a quello del Natale presente (o almeno del Natale un-po'-meno-passato), un aroma che negli ultimi anni informa di sé l'atmosfera dei miei Natali è quello del meraviglioso Christmas Cheer di McClelland.

Dell'esistenza di questo tabacco (e in verità di un sacco di altre bellissime cose) sono venuto a conoscenza diversi anni fa grazie al blog del mio amico Antonio, che ne parlava come di un autentico grand cru in fatto di Virginia. In effetti l'idea - semplice ma geniale - che sta dietro questa meraviglia è quella di selezionare anno dopo anno un raccolto particolarmente riuscito di una sola area geografica e realizzare a partire da quelle foglie un flake che sia espressione del meglio che McClelland abbia avuto a disposizione. Dal mio primo acquisto svizzero (A.D. 2010) aprire una scatola di Christmas Cheer segna per me l'inizio del periodo natalizio, al pari ad esempio dell'ascolto della prima parte del Messiah di Handel.
Non vi parlerò in dettaglio del Cheer 2016 perché sarebbero osservazioni non valide per il 2015 o il 2009 o il 2017. Ma è certo che se vi piacciono i Virginia, non si può avere, desiderare o immaginare qualcosa meglio di questo.
Purtroppo  sembra che il CC sia destinato a soccombere alle ultime demenziali novità introdotte negli Stati Uniti in materia di tabacco che nei fatti rendono impraticabile sul piano economico commercializzare tabacchi da pipa in edizione limitata, tanto che quest'anno McClelland ha fatto uscire non soltanto l'edizione 2016 ma anche la 2017. Se così fosse, mi consolerò pensando che la mia bulimia tabagica mi ha consentito di accumulare scorte sufficienti per un'altra ventina di Natali, e quindi non mi mancherà tempo per inventarmi un altro rito.

Né questa carrellata sarebbe completa senza una menzione del profumo che ormai da diversi anni si spande in casa mia quando Justyna prepara il più tipico, il più quintessenziale dei dolci natalizi polacchi: il piernik.
Il piernik non è solo un dolce di Natale, è un'idea metafisica che diventa materia e ad esso si applica la formula usata da Giuseppe Marotta a proposito del ragù napoletano: non si cuoce ma si consegue.
Non potrebbe essere altrimenti: parliamo di un dolce che viene cotto nel periodo natalizio ma la cui preparazione deve iniziare non oltre l'inizio di novembre. Di un dolce la cui origine si perde negli albori della storia polacca, e che fra gli ingredienti annovera tutto quello - dal miele alle spezie - che nella cucina viene associato alla regalità.
È impossibile descrivere verbalmente l'aroma che si sprigiona quando l'impasto viene cotto dopo un riposo di quaranta o cinquanta giorni, la polonaise danzata da cannella, zenzero, pepe nero, cardamomo, anice stellato sul tappeto brunito di farina e miele. È un aroma che non evoca Natale, lo preannuncia, per certi aspetti lo crea.

E quindi: la coerenza logica è una gran bella cosa. Ma se sul suo altare bisogna sacrificare Christmas Cheer e piernik allora per qualche giorno all'anno magari se ne può fare a meno.

Felice Natale a tutti i miei lettori.


giovedì 22 dicembre 2016

Vent'anni dopo

Quella che vedete qui a fianco è l'ultima pagina del mio vecchio passaporto.
Il timbro in alto a sinistra certifica con burocratica inequivocabilità il mio primo ingresso in Polonia: 22 dicembre 1996, esattamente vent'anni or sono.
Quella giornata segnò contemporaneamente il mio primo volo, il mio primo viaggio all'estero, il mio primo incontro diretto con la Polonia: se dico che quelle emozioni le sento ancora vive e palpitanti dentro di me credo che non farete fatica a credermi.

La prima cosa che (quasi materialmente) mi colpì della Polonia fu il freddo: fino a quel momento il posto più a nord in cui mi era capitato di vivere era Roma, e l'inverno del 1996 fu molto rigido anche per gli standard polacchi. Ricordo la sciabolata gelida che mi investì in piena faccia appena varcata la soglia dell'aeroporto; e la certezza assoluta maturata durante i dieci minuti di attesa alla fermata dell'autobus che le orecchie (improvvidamente lasciate scoperte dal cappello che mi ero portato dietro) mi si sarebbero staccate dalla testa non appena si fossero scongelate.
Ma poi una volta acclimatato (si fa per dire) trascorsi diversi giorni passando da stupore a stupore: tutto era nuovo per me, tutto era diverso. Dall'atmosfera ancora da piena Repubblica Popolare della stazione ferroviaria di Łódź Fabryczna (ma un po' di tutta la Łódź dell'epoca: sono uno degli ultimi a poter ancora dire di essere vissuto dentro un film di Kieślowski), all'odore del fumo del carbone usato per riscaldare case e negozi, all'incomprensibile brusio che per me all'epoca era il polacco, ai mandarini con l'etichetta "Morocco" mi sentivo davvero catapultato su un altro pianeta.

Łódź Fabryczna, com'era

Il freddo, certo. Ma anche - innegabile e speculare - il calore. Il calore fisico delle case, sconosciuto a me che venivo da un posto in cui il riscaldamento era poco più di un optional, spesso sostituito da un maglione più pesante. E ovviamente il calore della presenza di Justyna accanto a me, e il calore con cui mi accolse quella che era la sua e doveva diventare anche la mia famiglia: come dimenticare il "buongiorno!" con cui mi salutavano (talvolta anche di pomeriggio o di sera) i bambini di casa?

 Łódź Fabryczna, com'è
In questi vent'anni tante cose sono cambiate, come icasticamente dimostrano le due immagini di Łódź Fabryczna che vedete qui a fianco. E' cambiata la Polonia, prima di tutto, che in un paio di decenni si è trasformata economicamente, socialmente e culturalmente in una misura che lascia sbigottiti; e lo ha fatto senza rinunciare a un briciolo della propria anima e della propria specificità.
Sono cambiato io, che ho imparato ad apprezzare questa terra, la sua cultura, la sua storia. E a furia di camminare per le strade delle sue città e per i sentieri della sua campagna ho finito per interiorizzare il suo paesaggio e la sua luce.
E sono cambiati i bambini di vent'anni fa, che adesso sono dei giovani uomini, e uno di quelli che vent'anni fa si divertiva a dirmi "buongiorno" qualche mese fa si è sposato.

Ma altre cose - per fortuna - non sono cambiate, o almeno non sono cambiate ancora: questa casa da cui scrivo, che mi accoglie oggi come vent'anni fa; il modo febbrile e lieto con cui i polacchi aspettano il Natale; e soprattutto questo cielo che è bello quando è azzurro, quando è grigio e quando è bianco: questo cielo che sembra non finire mai, che forse davvero non finisce mai.

La luce, una cosa che non è cambiata e che sperabilmente non cambierà mai.




22 dicembre 2016, pronti per i prossimi vent'anni.




giovedì 24 novembre 2016

Il lato (o)scuro: Dunhill Dark Flake

La confezione (improvvidamente) rotonda del Dunhill Dark Flake
Inutile negare l'evidenza: il mio amico (?) Rino mi perseguita. Non pago di aver fatto passare al mio alter ego letterario tribolazioni degne di Giobbe (dal furto in casa all'afasia), egli mi tormenta anche nella vita reale continuando a propormi con implacabile nequizia assaggi di tabacchi uno più buono dell'altro. Li reperisce su Internet, dai tabaccai d'Oltremanica che frequenta, nei viaggi che compie lungo l'Europa. Ho il sospetto che ormai compri tabacco non tanto per poterselo fumare lui quanto per godersi il perverso piacere di vedere il mio criceto che corre impazzito sulla sua ruota.
Con la stessa malvagia tattica usata dagli spacciatori di altre sostanze psicotrope, il criminale agisce aggiungendo di sua iniziativa campioncini omaggio di prodotti che - mellifluamente ipotizza - "potrebbero piacermi" ai sobri ordinativi che di tanto in tanto gli faccio pervenire per sfruttare la sua permanenza in Albione. E siccome il più delle volte ci prende in pieno, quel campioncino omaggio diventa il proverbiale sasso che genera la valanga. Ormai mi mancano non i decimetri ma i centimetri cubi atti a contenere altro tabacco in casa mia, e ciò nonostante questa vessazione non accenna a placarsi.

Ma lo scopo di questo post non è solo quello di mettere in guardia i miei lettori dagli avvocati siculo-umbro-britannici, ma anche quello di parlare di un tabacco di cui sono venuto a conoscenza proprio grazie alle spregevoli pratiche che ho appena descritto loro: il Dark Flake di Dunhill.

Se in fatto di pipe la reputazione di Dunhill non è mai stata in discussione, in tema di tabacchi il tempo che è passato da quando le miscele venivano preparate nel negozio di St. James' St. non ha purtroppo giovato alla fama della Gran Casa, e ogni passaggio di manifattura (da Dunhill a Murray a Orlik a Scandinavian Tobacco a chissacchì) sembra aver fatto compiere a miscele una volta gloriose un deciso passo indietro in termini di godibilità: a detta di molti estimatori, le varie Early Morning, Nightcap, My Mixture hanno in comune coi loro antenati di qualche decennio fa poco più che il nome e qualche vaga somiglianza strutturale. E il trend non sembrava essersi invertito neanche a seguito della recente introduzione di tutta una pletora di altre miscele quali l'Elizabethan Mixture, il Three Years Matured Virginia, il Durbar, l'Aperitif e via discorrendo.

Per la verità un paio di prodotti a mio giudizio non solo superiori alla attuale media Dunhill ma tali da collocarsi su livelli di assoluto interesse si erano già manifestati, e mi riferisco al Deluxe Navy Rolls e al Dunhill Flake (che in omaggio alla idiota cecità antifumo del legislatore europeo non ha potuto riprendere il suo nome di Dunhill Light Flake): bene, sono lieto di poter affermare che questo Dark Flake si aggiunge alla sparuta pattuglia di Dunhill decisamente raccomandabili.
Anzi, chiacchierando un po' di tempo fa proprio col mio persecutore, abbiamo insieme elaborato l'ardita teoria (non suffragata per la verità da nessun elemento fattuale in nostro possesso) che i Dunhill pressati vengano da qualche manifattura diversa da quella che produce i ready-rubbed.

Sia come si sia, questo spettacolare flake di Virginia scuri è stata un'aggiunta veramente notevole e di qualità indiscutibile a un catalogo che nel suo complesso viene ampiamente surclassato da un numero di concorrenti abbastanza nutrito.

Come ci si può aspettare data la composizione della miscela ci troviamo di fronte a un tabacco dalla tavolozza gustativa molto dolce e molto piena, caratterizzata da note passite e liquorose: dovessi rappresentarla in termini di altre referenze nella stessa categoria direi che è una sorta di felice ibridazione fra Full Virginia Flake e Capstan blu.
Anche fumato "fresco" (e al momento non c'è modo di fare altrimenti, visto che stiamo parlando di una miscela reintrodotta in circolazione non più di qualche mese fa) esibisce già il corpo, lo spessore e l'autorevolezza tipici dei migliori rappresentanti del genere, e sarà davvero interessante scoprire cosa sarà diventato con qualche anno di cantina sulle spalle.
All'apertura della confezione si presenta con un grado di umidità semplicemente perfetto, tale da poterlo caricare anche seduta stante senza necessità di doverlo preventivamente arieggiare. L'impatto nicotinico è una decisa tacca al di sotto del suo omologo di Kendal, così che anche fumatori particolarmente sensibili alla vitamina N potranno fumarlo in pipe grandi a piacere senza rischiare sudori freddi, svenimenti e altre calamità. Anche la combustione è molto più agevole e regolare del capriccioso Full Virginia Flake, aiutata in questo anche dallo spessore molto regolare e "giusto" delle fette.
In conclusione: un tabacco che se non scalza dalla sua posizione di assoluto predominio (per complessità ed evoluzione) l'oro giallo del Lake District si colloca però abbastanza a ridosso. Se proprio dovessi esprimere una riserva su questo tabacco, la farei sul packaging: fermo restando che il contenitore perfetto per cinquanta grammi di flake è la scatolina à-la-Capstan vecchio tipo, si può tollerare anche una scatola rettangolare un po' più grande: ma per Zeus, mettere quello che alla fine è un panetto rettangolare in un contenitore circolare è una cosa che ingegneristicamente grida vendetta a dio.

Ma confezione a parte, mi viene veramente difficile trovare un difetto vero a questo tabacco, cui devo alcune delle più piacevoli pipate dell'ultimo mese. Vuoi vedere che alla fin fine quell'infingardo di Rino è veramente amico mio?