domenica 29 giugno 2014

Cartoline dalla Festa

Milan Kundera una volta scrisse: "la memoria non gira film, scatta fotografie".

In effetti è così, almeno per me.

Ed è probabilmente questa la ragione più profonda che mi motiva di tanto in tanto a vincere la programmatica pigrizia e a prendere in mano la macchina fotografica.

Come conseguenza, ogni anno al ritorno da Nola riporto con me una manciata di fotografie.

Un piccolo tributo di affetto, un modo per fissare qualche attimo, un sistema per placare e al tempo stesso alimentare la nostalgia.

A questo indirizzo trovate quelle scattate durante la Festa di quest'anno.

Se qualcuno volesse sfogliarle come in un libro, può usare il link qui sotto:




giovedì 12 giugno 2014

Un pipemaker per amico

Uno dei più interessanti effetti collaterali di quel curioso hobby che è il fumo di pipa è che se appena appena si esce dall'assoluto solipsismo si viene in contatto con persone che difficilmente si sarebbe potuto conoscere altrimenti. Intendiamoci bene, lo stesso fenomemo probabilmente si verifica anche fra i collezionisti di vinile o gli appassionati di auto d'epoca; ma a mio parere il fumo di pipa è qualcosa che in re ipsa predispone alla condivisione, al confronto, allo scambio, a forme variamente intese e declinate di convivialità. Ho già scritto del singolare consesso di "imbecilli con la pipa" di cui faccio orgogliosamente parte; e oggi vorrei raccontare qualcosa dell'opera di  un confratello di questa venerabile associazione: il pipemaker Angelo Fassi.

Angelo è uno stimato professionista in un campo che con le pipe e i tabacchi non c'entra assolutamente nulla; ma questo non deve autorizzare nessuno a mettere condiscendenza nella qualifica (che peraltro lui stesso rivendica) di hobbysta. Il suo dilettantismo si esplica unicamente nel fatto che domani potrebbe smettere di realizzare pipe ed essere comunque in grado di provvedere a sé stesso e alla sua famiglia; ma non pregiudica o limita in nulla la fantasia, la passione, l'estro che investe in questa attività: e sopratutto non pregiudica né inficia i risultati che ottiene.

Ci siamo conosciuti lo scorso inverno a Custoza, in occasione di una delle prime riunioni conviviali cui partecipai; e devo dire che da subito mi piacquero sia le pipe sia lo sguardo allegro e un po' folle del loro autore. Cominciai a seguire con maggiore attenzione il suo lavoro e mi resi conto che quella prima intuizione era tutto sommato fondata: le pipe di Angelo non provocano quell'effetto da introibo ad altare Dei di certe Dunhill, non hanno l'ampia solidità delle Ferndown, né la giottesca inevitabilità di certe Gilli. Sono pipe che - come il loro creatore - hanno la qualità in fondo non così diffusa di metterti subito a tuo agio, pipe che vien voglia di fumare e rifumare: e a questo spesso contribuiscono il gusto per le dimensioni ridotte e per la leggerezza del prodotto finito che sono a mio parere una delle cose che anche a un primo sguardo si colgono immediatamente guardando le pipe di Angelo.

Per me che ho avuto il mio secondo (e definitivo, almeno so far)  imprinting pipario con le capaci pipe in misura KS di Savinelli, fumare una pipetta da 17-18 mm di diametro interno del fornello e "pesante" una ventina di grammi è stata in effetti un'esperienza del tutto nuova: una pipa di queste dimensioni e peso è infatti una compagna parecchio più discreta delle sue sorelle più nerborute, è una pipa che si può anche fumare facendo altro, una pipa che sottende una teoria e pratica del fumare come parte integrante delle proprie attività e non necessariamente come parentesi più o meno esclusiva.

Ma ovviamente non ci sono solo pipe Fassi esili, slanciate e leggere. Ce ne sono anche altre di dimensioni e pesi più importanti: come quella che lo stesso pipemaker sfoggia nella foto che vedete qui a fianco e che è stata la molla che mi ha spinto a contattarlo per chiedergli di realizzare per me una pipa che da parecchio tempo mi ronzava nella testa.

Non so come si regolino gli altri, ma personalmente quando racconto la pipa che ho in mente a un artigiano non vado molto oltre un'immagine abbastanza vaga. Un po' perchè con le parole oltre un certo limite di precisione non si riesce andare, e nel campo in cui serve il foglio di carta e la matita mi muovo malissimo; un po' perchè mi interessa vedere come la persona con cui interagisco reagisce alle mie sollecitazioni, come le interpreta, come le fa sue: insomma, delle mie pipe voglio essere al piu l'ispiratore, ma lascio volentierissimo il ruolo di creatore interamente nelle mani (e nella testa) di chi la pipa la realizzerà. Così nel caso di specie mi sono limitato a dire: "Angelo, che ne dici di farmi una pipa come quella in foto ma billiard, col fornello leggermente meno alto e tagliata sull'occhio di pernice?".

Il risultato lo vedete raffigurato qua sotto:


una billiard col fornello alto e leggermente inclinato in avanti, di un meraviglioso colore rosso molto british e con un occhio di pernice decisamente, ipnoticamente glorioso. Una pipa che sembra fatta apposta per le EM mild (dal Presbyterian allo Skiff allo Squadron Leader) con cui ho intenzione di fumarla. E ancora una volta una pipa che fa venir voglia di fumarla, di interagirci, anche di mettersela in bocca così, senza scopo. Una vera, autentica comfort pipe. Allegria e conforto: cos'altro di più chiedere a un amico?

* * * 

Come bonus track di questo mio sproloquio, allego una selezione delle foto che ho chiesto ad Angelo di realizzare via via che andava avanti nel lavoro e che documentano tutti i passaggi della nascita di una pipa. Enjoy!



Si comincia con un disegno di massima

La placca di radica è quella giusta e l'artigiano è felice

Si riporta il disegno sulla placca 
Foratura del fornello

Il fornello comincia a emergere con chiarezza. Birdseye già qui spettacolare.

Foratura del cannello

Ceci n'est pas une pipe. Pas encore.

Realizzazione del bocchino in ebanite.

Magia! Sembra una pipa vera! 

Foratura del bocchino

Tinteggiatura, prima mano

Il bocchino prende forma.

Praticamente pronta

Il risultato finale

domenica 1 giugno 2014

Arape 'sta fenesta


"Arape 'sta fenesta
e fà trasì 'stu mese beneditto:
te ll'aggio sempe ditto 
ca quanno vene Giugno 
'o core mio s'allarga!
Famme sentì chest'aria 'mbarzamata
famme sentì 'o profumo 'e sti gghiurnate,
arape oj Rò, nun me fa  cchiù sperì!

Mò saglie d'ò ciardino
'n'addore 'e ggiusummine
e ddice a chistu core: 
nun siente ch'è tturnato, sta 'cca San Paulino,
sta 'cca 'nzieme cu 'tte!"

Mario Patanella, "Arape 'sta fenesta"
Giglio del Panettiere 1977


E' giugno.

Questa notte qualcuno a Nola avrà sparato qualche salva di fuochi d'artificio.
Qualcuno oggi incontrando amici e conoscenti farà loro gli auguri come se fosse Capodanno.
E in effetti a Nola è così: gli anni si computano non da un gennaio all'altro, ma da un giugno al seguente. Da una Festa alla successiva.
E anche chi è riuscito a mantenere un profilo di maggiore sobrietà, sentirà nell'aria qualcosa di diverso; sentirà il montare di un'attesa lieta e febbrile, sentirà un'intera città agitata da una frenesia sempre più difficile da controllare.

Fra qualche giorno dalle viuzze del centro storico sbucheranno delle lunghe carrette cariche di assi di legno, e negli slarghi deputati allo scopo l'aria risuonerà del rumore del legno inchiodato. 
Per prima sarà assemblata la borda, il lungo palo centrale alto venticinque metri intorno al quale viene costruita l'intera struttura lignea del Giglio; e quando la borda sarà sollevata e appoggiata ad uno dei palazzi circostanti l'avvenimento sarà festeggiato con lo spumante e i mortaretti.

Poi intorno alla borda sarà costruito l'intero Giglio; e poi, e poi, e poi.

Per chi come me vive lontano da Nola, l'inizio di giugno porta con sé sentimenti ambivalenti: da una parte lo spirito per antica, inveterata abitudine, si associa nella gioia a tutti i nolani; dall'altra il senso di lontananza e di distacco, la tristezza di un esilio non importa quanto volontario si fanno sentire in questi giorni più che mai.

Ma è una tristezza che per fortuna dura poco, soprattutto se - come me - si ha la fortuna di poter trascorrere a Nola almeno la settimana della Festa.  Ancora un paio di settimane e poi si potrà di nuovo passeggiare per il Corso, ci si potrà affacciare mmiezo 'a Chiazza scrutando alla ricerca di volti familiari, cercare un po' d'ombra nei vicoletti.

Sì, lo so.

La mia città, la mia terra è attanagliata da problemi drammatici. 
L'economia che non decolla, la criminalità, l'inerzia della politica, i veleni nel terreno.
E sì, lo so: non sarà l'ebbrezza della Festa, non sarà lo splendore della luce di giugno a sanare queste piaghe.

Ma io rivendico il diritto, conquistato ogni anno con cinquantuno settimane di assenza e di nostalgia, di mettere per la cinquantaduesima settimana tutte le sgradevolezze fra parentesi. 

Il diritto di illudermi, sapendo che di illusione si tratta, che la realtà che vedo coincida con quella del ricordo e del sogno. 

Il diritto di ogni emigrante di sentirsi, almeno per pochi giorni all'anno, pienamente e compiutamente a casa.



mercoledì 28 maggio 2014

Soave sia il vento

Cosa fa un ragazzo di sedici-diciassette anni appassionato di musica che vive nell'epoca pre-internet e pre-Youtube e per il quale l'acquisto di  dischi è una rara e felice eccezione e non la regola?
Risposta: accende la radio e la sintonizza su Radiotre.
E ogni settimana si procura in edicola  il mitico "Radiocorriere TV" che gli dà un panorama dettagliato di tutta la programmazione musicale della settimana.
E di tanto in tanto compra qualche musicassetta vergine su cui registrare cose che lo interessano particolarmente.
Non so se sia ancora così; ma trent'anni fa durante i mesi di luglio e agosto Radiotre mandava in onda buona parte della programmazione del Festival di Salisburgo.
Ricordo il collegamento con la radio austriaca, una sigla nella quale c'era un carillon seguito da una fanfara e poi la voce del presentatore (nel cui discorso riuscivo a ca(r)pire solo le parole "Salzburger Festspiele") che veniva coperta dalla voce del cronista italiano.
Fu attraverso quelle benemerite trasmissioni che avvenne il mio primo contatto con molte opere mozartiane, e la fortuna volle che quelli fossero proprio gli anni delle memorabili esecuzioni di Riccardo Muti, sicchè fui introdotto a questa musica meravigliosa attraverso un'autentica porta d'oro.

Così fan tutte - ad esempio - la conobbi esattamente in questo modo. Ed è una musica che da allora non ha mai smesso di farmi compagnia.
Dire che intorno al 1983 o 1984 fossi in grado di cogliere appieno l'ampiezza, la profondità e la portata del messaggio mozartiano sarebbe ovviamente un'assurda esagerazione e  probabilmente dirlo oggi è soltanto un po' meno esagerato; ma insomma, qualcosa in più in questi trent'anni penso di averla capita.

Quello che mi colpì fin da subito fu il tono da opera buffa, senz'altro il più marcato nella produzione operistica del Mozart maturo, tono che senz'altro è favorito da un libretto e da una trama in cui scambi di persona, travestimenti, intrighi e inganni costituiscono un asse portante della narrazione. Ma è favorito anche da una storia e dei personaggi decisamente meno appassionati di quanto succedeva nei precedenti capitoli della trilogia di Da Ponte, ma anche nel Ratto (per tacere - ovviamente - di Idomeneo). Lontana dal febbrile erompere, dal vorticoso brulicare dell'eros delle Nozze, lontana dagli abissi di amore e morte del Don Giovanni, la "sceneggiatura" di Così fan tutte ci parla invece di dominio, di controllo delle passioni da parte della ragione.

E questa impronta ironica, razionalistica, da autentico secolo dei Lumi, la riscontriamo anche nel vertiginoso gioco di simmetrie, ribaltamenti e corrispondenze che rimbalza fra il libretto e la musica: sei personaggi, scomponibili in tre uomini e tre donne; ma anche in tre coppie, due delle quali destinate a cambiare composizione nel corso dell'opera; la serva che manipola le padrone, il vecchio che manipola i giovani; e sopra tutto ovviamente lo scomporsi e il ricomporsi delle coppie di fidanzati, in un equilibrio talmente fragile che la riconciliazione finale rimane fatalmente ambigua: Dorabella ritornerà con Ferrando o già che c'è si accorgerà di preferire Guglielmo, "che più lepido le par"? E cosa farà Fiordiligi, scossa nella sua fermezza di "scoglio immoto"?

Su queste basi, non è difficile rendersi ragione del carattere di spensierata allegria, quasi di frivolezza che permea di sè molte pagine della musica di questo lavoro, carattere che è possibile cogliere già nella deliziosa petulanza delle frasi dell'oboe nell'ouverture e che si riscontra lungo tutta l'opera, dalla musica delle arie per Despina allo scatenato finale primo.

Tutte queste cose mi furono chiare più o meno da subito. Per coglierne altre però mi ci sono voluti tempo, ascolti, esperienze: mi ci è voluto che la vita facesse il suo corso.

Per esempio: il significato di certe pagine dall'afflato francamente religioso. Una delle intuizioni critiche più geniali contenute in quell'aureo libretto che è la Lettura delle Nozze di Figaro di Massimo Mila è l'idea che - fatta eccezione per alcune vette supreme quali il Requiem o la Messa in do minore - gran parte dei momenti di tangenza di Mozart con la sfera del sacro sono contenuti in lavori profani. E in particolare, nelle opere, laddove la situazione si confronta con concetto della felicità: la felicità che si è perduta, o ritrovata, o che si chiede, o che si spera.
Mila si riferiva ovviamente alla scena ultima della Nozze con la richiesta di perdono da parte del Conte, ma l'idea si può estendere anche a Così fan tutte: quale Crucifixus mozartiano regge il confronto col quintetto Di scrivermi ogni giorno? Quale Benedictus con Soave sia il vento? Quale meditazione può essere messa a paragone col canone E nel tuo, nel mio bicchiero che all'improvviso blocca il frastuono della festa nel finale II? Felicità perduta, felicità che si spera, felicità che si crede raggiunta.

Ma soprattutto mi ci è voluto tempo per intendere la portata dell'ironia mozartiana. In quest'opera infatti sembra che il compositore guardi i suoi personaggi con uno sguardo leggermente dall'alto, privo della partecipazione affettuosa di cui erano gratificati i protagonisti delle Nozze o del Ratto. Ma approfondendo meglio appare secondo me evidente che l'ironia di Mozart non è quella del burattinaio che muove i fili dei suoi pupazzi di legno e che non crede alle loro vicende. Non è l'ironia con cui (teatro nel teatro!) Don Alfonso commenta le lacrime e gli strepiti degli innamorati delusi.
E' solo che le ragazze, i loro spasimanti, Despina, lo stesso Don Alfonso sono alla fine metafore della vita umana. E in fondo è la vita stessa che non va presa troppo sul serio.
Lo dice magnificamente Strehler negli appunti di regia sull'allestimento di Così fan tutte stesi alla fine del 1997, le ultime cose che ha scritto: "Fedeltà, amore eterno… Un sogno, un sogno, tutti l’hanno imparato, tutti lo sanno. Ma la vita non è sogno, la vita è un’altra cosa. Noi uomini siamo effimeri come i nostri sentimenti… C’è tutto questo mentre cantate, al di là della parole. È questa la morale enorme che Mozart ci lascia. Su così bravi, tu coprila un po’ (dice a Gugliemo) perché lei è un po’ svestita. Su abbracciatevi, ridete con un po’ di tristezza magari… la vita è questo, cosa credete?"

Sono ormai due terzi abbondanti della mia esistenza che trascorro insieme a questa musica, e a tutta la musica di Mozart. Eppure (e per fortuna) ho la sensazione che ci sia ancora un'enormità di cose da capire, di segreti da svelare. La sensazione che - come cantava il grande Frank - the best is yet to come.





giovedì 15 maggio 2014

Esercizi di traduzione dal polacco, 3


Dichiararsi pacifista riempiendo un modulo nell'Italia di Scalfaro, come feci io nel 1994, è un affare tutto sommato semplice. Farlo nella Polonia del generale Jaruzelski, e farlo disertando dopo aver rubato un carro armato, è una faccenda un po' più spessa. Eppure Andrzej Stasiuk, l'autore di questo testo apparso l'anno scorso sul quindicinale online Dwutygodnik, non soltanto l'ha fatto ma è anche sopravvissuto all'esperienza e all'anno e mezzo di prigione che ne è seguito. Stasiuk è senza dubbio uno degli scrittori polacchi più interessanti della sua generazione (è nato nel 1960) e ha portato nella letteratura polacca i temi dell'irrequietezza esistenziale, della fuga, della vita da drop-out. La sua opera è collocabile  in un crocevia ideale fra Hemingway, Kerouac e Bukowsky, ma come tutti i narratori di gran classe Stasiuk è in grado di ammaliare col puro atto di raccontare una storia. 

In Italia sono stati tradotti ed editi da Bompiani i romanzi "Biały kruk" ("Corvo bianco", 1995), "Dukla" (Il mondo dietro Dukla", 1996) e "Dziewięć" ("Il cielo sopra Varsavia", 1999). 

In questo testo Stasiuk parla e racconta da par suo il suo rapporto con uno dei vizi oggi più socialmente stigmatizzati. Se finita la lettura entrerete da un tabaccaio non prendetevela con me. 



FUMARE

di Andrzej Stasiuk

Oggi è l'ultimo dell'anno, sono quindi otto anni che non fumo. Otto anni fa mi svegliai dopo un paio di ore di sonno da ubriaco, era Capodanno, mi tornò in mente quello che avevo fatto e cominciò uno dei peggiori giorni della mia vita. Tutti quelli che erano intorno a me provavano a  rimettersi in sesto: chi beveva barszcz, chi un brodino; qualcuno più coraggioso beveva le ultime gocce di una birra trovata sotto un mucchio dimenticato di bottiglie di champagne, qualcuno era uscito sul balcone a fumare. Io guardavo a tutto questo, guardavo gli amici e tutto mi sembrava estraneo. Né gli amici né quel pigro mezzogiorno appartenevano al mio mondo. Tutto il mio mondo era un'unica domanda: mai più?

Ho fumato per 29 anni, con due pause da un mese quando in galera finii in isolamento, dove è proibito fumare. Quindi all'incirca ho fumato per 29 anni senza soste. Di notte non fumavo, anche se ho conosciuto persone che si svegliavano più di una volta apposta per fumare. Anche in galera. Forse ho anche ammirato la costanza della loro volontà, la loro insopprimibile passione. Perchè fumare è una passione. I salutisti e gli allevatori di bestiame umano in salute possono anche raccontare le loro favolette, ma fumare è un sentimento. Fumare è amore. 

Ho fumato regolarmente a partire dell'autunno del 1974. Ma ci avevo già provato prima. La prima volta? Avevo sei, forse sette anni. Non lontano dalla nostra casa a Choszczówka alcuni operai riparavano la linea elettrica. Uno di loro con l'aiuto di rampini speciali si era arrampicato su un palo di legno. Era estate, l'aria odorava del creosoto dell'impregnante e del fumo azzurro di tabacco, perchè il tizio che si era arrampicato ovviamente fumava. Io me ne stavo in basso ad osservare il suo lavoro misterioso lì in alto. Ad un tratto cadde un mozzicone. Mi guardai intorno per assicurarmi che nessuno mi stesse osservando e immediatamente lo raccolsi e cominciai a tirare. Tirare in un certo qual modo mi veniva spontaneo. Ovviamente cominciai a soffocare, a tossire come un dannato e non è detto che per un istante non abbia perso i sensi. Eppure quel riflesso, quella prontezza istantanea nel raccogliere il frutto proibito lasciava presagire il meglio per la mia futura dipendenza.

La vita ci manda dei segnali, ma per fortuna non siamo in grado di decodificarli. Li decodifichiamo col tempo, e solo allora, quando è troppo tardi, possiamo apprezzare il fatto che la nostra vita abbia contenuto qualche briciola di senso.

La prima marca che cominciai a comprare con regolarità furono le Arberia. Avevano il pacchetto bianco con un cerchio arancione nel mezzo e una lettera "A" scritta dentro il cerchio. Per quanto ne so, nessuno sano di mente fumava quelle sigarette. Io in ogni caso non conoscevo nessuno, e non ho mai visto quelle sigarette in mano a nessun altro. Nè le ho mai annusate in giro: perchè quelle sigarette puzzavano in maniera eccezionale. Non mi tradirono comunque mai, perchè fumavo da solo, al buio, durante le passeggiate serali. La nebbia autunnale assorbiva il loro aroma. Venivano dall'Albania. Sapevo dove cercare quel Paese sulla cartina geografica e nulla di più: sarebbe potuto altrettanto verosimilmente essere situato in Africa. Per questo il terribile odore delle Arberie era per me un odore esotico. L'odore di un porto lontano.

Avevo 14 anni e qualcuno doveva pur vendermi quelle sigarette. Ricordo il leggero tremito quando mi avvicinavo alla finestrella del chiosco tenendo in mano i soldi, per l'esattezza 12 zloty. Un po' come un truffatore, un po' come un ladruncolo. Articolavo la formula "Arberia, per favore" e le Arberia invariabilmente si materializzavano sopra lo strato dei giornali. Forse erano talmente esotiche che i venditori avevano difficoltà a collegarle con qualcosa di proibito a un ragazzino. O forse ero l'unico cliente che chiedeva quella porcheria a base di tabacco e solo grazie a me potevano liberarsene. La faccenda dovette durare per un po', perchè all'epoca un pacchetto mi bastava 3-4 giorni.

Qualche tempo dopo nei chioschi apparsero le Gauloises. 
Edward Gierek era un francofilo e introdusse gli autobus francesi Berliet e le sigarette francesi. Le sigarette erano care. Costavano ventiquattro zloty. Per quelle all'epoca più care, le Marlboro, bisognava sborsarne ventotto. Il pacchetto blu aveva forma quadrata. Le sigarette avevano lo spessore del dito mignolo di un uomo. Io sceglievo sempre la versione senza filtro. Il tabacco era quasi nero. La prima la accesi ad una fermata, in attesa dell'autobus. Quando arrivò ebbi difficoltà ad arrivare alle porte. Sentivo come il sangue distribuiva il veleno e avevo tutto il corpo percorso da un dolce brivido. Nessun altra sigaretta aveva una simile botta. Quella prima, alle sette e un quarto, in un nebbioso mattino suburbano, funzionò come una droga. Il pacchetto mi durava qualche giorno. Nell'altra tasca avevo le Ekstra mocne, anche quelle senza filtro. Avevano una fascetta gialla, mentre quelle col filtro ce l'avevano arancione. Sei zloty e quaranta groszy. Per qualche motivo ho sempre voluto fumare quanto più forte possibile. Consideravo con vero disprezzo quelli che fumavano col filtro. Qualche volta ci ho provato pure io, dopo due o tre tiri il filtro si otturava per sempre e non si poteva andare avanti. Inalavo profondamente, come se ogni tiro dovesse essere l'ultimo. Il veleno era fatto per essere assorbito, non per difendersene tramite il filtro. Il filtro mi sembrava un'ipocrisia. Estasi col filtro, euforia col filtro, morte col filtro: cose del tutto insensate. Fumare del resto era qualcosa del genere sfida ed eroismo. Aprivo gli occhi e cercavo la sigaretta, consapevole che la maggioranza delle persone, dotata di buon senso, faceva prima colazione o almeno beveva un bicchiere di latte. Invece io e i miei confratelli di questo nero ordine contemplativo, ancora sdraiati e riguardando a stento il giorno in arrivo, ci immettevamo veleno nelle arterie per seguire con piacere il modo in cui - come un ago caldo - percorreva le vene.

Sì. Il fumo. Un lieve appannarsi dei contorni delle cose. In ogni situazione ci si poteva disimpegnare accendendo. Fumare significava dominare la situazione. Fumare come conferma della propria esistenza. Eppure qualcosa di leggermente prestabilito, perchè fumare è un gioco. Fumare è prima di tutto gesto, teatro, rappresentazione. Una precisa forma rituale ripiena di un ricco contenuto. Una pantomima identica a sé stessa in tutto il mondo. Comunanza. Religione. Ti trovi dall'altra parte della sfera terrestre, offri a qualcuno una sigaretta e immediatamente è tutto chiaro. Umanità. I non fumatori sono come gli animali: non sanno come comportarsi su un terreno sconosciuto. Come gli atei alla messa.

E comunque più spesso di tutto fumavo le Sport, e in seguito le Popularne. Le più economiche e le più semplici. Non si distinguevano in niente. Venti pezzi piuttosto imballati che impacchettati in una carta grigia con delle scritte scure. Chiudo gli occhi e sospiro: memoria, lavora! - forse tre zloty e quaranta. In ogni caso il pacchetto piccolo da dieci, negli anni '70, costava uno zloty e settantacinque groszy. Costituiva una causa di incessanti lamentele contro la tendenza al ladrocinio dello stato comunista, visto che i pezzi da cinque groszy non c'erano e bisognava pagarlo uno zloty e ottanta. Le Sport, e poi le Popularne. Una confezione schifosa, un tabacco nero pieno di resti di gambi e di costolature delle foglie, un pacchetto che era una vera antitesi al marketing. Un puro levarsi la fame. La semplicità assoluta. Sui tram e sugli autobus l'odore degli uomini che tornavano dal primo turno. Odore di età adulta, di mascolinità, di proletariato. Nei treni suburbani si poteva fumare. Sedevano in tre, tiravano fuori le carte e su di loro si librava una nuvola di fumo grigio. Passava il conduttore, gliene offrivano, ne prendeva una insieme a due zloty e metteva tutto nel taschino. Gli autisti fumavano sugli autobus. A volte saliva qualcuno che a sua volta fumava. Io ero seduto da qualche parte più indietro e aspettavo che mi arrivasse quell'odore azzurro.

Nessuno credeva che facesse male. E anche se qualcuno ci credeva, la cosa non gli dava fastidio. Le persone semplicemente erano in accordo con le cose dannose e c'era in questo una certa grandezza. Non riesco a ricordare che qualcuno a quei tempi smettesse di fumare. Al contrario, chiunque poteva cominciava. Fumavamo due sigarette insieme, per vedere com'era. Fumavamo tenendo il mozzicone per la punta di uno spillo, per verificare se era possibile fumare fino in fondo, in maniera che non rimanesse nulla. Sono salito sul Giewont fumando (nomen omen: informo i più giovani che una volta esistevano sigarette con questo nome alpestre, di sapore e qualità micidiali) e penso di non essere stato il solo. Quando ero nell'esercito i fumatori avevano diritto a una pausa sigaretta durante le esercitazioni. I non fumatori no. In quel lasso di tempo loro correvano o scavavano buche. Così era giusto. Più di uno per questo motivo cominciò a fumare. Altri facevano flessioni o esercizi alla sbarra senza togliersi la sigaretta dalla bocca: inspirazione, espirazione, inspirazione, espirazione, inspirazione, espirazione...

Rituali segreti, piccole routine: provocare facendo leva col dito la rottura del pacchetto grigio e staccare la carta uniformemente in modo che sulla parte destra dell'etichettina fiscale si creasse un quadratino, dal quale venivano fuori sette cerchietti quasi neri contornati dalla linea sottile della confezione. Staccare l'etichettina e aprire il pacchetto per tutta la sua larghezza sarebbe sembrata una barbarie. Oppure: estrarre la sigaretta e ruotarla fra due dita, fra il pollice e l'indice, per sciogliere un po' il tabacco fortemente compresso. Questo delicato battesimo, che non si sentiva ma si percepiva col tatto attraverso la pelle, faceva sì che sulle labbra si cominciasse già a sentire il sapore del fumo, e che l'immaginazione potesse promettere come l'aroma catramoso passasse con maggiore facilità attraverso i fili d'erba così sciolti. Accendere. Spegnere. Accendini. Posacenere. Fiammiferi. 

E tutto questo è passato. Ho smesso di fumare l'ultimo giorno dell'anno di otto anni fa. Cominciò il nuovo anno e i tre mesi più pesanti della mia vita. Attraversai la strada col rosso direttamente davanti a un furgoncino che si stava avvicinando. Il tizio per fortuna aveva la corsia di sinistra libera e riuscì ad evitarmi. Mi bloccò la strada, salto giù, mi si avvicinò e - più stupito che arrabbiato - mi chiese: "Cosa stava facendo?" Risposi: "Chiedo scusa. Ho smesso di fumare". Sospirò, scosse la testa e se ne andò. Una settimana dopo slittai con l'auto e andai contro la barriera di un ponte. Mentre l'auto ruotava intorno al proprio asse,  ingovernabile nella neve umida nella mente mi si faceva strada un pensiero: subito dopo l'urto esco e tranquillamente me ne accendo una. Ma non l'accesi, anche perchè non avevo sigarette. Del resto non ho più acceso. Pensavo che insieme alla dipendenza mi fossi autoamputato un pezzo di personalità, perchè fumare era per me come respirare, era per me la stessa vita. Pensavo che non avrei più scritto nulla di sensato. E proprio in quel periodo dovevo scrivere una piéce teatrale, per una cifra niente male e entro un termine fissato. Cosa fa in questi casi un tossico? Scaccia il diavolo con l'aiuto di Belzebù. Scrivevo e bevevo. Scrivevo e mi scolavo durante le ore serali in cui scrivevo tre bottiglie di vino rosso. Mai prima mi era capitato di scrivere e bere contemporaneamente. E neanche dopo mi è più capitato. Terminai la piéce. Andai alla prima. Pubblico entusiasta, attori chiamati alla ribalta decine di volte. Di nuovo mi capito di pensare: magari una Marlboro light, come premio. Ma spensi quella voglia come un mozzicone nel posacenere. 

Sapevo di non potere: sono un vero, inguaribile tossico e ci sarei ricaduto. Tempo un paio di settimane e sarei ritornato ai miei tre pacchetti al giorno, ma non alla gioia infantile della dipendenza. Alle gite in montagna con la sigaretta in bocca, al fumare due sigarette insieme. Alle mattine in cui la nicotina faceva in modo che la giornata si presentasse piena di belle promesse. Tutto questo era già finito da un pezzo, prima di quell'ultimo dell'anno. Perchè con la dipendenza funziona così: consegnandoci ad essa noi cerchiamo soltanto le irripetibili gioie degli inizi. Cerchiamo il lampo nero che aveva accompagnato la perdita dell'innocenza. Aumentiamo le dosi perchè quest'esperienza diventa sempre più rara. Con la droga funziona allo stesso modo, funziona allo stesso modo anche con l'alcol. Abbiamo preso qualcosa, abbiamo bevuto qualcosa ed è stato OK. Quindi adesso ne prendiamo il doppio, così sarà due volte OK. Purtroppo non funziona così. Così com'è stato nel passato non sarà mai più. Questo è il segreto della dipendenza, forse della vita in genere. Ci scontriamo sempre col "è stato così" e col "non sarà più così".

Negli ultimi anni fumare era come bere dopo una sbronza: solo per non sentirsi male. La fatica delle mattine, quando dai polmoni saliva alla gola il gusto acre del catrame. La fatica per liberarsi di questo sapore. La fatica di accendersene una, due, tre, finchè l'organismo cominciava finalmente a reagire. Andavo per i Tatra con la sigaretta in bocca. Ora - anche senza sigaretta - ansimavo quando dovevo salire ad un secondo piano. Per quanto strano possa suonare, la sigaretta che una volta apparteneva così tanto alla vita, era quasi la vita stessa,  aveva cominciato ad appartenere alla morte. Sì. So che morirò. Ma è questo forse un motivo per dare alla morte una chance in più?

Ciononostante mi piace quando intorno a me si fuma. Soprattutto se fumano i giovani. Li guardo socchiudere gli occhi e mescolare il fumo con l'aria del mondo. Di mattina, al sole, sul balcone. Ovviamente in questo c'è una certa dose di invidia. Ma c'è anche la soddisfazione di constatare che non tutti si sono fatti intrappolare dall'idea dell'allevamento dell'uomo sano: avere uomini dalla manutenzione sempre più economica, che vivano sempre di più per poter lavorare e consumare sempre di più. Mi piace annusare con discrezione il fumo che rimane nell'aria. Una innocua perversione. Mi avvicino con piacere per sentire l'odore dei vestiti impregnati di catrame e nicotina. Dò sempre da accendere volentieri. Se qualcuno non riesce ad accendere, mi presto sempre volentieri a fargli barriera con le mani. Ma dopo otto anni non sento più il pungolo delle dipendenza. Guardo ai fumatori come se guardassi al mio passato: mi piace ma so che non tornerà.

Eppure ci sono delle volte in cui per un attimo questa nostalgia ritorna.

Per esempio quando mi torna in mente la prima sigaretta comprata in Albania subito dopo essere sbarcato dal traghetto, a Saranda. Si chiamavano Karelia e, come se non bastasse, erano prodotte in Grecia. Scatoletta piatta, antiquata, giallo-marrone, col coperchio. Come una volta le nostre Wawel. Da un certo punto di vista preferisco immaginare che fossero senza filtro. Avevano il gusto aspro, penetrante ed esotico delle Arberia del 1974.

Oppure il primo giorno a Pechino: entrai in un piccolo negozio che vendeva un po' di tutto e improvvisamente vidi decine, forse centinaia di tipi di sigarette che non conoscevo. Decine di  rosse, giallo-rosse, argentate, luccicanti, allegre scatoline. Tutte cinesi. E fui assalito dal nero rimpianto di non poter provare quelle meraviglie, non potermi perdere in quelle centinaia di profumi, sapori e aromi, non poter annegare in quella fiabesca mille e una notte tabagica.

Oppure un paio di giorni fa a Gorlice: nel piccolo edificio a un piano, in mezzo al fruttivendolo e al negozietto un po' equivoco che vende integratori e steroidi è comparsa una nuova insegna: "Tabacco bulgaro, Virginia, Burley". Un tanto al chilo. Sono entrato immediatamente. L'interno era come quello di una celletta monastica. Piccola e vuota. Lungo un muro grigio stavano allineati i sacchi. Dietro il banco sedeva una ragazza dall'aria triste. Sul piano c'era un contenitore e una bilancia. Nel retrobottega un calvo massiccio accostava le foglie ad una tagliatrice. Tutto il trucco consiste nel fatto che le foglie intere si possono vendere senza pagare accise. Al taglio deve provvedere personalmente il cliente dopo l'acquisto.

Ma non volevo parlare della malinconia di quegli interni. Volevo parlare del profumo che riempiva l'ambiente grigio. Dell'aroma che promanava dai sacchi di iuta. Un odore scuro, caldo e un po' amaro. Faceva venire in mente le barche a vela, le loro stive piene di radici, erbe aromatiche, narcotiche tentazioni legate a paesi disegnati da qualche parte sui bordi delle mappe. Il profumo delle barche a vela dell'infanzia. E pazienza se erano bulgare.










martedì 6 maggio 2014

Io e Annie


No, non voglio parlare del celebre film di Woody Allen del 1977.

Mi interessa invece dire qualcosa dell'affascinante signora che vedete ritratta qui a fianco: Annie Fischer, a mio avviso una delle più grandi pianiste delle scorso secolo.

Ci sono figure che, attraverso chissà quali combinazioni alchemiche, riescono a diventare parte della nostra esistenza come le persone che ci circondano giorno per giorno: presenze familiari con le quali si ha l'impressione, certo assurda ma nondimeno irresistibilmente convincente, di riuscire ad instaurare un dialogo che va al di là delle barriere di spazio, di tempo, di lingua, di occasioni.
Per me Annie Fischer è appunto una di queste figure.

A questo link trovate l'articolo che ho scritto per Pianosolo, un piccolo e insufficiente omaggio a un'artista la cui musica fa - puramente e semplicemente - bene all'anima.


martedì 22 aprile 2014

Larghetto

E un altro anno è passato. Il pensiero corre a tutto ciò che l'anno scorso non c'era e adesso c'è; e ovviamente a tutto ciò che adesso manca e l'anno scorso c'era. E' sempre complicato tirare queste somme algebriche, stabilire da che parte pende la bilancia. Ma esaminando la contabilità da lontano e all'ingrosso (ossia al contrario di come si dovrebbe fare) il bilancio mi sembra nel complesso positivo, e mi accontento così.

Di questa stagione che ormai può essere definita di mezzo solo facendo ricorso a una robusta dose di ottimismo, apprezzo quello che con un ossimoro definirei il partecipe distacco attraverso il quale appaiono buona parte delle vicende della vita; e l'impulso dei venti e trent'anni che non è ancora tanto lontano da non riuscire di quando in quando a dare l'illusione che ci si possa ancora far conto.

Una cosa interessante di cui mi sto accorgendo in maniera sempre più evidente man mano che il tempo passa è che la musica di Mozart è una specie di contrazione, in senso metrico, dell'esistenza umana: cioè che dai venticinque anni scarsi durante i quali essa si è originata è possibile trarre gioia, conforto e ispirazione per intervalli temporali anche più estesi, anche (sperabilmente) parecchio più lunghi, con una vicinanza istintiva a questo o quel momento che varia con lo scorrere del tempo. E nello stesso tempo, con un paradosso che è tipicamente mozartiano, mi rendo conto che il continuare a trovare nuovi motivi di interesse e vicinanza esclude a priori che questa musica si possa sperare di poterla capire fino in fondo, in maniera compiuta e definitiva.

Non ricordo con esattezza quando mi capitò di ascoltare per la prima volta il concerto n. 27 per pianoforte e orchestra. L'asse dei tempi doveva essere da qualche parte fra i quattordici e i sedici anni.  Ho un vago ricordo che doveva trattarsi di un'esecuzione trasmessa alla radio dall'auditorium Rai di Napoli; e forse la solista doveva essere Maria Tipo. E' da allora che questo concerto mi tiene compagnia in maniera costante: ma mi sembra che solo adesso, in questa stagione dell'esistenza, io sia in grado di capire in maniera autentica certe penombre, certi mezzitoni, finanche certe pause. Capirli, voglio dire, nel senso di sentirli propri, nel senso di riuscire a trovare delle corrispondenze nell'esperienza, capirli al di là degli abbacinanti valori formali ed estetici.

Ed è attraverso questo prisma iridescente che oggi proverò a ripensare a fatti, avvenimenti, gioie e dolori: nella speranza di riuscire a far combaciare qualche pezzettino in più di questo gioco a incastro così stranamente, incomprensibilmente bello.


giovedì 10 aprile 2014

Imbecille sarà lei

Il mondo dei fumatori di pipa probabilmente dall'esterno sembra un eletto ritrovo di compiti gentlemen che, con toni sommessi e linguaggio felpato, discutono di battute di caccia alla volpe avvolti in completi di tweed e mollemente adagiati in poltrone di cuoio capitonnè: appare impossibile che in un contesto tanto ovattato ci sia spazio per incomprensioni, litigi e contumelie. La realtà (per fortuna) è ben diversa: si può litigare sulla fiammatura di una pipa o sull'aromatizzazione di un tabacco tanto quanto su un partito politico, su una squadra di calcio o su qualunque altro argomento suscettibile di opinioni diversificate.
Capita così che, in un gruppo Facebook dedicato al lento fumo, una discussione neanche ricordo più su cosa degeneri fino al punto che un amico si prenda, praticamente di punto in bianco, del TOTALE IMBECILLE (scritto proprio così, in tutte maiuscole).
L'episodio di per sé sarebbe stato da derubricare ad innocua intemperanza verbale ma si rivelò invece la scintilla in grado di accendere una miccia che probabilmente covava da molto tempo all'insaputa un po' di tutti. Ben presto infatti si formarono due fazioni contrapposte che, dietro due valutazioni diverse del casus belli, propugnavano due visioni inconciliabili di ciò che significasse discutere di pipe e tabacchi (forse più in generale: di ciò che significasse discutere, tout court) e quindi di come dovesse essere gestito un gruppo di discussione sull'argomento.
La conseguenza di questo stato di cose fu inevitabile: l'uscita dal gruppo campo di battaglia dello scontro da parte un nutrito numero di persone. Per un giorno o due l'idea che circolò fu quella di limitarsi a continuare a frequentare gli altri gruppi  di discussione presenti nella sterminata galassia con la "f" bianca, ma poi cominciò a farsi strada l'idea di costruirsi una casetta parva sed apta nobis in cui poter stare (telematicamente, beninteso) in pantofole e rilassati: come si direbbe dalle mie parti, sciambrati.
Fu così che lo scorso ottobre nacque un nuovo gruppo Facebook sotto l'icastica denominazione de I TOTALI IMBECILLI CON LA PIPA.

Ricordo ancora con piacere il senso di liberazione che accompagnò tutti noialtri durante i primi giorni di funzionamento del nuovo gruppo: liberazione da quella che ci sembrava una cappa di buonismo relativista che - a furia di ripetere che tutti i gusti sono creati uguali e che l'importante è divertirsi - veniva di fatto a negare la possibilità stessa di qualunque discussione minimamente argomentata. E libertà da un clima zuccherosamente amichevole in cui qualunque manifestazione di dissenso veniva accolta con doloroso, stupito rincrescimento. Perchè noi credevamo (e ancora crediamo) che in fatto di pipe e tabacchi (e non solo) non è vero che sia tutto uguale purchè piaccia. Crediamo che - fermo restando il sacrosanto diritto di ognuno di fumare e trarre godimento da quello che crede -  ci sono tabacchi buoni e tabacchi scadenti, così come pipe belle e pipe brutte; e soprattutto riteniamo fermamente che si possa discutere di questi argomenti avendo opinioni divergenti, che si possa mettersi reciprocamente in discussione e prendersi reciprocamente in giro senza che nessuno debba farsi saltare la mosca al naso per questo.

Non so se questo approccio tollerante e scanzonato sia l'unico che funzioni: ma nel nostro caso ha di sicuro funzionato. Ha funzionato a tal punto che in molti casi alla frequentazione telematica si è aggiunta una frequentazione nella vita reale, fatta di momenti di condivisione più o meno allargata di esperienze, tabacchi e anche di buon cibo e buon vino. Esito a usare un termine per me assoluto come amicizia ma di certo la vicinanza che percepisco (ricambiata) per molti avventori di questo strampalato luogo di ritrovo è un dato di fatto reale e tangibile al di là dello sterile nominalismo.
Di recente questa comunità che in linea di principio è fatta di bit ed elettroni ha compiuto un ulteriore passo verso l'acquisizione di uno status di realtà fattuale con la gemmazione di un Pipa Club che è stato accolto nelle fila del Pipa Club Italia diventandone da subito il primo per numero di soci. Qui trovate il blog che racconta le prodezze di questa valorosa avanguardia rivoluzionaria.

E la riprova che ci siano cose che ci accomunano al di là della passione per i prodotti  della Nicotiana Tabacum sta nel fatto che spesso a queste riunioni conviviali si sono aggregati familiari che con pipe e tabacchi non avevano e non hanno nulla a che fare,  e che per di più sono stati contenti dell'esperienza fatta.
Cosa sia questo quid che ci accomuna io non saprei dire di preciso: forse è un meta-quid, più un atteggiamento generale nei confronti dell'esistenza che un tratto concreto. Un atteggiamento fatto di benevolo disincanto, di voglia di non prendersi troppo sul serio, di gusto per la leggerezza nell'accezione in cui ne parlava Calvino.

Ed è per questa strada che si spiega il paradosso (tale solo in apparenza) per cui buona parte delle discussioni più interessanti e stimolanti degli ultimi mesi le abbia fatte confrontandomi con persone che si definiscono, non senza orgoglio, "totali imbecilli".

Un gruppo di imbecilli consapevoli e fieri di essere tali. Como, 5 aprile 2014. Foto (C) Marco Mason




mercoledì 2 aprile 2014

Deutsches Requiem

Il Collegium Vocale Gent canta Brahms. Varsavia, 16 agosto 2011.
L'ultima volta che ho pianto in pubblico è stato il 16 agosto 2011 più o meno intorno alle 22:30. Ero a Varsavia, e in particolare nella Chiesa della Santa Croce in Krakowskie Przedmieście. Ero lì perchè nell'ambito del festival "Chopin e la sua Europa" stavo assistendo, in una chiesa gremita, ad una esecuzione del Requiem Tedesco di Brahms diretta da Philippe Herreweghe.
Quando nell'ultimo tempo la musica si viene via via dissolvendo, quando il tema già udito all'inizio riappare quasi a suggellare la ciclicità delle stagioni umane, quando Brahms afferma l'eternità non solo del dolore ma anche della speranza e del  conforto, ricordo che avvertii un'emozione tanto pura e struggente da non riuscire a trattenere le lacrime. Era un sentimento intrecciato di mestizia e consolazione, non del tutto lieto ma al fondo neanche triste.

E in effetti tutto il Deutsches Requiem brahmsiano è un grande ossimoro, un grande ricomporre ad unità contrasti apparentemente insanabili: a partire dal titolo, nel quale sono giustapposte due lingue dietro le quali ci sono due tradizioni, due filosofie, due culture. E poi passando al testo, che non recepisce in nulla quello della tradizionale Missa pro defunctis per diventare una meditazione del tutto personale sul tema della scomparsa e del dolore. E finendo a un contenuto che è eterodosso fino a spingersi ad una religiosità nella quale la figura di un Redentore che faccia da tramite fra due mondi è del tutto assente. E' per questa via che si comprende la portata della celebre affermazione di Brahms secondo la quale il suo Requiem più che tedesco avrebbe dovuto chiamarsi umano. 

E ancora: il paradosso di un Requiem che si apre e si chiude nel fa maggiore della beethoveniana Pastorale, e che comprende pagine concepite in altre serene, placide tonalità come mi bemolle maggiore e il mozartiano sol maggiore. E poi, la stessa struttura ad anelli concentrici (I e VII movimento nella stessa tonalità e in parte con lo stesso materiale tematico, II e VI movimento che iniziano in minore e terminano con trionfali fughe in maggiore, III e V movimento in cui compare una voce solista e il IV movimento a fare quasi da intermezzo fra primo e secondo versante) che sembra voler escludere  qualunque direzionalità e con ciò qualunque tensione. Insomma, un Requiem forse dolente ma senza angoscia, senza terrori e paure.

Un Requiem dal cui ascolto si esce consolati, e che forse per questo sento sempre più vicino e necessario man mano che il tempo passa.

Man mano che mi si chiarisce la prospettiva, rivestita da Brahms di luce nordica, del testo con cui quest'opera di conclude:


daß sie ruhen von ihrer Arbeit;                      affinchè riposino dalla fatica
denn ihre Werke folgen ihnen nach.               poichè le loro opere li seguiranno

* * * 

L'impulso alla composizione del Deutsches Requiem fu per Brahms la morte della madre, avvenuta nel febbraio del 1865. E'  lei che Brahms aveva in mente quando musicava il testo della quinta parte del lavoro, uno struggente lied per soprano e coro che parla della speranza, della certezza di rivedersi ancora. Mia madre, scomparsa il 2 aprile di diciassette anni fa, condivideva questa certezza in un altrove nel quale ci si sarebbe ritrovati. Io so soltanto che non c'è stato giorno di questi diciassette anni in cui non abbia pensato a lei, con la stessa disperata tenerezza che probabilmente anche Brahms avrà sperimentato.





giovedì 27 marzo 2014

Esercizi di traduzione dal polacco, 2

Il testo che propongo oggi è di Jarosław Iwaszkiewicz e in esso Iwaszkiewicz parla da par suo di Żelazowa Wola, il villaggio natale di Fryderyk Chopin.

Al di là del valore letterario della prosa di Iwaszkiewicz, si tratta una pagina a mio parere estremamente interessante per le riflessioni che contiene circa il rapporto fra Chopin e il paesaggio polacco e più in generale circa il rapporto fra un artista e il paesaggio nel quale si è formato.

Il piccolo essai di Iwaszkiewicz, insieme a una breve nota sull'autore, lo trovate a questo link che vi porta sul sito di Pianosolo.

* * * 

Mentre nel precedente esercizio ero stato praticamente autosufficiente, alle prese col testo decisamente più complesso dal punto di vista lessicale di Iwaszkiewicz non ne sarei uscito con onore senza l'aiuto sorridente e discreto di Justyna, che ha rivisto tutto il testo e in paio di punti mi ha francamente disincagliato. Dzjękuję Ci bardzo, kochanie.

Davanti al museo Chopin di Varsavia, agosto 2011

mercoledì 19 marzo 2014

Non sanno cosa si perdono

M.C. Escher, "Convesso e concavo" (1955)
Nessun italiano che volesse definirsi mediamente acculturato potrebbe confessare a cuor leggero di ignorare chi siano Manzoni o Leopardi. A meno che non stia facendo polemica o paradosso, nessun aspirante alla qualifica di intellettuale (meglio: nessuno che non aspiri alla qualifica di mentecatto) potrebbe dichiarare serenamente di odiare in toto il cinema o di disprezzare la pittura.
Nulla di strano in tutto ciò, intendiamoci. Peccato che quando il discorso si sposta sulla scienza e in primis sulla matematica, l'atteggiamento generale è parecchio diverso. Non è infrequente che odio, disprezzo, incomprensione per la matematica non solo non si tenti di celarle, ma addirittura le si esibisca con civettuolo compiacimento. "Matematica? Mai capito nulla". "A stento ricordo le tabelline". "I libri di matematica li ho bruciati alla fine del liceo e non ne ho più voluto sapere".
La matematica è arida, noiosa, senza vita. E' roba per cervelloni sfigati. Suvvia, a chi può davvero piacere la matematica?

Ora, non è mia intenzione lanciarmi in un'elencazione dei benefici "pratici" della matematica. Non ribadirò l'ovvia considerazione che c'è matematica dietro tutto quello che ci circonda, dall'abitazione che ci ripara, agli strumenti di comunicazione, ai mezzi di trasporto e in sostanza a qualunque manufatto dell'uomo; né voglio parlare del contributo ineliminabile della matematica alle scienze della natura e all'economia.

L'affermazione ardita che vorrei fare qui è invece un'altra: la matematica merita di essere conosciuta e studiata semplicemente perchè è bella. E' bella come una bella fuga di Bach, come una bella improvvisazione di Monk, come una bella poesia di Montale.
E del resto a ben pensarci non può che essere così: la matematica è - di tutte le discipline dello scibile umano - la più libera negli assunti, la più immateriale nelle premesse. E' un puro esercizio della mente, senza nessun elemento del mondo sensibile che intervenga a interferire, limitare, inquinare. Siamo noi e solo noi a decidere il gioco e le regole con cui giocarlo.

Il fatto è che la matematica per essere apprezzata richiede un impegno attivo. Possiamo ascoltare Mozart mentre leggiamo, cuciniamo, fumiamo o facciamo altro e qualcosa della bellezza della sua musica ci arriverà comunque. Possiamo mettere le ninfee di Monet come sfondo sul nostro PC e l'armonia di quei colori troverà il modo di far sentire la propria voce. Se abbiamo la fortuna di vivere in un posto con un paesaggio come quello del centro Italia, la bellezza di quelle linee e di quella luce la assorbiamo anche sottopelle.
Ma per la matematica la faccenda è diversa, e ricorda un po' quello che succedeva per la musica prima dell'invenzione del grammofono: la maniera più semplice, spesso l'unica disponibile, per apprezzare certe composizioni era mettersi in gioco in prima persona e suonarsele al pianoforte. Analogamente, non si può leggere un libro di matematica senza fogli di carta e penna a fianco. E non ne si può comprendere il fascino arcano finché non si tenta di fare (con tutti i propri limiti, beninteso) matematica in proprio, che sia risolvendo un esercizio o cercando per proprio conto la dimostrazione di un teorema.

Inizia allora un viaggio appassionante, talmente interessante da mettere quasi in ombra la meta. Tutte le categorie estetiche (armonia delle parti, simmetria, economia di pensiero, logica interna) che possiamo mettere in gioco nel valutare una sinfonia possiamo riutilizzarle pari pari volando in questi spazi, in questa nietzschiana Luft der Höhe. 

E' davvero un piccolo dramma che persone per altri versi tanto sensibili e ricettive siano deprivate di alcune delle esperienze estetiche più profonde che si possano immaginare. L'algebra astratta, la teoria degli insiemi, il teorema di Goedel sono tutti risultati che andrebbero conosciuti ed apprezzati (almeno nelle loro linee fondamentali) al pari di cose come l'Arte della Fuga, gli affreschi della Sistina o la poesia lirica greca. Il piacere, la soddisfazione che si provano constatando come le singole parti si compenetrino nel tutto, come tutte le premesse si rivelino necessarie, quanto elegantemente da certi risultati se ne possano dedurre certi altri non sono per nulla inferiori al piacere e alla soddisfazione che si possono sperimentare contemplando il cangiante gioco di modulazioni di un concerto per pianoforte di Mozart.

Non credete a chi vi dipinge la matematica come una severa occupazione per aggrondati calvinisti. Affrontata con lo spirito giusto, senza timori né giudizi precostituiti, può invece rivelarsi un gioioso passatempo per impenitenti epicurei.