mercoledì 2 aprile 2014

Deutsches Requiem

Il Collegium Vocale Gent canta Brahms. Varsavia, 16 agosto 2011.
L'ultima volta che ho pianto in pubblico è stato il 16 agosto 2011 più o meno intorno alle 22:30. Ero a Varsavia, e in particolare nella Chiesa della Santa Croce in Krakowskie Przedmieście. Ero lì perchè nell'ambito del festival "Chopin e la sua Europa" stavo assistendo, in una chiesa gremita, ad una esecuzione del Requiem Tedesco di Brahms diretta da Philippe Herreweghe.
Quando nell'ultimo tempo la musica si viene via via dissolvendo, quando il tema già udito all'inizio riappare quasi a suggellare la ciclicità delle stagioni umane, quando Brahms afferma l'eternità non solo del dolore ma anche della speranza e del  conforto, ricordo che avvertii un'emozione tanto pura e struggente da non riuscire a trattenere le lacrime. Era un sentimento intrecciato di mestizia e consolazione, non del tutto lieto ma al fondo neanche triste.

E in effetti tutto il Deutsches Requiem brahmsiano è un grande ossimoro, un grande ricomporre ad unità contrasti apparentemente insanabili: a partire dal titolo, nel quale sono giustapposte due lingue dietro le quali ci sono due tradizioni, due filosofie, due culture. E poi passando al testo, che non recepisce in nulla quello della tradizionale Missa pro defunctis per diventare una meditazione del tutto personale sul tema della scomparsa e del dolore. E finendo a un contenuto che è eterodosso fino a spingersi ad una religiosità nella quale la figura di un Redentore che faccia da tramite fra due mondi è del tutto assente. E' per questa via che si comprende la portata della celebre affermazione di Brahms secondo la quale il suo Requiem più che tedesco avrebbe dovuto chiamarsi umano. 

E ancora: il paradosso di un Requiem che si apre e si chiude nel fa maggiore della beethoveniana Pastorale, e che comprende pagine concepite in altre serene, placide tonalità come mi bemolle maggiore e il mozartiano sol maggiore. E poi, la stessa struttura ad anelli concentrici (I e VII movimento nella stessa tonalità e in parte con lo stesso materiale tematico, II e VI movimento che iniziano in minore e terminano con trionfali fughe in maggiore, III e V movimento in cui compare una voce solista e il IV movimento a fare quasi da intermezzo fra primo e secondo versante) che sembra voler escludere  qualunque direzionalità e con ciò qualunque tensione. Insomma, un Requiem forse dolente ma senza angoscia, senza terrori e paure.

Un Requiem dal cui ascolto si esce consolati, e che forse per questo sento sempre più vicino e necessario man mano che il tempo passa.

Man mano che mi si chiarisce la prospettiva, rivestita da Brahms di luce nordica, del testo con cui quest'opera di conclude:


daß sie ruhen von ihrer Arbeit;                      affinchè riposino dalla fatica
denn ihre Werke folgen ihnen nach.               poichè le loro opere li seguiranno

* * * 

L'impulso alla composizione del Deutsches Requiem fu per Brahms la morte della madre, avvenuta nel febbraio del 1865. E'  lei che Brahms aveva in mente quando musicava il testo della quinta parte del lavoro, uno struggente lied per soprano e coro che parla della speranza, della certezza di rivedersi ancora. Mia madre, scomparsa il 2 aprile di diciassette anni fa, condivideva questa certezza in un altrove nel quale ci si sarebbe ritrovati. Io so soltanto che non c'è stato giorno di questi diciassette anni in cui non abbia pensato a lei, con la stessa disperata tenerezza che probabilmente anche Brahms avrà sperimentato.





1 commento:

  1. Bellissimo. A me è capitato ieri sera ascoltando il Concerto di Varsavia di Addinsel.

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