mercoledì 1 maggio 2013

Penguin Cafe Orchestra

Ci sono tante scoperte di cui sono debitore al mio anno di servizio civile: la bellezza di Roma, il gusto rotondo del Calvados, l'amicizia con un neurochirurgo un po' stregone, il fascino arcano delle ragazze polacche (a Roma - ahimè - non ci abito più, Calvados ne bevo ancora e la ragazza polacca più affascinante l'ho sposata, ma queste sono altre storie).

E tra queste scoperte c'è anche un gruppo musicale singolare e stranissimo, che negli anni '90 occupò - o meglio: inventò - un territorio di confine fra il minimalismo di Brian Eno e John Cage, i ritmi e gli strumenti latinoamericani e la musica di ispirazione celtica.

Questo gruppo era improbabile anche nel nome: si chiamava Penguin Cafe Orchestra.

Ricordo che il primo brano a colpirmi  lo ascoltai in macchina scorazzando per Roma (un pò à-la Nanni Moretti) con un'amica, tanto che le chiesi cosa diavolo fosse. Come poi scoprii in seguito si trattava di una sorta di sigla della PCO, il pezzo con cui di norma aprivano le loro esibizioni dal vivo. Si chiamava Air à danser:


C'è tutto il mondo espressivo Penguin Cafe in questo pezzo: la timbrica raffinatissima, la predilezione per le cellule di ostinato, un mood fondamentalmente lieto ma screziato da un fondo di sottile malinconia.

Il fondatore e deus ex machina della PCO, Simon Jeffes (scomparso prematuramente nel 1997), era un autentico visionario. Un musicista fino al midollo, perchè solo a un musicista vero poteva venire in mente di comporre un intero brano basato unicamente su un paio di toni telefonici inglesi, Telephone and Rubber Band:



E solo a un talento autentico poteva riuscire di contaminare in maniera musicalmente plausibile le melodie di Gilles Farnaby, un virginalista elisabettiano, con le atmosfere e i suoni della Veracruz di La Bamba, come succede in Gilles Farnaby's Dream:




Fui ben presto conquistato da queste atmosfere limpide e cangianti, e a furia di incursioni nel megastore Ricordi di Piazza Venezia mi procurai abbastanza in fretta la discografia completa della band.

Ho ascoltato questa musica soprattutto in treno. L'ho ascoltata ai tempi del servizio civile sui treni che da Roma mi riportavano a Nola ogni due o tre settimane. L'ho ascoltata qualche anno dopo sul treno delle 6:38 da Nola a Roma Termini quando andavo a prendere Justyna che veniva a trovarmi. L'ho ascoltata ancora più avanti nel tempo percorrendo in lungo e in largo la Polonia sui solidi, rassicuranti vagoni di PKP, le ferrovie polacche. Ancora oggi non intraprendo un viaggio in treno senza essermi assicurato che una congrua selezione del repertorio PCO sia nell'iPod.

E' musica che ormai per me si collega inscindibilmente al movimento, alle rotaie, ai paesaggi che scorrono dietro i finestrini. Forse perchè è musica che ha dentro le aspettative della meta ma anche la nostalgia di ciò da cui si è partiti.

E' musica che lascia contenti, ma anche un po' turbati. Un po' come succede con Schubert, con Mozart, col trio di Keith Jarrett. Forse come tutta la musica che riesce davvero a toccarci.


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