venerdì 10 gennaio 2014

Muzykanci

Kazimierz Karabasz
Una delle tradizioni più specifiche della cinematografia polacca è senza dubbio quella del documentario. Fin dal primissimo dopoguerra lo Stato - oltre a finanziare film di ciò che oggi chiameremmo fiction - diede largo impulso alla realizzazione di lavori che mostrassero la realtà economica, produttiva e sociale della neonata Repubblica Popolare. In taluni casi, soprattutto durante l'epoca staliniana, si trattava di lavori di pura e semplice propaganda. Ma anche in quegli anni (e a maggior ragione dopo l'uscita di scena del piccolo padre) i documentaristi polacchi realizzarono spesso lavori pregevoli, tanto che col tempo si venne formando e consolidando un'autentica scuola polacca di documentarismo.

Ciò avvenne perchè ci fu un gruppo di autori che ebbero un'intuizione di portata fondamentale: quella cioè che era del tutto possibile raccontare storie anche prescindendo da una sceneggiatura costruita ad hoc; e che queste storie era possibile farle venir fuori dal materiale girato con un'attenta pianificazione delle riprese e con un accurato lavoro di montaggio.
Ed è per questo che le migliori prove di questo genere resistono all'usura del tempo come e in certi casi più dei coevi film "puri": perchè, oltre a mostrarci immagini e situazioni di un'epoca ormai passata, ci raccontano problemi, dubbi, speranze di persone o gruppi di persone. Persone o gruppi di persone vere, che arrivano a noi con l'immediatezza dell'autenticità.

Anche registi che poi in seguito avrebbero imboccato la strada della fiction ebbero alle spalle un retroterra documentaristico, basti pensare ad Andrzej Munk o a Krzysztof Kieślowski; ma ci furono anche filmmaker che spesero all'interno del documentario tutta la loro stagione creativa. Tra questi una delle figure autenticamente seminali è senz'altro quella di Kazimierz Karabasz.

E' a Karabasz, oggi ottantaquattrenne, che si devono alcune delle svolte nodali che diedero artisticamente le ali al documentarismo polacco: innanzitutto, la voglia e il coraggio di mostrare aspetti decisamente problematici e conflittuali della realtà (fu uno degli autori di punta della cosiddetta serie nera, un gruppo di documentari dedicati a temi decisamente scomodi quali il teppismo giovanile, l'alcolismo, l'estrema povertà materiale e soprattutto morale in cui si dibattevano larghi strati della popolazione polacca a metà degli anni '50).
E prima di ogni altra cosa  gli si deve il deciso cambio di focus dall'astratto al concreto, dalla massa all'individuo, dalla tesi alla storia: cambio di focus che Karabasz riuscì ad ottenere sfruttando a fondo progressi tecnici che resero possibile ad esempio la cattura in presa diretta del sonoro o l'utilizzo di focali lunghe che - consentendo di mantenere una maggiore distanza fra la scena e le macchine da presa - lavoravano a tutto vantaggio di spontaneità e naturalezza del risultato raggiunto.

Quello che presento oggi a codesto rispettabile pubblico è un esempio classico del linguaggio, direi della poetica di Karabasz. 
E' un piccolo film di una manciata di minuti che documenta una prova d'orchestra di una banda amatoriale, quella dei tranvieri di Varsavia.
Nel film assistiamo alla conclusione di una giornata lavorativa, al riunirsi dei musicisti (i muzykanci del titolo originale) e allo svolgimento della prova. Sotto lo sguardo e attraverso le indicazioni del direttore vediamo una matassa ingarbugliata di suoni disarmonici diventare ritmo, melodia, armonia: musica, insomma.


E' inutile nasconderselo: i tranvieri di Varsavia non sono i Berliner di Karajan nelle splendide prove registrate per la Unitel più o meno negli stessi anni (nè l'anonimo direttore è Karajan, sia ben chiaro anche questo). Stecche ed entrate fuori tempo si sprecano e il volenteroso kappelmeister ha il suo bel da fare per mantenere un minimo di ritmo e di sincronia. 
Eppure, da questo film promana una passione, una dedizione, un trasporto verso la musica che non possono non trasferirsi allo spettatore: e l'ingenua marcetta che alla fine - a coronamento degli sforzi dell'ensemble - si libera (relativamente) sicura nell'aria risulta catartica come un grande finale d'opera suonato da consumati professionisti.

E man mano che la prova avanza, man mano che la musica prende forma, ci scopriamo insieme al regista a gettare uno sguardo via via meno ironico e più commosso, più partecipe. Da una parte c'è il miracolo della musica, certo; ma dall'altra c'è anche l'empatia che si instaura tra noi e questi conduttori, bigliettai, operai, meccanici: uomini (tra l'altro di una certa età)  che coi segni della fatica sul volto hanno ancora voglia di suonare. E non si può non pensare che anche in polacco, come in francese, tedesco, inglese e chissà quante altre lingue, il verbo che sta per suonare (grać) è lo stesso che indica anche l'azione del giocare

Questo sguardo affettuosamente umano è forse il segno più distintivo della produzione documentaristica di Karabasz, e questo approccio pienamente e convintamente umanista permea di sè tutta la scuola polacca del genere. Sono piccoli gioielli che è impossibile guardare (o riguardare) senza sentirsi più vicini al prossimo nostro; ed è forse per questo che - nelle nostre vite da piccole monadi - ci trasmettono un senso di calda, avvolgente nostalgia.



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