domenica 8 settembre 2019

La campana d'Islanda

Prendete un contadino islandese della metà del '600 che vive con la madre, la moglie e quattro figli (di cui due lebbrose e uno demente), un ribaldo di tre cotte che finirà col viaggiare in Germania, in Olanda, in Danimarca, che si ritroverà più volte in prigione e in attesa di essere giustiziato e affronterà tutte le sue vicissitudini intonando i versi delle saghe.
Poi prendete uno studioso di queste  antiche saghe islandesi, un latinista erudito il cui unico scopo nella vita è raccogliere e conservare tutti i documenti scritti che parlino della storia dell'Islanda e la cui inestimabile collezione di manoscritti e pergamene finirà in gran parte distrutta durante l'incendio di Copenhagen.
E infine aggiungete una donna bellissima, perdutamente innamorata dello studioso ma che sposerà un possidente ubriacone che a un certo punto arriverà a  vendere i suoi diritti sulla moglie in cambio di una bottiglia di acquavite.
Di questi tre personaggi altamente improbabili e dell'ancora più improbabile intrecciarsi delle loro vicende parla La campana d'Islanda, probabilmente il magnum opus dell'unico islandese ad avere vinto il premio Nobel per la letteratura: Halldòr Laxness, di recente pubblicato nella magnifica traduzione di Alessandro Storti a cura della (sempre più) benemerita Iperborea.

Come tutti i grandissimi romanzi della tradizione occidentale La campana d'Islanda è prima di tutto una formidabile storia, una di quelle che ti fanno rimanere col libro in mano a girare pagina dopo pagina in attesa di vedere come va a finire.
Una storia in cui ognuno dei tre protagonisti (ma anche i tanti personaggi secondari e finanche le comparse) è tratteggiato con un'abilità che li rende autentici, credibili, vivi: da quell'autentica, irresistibile canaglia di Jón Hreggviðsson (antesignano di Bjarthur di Somarus, l'altra carogna che è il protagonista di un altro grande romanzo di Laxness, Gente indipendente) alla fame di libertà e amore assoluto di Snæfríður «Sole d’Islanda», che non potendo avere il migliore degli uomini sceglie di unirsi al peggiore pur di poter decidere in prima persona del proprio destino, al rovello interiore di Arnas Arnæus che si sente chiamato a un compito che non gli lascia spazio per nient'altro, questo libro si lascia con l'impressione di aver conosciuto persone in carne ed ossa tanto potente e tridimensionale è la loro rappresentazione sulla carta.

Ma ovviamente dietro il puro e semplice (!) narrare, Laxness svolge una riflessione su almeno due piani: da un lato sul senso di cosa voglia dire essere islandesi, essere parte di una nazione sospesa fra i due pericoli opposti dell'isolamento totale e della colonizzazione (della Danimarca ai tempi della vicenda del racconto, degli Stati Uniti ai tempi in cui Laxness lo scrive); dall'altro (e questo è ovviamente un tema ben più universale) sul rapporto fra ogni uomo e il suo destino, fra ciò che sentiamo di essere e ciò che le forze della natura, della società e della storia ci fanno diventare.

Quello che Laxness getta sugli islandesi e sull'umanità in generale non è un occhio particolarmente benevolo, ma la causticità della sua scrittura non diventa mai cinismo. È un'opera dura ma non disperata, anzi alla fine se ne esce paradossalmente ma decisamente rinfrancati.

Leggetelo, ne vale davvero la pena.

domenica 1 settembre 2019

Laudamus te - G.L. Pease Union Square

"Sarà capitato anche a voi
di avere una musica in testa
sentire una specie di orchestra..."
(A. Amurri, B. Canfora, "Zum zum zum")

La "mia" pergola in Polonia, in cui tutto questo arzigogolo ha avuto luogo
 Se come me avete quarant'anni e più di ascolti musicali sulle spalle, anche a voi come a me sarà successo che in certe circostanze il giradischi della mente si metta a suonare per conto proprio, commentando i momenti che state vivendo con la musica secondo lui più adatta alla circostanza. E a quel punto il gioco diventa capire perchè: perchè proprio quella musica in quel momento? In qualche caso la spiegazione è relativamente semplice e magari abbastanza banalmente risiede nel testo che accompagna la musica: per dire, quando andavo all'università a dare gli esami quasi sempre mi faceva compagnia l'aria del Conte di Almaviva dal terzo atto delle Nozze di Figaro di Mozart, e in particolare l'inciso:

...già la speranza sola
delle vendette mie
quest'anima consola
e giubilar mi fa!

Eh sì, ingegneria non è stata proprio una passeggiata di salute.

In qualche altro caso però la suggestione è più sottile, per coglierla serve un lavoro un po' più di fino. 
Durante le - ahimè troppo brevi - vacanze estive di quest'anno me ne stavo beatamente a fumare il tabacco eponimo di questo post quando il giradischi ha preso a girare continuando a propormi una musica. 
Questa:





"Allora, vediamo" - mi sono detto. "Bach. La Messa in si minore. Laudamus te. E che ci azzecca?"
Il testo?
 
Laudamus te,
benedicimus te,
adoramus te,
glorificamus te

"No vabbè, in effetti il tabacco è squisito ma la tabaccolatrìa mi sembra un filino eccessiva. E quindi?"

Pensa, Gaetano, pensa.

"Che razza di musica è questa?" 
"Un'aria per soprano"
"E basta?"
"No beh, un'aria per soprano con violino solista obbligato"
"Cioè praticamente?"
"Un... duetto?"
"Ecco, chiamiamolo un duetto. E ora, di grazia, che tabacco stai fumando?"
"L'Union Square di G.L. Pease"
"Grazie all'ustnik. E come è fatto, di grazia, questo tabacco?"
"Virginia"
"Sì ma che tipo di Virginia? Bright, orange, lemon, rosso, firecured, stoved, cavendish, cosa?"
"Uè bello, calmo calmo, mò guardo la scatola e ti dico"
"Ecco bravo, guarda la scatola. Che c'è scritto?"
"From beautiful sweet brights to deep, earthy reds"
"Cioè praticamente?"
"Un... duetto?"
"Bravo, lo vedi che quando ti applichi..."
"Eh lo so, potrebbe fare di più..."
"...ma non si applica."

E in effetti ancora una volta il giradischi ci aveva preso in pieno. 

Le arie con strumento solista obbligato sono una delle grandi specialità di Bach, e io ho il sospetto che questa predilezione sia dovuta al modo che esse offrono di sfuggire all'inerente staticità dell'aria tradizionale, nella quale la melodia non può far altro che contemplare sé stessa; beninteso fra queste contemplazioni ci sono alcune delle pagine più belle della storia della musica, ma per Bach la musica è sempre linea-contro-linea: contrappunto.

Allo stesso modo la cifra distintiva di questo ennesimo capolavoro di Pease sta tutta nel dialogo che si instaura fra i vari gradi di Virginia impiegati, dialogo che fornisce alla miscela una complessità, una ricchezza, un'evoluzione probabilmente inattingibili in altra maniera. 
E questo dialogo - si badi bene - non significa mancanza di unitarietà e di integrazione, perchè l'asso nella manica di Pease sta nell'aver scelto tipologie di Virginia sì diverse ma in grado di formare un tutto armonico, allo stesso identico modo in cui Bach nella scelta dello strumento solista ha sempre cura di selezionarne uno che in termini di tessitura e di armonici sia compatibile con la voce che deve accompagnare.

Ora, raccontata in questo modo sembra che per apprezzare appieno l'Union Square sia necessario perlomeno un diploma di conservatorio e magari una specializzazione in musica antica, ma posso assicurarvi che non è affatto così: anche senza il giradischi che vi suona in testa potete godervi uno dei migliori Virginia attualmente in commercio, che tra l'altro si carica e si fuma con una facilità davvero disarmante e non è neanche particolarmente impegnativo in termini di nicotina.

Insomma: anche se le vostre preferenze musicali inclinano verso il jazz, l'hard rock o i neomelodici fatevi un favore e procuratevi una scatola (o anche più di una, dato che ovviamente le potenzialità di di invecchiamento sono enormi) di questo tabacco. E mentre lo fumate di sicuro qualcosa comincerà a suonarvi in testa.


giovedì 29 agosto 2019

Per questo tempo, per tutti i tempi: il quartetto Belcea suona Beethoven

Il quartetto Belcea a Varsavia, 27 agosto 2019. Foto (C) Wojciech Grzedziński / NIFC
English version here
Uno dei tanti vantaggi del trascorrere una parte del proprio agosto in Polonia è che il soggiorno si interseca col festival musicale "Chopin i jego Europa" ("Chopin e la sua Europa") che da quindici anni a questa parte raduna a Varsavia il fior fiore del concertismo (pianistico ma non solo) mondiale.
Come tutti gli anni quando viene annunciato il programma comincia per me un crudele gioco della torre, una spietata selezione che ha lo scopo di conciliare la mia bulimia musicale con la pazienza di Justyna e dei suoi parenti.
Quest'anno il processo è stato più facile del solito; quando a fine aprile la lista dei concerti è stata resa disponibile uno ha assunto immediatamente i connotati della più assoluta e imprescindibile necessità: quello di due giorni fa del quartetto Belcea con in programma tre quartetti di Beethoven.

L'incisione discografica dell'integrale beethoveniana a cura del Belcea (registrata in concerto fra il 2011 e il 2012 e apparsa nel 2014) è a mio parere la più interessante fra quelle comparse in questo scorcio di XXI secolo.
Il Beethoven del quartetto Belcea non è - diciamo così - un Beethoven per deboli di cuore: non è l'umanissima meditazione del quartetto Vegh, non è la platonica contemplazione dell'armonia del quartetto di Tokyo, non è la possente, tornitissima scultura del Quartetto Italiano. Quello del Belcea è un Beethoven che abita un paesaggio scabro come quello islandese di cui ogni rientranza, ogni dislivello vengono sottolineati con un'urgenza espressiva ai confini con la ferocia. Tormento ed estasi viaggiano affiancati e il senso della musica - sembra il messaggio di questa interpretazione - risiede nel loro giustapporsi, nel modo in cui i crepacci spaccano la roccia di basalto.
Su questi presupposti, la mia curiosità maggiore era capire se e come i sette / otto anni trascorsi dalla registrazione avessero modificato l'approccio di questi fenomenali musicisti a queste opere e il programma che comprendeva tutte le fasi della produzione quartettistica beethoveniana (l'op. 18 n. 3, l'op. 59 n. 2 e l'op. 135) sembrava un campione abbastanza significativo per avere qualche indicazione in merito.

Lo confesso: qualche risposta l'ho avuta, ma è stata un'impresa ben più difficile del previsto. È stata una faticaccia perchè quando si è travolti da tanta bellezza gli argini di qualunque discorso analitico si mettono pericolosamente a scricchiolare: come sempre succede quando hai la fortuna di ascoltare artisti tanto dotati, quella che stai percependo in quel momento ti sembra non l'unica intepretazione ma proprio l'unica musica possibile. Voler elencare tutti i momenti da brivido si ridurrebbe alla fine alla riproduzione integrale delle partiture dei quartetti: in ordine sparso mi limiterò a citare il rapinoso inizio dell'op. 18 n. 3, reso con una luminosità che ricreava un clima quasi da Kegelstatt-Trio mozartiano, l'incredibile Vivace dell'op. 135 (forse il movimento in cui maggiore è stata la divergenza con la registrazione in CD), trasformato in un organismo pulsante di vita, e il finale di bruciante intensità del Razumowsky n. 2.
Quasi nel dubbio che fino a quel momento le emozioni offerte fossero state poche, il Belcea ha offerto come bis la Cavatina dal quartetto op. 130, un'oasi di contemplazione che davvero si sarebbe voluto non finisse mai.

Sì ma quindi?

E quindi sì, qualcosa è indubbiamente cambiato. L'intensità della luce è la stessa, abbacinante, che nei CD, ma adesso è una luce più calda, ancora nitidissima ma indubbiamente più soffusa: eravamo dalle parti del Settimo sigillo, ora siamo pìù in zona Posto delle fragole.  Il Beethoven del Belcea edizione 2011 era un Beethoven nostro contemporaneo, questo del 2019 è un Beethoven eternamente contemporaneo. Quello del 2011 era un Beethoven conturbante, questo è (anche) un Beethoven consolatore. 

E insomma: questo è uno di quei viaggi in cui il percorso è più importante della meta. E io non posso che augurarmi, che augurarvi, di avere molte altre occasioni di fare un pezzo di strada insieme a questi Fantastici 4 dell'archetto.

 
For Our Time, For All of Time: The Belcea Quartet Plays Beethoven

One of the many advantages of spending August in Poland is that my vacation coincides with the "Chopin i jego Europa" ("Chopin and His Europe") Music Festival in Warsaw that brings together the best pianists - but not only - from around the world.

Every year, when the programme is announced, I am cruelly challenged to balance my musical bulimia with the patience of Justyna and her relatives. This year, however, the selection was easier than usual. When the schedule of concerts was announced at the end of April, one performance stood out as absolutely essential: the Belcea Quartet’s performance (two days ago) of three Beethoven Quartets.

In my opinion, the Belcea Quartet’s complete recording of Beethoven’s quartets (recorded live in 2011-12 and published in 2014) is the most interesting of all those that have been published since the new millennium.

Their Beethoven is not – so to speak – one for the faint of heart. It is not the human meditation of the Vegh Quartet, nor is it the platonic contemplation of the Tokyo Quartet or the exquisite sculpture of the Italian Quartet.

When the Belcea Quartet performs Beethoven, we are presented with a rugged Icelandic landscape in which every nook and cranny, every drop, is emphasized with an expressive urgency that nears ferociousness. Torment and ecstasy travel hand in hand and the sense of the music – seems to be the message of this interpretation – resides in its juxtapositions, in the way crevices pry basalt apart.

On the basis of these assumptions, my greatest curiosity was to investigate if and how the 7-8 years that had elapsed since the recording had modified the approach of these phenomenal musicians to these works. And the programme, which included every phase of Beethoven’s Quartet Compositions (Op. 18 N. 3, Op. 59 N. 2 and Op. 135), presented a promising sample to understand this.

I’ll confess. I did find some answers, but the enterprise was far harder than planned. It was difficult, because when you are overcome by such beauty, the confines of any analytic discourse begin to creak dangerously. And as always happens when you have the good fortune to listen to such talented performers, in that moment, your perception is not just that it is the only possible interpretation, but that it is the only possible music.

<I’d love to list all of the spine-tingling passages, but it would amount to the full performance of all the Quartets. I would, however, like to underline the furtive beginning of Op. 18 N. 3 that was performed with a luminosity that reminded me of the Kegelstatt Trio’s performance of Mozart, the incredible vivace in Op. 135 (perhaps the movement with the greatest variation from the recording) that was transformed into a life-pulsing entity, and the intense finale of Razumowsky N. 2. 

As if they felt they had not sufficiently fired our emotions, as an encore, the Belcea Quartet performed the Cavatina from the Op. 130 Quartet, an oasis of contemplation that I wish had never ended.

And so?

So, yes, something has certainly changed. The light has the same dazzling intensity as on the CD, but it has now turned warmer: crystal-clear, but softer. It has morphed from The Seventh Seal to Wild Strawberries. The 2011 Beethoven by the Belcea Quartet was contemporary, the 2019 version is eternally contemporary. In 2011, their Beethoven was perturbing, now he is (also) consolatory.

This is one of those voyages during which the journey is more important than the destination. And I can only hope that we will all have many other opportunities to experience the Fantastic Four of string instruments.


***

The English translation above is a gift from my friend Laurence Steinman. Thank you, Larry!




sabato 8 settembre 2018

Esercizi di traduzione dal polacco, 7

Quello che segue potrebbe essere un editoriale apparso su un giornale o una rivista dei nostri giorni. Proprio di questi giorni, di oggi o al massimo di un paio di mesi fa.
E invece è apparso sulla rivista "Kultura" (il periodico culturale dei polacchi fuoriusciti dalla Repubblica Popolare, pubblicato dapprima a Roma e poi a Parigi) più di trent'anni fa a firma Sławomir Mrożek. Lascio al mio inclito pubblico il compito di trarre le conclusioni da questa circostanza, e vi lascio in compagnia della scrittura sempre affilatissima del Nostro.



SALUTI DA PARTE DI



Ciao, sono io, il vostro immortale, eterno, universale Cretino.
Sono stato ovunque, ci sono stato sempre. Ma solo adesso sto davvero bene, sono sotto protezione e il mio futuro si prospetta più roseo di qualunque altro futuro nel passato: è finalmente giunto il tempo di due assiomi grazie ai quali mi sento meglio di quanto sia mai stato.
Innanzitutto, è stato stabilito con certezza che io non esisto. Così come il diavolo, mi sento splendidamente dentro questa mia proclamata inesistenza. Si sa che il diavolo (che peraltro è mio cugino) solo di rado e malvolentieri si presenta nella sua vera forma; è un campione di mimetismo e sa bene il perchè: la credenza universale che non esiste gli dà la massima libertà d'azione. 
La faccenda con me funziona esattamente allo stesso modo. Continuate a essere certi che io non ci sono, ragazzi miei, e io me la sfango alla grande.
Che io non esista non l'hanno proclamato direttamente, ma per me poco cambia. Che io non esista è derivato da considerazioni altamente nobili e da fini superiori, nessuno mi aveva messo in conto, ma per me è ancora meglio così. La mia inesistenza è un prodotto collaterale, un effetto indesiderato - così come in medicina nuove e molto interessanti manifestazioni della sifilide sono un effetto imprevisto e indesiderato dell'aver debellato la sifilide tradizionale, della  resistenza che i batteri sviluppano ai nuovi farmaci. Anche l'ecologia è piena di esempi di questo genere. Detta in breve, quando hanno proclamato che tutti gli uomini sono uguali, ne è derivato che nessuno è più stupido di un altro. Quindi è stato giocoforza ammettere, in nome dell'uguaglianza, che tutti sono ugualmente stupidi oppure ugualmente intelligenti. Questa scelta non è davvero tale, visto che entrambe le alternative sono insensate allo stesso modo. Ciononostante, in nome dell'amor proprio collettivo, è stata scelta la seconda delle due.
Il secondo assioma che giova alla mia salute è la convinzione che l'ideologia (questa o un'altra verrebbe da dire, ma non si può perché si tratta sempre di quell'ideologia che uno sceglie come propria) garantisce ipso facto l'intelligenza di chi la sceglie. E tutte queste ideologie sono raggruppate in due distinti mucchi (1) , chiamati "di sinistra" e "di destra".
Al giorno d'oggi non si può più aprire il giornale, ascoltare la radio, ascoltare e guardare quello che dice e mostra la televisione, né tantomeno parlare con qualcuno, neanche con sé stessi, senza che tutto, davvero tutto, venga etichettato come "di sinistra" o "di destra". Nessuno chiede più se qualcosa è stupido o intelligente, onesto o disonesto, alto o basso, piccolo o grande, aperto o chiuso, rado o denso, molle o duro, rotondo o quadrato, secco o umido, se è fangoso, se è dritto, storto, se profuma, puzza, se sta fermo, cammina, è vivo, è morto, parla, grida, tace, se è velenoso, saporito, se viene da un uccello, da un rettile, da un animale da pelliccia. Dio mio, queste domande potrebbero moltiplicarsi all'infinito visto che infinitamente ricco è il nostro mondo. Invece no, esiste una sola domanda, "progressista o reazionario", "di destra o di sinistra". 
Questo impoverimento, questo appiattimento, questa desertificazione, questa morte dell'intelligenza e della sensibilità umane si sono compiute dapprima dove già l'ideologia impera e poi si sono propagate nel resto del mondo e ovunque avanzano, gradatamente ma velocemente. Il signor Mrożek non legge più la stampa polacca perchè già da lungo tempo la conosce a memoria. Legge ancora l'"International Herald Tribune" ma sempre più malvolentieri, perchè già molto di quello che trova in quel giornale potrebbe citarlo prima ancora di cominciare a leggere. Molto e sempre di più, perciò per lui è sempre più noioso. 
E a me, Grande Cretino, tutto questo va a meraviglia. Chi più si interessa, chi più si preoccupa di me, chi più mi perseguita se l'unica cosa importante è "di destra" o "di sinistra"? Si parla ancora del Grande Inquisitore, lui ancora va un po' di moda, ma sul Grande Cretino silenzio assoluto. Me la spasso ovunque ne abbia voglia, per me "sinistra" o "destra" sono ugualmente buone, purchè trovi una qualunque occasione in una qualunque delle due zone. A volte queste occasioni sono di più qua, a volte là: questo dipende dall'epoca storica, cioè da quale parte è il potere. E per questo non è neanche necessario che sia potere nella sua forma più pura, potere politico: va bene anche lì dov'è la moda: del resto i legami fra moda e potere sono nascosti ma indubbi. Lì dov'è la moda si raccolgono più numerosi i miei discendenti, i miei figli, i miei piccoli cretini, formando un forte gruppo. E preparano sabba, banchetti e rituali nei quali mi manifesto io, il Grande Cretino, in tutta la mia maestà. Sono orge davvero belle. 
I piccoli cretini, i miei bambini adorati, mi rendono tanti servizi. E' noto - vedi l'assioma numero uno - che nessuno è più stupido di un altro. Perciò quando un piccolo cretino qualunque, in una delle innumerevoli discussioni che hanno luogo senza sosta, afferma che di notte è chiaro e di giorno è buio bisogna - perchè non si può fare altrimenti - mettersi a discutere con lui e dimostrare che è di notte che è scuro e di giorno è chiaro. In questo modo quelli che avrebbero qualcosa di più e di più interessante da dire si logorano in queste discussioni, facendo per di più la figura dei fessi perchè chiunque si metta a dimostrare che di notte è buio e di giorno chiaro deve giocoforza fare la figura del fesso. Invece il piccolo cretino che ha iniziato la discussione non fa affatto la figura del fesso, al contrario, il suo è "un pensiero originale", "un'idea interessante". Ovviamente sarebbe molto più semplice dirgli "Stai zitto, piccolo cretino!" ma questo non si può fare a nessun costo perchè sarebbe "una mancanza di rispetto per la personalità umana". 
Sì, gli assiomi numero uno e numero due sono per me una gran bella cosa. Ma vi svelo il segreto più importante della mia potenza: io non sono un essere materiale, sono un'essenza. Sono come l'etere, come un ectoplasma, come l'energia. Per questo posso passare attraverso i muri e entrare nei cervelli, non c'è barriera che mi possa resistere. Scorro, mi infiltro, divento solido, evaporo a mio piacimento. Le condizioni storiche possono essermi più o meno favorevoli ma per mia natura io sono al di là della storia e della sociologia, in ultima analisi indipendente da loro.
Giustamente una volta il signor Mrożek ha osservato che "non c'è nessuno tanto intelligente che almeno una volta non abbia pensato, si sia espresso, si sia comportato in maniera stupida. E non c'è nessuno tanto stupido che almeno una volta non abbia pensato, si sia espresso, si sia comportato in maniera intelligente". Bravo, signor Mrożek, bravo. E tu chi sei, signor Mrożek, che ne pensi, eh? Ecco, appunto, signor Mrożek: per questo e per ogni eventualità è meglio che tu adesso, subito, all'istante, la smetta di scrivere.

(da "Kultura", 4/1985)

----------------------------------------------------------------------------

(1): qui Mrożek usa un gioco di parole intraducibile in italiano: "dwie osobne kupy" significa sia "due mucchi distinti" che "due merde differenti".

sabato 23 settembre 2017

Contredanse en ROONdeau

Lo dico - ahimè - per esperienza personale: l'informatico non è esattamente un mestiere glamour. A dirla tutta, confessare oggi di occuparsi di informatica è più o meno come dichiarare negli anni '70 di fare il ragioniere. Utile eh, per carità: in fondo qualcuno che capisca perché Facebook non risponde o perché la stampante si è inceppata può far comodo. Ma noioso, noioso all'inverosimile e senza speranza, noioso come un documentario armeno da quattordici ore sulla transumanza delle pecore visto in lingua originale. Magari se si fa parte della ristretta élite degli sviluppatori di videogame si può sperare di risalire qualche posizione (a patto di avere di fronte una platea di ragazzini, beninteso) ma per il resto di noi lo stigma del ragioniere è qualcosa con cui non possiamo fare altro che imparare a convivere. E del resto non c'è da stupirsi: quand'è l'ultima volta che a qualcuno di voi è capitato di emozionarsi davanti a un pezzo di software? Che so, davanti alle mirabolanti capacità di calcolo di Excel? O alla ricchezza dei font di Word?
Ecco, appunto.
Ora, lungi da me voler negare l'evidenza: ciononostante in questo post vorrei raccontare come di recente mi sia capitato di emozionarmi davvero davanti a un programma: Roon.

Se avete come me qualche terabyte di dati in tracce audio, conoscete la sensazione: supponete di voler ascoltare il primo concerto di Brahms suonato da Gilels coi Berliner e Jochum. Quello che vi si para davanti (più o meno) è qualcosa di questo genere:


che è la quintessenza di quello che il mio amico Antonio con felicissima espressione ebbe a chiamare "delirio alberante". Ora, io sono un informatico e i deliri alberanti sono il mio pane. Ma l'impatto emotivo è modesto, non c'è ombra di dubbio.

Roon legge i vostri file musicali, li importa nella sua libreria e trasforma quello che vedete qua sopra in quello che vedete qua sotto:


che è indubbiamente tutta un'altra esperienza. Ma non è solo una questione di piacevolezza estetica: tutto quello che nell'immagine qui sopra vedete scritto in azzurro è un link. Se clicco su "Emil Gilels" ottengo:


ossia una biografia ragionevolmente completa di Gilels e sotto l'elenco dei brani suonati da lui nella mia libreria. E posso fare la stessa cosa con Eugen Jochum e finanche con la Filarmonica di Berlino.
Non basta: se mi punge vaghezza di vedere quali altre versioni del primo di Brahms ho a disposizione, non devo far altro che fare clic sull'icona a forma di LP a fianco del brano e voila:


e così via all'infinito.

Insomma, la cosa straordinaria di questo software è la capacità di trasformare una sequenza lineare di file in un immenso grafo completamente navigabile e arricchirlo con una tale marea di informazioni aggiuntive che è praticamente impossibile iniziare una sessione d'ascolto e uscirne senza aver imparato qualcosa di nuovo.
Ma non pensiate che con Roon siete limitati ad ascoltare musica attraverso il vostro PC: Roon è infatti un intero ecosistema di dispositivi che colloquiano fra loro via rete ed è semplicissimo configurarlo anche in modalità multiroom, così da poter mandare musica diversa in punti diversi della casa, controllando il tutto attraverso computer, smartphone o tablet.

È tutto perfetto? Ovviamente no. Ogni tanto (specie coi cofanetti-monstre di musica classica) l'identificazione dei file non è perfetta. Ma per fortuna il programma vi mette a disposizione la possibilità di correggere ed editare a piacere gli album della sua (della vostra) libreria, anche fondendone più di uno insieme. E anche questo contribuisce a riappropriarsi di quegli asettici byte imprigionati nei vostri hard disk. Come ho letto in una delle prime e più indovinate recensioni che ho trovato in rete, "è come trascorrere tutta la giornata in un negozio di dischi": e chi ha la fortuna di ricordare cosa fossero i negozi di dischi di una volta, capirà perfettamente il senso e la portata di questa affermazione.
Poi c'è l'aspetto della lingua: al momento interfaccia e contenuti sono disponibili solo in inglese. Ma non c'è motivo di pensare che nel prossimo futuro questa limitazione non possa venire superata.
Infine, c'è il capitolo costi. Roon viene fornito con una licenza a sottoscrizione, e costa 119 dollari per un anno oppure 499 dollari per una sottoscrizione a vita. Non sono proprio cifre irrisorie, ma a ben pensarci si tratta di spendere 10 dollari al mese per poter trasformare completamente il proprio modo di vivere la musica digitale.

Una volta Isaac Asimov scrisse che "ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia". Ecco, in sintesi Roon è questo: un'esemplificazione pratica di questa affermazione.

mercoledì 16 agosto 2017

Esercizi di traduzione dal polacco, 6

Quella di Kornel Filipowicz (1913-1990) è una figura oggi quasi dimenticata (o almeno non ricordata come meriterebbe) anche in Polonia. Maestro assoluto del racconto breve, ma anche sceneggiatore e poeta, Filipowicz viene tuttalpiù ricordato per essere stato per decenni il compagno di vita di Wislawa Szymborska. Eppure è un autore di una modernità, di una pregnanza espressiva, di un nitore stilistico abbacinanti. Le sue raccolte di racconti sono di difficile reperibilità anche in Polonia, sicché a un'intera generazione di lettori è stato di fatto precluso l'accesso ad alcune delle gemme più preziose della letteratura polacca del XX secolo. A questo stato di cose ha posto (sia pur parzialmente) rimedio un'antologia curata da Justyna Sobolewska che è apparsa quest'anno per i tipi dell'editore Znak di Cracovia. Da questa raccolta ("Moja  kochana, dumna prowincja", "Mia cara, orgogliosa provincia") è tratto il folgorante racconto che vi propongo qui di seguito. 


La farfalla rara


Era una tranquilla e soleggiata mattina d'autunno. Non c'era vento, ma quando aprii la porta e le finestre l'aria fredda che proveniva dalla zona in ombra della casa cominciò a fluire nell'appartamento. Le finestre della mia camera davano a sud, il sole scaldava, nella stanza era tiepido. Presi in mano un libro qualunque, aspettando che l'aria fresca riempisse tutto l'appartamento prima di chiudere porta e finestre e mettermi al lavoro. Sollevai gli occhi dal libro, guardando davanti a me senza pensare. Stando così vedevo tutto pur senza vedere nulla; né del resto avevo bisogno di vedere nulla, visto che da molti anni nella mia stanza non era cambiato praticamente niente: i mobili e gli oggetti non si erano spostati neanche di un centimetro, nulla fra essi era stato tolto, molto poco era stato aggiunto.
Ed ecco che improvvisamente, in un angolo del tavolo vuoto, a una distanza di un metro, un metro e mezzo al massimo, mi accorsi di una presenza viva, una presenza che non vedevo da tantissimo tempo e forse mai così da vicino. Era un podalirio.
Quando mezzo secolo prima questa farfalla straordinaria ed estremamente rara era apparsa  nel mio campo visivo avevo provato  un sentimento la cui forza non era paragonabile a nulla. Quella visione mi aveva semplicemente tolto il respiro. Ah, quanto avrei desiderato possederla: pescarla col retino, vederla dibattersi nella rete, tenerla in mano e poi - ovviamente - addormentarla col cloroformio, dispiegare le sue belle ali sul tavolino, infilzarla con uno spillo, averla nella mia collezione! Potermela riguardare a piacimento! Desideravo così tanto prenderla che quando per un solo secondo si posava su un fiore, su un sasso, su un filo d'erba, in quegli istanti tutto il resto cessava di esistere. Non c'erano più il tempo, il mondo, la mia casa, la famiglia, la scuola. Niente. Io stesso dimenticavo di esistere. 
Ed ecco adesso, in una mattinata dell'inizio di ottobre del 1975, questa farfalla straordinaria era volata da molto lontano fino a me e mi si era posata vicino, a una distanza non più grande del mio braccio disteso. Non avevo nessun dubbio che fosse proprio lui: era lui, il viandante, il viaggiatore instancabile dal volo veloce ed efficace come il volo di un uccello. Non era nessuna di quelle fragili, ordinarie farfalle con le quali il vento gioca come con le foglie che cadono dagli alberi, nessuna di quelle creature deboli e sciocche che non ricordando da dove vengono non desiderano tornare da nessuna parte: vivono dell'istante e del luogo nel quale il caso li ha fatti trovare. Lui, il podalirio, affrontava lunghi viaggi ma sapeva dove era diretto e perché. Volava di solito a grandi altezze, ma qualche volta, obbedendo forse a un ricordo o a un ordine, o forse solo per riposarsi e ristorarsi, interrompeva il suo volo, chiudeva le ali e lentamente, volteggiando con dolcezza, si fermava sul fiore bianco, dal profumo stordente, del sambuco selvaggio, su un cespuglio di pruno, sulla riva umida di un ruscello o ai margini di un sentiero arido come quello che stavo percorrendo io. In quegli istanti ce l'avevo a portata di vista, ma rapidamente lui si riscuoteva e volava via. La sua fretta impaziente testimoniava del fatto che non si trattava di una farfalla qualunque, ma di una staffetta segreta che recava con sé gli ordini di qualcuno o qualcosa di grande: Dio, il sole, forse un re. Era attento, all'erta e sul chi vive: ma non per vigliaccheria, era consapevole che il segreto che gli era stato affidato non poteva cadere in mani estranee. All'epoca, quando avevo dieci o forse dodici anni, non potevo sapere che dandogli la caccia e privandolo della libertà e della vita, avrei potuto provocare l'interruzione di qualche importante anello della catena che lega insieme le cose e le vicende di questo mondo: le colline, le valli, le pietre, i fiori, il cielo, la terra, l'aria, l'acqua, la notte e il giorno. O forse qualcosa vagamente intuivo, solo che il mio desiderio di possesso era più forte della paura che potesse succedere qualcosa di male. A quel tempo si sarebbe potuto rovesciare tutto il mondo, si sarebbero potuti seccare i fiumi e appassire tutti i fiori, purché io avessi quella farfalla così rara e così bella!
Ed ecco, quella farfalla ora ce l'avevo tanto vicino a me, dentro la mia stanza. Si muoveva, costeggiando lentamente il bordo del tavolo, chiudendo e riaprendo le sue meravigliose ali. Il loro tessuto era della più alta qualità, la freschezza dei colori non aveva paragoni. Il taglio era impeccabile, l'eleganza immacolata. La finitura dei dettagli era talmente curata da dare l'idea che il podalirio fosse destinato a durare in eterno. La farfalla chiuse le ali, per un istante si spense lo stupefacente splendore dei suoi colori, e si abbassò la tensione dei contrasti fra i gialli, i neri, i blu, i rossi, Adesso sembrava grigia e scialba. Di certo era stanco del lungo viaggio. Riposava. Anch'io sedevo immobile e la guardavo, andò avanti così a lungo. Avrei potuto se solo l'avessi voluto fare in qualunque momento un passo in direzione della finestra, chiuderla, catturare la farfalla: sarebbe bastato indovinare la direzione del suo movimento. E allora perché non mi muovevo, perché non chiudevo la finestra? Perché? Cinquant'anni prima l'avrei fatto all'istante. E adesso più a lungo durava la mia immobilità meno probabilità avevo. E sapevo perfettamente che qualcosa di simile non mi sarebbe ricapitato di nuovo, che era un miracolo che non si sarebbe ripetuto. La farfalla mosse le ali, le aprì e di nuovo ne vidi i dorati, vellutati interni coperti da un mosaico di macchie nere allungate e decorati di picchiettature rosse e celesti simili a pietre preziose. Di nuovo vidi la sua perfetta interezza, terminata da due punte simili a code di rondine, che sembravano parlare e dire: ecco una conclusione di una forma che non potrebbe essere diversa perché sarebbe peggiore. Di nuovo potei ammirare la sua leggerezza, la sua eleganza, la sua grazia, la sua forza. E ciò che non si può rendere a parole: la particolarità, l'eccezionalità di questa forma di vita come fenomeno.
Il podalirio non volò via. Aprendo e chiudendo le ali passeggiava lentamente sulle sue bianche, pelose zampette sul legno del tavolo. Non era ancora troppo tardi per catturarlo, era l'ultimo minuto, era l'ultima cortissima frazione di minuto in cui ancora avrei potuto farlo. Ma non lo feci. Perché in verità io ero ancora la stessa persona che cinquant'anni prima aveva provato a catturare questa straordinaria farfalla, ma il mio sentire era differente, aveva una qualità diversa. Ero ancora abbastanza il ragazzino che vede molto bene e le cui esperienze sono sempre molto intense; ma ormai ero anche uno che non fa nulla per entrare in possesso di ciò che ammira. Perché ero vecchio e anche i miei più forti sentimenti erano limitati da ciò che era destinato a sopravvivermi, da un grande disinteresse ed indifferenza. E tuttavia mi sentivo un po' triste, e questo sentimento aveva un sapore fastidioso, spinoso, amaro, come se mi dispiacesse per qualcuno che dentro di me non c'era più. Sebbene guardassi ancora la farfalla, sebbene apprezzassi la sua bellezza e la sua straordinarietà, non emanava più da essa quella fascinazione stregonesca che allora mi avvolgeva tutto in un cattivo, crudele desiderio che richiedeva un'immediata soddisfazione. Mentre ancora lo osservavo e pensavo a lui, il podalirio inaspettatamente (anche se in realtà me l'aspettavo) prese il volo, descrisse un arco nell'aria e scomparve. Scomparve, cessò di esistere, come svanisce improvvisamente un pensiero, come si dissolve un'immagine, come si estingue un suono. Rimase l'angolo vuoto del tavolo. I muri. La porta. Le finestre.

sabato 4 marzo 2017

Beatrice Rana suona Bach


Quando - non più tardi della settimana scorsa - ho avuto tra le mani il CD delle Variazioni Goldberg suonate da Beatrice Rana ho fatto quello che di solito faccio con ogni nuovo disco: ho dato uno sguardo al libretto allegato. Nell'interessantissimo scritto a firma della stessa pianista contenuto nel libretto medesimo (per inciso: questa ragazza non solo suona come suona ma scrive in maniera deliziosa. In un momento storico nel quale la maggior parte dei suoi coetanei annaspa penosamente con l'ortografia, già questo è un piccolo miracolo) ho trovato questa frase: "così come l’umanità necessità della spiritualità, anche la spiritualità
ha bisogno dell’umanità". Ora, io sono uno che - parafrasando qualcuno di infame memoria - "quando sente la parola spirituale mette mano alla pistola", sicché non posso negare che una piccola alzata di sopracciglio l'ho avuta. In realtà, e questo l'ho capito man mano che procedevo negli ascolti, nel caso di specie avrei fatto probabilmente meglio a invertire l'ordine dei fattori: prima ascoltare e poi leggere.

Le Goldberg suonate da Beatrice Rana non sono il metafisico viaggio iniziatico fra abissi e vette della versione di Gould del 1982; non sono neanche il severo edificio luterano di Gustav Leonhardt nel 1965. Da questa lettura promanano invece un calore, un'affettuosità, una umanità - per l'appunto - a mia conoscenza finora inattinte, quasi che la pianista avesse fatte proprie le parole che Beethoven mise in esergo a un altro sommo monumento musicale, la Missa Solemnis: Von Herzen — Möge es wieder — Zu Herzen gehn! (dal cuore - possa nuovamente - andare al cuore).

In questa incisione l'esecutrice sceglie - come ormai oggi è consuetudine - di eseguire tutti i ritornelli indicati da Bach. Questa decisione pone all'interprete il problema di come evitare la monotonia che sarebbe inevitabile limitandosi a risuonare da capo nota per nota. La strada seguita da molti (penso ad esempio alla fenomenale esecuzione di Ottavio Dantone al clavicembalo o a quella di Alexandre Tharaud al pianoforte) consiste nel variare la linea melodica arricchendola con ornamentazioni di ogni genere. Beatrice Rana è da questo punto di vista molto più discreta, ma sceglie una soluzione alternativa molto interessante perché molto pianistica: sfrutta due elementi (la possibilità di graduare le dinamiche e di variare l'articolazione fra staccato e legato) impossibili da realizzare al clavicembalo. Il risultato è di grande fascino e talvolta (penso ad esempio alla variazione X, Fughetta o alla XXII alla breve) è in grado di gettare una luce affatto nuova su musica che qualunque musicofilo pensa di conoscere ormai a menadito.

Molti altri elementi si potrebbero riferire ed approfondire, ma non credo si renda davvero giustizia a questa lettura cercando di vivisezionarne ogni nota e ogni pausa: come ebbe a scrivere Glenn Gould (inevitabile convitato di pietra in ogni discorso che abbia a tema le Goldberg) penso infatti che la fondamentale ambizione di quest'opera per quanto riguarda la variazione non vada cercata in una costruzione organica ma in una comunità di sentimento.

E con questo ritorniamo - circolarmente come la musica di cui stiamo parlando - all'umanità cui si faceva cenno all'inizio: è impossibile ascoltare questo disco senza lasciarsi contagiare dal clima di gioia sommessa, leopardianamente lieta e pensosa, che se ne irradia. Un clima che per certi versi (me ne rendo conto adesso, a cinquant'anni praticamente suonati) è la cifra stessa della giovinezza: e il fatto che questo clima si sia riuscito a distillarlo e a raccoglierlo nei bit di una registrazione digitale è ciò che al fondo rende per quanto mi riguarda questo disco tanto prezioso e speciale, è il vero regalo che questa giovane donna ci ha fatto e per il quale non possiamo che esserle profondamente riconoscenti.