sabato 8 febbraio 2014

Esercizi di traduzione dal polacco, 1

Senza nessuna pretesa di sistematicità, come è nello spirito di questo blog, inizio una serie di post a cadenza variabile in cui proporrò testi o frammenti di testi polacchi che mi sono particolarmente piaciuti e dei quali non esiste a mia conoscenza una traduzione in italiano.

Per cominciare ho scelto un brano tratto da "Uwagi osobiste" ("Osservazioni personali") di Sławomir Mrożek. Il libro è una raccolta di testi che Mrożek pubblicò dal 1997 al 2002 sul quotidiano "Gazeta Wyborcza". Come sempre in Mrożek, la brevità quasi aforistica del testo racchiude una densità di temi e spunti sufficiente per un piccolo saggio. 



Remscheid

Avevo un giorno libero a Remscheid. In albergo avevo guardato la televisione e avevo letto, alla fine decisi di farmi un giro in città. Una piccola città adagiata sulle colline. Tedesca, ma in giro c'erano solo turchi. I tedeschi erano andati via per il week-end già il sabato, ed era domenica. Ai tavolini situati all'esterno di bar e ristoranti siedono uomini baffuti dai capelli neri. Altri stanno in piedi agli angoli delle strade e discutono. Gruppi di bambini sui pattini a rotelle e di robusti giovinastri superano per strada gruppi di donne avvolte in scialli neri e lunghe gonne dai colori tristi, che si affrettano verso casa cariche di buste di plastica con la spesa. Ma la chiesa di mattoni rossicci, gli edifici, la pianta, l'organizzazione, le infrastrutture erano indubbiamente, inconfondibilmente, inesorabilmente tedeschi. Non il più piccolo rifiuto né cartaccia, e quand'anche ci fossero state sarebbe stato solo temporaneamente, già il lunedì sarebbe tutto scomparso, raccolto dalla nettezza urbana. Tutto ad angolo retto, nulla secondo linee ondulatamente tremolanti.
Insomma, era strano e in un certo senso schizofrenico. Ogni città difatti è una conseguenza dei suoi abitanti, tanto di quelli vivi che di quelli che già se ne sono andati e hanno creato la generazione presente. Lì invece vivi e morti non si accordavano tra loro.
Mi misi al banco e ordinai del kebab.
"Wiewiel?" chiesi, in una lingua comprensibile ad entrambi sebbene non fosse la lingua madre di nessuno di noi due. Il turco mi disse quanto costava il kebab, gli porsi una manciata di monete, marchi e pfenning.
Scelse tra di esse quanto gli occorreva, mi restituì il rimanente insieme a una monetina a parte.
"Non è di qua", mi spiegò gentilmente.
Aveva ragione. Era un pezzo da cinque groszy con l'aquila polacca.


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