martedì 25 febbraio 2014

Archetipi


Il dizionario Treccani recita:

Archetipo /ar'kɛtipo/ s. m. [dal lat. archetypum, gr. arkhétypon, comp. di arkhḗ "principio" e týpos "modello"]. - 1. a. [primo esemplare] ≈ modello, prototipo. ‖ originale. ↔ ‖ copia, riproduzione. b. (estens.) [chiaro esempio di un tipo] ≈ modello, paradigma. 2. (filol.) [manoscritto non noto, ma ricostruibile attraverso il confronto dei manoscritti noti] ≈ capostipite.

Secondo Platone gli archetipi sono le forme ideali soggiacenti alla realtà sensibile, qualcosa per certi versi di più reale, perfetto e oggettivo della realtà stessa. Lungi da me la volontà di imbarcarmi in analisi, revisioni o contestazioni del pensiero del filosofo ateniese: rimane il fatto che - complice probabilmente anche lo slittamento semantico intercorso in duemilacinquecento anni abbondanti - per me gli archetipi sono molto più modestamente le immagini mentali che si affacciano nella nostra mente quando pensiamo a un oggetto più o meno concreto. In questa accezione, l'archetipo è evidentemente qualcosa di molto soggettivo; si potrebbe quasi arrivare a dire che ognuno di noi viene definito, almeno a livello mentale, dai propri archetipi.

Una domanda interessante che ci si può porre a proposito degli archetipi è: come li scegliamo? Come mai fra le tante case che ci sono capitate sotto gli occhi, ci viene in mente proprio l'immagine di quella casa, se pensiamo in astratto a una casa?
Una probabile risposta (o almeno una risposta che a me sembra plausibile) è che gli archetipi li selezioniamo sulla base della loro maggiore o minore capacità rappresentativa, ovvero di quanta fatica dobbiamo o non dobbiamo fare per passare dall'archetipo alla rappresentazione del dato di realtà.
Detto in altri termini, se il dato di realtà ce lo rappresentiamo come "l'archetipo più questo e meno quest'altro", è evidente che la scelta di questo o quell'archetipo non è indifferente rispetto alla nostra economia di pensiero.
Ne consegue che di solito gli archetipi si pongono ai due estremi possibili dello spettro semantico, configurandosi o come distillazione ed essenzialità estreme o come massima completezza e capacità di saturazione.
I tre ordini classici: dorico (sx), ionico (centro), corinzio (dx)

Ad esempio ragionando  di capitelli classici, probabilmente l'ordine dorico è un archetipo migliore di quello corinzio, perchè è più agevole dire cosa dobbiamo aggiungere a un capitello dorico per trasformarlo in uno corinzio invece che l'opposto. Analogamente rispetto al concetto di casa l'immagine di una casetta di legno funziona meglio di quella del castello di Neuschwanstein, sontuoso e tragico palcoscenico della visionaria follia di Ludwig II di Baviera.

Al contrario, se ci riferiamo alla musica il mio archetipo è senza ombra di dubbio l'output compositivo di Mozart.
Mozart non è ovviamente l'unico compositore che amo; ma alla fine per valutare e mettere in prospettiva qualunque altra musica il riferimento all'immenso caleidoscopio di forme e colori, all'infinito universo sonoro del  Salisburghese è per me un passaggio ineludibile.
Prendiamo anche soltanto i concerti per pianoforte: non credo sia forzato affermare che qualunque composizione successiva in questo genere possa essere espressa in termini di somiglianze o differenze rispetto a qualcuno dei geniali capolavori mozartiani.


* * * 

Negli ultimi anni, anni in cui mi sono riavvicinato al fumo di pipa, ho guardato, toccato e fumato diverse decine di questi attrezzi; e diverse centinaia ne ho viste nelle vetrine reali e virtuali che mi sono capitate sotto gli occhi; ho discusso, ho letto, ho chiacchierato di pipe. Non è quindi strano che lentamente anche in questo campo un archetipo si sia venuto formando e consolidando nel mio immaginario.
C'è un bellissimo racconto di Borges (Le rovine circolari, contenuto in Finzioni) in cui si narra di un uomo che è completamente assorbito dall'ossessione di creare un altro essere umano sognandolo. Nelle parole dello stesso Borges:
Il proposito che lo guidava non era impossibile, anche se soprannaturale. Voleva sognare un uomo: voleva sognarlo con minuziosa interezza e imporlo alla realtà. Questo progetto magico aveva esaurito l'intero spazio della sua anima; se qualcuno gli avesse chiesto il suo nome, o un tratto qualunque della sua vita anteriore, non avrebbe saputo rispondere. 

In tutta onestà, la mia pigrizia mi ha sempre impedito di divenire ossessionato da alcunchè e quindi neanche in questo caso il mio archetipo avrebbe potuto imporsi alla realtà solo in virtù dell'intensità con cui ci pensavo. Ma per mia fortuna a realizzare il mio archetipo ci aveva già pensato la Dunhill. Sfornando lo shape 4103 in finitura Shell e nella variante Army mount




Onestamente non so spiegarmi il perchè alla fine la somma vettoriale di tutte le pipe che mi sono piaciute abbia dato per risultato proprio questa pipa. Da un punto di vista puramente geometrico, di linee e forme,  la LBS Red Bark di cui scrive il mio amico Antonio è parecchio più quintessenziale. E non posso neanche dire di avere una speciale predilezione per l'Army mount, di questo è finora solo il secondo esemplare che abbia mai comprato. Eppure c'è qualcosa in questa pipa, dal modo glorioso in cui si sventaglia il bocchino, al rapporto ideale fra la lunghezza del tratto in radica e quella dell'oliva in argento che mi ha conquistato dal primo sguardo, quello in cui ho riconosciuto un archetipo fattosi legno, argento ed ebanite.

Ho rotto le scatole ad amici, rivenditori, rivenditori amici e a chiunque pensavo potesse darmi indicazioni per procurarmene una nei limiti, ahimé, angusti del budget che avevo a disposizione: e approfitto di questo post per ringraziarli tutti.
Non è stato semplice né immediato, di mezzo ci sono state notti insonni passate su eBay, aste perse all'ultimo rilancio e all'ultimo secondo, illusioni e delusioni. Ma alla fine il risultato è quello che vedete ritratto qui sopra (e qui sotto). Non so se sia la pipa più bella del mondo (anche se di tanto in tanto rigirandomela fra le mani sono incline a crederlo), probabilmente questo concetto è in sé stesso insensato. Ma di certo per quello che mi riguarda è un pezzettino di iperuranio platonico che ha preso dimora sui miei scaffali.


Due archetipi nella stessa foto.

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