sabato 23 settembre 2017

Contredanse en ROONdeau

Lo dico - ahimè - per esperienza personale: l'informatico non è esattamente un mestiere glamour. A dirla tutta, confessare oggi di occuparsi di informatica è più o meno come dichiarare negli anni '70 di fare il ragioniere. Utile eh, per carità: in fondo qualcuno che capisca perché Facebook non risponde o perché la stampante si è inceppata può far comodo. Ma noioso, noioso all'inverosimile e senza speranza, noioso come un documentario armeno da quattordici ore sulla transumanza delle pecore visto in lingua originale. Magari se si fa parte della ristretta élite degli sviluppatori di videogame si può sperare di risalire qualche posizione (a patto di avere di fronte una platea di ragazzini, beninteso) ma per il resto di noi lo stigma del ragioniere è qualcosa con cui non possiamo fare altro che imparare a convivere. E del resto non c'è da stupirsi: quand'è l'ultima volta che a qualcuno di voi è capitato di emozionarsi davanti a un pezzo di software? Che so, davanti alle mirabolanti capacità di calcolo di Excel? O alla ricchezza dei font di Word?
Ecco, appunto.
Ora, lungi da me voler negare l'evidenza: ciononostante in questo post vorrei raccontare come di recente mi sia capitato di emozionarmi davvero davanti a un programma: Roon.

Se avete come me qualche terabyte di dati in tracce audio, conoscete la sensazione: supponete di voler ascoltare il primo concerto di Brahms suonato da Gilels coi Berliner e Jochum. Quello che vi si para davanti (più o meno) è qualcosa di questo genere:


che è la quintessenza di quello che il mio amico Antonio con felicissima espressione ebbe a chiamare "delirio alberante". Ora, io sono un informatico e i deliri alberanti sono il mio pane. Ma l'impatto emotivo è modesto, non c'è ombra di dubbio.

Roon legge i vostri file musicali, li importa nella sua libreria e trasforma quello che vedete qua sopra in quello che vedete qua sotto:


che è indubbiamente tutta un'altra esperienza. Ma non è solo una questione di piacevolezza estetica: tutto quello che nell'immagine qui sopra vedete scritto in azzurro è un link. Se clicco su "Emil Gilels" ottengo:


ossia una biografia ragionevolmente completa di Gilels e sotto l'elenco dei brani suonati da lui nella mia libreria. E posso fare la stessa cosa con Eugen Jochum e finanche con la Filarmonica di Berlino.
Non basta: se mi punge vaghezza di vedere quali altre versioni del primo di Brahms ho a disposizione, non devo far altro che fare clic sull'icona a forma di LP a fianco del brano e voila:


e così via all'infinito.

Insomma, la cosa straordinaria di questo software è la capacità di trasformare una sequenza lineare di file in un immenso grafo completamente navigabile e arricchirlo con una tale marea di informazioni aggiuntive che è praticamente impossibile iniziare una sessione d'ascolto e uscirne senza aver imparato qualcosa di nuovo.
Ma non pensiate che con Roon siete limitati ad ascoltare musica attraverso il vostro PC: Roon è infatti un intero ecosistema di dispositivi che colloquiano fra loro via rete ed è semplicissimo configurarlo anche in modalità multiroom, così da poter mandare musica diversa in punti diversi della casa, controllando il tutto attraverso computer, smartphone o tablet.

È tutto perfetto? Ovviamente no. Ogni tanto (specie coi cofanetti-monstre di musica classica) l'identificazione dei file non è perfetta. Ma per fortuna il programma vi mette a disposizione la possibilità di correggere ed editare a piacere gli album della sua (della vostra) libreria, anche fondendone più di uno insieme. E anche questo contribuisce a riappropriarsi di quegli asettici byte imprigionati nei vostri hard disk. Come ho letto in una delle prime e più indovinate recensioni che ho trovato in rete, "è come trascorrere tutta la giornata in un negozio di dischi": e chi ha la fortuna di ricordare cosa fossero i negozi di dischi di una volta, capirà perfettamente il senso e la portata di questa affermazione.
Poi c'è l'aspetto della lingua: al momento interfaccia e contenuti sono disponibili solo in inglese. Ma non c'è motivo di pensare che nel prossimo futuro questa limitazione non possa venire superata.
Infine, c'è il capitolo costi. Roon viene fornito con una licenza a sottoscrizione, e costa 119 dollari per un anno oppure 499 dollari per una sottoscrizione a vita. Non sono proprio cifre irrisorie, ma a ben pensarci si tratta di spendere 10 dollari al mese per poter trasformare completamente il proprio modo di vivere la musica digitale.

Una volta Isaac Asimov scrisse che "ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia". Ecco, in sintesi Roon è questo: un'esemplificazione pratica di questa affermazione.

mercoledì 16 agosto 2017

Esercizi di traduzione dal polacco, 6

Quella di Kornel Filipowicz (1913-1990) è una figura oggi quasi dimenticata (o almeno non ricordata come meriterebbe) anche in Polonia. Maestro assoluto del racconto breve, ma anche sceneggiatore e poeta, Filipowicz viene tuttalpiù ricordato per essere stato per decenni il compagno di vita di Wislawa Szymborska. Eppure è un autore di una modernità, di una pregnanza espressiva, di un nitore stilistico abbacinanti. Le sue raccolte di racconti sono di difficile reperibilità anche in Polonia, sicché a un'intera generazione di lettori è stato di fatto precluso l'accesso ad alcune delle gemme più preziose della letteratura polacca del XX secolo. A questo stato di cose ha posto (sia pur parzialmente) rimedio un'antologia curata da Justyna Sobolewska che è apparsa quest'anno per i tipi dell'editore Znak di Cracovia. Da questa raccolta ("Moja  kochana, dumna prowincja", "Mia cara, orgogliosa provincia") è tratto il folgorante racconto che vi propongo qui di seguito. 


La farfalla rara


Era una tranquilla e soleggiata mattina d'autunno. Non c'era vento, ma quando aprii la porta e le finestre l'aria fredda che proveniva dalla zona in ombra della casa cominciò a fluire nell'appartamento. Le finestre della mia camera davano a sud, il sole scaldava, nella stanza era tiepido. Presi in mano un libro qualunque, aspettando che l'aria fresca riempisse tutto l'appartamento prima di chiudere porta e finestre e mettermi al lavoro. Sollevai gli occhi dal libro, guardando davanti a me senza pensare. Stando così vedevo tutto pur senza vedere nulla; né del resto avevo bisogno di vedere nulla, visto che da molti anni nella mia stanza non era cambiato praticamente niente: i mobili e gli oggetti non si erano spostati neanche di un centimetro, nulla fra essi era stato tolto, molto poco era stato aggiunto.
Ed ecco che improvvisamente, in un angolo del tavolo vuoto, a una distanza di un metro, un metro e mezzo al massimo, mi accorsi di una presenza viva, una presenza che non vedevo da tantissimo tempo e forse mai così da vicino. Era un podalirio.
Quando mezzo secolo prima questa farfalla straordinaria ed estremamente rara era apparsa  nel mio campo visivo avevo provato  un sentimento la cui forza non era paragonabile a nulla. Quella visione mi aveva semplicemente tolto il respiro. Ah, quanto avrei desiderato possederla: pescarla col retino, vederla dibattersi nella rete, tenerla in mano e poi - ovviamente - addormentarla col cloroformio, dispiegare le sue belle ali sul tavolino, infilzarla con uno spillo, averla nella mia collezione! Potermela riguardare a piacimento! Desideravo così tanto prenderla che quando per un solo secondo si posava su un fiore, su un sasso, su un filo d'erba, in quegli istanti tutto il resto cessava di esistere. Non c'erano più il tempo, il mondo, la mia casa, la famiglia, la scuola. Niente. Io stesso dimenticavo di esistere. 
Ed ecco adesso, in una mattinata dell'inizio di ottobre del 1975, questa farfalla straordinaria era volata da molto lontano fino a me e mi si era posata vicino, a una distanza non più grande del mio braccio disteso. Non avevo nessun dubbio che fosse proprio lui: era lui, il viandante, il viaggiatore instancabile dal volo veloce ed efficace come il volo di un uccello. Non era nessuna di quelle fragili, ordinarie farfalle con le quali il vento gioca come con le foglie che cadono dagli alberi, nessuna di quelle creature deboli e sciocche che non ricordando da dove vengono non desiderano tornare da nessuna parte: vivono dell'istante e del luogo nel quale il caso li ha fatti trovare. Lui, il podalirio, affrontava lunghi viaggi ma sapeva dove era diretto e perché. Volava di solito a grandi altezze, ma qualche volta, obbedendo forse a un ricordo o a un ordine, o forse solo per riposarsi e ristorarsi, interrompeva il suo volo, chiudeva le ali e lentamente, volteggiando con dolcezza, si fermava sul fiore bianco, dal profumo stordente, del sambuco selvaggio, su un cespuglio di pruno, sulla riva umida di un ruscello o ai margini di un sentiero arido come quello che stavo percorrendo io. In quegli istanti ce l'avevo a portata di vista, ma rapidamente lui si riscuoteva e volava via. La sua fretta impaziente testimoniava del fatto che non si trattava di una farfalla qualunque, ma di una staffetta segreta che recava con sé gli ordini di qualcuno o qualcosa di grande: Dio, il sole, forse un re. Era attento, all'erta e sul chi vive: ma non per vigliaccheria, era consapevole che il segreto che gli era stato affidato non poteva cadere in mani estranee. All'epoca, quando avevo dieci o forse dodici anni, non potevo sapere che dandogli la caccia e privandolo della libertà e della vita, avrei potuto provocare l'interruzione di qualche importante anello della catena che lega insieme le cose e le vicende di questo mondo: le colline, le valli, le pietre, i fiori, il cielo, la terra, l'aria, l'acqua, la notte e il giorno. O forse qualcosa vagamente intuivo, solo che il mio desiderio di possesso era più forte della paura che potesse succedere qualcosa di male. A quel tempo si sarebbe potuto rovesciare tutto il mondo, si sarebbero potuti seccare i fiumi e appassire tutti i fiori, purché io avessi quella farfalla così rara e così bella!
Ed ecco, quella farfalla ora ce l'avevo tanto vicino a me, dentro la mia stanza. Si muoveva, costeggiando lentamente il bordo del tavolo, chiudendo e riaprendo le sue meravigliose ali. Il loro tessuto era della più alta qualità, la freschezza dei colori non aveva paragoni. Il taglio era impeccabile, l'eleganza immacolata. La finitura dei dettagli era talmente curata da dare l'idea che il podalirio fosse destinato a durare in eterno. La farfalla chiuse le ali, per un istante si spense lo stupefacente splendore dei suoi colori, e si abbassò la tensione dei contrasti fra i gialli, i neri, i blu, i rossi, Adesso sembrava grigia e scialba. Di certo era stanco del lungo viaggio. Riposava. Anch'io sedevo immobile e la guardavo, andò avanti così a lungo. Avrei potuto se solo l'avessi voluto fare in qualunque momento un passo in direzione della finestra, chiuderla, catturare la farfalla: sarebbe bastato indovinare la direzione del suo movimento. E allora perché non mi muovevo, perché non chiudevo la finestra? Perché? Cinquant'anni prima l'avrei fatto all'istante. E adesso più a lungo durava la mia immobilità meno probabilità avevo. E sapevo perfettamente che qualcosa di simile non mi sarebbe ricapitato di nuovo, che era un miracolo che non si sarebbe ripetuto. La farfalla mosse le ali, le aprì e di nuovo ne vidi i dorati, vellutati interni coperti da un mosaico di macchie nere allungate e decorati di picchiettature rosse e celesti simili a pietre preziose. Di nuovo vidi la sua perfetta interezza, terminata da due punte simili a code di rondine, che sembravano parlare e dire: ecco una conclusione di una forma che non potrebbe essere diversa perché sarebbe peggiore. Di nuovo potei ammirare la sua leggerezza, la sua eleganza, la sua grazia, la sua forza. E ciò che non si può rendere a parole: la particolarità, l'eccezionalità di questa forma di vita come fenomeno.
Il podalirio non volò via. Aprendo e chiudendo le ali passeggiava lentamente sulle sue bianche, pelose zampette sul legno del tavolo. Non era ancora troppo tardi per catturarlo, era l'ultimo minuto, era l'ultima cortissima frazione di minuto in cui ancora avrei potuto farlo. Ma non lo feci. Perché in verità io ero ancora la stessa persona che cinquant'anni prima aveva provato a catturare questa straordinaria farfalla, ma il mio sentire era differente, aveva una qualità diversa. Ero ancora abbastanza il ragazzino che vede molto bene e le cui esperienze sono sempre molto intense; ma ormai ero anche uno che non fa nulla per entrare in possesso di ciò che ammira. Perché ero vecchio e anche i miei più forti sentimenti erano limitati da ciò che era destinato a sopravvivermi, da un grande disinteresse ed indifferenza. E tuttavia mi sentivo un po' triste, e questo sentimento aveva un sapore fastidioso, spinoso, amaro, come se mi dispiacesse per qualcuno che dentro di me non c'era più. Sebbene guardassi ancora la farfalla, sebbene apprezzassi la sua bellezza e la sua straordinarietà, non emanava più da essa quella fascinazione stregonesca che allora mi avvolgeva tutto in un cattivo, crudele desiderio che richiedeva un'immediata soddisfazione. Mentre ancora lo osservavo e pensavo a lui, il podalirio inaspettatamente (anche se in realtà me l'aspettavo) prese il volo, descrisse un arco nell'aria e scomparve. Scomparve, cessò di esistere, come svanisce improvvisamente un pensiero, come si dissolve un'immagine, come si estingue un suono. Rimase l'angolo vuoto del tavolo. I muri. La porta. Le finestre.

sabato 4 marzo 2017

Beatrice Rana suona Bach


Quando - non più tardi della settimana scorsa - ho avuto tra le mani il CD delle Variazioni Goldberg suonate da Beatrice Rana ho fatto quello che di solito faccio con ogni nuovo disco: ho dato uno sguardo al libretto allegato. Nell'interessantissimo scritto a firma della stessa pianista contenuto nel libretto medesimo (per inciso: questa ragazza non solo suona come suona ma scrive in maniera deliziosa. In un momento storico nel quale la maggior parte dei suoi coetanei annaspa penosamente con l'ortografia, già questo è un piccolo miracolo) ho trovato questa frase: "così come l’umanità necessità della spiritualità, anche la spiritualità
ha bisogno dell’umanità". Ora, io sono uno che - parafrasando qualcuno di infame memoria - "quando sente la parola spirituale mette mano alla pistola", sicché non posso negare che una piccola alzata di sopracciglio l'ho avuta. In realtà, e questo l'ho capito man mano che procedevo negli ascolti, nel caso di specie avrei fatto probabilmente meglio a invertire l'ordine dei fattori: prima ascoltare e poi leggere.

Le Goldberg suonate da Beatrice Rana non sono il metafisico viaggio iniziatico fra abissi e vette della versione di Gould del 1982; non sono neanche il severo edificio luterano di Gustav Leonhardt nel 1965. Da questa lettura promanano invece un calore, un'affettuosità, una umanità - per l'appunto - a mia conoscenza finora inattinte, quasi che la pianista avesse fatte proprie le parole che Beethoven mise in esergo a un altro sommo monumento musicale, la Missa Solemnis: Von Herzen — Möge es wieder — Zu Herzen gehn! (dal cuore - possa nuovamente - andare al cuore).

In questa incisione l'esecutrice sceglie - come ormai oggi è consuetudine - di eseguire tutti i ritornelli indicati da Bach. Questa decisione pone all'interprete il problema di come evitare la monotonia che sarebbe inevitabile limitandosi a risuonare da capo nota per nota. La strada seguita da molti (penso ad esempio alla fenomenale esecuzione di Ottavio Dantone al clavicembalo o a quella di Alexandre Tharaud al pianoforte) consiste nel variare la linea melodica arricchendola con ornamentazioni di ogni genere. Beatrice Rana è da questo punto di vista molto più discreta, ma sceglie una soluzione alternativa molto interessante perché molto pianistica: sfrutta due elementi (la possibilità di graduare le dinamiche e di variare l'articolazione fra staccato e legato) impossibili da realizzare al clavicembalo. Il risultato è di grande fascino e talvolta (penso ad esempio alla variazione X, Fughetta o alla XXII alla breve) è in grado di gettare una luce affatto nuova su musica che qualunque musicofilo pensa di conoscere ormai a menadito.

Molti altri elementi si potrebbero riferire ed approfondire, ma non credo si renda davvero giustizia a questa lettura cercando di vivisezionarne ogni nota e ogni pausa: come ebbe a scrivere Glenn Gould (inevitabile convitato di pietra in ogni discorso che abbia a tema le Goldberg) penso infatti che la fondamentale ambizione di quest'opera per quanto riguarda la variazione non vada cercata in una costruzione organica ma in una comunità di sentimento.

E con questo ritorniamo - circolarmente come la musica di cui stiamo parlando - all'umanità cui si faceva cenno all'inizio: è impossibile ascoltare questo disco senza lasciarsi contagiare dal clima di gioia sommessa, leopardianamente lieta e pensosa, che se ne irradia. Un clima che per certi versi (me ne rendo conto adesso, a cinquant'anni praticamente suonati) è la cifra stessa della giovinezza: e il fatto che questo clima si sia riuscito a distillarlo e a raccoglierlo nei bit di una registrazione digitale è ciò che al fondo rende per quanto mi riguarda questo disco tanto prezioso e speciale, è il vero regalo che questa giovane donna ci ha fatto e per il quale non possiamo che esserle profondamente riconoscenti.

sabato 24 dicembre 2016

Jingle Smells

Coerenza: parlare di alberi di Natale e mostrare presepi
C'è poco da fare: per chi come me annovera tutte le religioni nel dominio della mitologia, l'unico comportamento coerente per questo periodo dell'anno sarebbe dedicarsi all'attività di snatalizzazione, come ebbe a chiamarla Giovannino Guareschi in una delle sue novelle del Mondo piccolo:

Peppone si buttò come un dannato nella sua impresa di snatalizzazione e fece davvero del buon lavoro. La moglie tentò un paio di volte di mitigare la sua decisione ma, visto che ciò serviva soltanto ad aggravare la situazione, si arrese.
E, la sera della Vigilia, Peppone rincasando trovò che tutto era nella più squallida normalità.
La tavola con la solita tovaglia macchiata, la solita minestra nel lardo e il solito odore di frittata con le cipolle.

Notate la progressione sensoriale che Guareschi - scrittore ben più raffinato di quanto a lui stesso probabilmente facesse piacere ammettere - imbastisce nell'ultima frase: la vista (la tovaglia), il gusto (la minestra), l'odore.

Eh già, l'odore.

Se penso ai miei Natali di bambino, il primo odore che mi viene in mente è quello resinoso dell'abete che ogni anno ci portava in casa Don Peppe il fioraio: mia mamma aveva questa predilezione (abbastanza esotica per i tempi e la latitudine) per l'albero di Natale e a casa nostra la cerimonia dell'addobbo dell'albero non aveva nulla da invidiare in quanto a solennità agli omologhi rituali che avevano luogo - che so? a Lubecca oppure a Goteborg.

E accanto a questo odore in fondo ancora abbastanza spirituale, mi si affaccia alla memoria un altro aroma di ben altra matericità: quello intenso e dilagante del baccalà fritto, una delle specialità di mia nonna, un piatto che non mancava mai nelle nostre cene della Vigilia.
Comprava questi pezzi di stoccafisso salato, della consistenza a metà fra il cuoio e il cartone, una settimana prima della grande soirée, e la scelta di ogni pezzo era il risultato di scientifiche comparazioni coi pezzi vicini e di estenuanti richieste al venditore di minutissime informazioni su origine e caratteristiche del prescelto: la tracciabilità dell'intera catena alimentare non è un concetto nuovo, l'ha inventato mia nonna mezzo secolo fa.
Tornata a casa iniziava il rito della spugnatura, quel lungo esercizio fatto di acqua e pazienza attraverso il quale il baccalà viene privato del sale in eccesso. Come in tutte le operazioni artistiche la difficoltà suprema è indovinare quando fermarsi: un baccalà spugnato troppo poco è sale con un leggero retrogusto di pesce; un baccalà spugnato troppo diventa una versione rustica dei bastoncini Findus.
Infine, mia nonna friggeva il baccalà ma prima lo diliscava, operazione che richiedeva l'occhio di un orafo e la mano di un chirurgo. Ma lei era tanto sicura del fatto suo che - quando la zuppiera colma di pezzi di baccalà fritto veniva portata in tavola - non mancava mai di annunciare, guardando i commensali con aria di sfida: ogne spina mille lire, intendendo che sarebbe stata disposta a corrispondere l'esorbitante cifra per ogni singola spina che si fosse ritrovata nel suo baccalà.
Va detto che quando ormai mia nonna aveva raggiunto e ampiamente superato l'ottantina una spina ogni tanto qualcuno la trovava: ma per una sorta di tacito impegno d'onore, ognuno dei figli, nuore o nipoti presenti a quel tavolo si sarebbe strozzato in silenzio piuttosto che riscuotere il premio.



Se - come nella Christmas Carol di Dickens - passiamo dallo spirito del Natale passato a quello del Natale presente (o almeno del Natale un-po'-meno-passato), un aroma che negli ultimi anni informa di sé l'atmosfera dei miei Natali è quello del meraviglioso Christmas Cheer di McClelland.

Dell'esistenza di questo tabacco (e in verità di un sacco di altre bellissime cose) sono venuto a conoscenza diversi anni fa grazie al blog del mio amico Antonio, che ne parlava come di un autentico grand cru in fatto di Virginia. In effetti l'idea - semplice ma geniale - che sta dietro questa meraviglia è quella di selezionare anno dopo anno un raccolto particolarmente riuscito di una sola area geografica e realizzare a partire da quelle foglie un flake che sia espressione del meglio che McClelland abbia avuto a disposizione. Dal mio primo acquisto svizzero (A.D. 2010) aprire una scatola di Christmas Cheer segna per me l'inizio del periodo natalizio, al pari ad esempio dell'ascolto della prima parte del Messiah di Handel.
Non vi parlerò in dettaglio del Cheer 2016 perché sarebbero osservazioni non valide per il 2015 o il 2009 o il 2017. Ma è certo che se vi piacciono i Virginia, non si può avere, desiderare o immaginare qualcosa meglio di questo.
Purtroppo  sembra che il CC sia destinato a soccombere alle ultime demenziali novità introdotte negli Stati Uniti in materia di tabacco che nei fatti rendono impraticabile sul piano economico commercializzare tabacchi da pipa in edizione limitata, tanto che quest'anno McClelland ha fatto uscire non soltanto l'edizione 2016 ma anche la 2017. Se così fosse, mi consolerò pensando che la mia bulimia tabagica mi ha consentito di accumulare scorte sufficienti per un'altra ventina di Natali, e quindi non mi mancherà tempo per inventarmi un altro rito.

Né questa carrellata sarebbe completa senza una menzione del profumo che ormai da diversi anni si spande in casa mia quando Justyna prepara il più tipico, il più quintessenziale dei dolci natalizi polacchi: il piernik.
Il piernik non è solo un dolce di Natale, è un'idea metafisica che diventa materia e ad esso si applica la formula usata da Giuseppe Marotta a proposito del ragù napoletano: non si cuoce ma si consegue.
Non potrebbe essere altrimenti: parliamo di un dolce che viene cotto nel periodo natalizio ma la cui preparazione deve iniziare non oltre l'inizio di novembre. Di un dolce la cui origine si perde negli albori della storia polacca, e che fra gli ingredienti annovera tutto quello - dal miele alle spezie - che nella cucina viene associato alla regalità.
È impossibile descrivere verbalmente l'aroma che si sprigiona quando l'impasto viene cotto dopo un riposo di quaranta o cinquanta giorni, la polonaise danzata da cannella, zenzero, pepe nero, cardamomo, anice stellato sul tappeto brunito di farina e miele. È un aroma che non evoca Natale, lo preannuncia, per certi aspetti lo crea.

E quindi: la coerenza logica è una gran bella cosa. Ma se sul suo altare bisogna sacrificare Christmas Cheer e piernik allora per qualche giorno all'anno magari se ne può fare a meno.

Felice Natale a tutti i miei lettori.


giovedì 22 dicembre 2016

Vent'anni dopo

Quella che vedete qui a fianco è l'ultima pagina del mio vecchio passaporto.
Il timbro in alto a sinistra certifica con burocratica inequivocabilità il mio primo ingresso in Polonia: 22 dicembre 1996, esattamente vent'anni or sono.
Quella giornata segnò contemporaneamente il mio primo volo, il mio primo viaggio all'estero, il mio primo incontro diretto con la Polonia: se dico che quelle emozioni le sento ancora vive e palpitanti dentro di me credo che non farete fatica a credermi.

La prima cosa che (quasi materialmente) mi colpì della Polonia fu il freddo: fino a quel momento il posto più a nord in cui mi era capitato di vivere era Roma, e l'inverno del 1996 fu molto rigido anche per gli standard polacchi. Ricordo la sciabolata gelida che mi investì in piena faccia appena varcata la soglia dell'aeroporto; e la certezza assoluta maturata durante i dieci minuti di attesa alla fermata dell'autobus che le orecchie (improvvidamente lasciate scoperte dal cappello che mi ero portato dietro) mi si sarebbero staccate dalla testa non appena si fossero scongelate.
Ma poi una volta acclimatato (si fa per dire) trascorsi diversi giorni passando da stupore a stupore: tutto era nuovo per me, tutto era diverso. Dall'atmosfera ancora da piena Repubblica Popolare della stazione ferroviaria di Łódź Fabryczna (ma un po' di tutta la Łódź dell'epoca: sono uno degli ultimi a poter ancora dire di essere vissuto dentro un film di Kieślowski), all'odore del fumo del carbone usato per riscaldare case e negozi, all'incomprensibile brusio che per me all'epoca era il polacco, ai mandarini con l'etichetta "Morocco" mi sentivo davvero catapultato su un altro pianeta.

Łódź Fabryczna, com'era

Il freddo, certo. Ma anche - innegabile e speculare - il calore. Il calore fisico delle case, sconosciuto a me che venivo da un posto in cui il riscaldamento era poco più di un optional, spesso sostituito da un maglione più pesante. E ovviamente il calore della presenza di Justyna accanto a me, e il calore con cui mi accolse quella che era la sua e doveva diventare anche la mia famiglia: come dimenticare il "buongiorno!" con cui mi salutavano (talvolta anche di pomeriggio o di sera) i bambini di casa?

 Łódź Fabryczna, com'è
In questi vent'anni tante cose sono cambiate, come icasticamente dimostrano le due immagini di Łódź Fabryczna che vedete qui a fianco. E' cambiata la Polonia, prima di tutto, che in un paio di decenni si è trasformata economicamente, socialmente e culturalmente in una misura che lascia sbigottiti; e lo ha fatto senza rinunciare a un briciolo della propria anima e della propria specificità.
Sono cambiato io, che ho imparato ad apprezzare questa terra, la sua cultura, la sua storia. E a furia di camminare per le strade delle sue città e per i sentieri della sua campagna ho finito per interiorizzare il suo paesaggio e la sua luce.
E sono cambiati i bambini di vent'anni fa, che adesso sono dei giovani uomini, e uno di quelli che vent'anni fa si divertiva a dirmi "buongiorno" qualche mese fa si è sposato.

Ma altre cose - per fortuna - non sono cambiate, o almeno non sono cambiate ancora: questa casa da cui scrivo, che mi accoglie oggi come vent'anni fa; il modo febbrile e lieto con cui i polacchi aspettano il Natale; e soprattutto questo cielo che è bello quando è azzurro, quando è grigio e quando è bianco: questo cielo che sembra non finire mai, che forse davvero non finisce mai.

La luce, una cosa che non è cambiata e che sperabilmente non cambierà mai.




22 dicembre 2016, pronti per i prossimi vent'anni.




giovedì 24 novembre 2016

Il lato (o)scuro: Dunhill Dark Flake

La confezione (improvvidamente) rotonda del Dunhill Dark Flake
Inutile negare l'evidenza: il mio amico (?) Rino mi perseguita. Non pago di aver fatto passare al mio alter ego letterario tribolazioni degne di Giobbe (dal furto in casa all'afasia), egli mi tormenta anche nella vita reale continuando a propormi con implacabile nequizia assaggi di tabacchi uno più buono dell'altro. Li reperisce su Internet, dai tabaccai d'Oltremanica che frequenta, nei viaggi che compie lungo l'Europa. Ho il sospetto che ormai compri tabacco non tanto per poterselo fumare lui quanto per godersi il perverso piacere di vedere il mio criceto che corre impazzito sulla sua ruota.
Con la stessa malvagia tattica usata dagli spacciatori di altre sostanze psicotrope, il criminale agisce aggiungendo di sua iniziativa campioncini omaggio di prodotti che - mellifluamente ipotizza - "potrebbero piacermi" ai sobri ordinativi che di tanto in tanto gli faccio pervenire per sfruttare la sua permanenza in Albione. E siccome il più delle volte ci prende in pieno, quel campioncino omaggio diventa il proverbiale sasso che genera la valanga. Ormai mi mancano non i decimetri ma i centimetri cubi atti a contenere altro tabacco in casa mia, e ciò nonostante questa vessazione non accenna a placarsi.

Ma lo scopo di questo post non è solo quello di mettere in guardia i miei lettori dagli avvocati siculo-umbro-britannici, ma anche quello di parlare di un tabacco di cui sono venuto a conoscenza proprio grazie alle spregevoli pratiche che ho appena descritto loro: il Dark Flake di Dunhill.

Se in fatto di pipe la reputazione di Dunhill non è mai stata in discussione, in tema di tabacchi il tempo che è passato da quando le miscele venivano preparate nel negozio di St. James' St. non ha purtroppo giovato alla fama della Gran Casa, e ogni passaggio di manifattura (da Dunhill a Murray a Orlik a Scandinavian Tobacco a chissacchì) sembra aver fatto compiere a miscele una volta gloriose un deciso passo indietro in termini di godibilità: a detta di molti estimatori, le varie Early Morning, Nightcap, My Mixture hanno in comune coi loro antenati di qualche decennio fa poco più che il nome e qualche vaga somiglianza strutturale. E il trend non sembrava essersi invertito neanche a seguito della recente introduzione di tutta una pletora di altre miscele quali l'Elizabethan Mixture, il Three Years Matured Virginia, il Durbar, l'Aperitif e via discorrendo.

Per la verità un paio di prodotti a mio giudizio non solo superiori alla attuale media Dunhill ma tali da collocarsi su livelli di assoluto interesse si erano già manifestati, e mi riferisco al Deluxe Navy Rolls e al Dunhill Flake (che in omaggio alla idiota cecità antifumo del legislatore europeo non ha potuto riprendere il suo nome di Dunhill Light Flake): bene, sono lieto di poter affermare che questo Dark Flake si aggiunge alla sparuta pattuglia di Dunhill decisamente raccomandabili.
Anzi, chiacchierando un po' di tempo fa proprio col mio persecutore, abbiamo insieme elaborato l'ardita teoria (non suffragata per la verità da nessun elemento fattuale in nostro possesso) che i Dunhill pressati vengano da qualche manifattura diversa da quella che produce i ready-rubbed.

Sia come si sia, questo spettacolare flake di Virginia scuri è stata un'aggiunta veramente notevole e di qualità indiscutibile a un catalogo che nel suo complesso viene ampiamente surclassato da un numero di concorrenti abbastanza nutrito.

Come ci si può aspettare data la composizione della miscela ci troviamo di fronte a un tabacco dalla tavolozza gustativa molto dolce e molto piena, caratterizzata da note passite e liquorose: dovessi rappresentarla in termini di altre referenze nella stessa categoria direi che è una sorta di felice ibridazione fra Full Virginia Flake e Capstan blu.
Anche fumato "fresco" (e al momento non c'è modo di fare altrimenti, visto che stiamo parlando di una miscela reintrodotta in circolazione non più di qualche mese fa) esibisce già il corpo, lo spessore e l'autorevolezza tipici dei migliori rappresentanti del genere, e sarà davvero interessante scoprire cosa sarà diventato con qualche anno di cantina sulle spalle.
All'apertura della confezione si presenta con un grado di umidità semplicemente perfetto, tale da poterlo caricare anche seduta stante senza necessità di doverlo preventivamente arieggiare. L'impatto nicotinico è una decisa tacca al di sotto del suo omologo di Kendal, così che anche fumatori particolarmente sensibili alla vitamina N potranno fumarlo in pipe grandi a piacere senza rischiare sudori freddi, svenimenti e altre calamità. Anche la combustione è molto più agevole e regolare del capriccioso Full Virginia Flake, aiutata in questo anche dallo spessore molto regolare e "giusto" delle fette.
In conclusione: un tabacco che se non scalza dalla sua posizione di assoluto predominio (per complessità ed evoluzione) l'oro giallo del Lake District si colloca però abbastanza a ridosso. Se proprio dovessi esprimere una riserva su questo tabacco, la farei sul packaging: fermo restando che il contenitore perfetto per cinquanta grammi di flake è la scatolina à-la-Capstan vecchio tipo, si può tollerare anche una scatola rettangolare un po' più grande: ma per Zeus, mettere quello che alla fine è un panetto rettangolare in un contenitore circolare è una cosa che ingegneristicamente grida vendetta a dio.

Ma confezione a parte, mi viene veramente difficile trovare un difetto vero a questo tabacco, cui devo alcune delle più piacevoli pipate dell'ultimo mese. Vuoi vedere che alla fin fine quell'infingardo di Rino è veramente amico mio?







domenica 24 luglio 2016

All you need is lovat, reprise

Pensavate di esservi liberati di De Robertis e del suo complice/persecutore Di Dio? Beh, vi sbagliavate di grosso.
Di recente ho commissionato una pipa (una lovat, what else?) a Graziano Tendi, un artigiano di cui non si può a mio avviso parlare più come "emergente" per il semplice fatto che ormai è emerso del tutto e sforna una dietro l'altra pipe di cui non si sa se ammirare di più la perfezione tecnica o la raffinatezza estetica.
Il guaio è che ho commesso la leggerezza di parlare della cosa al mio amico Calogero, che ha cominciato a rimunginarci e ha tirato fuori quest'ennesimo capitolo della saga di De Robertis, capitolo che si lega a quanto Rino aveva già raccontato nel post precedente.

Ed è quindi senza altri indugi che vi invito a leggere quest'ulteriore fatica del mio amico, cui ormai bisognerà che riconosca lo status (dal dubbio prestigio, peraltro) di collaboratore fisso di questo blog.


Di lovat ce n’è una sola
ovvero
della memoria


I

«Caro Tendi,
mi permetta di esprimerLe tutta la mia ammirazione, scevra da ogni piaggeria, per il suo geniale lavoro. La seguo da sempre e sono possessore di alcune sue pipe, ma purtroppo oggi non le scrivo in qualità di collezionista. Un mio carissimo amico e certamente, se ancora avesse l’uso della ragione, suo appassionatissimo ammiratore ha subito una sorta di trauma esistenziale, legato alle pipe, o meglio alle forme delle pipe. Trovandosi mio ospite in Inghilterra, ci siamo recati a visitare uno dei negozi londinesi della Dunhill, dove il mio amico era risoluto a comprare la lovat par excellence. Invero, erano presenti moltissime lovat che non esiterei a definire stupende, ma la sua attenzione venne calamitata da una billiard col bocchino a sella e di una fattura talmente bella ed armonica che il precario equilibrio mentale ed esistenziale del mio caro amico ne è stato gravemente compromesso, tanto che secondo i dottori sembra essere regredito a uno stadio quasi neonatale. Lentamente, col passare del tempo e con la cura dei suoi cari e la vicinanza degli amici potrà tornare ad essere quello che un tempo fu. Secondo il giudizio del Professor Edoardo Formica, dopo ben ottantacinque sedute, per accelerare il processo di guarigione occorrerebbe di riconciliarlo con l’oggetto del suo trauma, che non è la billiard acquistata, badi bene!, ma la lovat tradita. 
Ora, a mio parere se c’è qualcuno al mondo che possa realizzare una lovat più che perfetta, capace di superare la bellezza delle Dunhill, quello è proprio Lei. Per questi motivi, con animo fiducioso mi sono rivolto a Lei affinché tramite i suoi studi e la sua perizia possa realizzare quell’opera unica, tale che possa rendere il mio amico al consorzio civile, all’affetto dei suoi cari e di noi tutti, gatti compresi.
Sinceramente Suo
P.S.
Mia moglie Le ha per caso commissionato una pipa? ne ho trovata una delle Sue nel cassetto della mia consorte, la quale sostiene essere mia e che per caso si trovava nel suo cassetto. Io francamente quella pipa non me la ricordo. In attesa di sollecito riscontro.

Alfonso Di Dio»


“Socc’mel!” sibilò tra i denti Graziano, alzando la testa dalla lettera appena ricevuta, a testimonianza del suo stupore. Se non avesse conosciuto personalmente il Di Dio, avrebbe pensato, senz’altro, che si trattava di uno scherzo. Eppure, sapeva della serietà di quel suo vecchio cliente per il quale aveva realizzato una bellissima quanto unica billiard flock sabbiata. La pignoleria del Di Dio l’aveva costretto addirittura, prima, a sottoscrivere un contratto in cui si impegnava a non realizzare mai più quello shape con quelle finiture e, poi, a giustificarsi con l’avvocato Di Dio giurando e spergiurando che non vi erano altre copie in giro per il mondo della sua pipa. Fu creduto, ma solo dopo accurate indagini, dalle quali emerse un giro di imitatori delle billiard flock sabbiate col marchio Tendi, da Milano a Potenza, mai realizzate dall’onestà dell’artigiano.
“Socc’mel!” ripeté a voce più alta Graziano alzandosi dallo sgabello e iniziando a vagolare per il laboratorio; no, l’avvocato Di Dio non scherzava. Iniziò un muto ragionamento tra sé e sé, prendendo in mano le radiche sbozzate, che aveva allineate lungo il bancone e delle quali adesso distrattamente esaminava la perfetta foratura.
La lovat più che perfetta! figurarsi… Allontanata con la mano sinistra la ciocca di lunghi capelli che gli incorniciavano lo sguardo sincero, posò l’ultima radica di cui sapeva già l’esattezza millimetrica della foratura e che solo un’inveterata abitudine lo costringeva a ricontrollare. Svogliatamente ciondolò verso il lato opposto del laboratorio, ad osservare le pipe già terminate, a controllarne per l’ennesima volta la leggerezza della sabbiatura in questa, la colorazione in un’altra, la perfetta simmetria e armonia delle linee in tutte.
“Mah, certo che ce n’è di str…” iniziò a dire, buttandosi la giacca sulla spalla prima di uscire in giardino, come ogni sera, quando finiva di lavorare; non finì la frase, con la quale voleva compendiare la singolarità degli esseri umani, investito dalla consolante bellezza dei colori crepuscolari della campagna emiliana. E come ogni sera, invece di cadere nella trappola di quella illusoria consolazione si lanciò in bici, lungo le strade sterrate della campagna insanguinata dalla morte del sole, in direzione della solita osteria.

II

“E così dovresti realizzare una pipa per far guarire uno che è diventato matto?”
“Più o meno, Francè” confermò Graziano, i gomiti sul tavolaccio, la testa insaccata tra le spalle, mentre lo sguardo rimaneva vacuamente fisso sul suo bicchiere di vino quasi vuoto.
L’amico ridendo bonariamente, si passò la mano tra la l’ormai ingrigita rada barba, prima di versare dell’altro vino a entrambi.
“Una questione metafisica, odio questo genere di cose” disse Francesco, mandando giù il suo bicchiere d’un fiato.
“Metafisica? Oh bella! E perché mai?” chiese stupito Graziano che quel termine lo aveva accantonato ormai da anni.
“La perfezione non può essere altro che metafisica, ideale, qualsiasi cosa in natura si corrompe e distrugge; noi stessi non siamo altro che l’essenza stessa dell’imperfezione, come fece già notare il vecchio alla bambina, figurarsi una pipa”.
“Non lo so, non sono questioni che mi appassionano, lo sai, io faccio pipe, non conosco un mestiere meno metafisico di questo, anzi”, commentò Graziano alzando la testa e poggiando il mento sul palmo della mano destra, quasi che la mano lo guidasse ad osservare le ragazze che si divertivano qualche tavolo più in là.
“Stasera non c’è solo della braga qui, va che belle figliole; buttati, che son sole, forse stasera qualcosa rimedi”, lo prese in giro Francesco.
“Ma va là!” fu la seccata risposta di Graziano.
“Mamma mia, come sei permaloso, scherzavo. Mica immaginavo che una cosa del genere ti potesse turbare così tanto”.
“Vorrei vedere te; mica t’hanno mai chiesto di fare una pipa più che perfetta; più che perfetta, capito? Poi mica uno qualunque che mandi a cacare, ma un rompicoglioni che se ci si mette ti rovina la piazza, come quell’altro, il pazzo di Milano, come si chiamava… ah si! Antonio. Te li raccomando tipi così. E poi, ti dirò, mi fa pena quel tipo, quello malato o regredito, come ha detto l’avvocato. Capiamoci, so perfettamente che il valore terapeutico che può avere una mia pipa è uguale a zero e quel professor Formica è l’ultimo pazzo della lista; ma se avesse ragione, se io potessi solo, leggermente, alleviare le pene di quel disgraziato, non sarebbe per questo solo fatto mio dovere tentare?” si sfogò Graziano.
“Dì, ma te, i righi dritti li sai fare?” chiese maieuticamente Francesco, riprendendo subito a bere, osservando preoccupato il bicchiere ancora pieno dell’amico.
“Certo” rispose Graziano “ma non è solo una questione di tirare righi dritti, occorre trovare l’armonia complessiva”, incominciò a vagheggiare Graziano guardando il vuoto innanzi a sé.
“Quindi, conosci l’idea, il modello della forma che questa pipa dovrà assumere concretamente?” insisté, ancor più socraticamente, Francesco, continuando a bere.
“Si si, è ovvio, è il mio lavoro”.
“E sapresti anche immaginare i particolari? Ad esempio quale finissaggio?” lo serrò sempre stretto più l’amico.
“Direi tanshell” continuò a vagheggiare Graziano, iniziando a sorseggiare il vino che da troppo tempo attendeva le sue labbra.
“E il rim, il cannello e il bocchino, li immagini?” chiese ultimativo Francesco, riempendo con slancio catartico il bicchiere finalmente vuoto dell’amico.
“Si, li vedo, cazzo!” esclamò Graziano, di botto, puntando i suoi occhi ebbri sui corrispondenti colleghi posti sul viso dell’amico.
“E poiché la natura tutta è congenere, e poiché l’anima ha imparato tutto quanto, nulla impedisce che chi si ricordi di una cosa – quello che gli uomini chiamano apprendimento –, costui scopra anche tutte le altre, purché sia forte e non si scoraggi nel ricercare: effettivamente, il ricercare e l’apprendere sono in generale un ricordare, o Menone” recitò a mente Francesco, definitivamente ubriaco.
“Cazzo hai detto?”
“Boh? Non mi ricordo”.

III
«Caro Tendi,
Sono stato molto felice nel leggere le notizie della Sua ultima. Non vedo l’ora di venire a ritirare la pipa e vederla di persona; se Lei è d’accordo sarò da Lei il prossimo venerdì alle 16,15, al massimo alle 16,20.
Cordialità
P.S.
A proposito della Sua pipa che ho trovato nel cassetto di mia moglie, ad oggi non mi ha dato nessuna indicazione, spero potrà aiutarmi a ricordare in occasione del nostro incontro.
Rinnovati saluti.
Alfonso Di Dio»

Per quanto sforzasse la sua memoria, Graziano non riusciva a ricordare neppure che il Di Dio avesse una moglie, l’unica cosa che ricordava era la notte in cui ebbro di vino e di pensieri era tornato a casa dall’osteria e ripiegato su se stesso, con il cielo stellato sopra di sé e l’alcool dentro di sé, nell’atto di rimettere anche l’anima nel primo cespuglio dietro l’angolo si casa, trovò in quel ripiegamento del pour soi sull’ en soi, in quella sartriana nausea, l’immagine che l’arte maieutica dell’amico aveva saputo trarre da lui, il vino invece aveva tratto fuori la cena.
“Boia, che ciucca” riuscì solamente a dire, appoggiando le spalle a muro e lasciandosi sedere, mentre passava il dorso della mano sinistra sulla bocca, addormentandosi all’addiaccio.
Ma aveva visto, fosse solo per un momento, l’immagine, in ogni suo dettaglio, della lovat più che perfetta, l’unica lovat, che da quel giorno chiamò l’Irripetibile.
Seguirono giorni di intenso studio sui libri, a confrontare l’immagine della mente con quelle delle più prestigiose lovat del mondo di cui si avesse memoria. Scopriva e riscopriva, nella sua certosina ricerca, il possesso già saldo di un’antica quanto ignorata preconoscenza, più antica di lui, che le scintille della conversazione con l’amico avevano misticamente riacceso e fatto esplodere nella sua creativa immaginazione, al di là di ogni ragionamento.
Sudò sulla radica, misurata più volte con l’occhio che con gli strumenti del mestiere; un mestiere così saldo, una perizia così affinata, che paradossalmente era finanche intralciata, alle volte, dagli strumenti che avrebbero dovuto aiutarla.
Sbozzò e affinò dieci, cento, mille volte quella radica, accuratamente prescelta, la migliore, la più antica e leggera. Tirò ‘righi dritti’ che solo la sapienza delle sue mani seppero curvare senza soluzione di continuità. Perse ore infinite a meditare, leggere e scegliere forma del cannello, tipo di rim e colore del bocchino.
Quando fu finita, la vide così perfetta e unica che non poté trattenere un moto di stizza: “Perché non parli?” le chiese, dandole una martellata che mandò in frantumi l’intero bocchino e buona parte del cannello. E ricominciò, infinite altre volte, finché non seppe di nuovo trarre dall’inerte radica la lovat imprigionata in essa, anche se in quest’ultima occasione, evitò di porre domande al suo manufatto.

Venne il venerdì e con esso Alfonso Di Dio, il quale dalle 18,00 alle 18,07 spiegò con insolito accanimento la singolarità delle indicazioni stradali delle rotatorie di Bologna, che a suo giudizio erano ingannevoli.
“Ma nel centro di Bologna non si perde neanche un bambino” scherzò Graziano, confidando nel senso dell’humor del suo ospite.
“Tendi, vuole scherzare? Solo a Saronno, e più in generale in Lombardia, sono, se possibile, più confuse. Ma comunque, lasciamo andare, veniamo a noi, mi mostri la pipa, per piacere”.
No, il Di Dio non aveva nessun senso dell’humor, o nessuna conoscenza della musica classica, pensò Graziano andando a prendere la pipa, che in pochi istanti fu nelle mani dell’avvocato.
L’avvocato Di Dio, senza dire una parola mise la mano al portafoglio traendone fuori il doppio del compenso pattuito in precedenza e con una muta stretta di mano si congedò senz’altro dal perplesso artigiano che almeno si aspettava un parere, un giudizio, un ringraziamento: “Socc’mel” sbottò Graziano, intendendo l’espressione nell’accezione più letterale e antica, non volendo esprimere stupore, ma solo dispetto e senza porre tempo in mezzo, raggiunse Francesco all’osteria.


IV

“Insomma, Gaetano, non puoi capire cosa ha combinato di nuovo quel matto di Antonio…” e giù a narrare e sparlare degli altri amici, come ogni ultimo venerdì del mese. Così da lunghissimo tempo trascorreva talvolta il suo tempo Di Dio, accanto al fraterno amico, seduto sulla poltrona, stringendo tra le mani la Dunhill billiard sabbiata col bocchino a sella. Non che non vi fossero miglioramenti: di quanto in quando il lessico gutturale dell’amico faceva dei temporanei progressi, soprattutto nelle occasioni in cui desiderava tentare di fumare
Ma non sapeva più usare il fuoco, era evidentemente ancora in una fase primordiale, pre–erecta, come spiegava poi Di Dio agli amici che gli chiedevano notizie. I miglioramenti erano chiari, ma certo la maledizione di Vico era una brutta bestia.
“Uhmpr Sn Ghennaaaaa” significava che Gaetano voleva fumare un virginia invecchiato almeno trent’anni; come ‘t’ stava per lovat; ‘gu’ per cazzate e ‘zz fto Anio?’ era la domanda per sapere quali nuove sul comune amico Antonio, almeno così gli piaceva di capire ad Alfonso.
A ogni visita la moglie di Gaetano chiedeva ansiosa notizie sulla pipa commissionata, su consiglio del professor Formica, sulla quale faceva disperato affidamento.
“Justyna, che ti devo dire? non è che una pipa così si possa fare dall’oggi al domani È un’opera improba, ai limiti dell’impossibile, ci vuole tempo, ci vuole tempo… Intanto, il signor Tendi mi ha dato questa pipa, non è una lovat, beninteso, ma è splendida, inizia con questa, nell’attesa” rispose una volta, consegnandole la pipa di Tendi che aveva trovato nel cassetto della moglie e di cui s’era scordato di chiedere notizie all’artigiano alla vista della lovat.
Come ogni venerdì, tornato a casa dal breve viaggio aereo, circondato dal calore familiare, attendeva che tutti andassero a letto per accendersi una pipa, fumando la quale, immemore del tempo e del mondo, contemplava la lovat destinata all’amico, dalla quale non aveva saputo separarsi, e ripeteva come un mantra:
“Col tempo guarirà, col tempo… Uhm..”