domenica 26 settembre 2021

"Asciutto, visionario e misterioso" - Beatrice Rana suona Chopin

Mi piacerebbe molto potermi intestare  la paternità della terna di aggettivi che trovate nel titolo di questo post; in realtà la loro autrice è la stessa Beatrice Rana, che così definisce Chopin nel libretto che accompagna il suo CD appena uscito e che presenta la sua interpretazione dei dodici Studi op. 25 e dei quattro Scherzi del compositore polacco.
Diciamocelo francamente: è un'aggettivazione che fa un po' a pugni con l'immagine convenzionale della musica di Chopin, ma che sintetizza in maniera assolutamente pregnante la visione che la pianista ha maturato di queste pagine e che realizza nelle esecuzioni che ci offre. 

Asciutto: questo Chopin può essere assunto anche in dosi massicce senza bisogno di avere una fiala di insulina a portata di mano. Il sentimento e la passione che promanano da questa musica vengono non sovrapposti ma dedotti da un'analisi del segno musicale condotta da una mente di straordinaria lucidità e tradotti in suoni grazie a una tecnica apparentemente priva di limitazioni, capace di evidenziare istante per istante quello che Leopold Mozart chiamava il filo senza smarrirlo nel turbinio di note affastellate nei pentagrammi. 
È uno Chopin che arriva al cuore, in qualche caso prende alla gola, ma senza bisogno di passare per lo stomaco: ascoltate ad esempio l'effetto devastante con cui nel primo Scherzo il clima di serenità oltremondana del corale centrale viene interrotto dalla ripresa degli accordi iniziali, che qui suonano come degli autentici colpi di maglio. È un'opzione estetica che ricorda molto da vicino il Bergman di Sussurri e grida

Bisogna seguire con attenzione questo viaggio musicale per coglierne gli aspetti di straordinaria visionarietà: valga per tutti il caso dei dodici Studi che Beatrice Rana presenta come una sorta di polittico, quasi da ciclo di Lieder, nel quale si passa dalla melodicità di sapore quasi schubertiano del n. 1, al retrogusto bachiano del n. 4, alla declamazione dell'arioso del n. 7, all'irresistibile swing del n. 9 per arrivare infine al cuore oscuro degli ultimi tre studi in cui l'assoluto nitore della resa rende quasi intollerabile il carico di struggimento di cui sono intrisi. 

E arriviamo così al mistero: e per me il vero mistero che la pianista ci (rap)presenta è quello del contrasto fra la luce di abbagliante nitidezza nella quale queste letture sono immerse e la sensazione, strisciante ma inequivocabile, di un quid aliud che rimane inespresso, forse inesprimibile. Da un punto di vista di scandaglio formale - citando Wittgenstein - l'enigma non v'è: eppure alla fine del viaggio non tutto è stato detto, e forse (pur sapendo che anche questa è un'illusione) bisognerà rimettersi in cammino sperando di cogliere un frammento, un bagliore di verità in più.

Quello di Beatrice Rana è uno Chopin intensamente personale, e del resto nel libretto ella ci dichiara esplicitamente di aver voluto offrire una rappresentazione del suo Chopin; ma la pianista non varca neanche per un istante la linea sottile che separa l'interpretazione dall'arbitrio. È uno Chopin forse lontano da certe visioni consolidate, e ciò rende questo CD particolarmente benemerito soprattutto in un momento in cui siamo inondati da esecuzioni che oscillano tra il famolo strano a tutti i costi e l'assoluta, disperante irrilevanza. 

È uno Chopin sottilmente perturbatore, come forse sempre dovrebbe essere e ahimè molto raramente capita di ascoltare, uno Chopin che non ci offre la facile via di fuga di una dolciastra consolazione ma al contrario ci interroga, ci scruta, ci scuote. 

mercoledì 2 giugno 2021

Carlo Azelio

Su tutte le piazze si vedevano teatrini di tela, affollati di ragazzi dalla mattina alla sera, e su tutti i muri delle case si leggevano scritte col carbone delle bellissime cose come queste: viva i balocci! (invece di balocchi): non vogliamo più schole (invece di non vogliamo più scuole): abbasso Larin Metica (invece di l’aritmetica) e altri fiori consimili.
C. Collodi, "Le avventure di Pinocchio"

Mia nonna (classe 1908) aveva frequentato - in parte negli anni della prima guerra mondiale - cinque classi di scuola elementare; poi era andata dalla signora maestra, ovvero la sarta del paese che insegnava a lei e alle sue compagnelle a cucire e ricamare, terminando con ciò il suo curriculum scolastico.  Coi figli, le nuore e i nipoti si esprimeva di preferenza nel saporito dialetto dell'ager nolanus, ma all'occorrenza era in grado di sfoderare un italiano perfetto, addirittura con qualche vezzo toscaneggiante (è stata la prima persona e l'unica a quelle latitudini a cui ho sentito dire dianzi), e sapeva scrivere - a mano e con una grafia di irraggiungibile eleganza - periodi pienamente articolati e dalla consecutio temporum impeccabile. 

Nel corso del centinaio d'anni trascorsi dall'epoca in cui mia nonna si istruiva, alcune delle abilità che la scuola le aveva trasmesso sono diventate merce rarissima non solo fra i bambini della scuola elementare ma anche fra coloro che hanno ricevuto (avrebbero dovuto ricevere) un'istruzione cosiddetta "superiore". Ricevere mail di lavoro zeppe di strafalcioni è - ahimè - esperienza comune, e ancora più preoccupante è dover constatare come spesso in uno scritto appena più che striminzito non si contino non dico gli errori di ortografia e di sintassi, ma di pura e semplice logica: conclusioni tratte non si sa da quali premesse, ipotesi mutuamente contraddittorie e via tristemente elencando. 

Come direbbe donn'Amalia Jovene, "ch'è succieso?" 

Niente di che: è semplicemente successo che non si compie per cinquant'anni di seguito un'opera di sistematico depotenziamento dell'istituzione scolastica senza che la cosa non abbia conseguenze: se si riduce la scuola a puro e semplice parcheggio con custodi sottopagati e demotivati, se in nome di una malintesa inclusività si evita accuratamente - dalle elementari all'università - di mettere i discenti di fronte a qualunque reale difficoltà, non ci si può poi meravigliare di aver prodotto generazioni di giovani adulti incapaci non soltanto di concepire ma anche di afferrare il senso di un ragionamento minimamente complesso.   

È per questo motivo che la caccia al colpevole del grottesco errore nella targa dedicata al Presidente Ciampi suona di un'ipocrisia insopportabile, tanto che io spero vivamente che l'impiegato che ha ricevuto la lettera di richiamo faccia ricorso e lo vinca; e mi dispiace di non essere un avvocato del lavoro per poter offrire all' imprudente, o per parlar con più giustizia, lo sfortunato - direbbe Manzoni - la mia assistenza gratuita. 

Siamo un popolo di ignoranti (mia nonna avrebbe detto di ciucci, in questo caso non toscaneggiava) e ciò che è peggio fieri della nostra ignoranza. Siamo tutti andati dietro all'omino di burro, abbiamo diguazzato nelle settimane fatte di sei giovedì e una domenica, e ora ci si sono allungate le orecchie e non riusciamo più a reggerci sulle gambe. Con che diritto ci dichiariamo infastiditi da un singolo raglio se nessuno di noi è più in grado di parlare con voce umana? 

Ma queste constatazioni non porteranno purtroppo da nessuna parte. Troppi e troppo grandi sono i centri di potere e di interesse per cui tenere le persone nello stato di minorità intellettuale volontaria di cui parlava Kant è un'opzione decisamente vantaggiosa. 
E noi continueremo a pascolare, felicemente ignari, nel nostro fantastico paese dei balocci
 

sabato 8 maggio 2021

Giant Steps


Una circonferenza di raggio 1 cm ha un'area di pi greco centimetri quadrati; una circonferenza di raggio 1 km ha un'area di pi greco chilometri quadrati. Analogamente, un triangolo rettangolo coi cateti lunghi 3 e 4 nanometri ha un'ipotenusa di 5 nanometri e uno coi cateti da 3 e 4 anni luce ha un'ipotenusa da 5 anni luce. Nella geometria la scala assoluta non ha importanza, quello che conta sono i rapporti fra le dimensioni. Quando però dal mondo iperuranio di Euclide e dei seguaci suoi ci caliamo nel mondo reale ci accorgiamo che spesso le cose non stanno esattamente così: come il vostro geometra di fiducia potrà confermarvi, se prendete a riferimento i calcoli per la villetta a due piani che vi ha costruito non potete moltiplicare per cinquanta tutti i numeri e ottenere i risultati che vi servono per lo svettante grattacielo da cento piani che volete realizzare per la vostra multinazionale; e ogni mezzofondista sa che la preparazione per gli ottocento metri non è l'allenamento per i cento moltiplicato per otto. 

Quando ho cominciato a pensare alla pipa del compleanno edizione 2021, mi è venuto in mente che alla mia collezione di Ardor mancava una delle declinazioni più caratteristiche della produzione dei miei amici di Gavirate, quella che soprattutto oltreoceano è diventata quasi un sinonimo di pipa Ardor: la Giant. Ed è su questo (lo ammetto, un po' fatuo) presupposto che si è concretizzata quella specie di scultura che vedete raffigurata nella foto qui sopra, sormontata da una "normale" Giove che comunque è una rispettabile gruppo 4 abbondante in termini Dunhill. 

La mia Giant è una pipa ragguardevole sotto ogni punto di vista, a partire dall'incredibile finitura arrivando alle dimensioni, che sono ovviamente la cosa che salta di più all'occhio: 26 mm di diametro interno, 208 grammi di peso e un fornello che più che altro è un piccolo pozzo capace di contenere fra i 7 e i 9 grammi di tabacco. La scatola in cui arriva non somiglia a una normale scatola da pipe, sembra piuttosto una scatola per scarpe da bambino. 

Dico la verità: a me piacciono le pipe grandi. Riconosco la squisitezza di fattura e di proporzioni delle pipe piccole, ne apprezzo la leggerezza ma all'atto pratico non sono il mio pane. Eppure quando il 22 aprile scorso è finalmente arrivato il momento dell'apertura della suddetta scatola e la pipa è venuta fuori in tutta la sua strabordante imponenza il primo pensiero che mi ha attraversato la mente è stato: "Eccallà, hai fatto la cazzata". È stato quindi con una certa perplessità che mi sono accinto a caricarla e ad accenderla. Non sapevo bene quale esperienza mi aspettava, sapevo solo che sarebbe stata lunga. Un po' come accingersi ad ascoltare per la prima volta l'ottava di Bruckner senza conoscerne molto: uno legge la durata dei movimenti e si rende conto con sgomento che il solo Adagio conterrebbe comodamente una qualunque sinfonia di Mozart tutta intera. 

Ma ora che un po' di fumate le ho fatte e la pipa è sostanzialmente rodata (ah, il rodaggio di una Ardor, che cosa bella...) mi sento di affermare che - al di là della spinta collezionistica - una Giant dovrebbero averla tutti. O almeno tutti quelli che sia pure occasionalmente possono dedicare due ore e mezzo a fumare la pipa. 

Vedete (e così forse si capisce il senso dello sproloquio posto in testa a questo post), fumare in una pipa tanto grande non è come fumare due (o anche tre) volte di fila in una pipa ordinaria: è un'esperienza differente. Non so bene se a questo risultato contribuisca la quantità di tabacco impegnata, lo spessore del legno, la lunghezza del cannello o cos'altro, ma tant'è.

L'impatto iniziale è sorprendentemente delicato, complice anche una temperatura del fumo molto bassa e che tale si mantiene fino alla fine. L'evoluzione è lenta ma continua, a ogni boccata il tabacco sembra trasformarsi. Ma quello che è veramente esaltante è l'ultimo terzo di fornello, la zona che in una pipa normale è tradizionalmente la più avara di soddisfazioni. Ancora una volta non mi so spiegare esattamente il perché, ipotizzo che c'entri qualcosa una sorta di tostatura che a quel punto ha subito il tabacco, fatto sta che i sapori diventano più "scuri" e profondi e anche un Virginia chiaro acquisisce un corpo e un vigore insospettabili. Un'autentica "Final-Symphonie", ancora una volta torniamo all'ottava di Bruckner. 

È la pipa perfetta? Ovviamente no, è troppo grande, troppo pesante (va fumata rigorosamente seduti, sorreggendola costantemente con la mano e anche un bracciolo sotto il gomito non è un optional), troppo capiente. Ma è una pipa straordinaria, in grado di celebrare adeguatamente (ma anche di creare) occasioni altrettanto straordinarie. Se - come yours truly - avete anche il vizio del binge-watching potrete calarvi la nuova serie Netflix fumando dall'inizio alla fine la stessa pipa. Insomma: di sicuro non può essere la prima pipa di nessuno, e forse neanche la terza o la quarta.
Ma se pipe e tabacchi vi interessano sul serio  una Giant vi potrebbe regalare sorprese che neanche siete in grado di immaginare.