giovedì 23 gennaio 2014

Perduto al mondo

Claudio Abbado, 1933-2014
Non riesco a collocare esattamente questo ricordo nel tempo, probabilmente avrò avuto sette-otto anni. E' mattina e ci stiamo preparando tutti per andare a scuola. Mio padre si fa la barba ascoltando il Giornale Radio. A un certo punto il giornalista parla di qualcuno che è stato condannato agli "arresti domiciliari". E' un concetto un po' ostico per me e chiedo spiegazioni: mio padre mi dice che si parla di arresti domiciliari quando qualcuno è costretto, in seguito a una condanna, a rimanere a casa sua senza potervi uscire.
La spiegazione mi confonde ancora di più le idee: posto che nulla è più bello che potersene stare a casa, come diavolo fa una cosa del genere a poter essere una pena? Cioè, ti evitano per legge l'immane seccatura di dover uscire e questa la chiamano condanna?
Decido tra me e me che una delle prime cose da fare una volta diventato grande è mettere un giudice in condizione di darmi gli arresti domiciliari, così potrò starmene un po' tranquillo.

Come tante cose che si immaginano da bambini anche questa è rimasta una fantasia: la mia fedina penale è banalmente vuota e non posso contare su cospicue rendite, il che significa che anch'io vivo buona parte della mia giornata fuori casa.

Ma col tempo ho capito che quel piccolo episodio d'infanzia era una sorta di epifania, la rivelazione di un tratto di me stesso. Vedete, non era (non è) tanto stare a casa per stare a casa: è che stare a casa permette silenzio e distanza. 
Non penso di essere un misantropo (Justyna in proposito ha un'opinione leggermente diversa, ma è una delle poche questioni su cui siamo in radicale disaccordo): in generale penso di avere un approccio positivo nei confronti del mio prossimo. E non è neanche una questione di timidezza, con la quale nel tempo ho trovato un modus vivendi tutto sommato soddisfacente.
E' proprio che sono una di quelle persone che se passano troppo tempo senza poter stare da soli, se non hanno la possibilità di chiudersi alle spalle i rumori provenienti dall'esterno cominciano a sentirsi a disagio. E questo disagio può arrivare fino a diventare (metaforicamente, beninteso) senso di soffocamento e mancanza d'aria.

Glenn Gould è stato un'icona di questo tipo di personalità. E ho il sospetto che la fase di monomania gouldiana che ho attraversato in gioventù fosse dovuta non solo alla folgorante bellezza delle sue interpretazioni, ma anche all'aver scoperto qualcuno che riconoscevo, che sentivo affine. 

E un altro sospetto che ho, sulla base delle indicazioni del fiuto col quale ogni specie riconosce i propri simili, è che anche Claudio Abbado, il grandissimo direttore d'orchestra scomparso lo scorso lunedì, dovesse essere della partita. Non saprei come spiegarlo: ma è una cosa che ho sempre sentito, di cui mi sono convinto osservandone i video e notando certi sguardi, certi sorrisi, certi gesti compiuti prima, durante e dopo le sue esecuzioni. In realtà non credo si possa essere grandi musicisti (o anche musicisti tout-court) senza saper apprezzare a fondo il silenzio; ma per chi è come Gould, come Abbado, come (si parva licet componere magnis) me il silenzio smette di essere qualcosa che si apprezza per diventare qualcosa di cui si ha - puramente e semplicemente - bisogno.

Non voglio lanciarmi in una disamina o in un panegirico della gigantesca eredità di bellezza e di cultura che ci ha lasciato Abbado, dato che fatalmente sarei condannato ad oscillare fra verità già dette da altri e sciocchezze mie originali. A chi volesse un excursus sull'argomento mi limiterò a segnalare lo stupendo articolo che il mio amico Giuseppe D'Alessandro ha scritto in proposito.
Mi piace invece ricordare che grazie alla trasmissione radio (in AM) di un suo concerto con quella che all'epoca si chiamava ECYO (European Community Youth Orchestra)  a tredici o quattordici anni scoprii l'incanto dell'ouverture del Flauto Magico  di Mozart. Sono passati più di trent'anni da allora e l'eco di quella musica non si è ancora spenta dentro di me.

E non saprei immaginare maniera migliore per chiudere questo ricordo di un musicista che come pochi ho sempre sentito vicino se non affidandomi a una delle pagine più contemplative e struggenti di tutto Mahler, il lied Ich bin der Welt abhanden gekommen. Un inno al silenzio ed alla pace, l'inno di tutti i perduti al mondo di questo mondo.






ICH BIN DER WELT ABHANDEN GEKOMMEN


SONO ORMAI PERDUTO AL MONDO
Ich bin der Welt abhanden gekommen
Mit der ich sonst viele Zeit verdorben,
Sie hat so lange nichts von mir vernommen,
Sie mag wohl glauben ich sei gestorben!
Es ist mir auch gar nichts daran gelegen,
Ob sie mich für gestorben hält.
Ich kann auch gar nichts sagen dagegen,
Den wirklich bin ich gestorben der Welt.
Ich bin gestorben dem Weltgetümmel
Und ruh'in einem stillen Gebiet!
Ich leb allein in meinem Himmel
In meinem Lieben in meinem Lied.
Sono ormai perduto al mondo
Col quale ho anche perduto gran tempo;
Tanto a lungo non ha saputo più niente di me,
Che può pensare ormai che io sia morto!
Ma non mi importa niente
Che mi creda morto.
E non posso neanche contraddirlo,
perché sono veramente morto al mondo.
Sono morto al chiasso del mondo,
E riposo in un luogo silenzioso!
Vivo solo nel mio cielo
Nel mio amore, nel mio canto.

venerdì 17 gennaio 2014

La mangeuse de langue de chien

Lo ammetto, il titolo di questo post evoca scenari di improbabili ibridazioni fra un B-movie del genere splatter e la rarefatta regia di un esponente della nouvelle vague francese.
In realtà voglio parlare di faccende decisamente meno truculente e più amene: e in particolare di una nuova, meravigliosa pipa che ho commissionato a Giacomo Penzo e che fin dall'atto delle discussioni preliminari sapevo che avrei dedicato a un unico tabacco: il Semois.

Devo ammettere che la prima volta che sbirciando sul suo blog ho letto l'anno di nascita di Giacomo (1991), accanto alla meraviglia per un ragazzo così giovane che era già in grado di tirar fuori manufatti così pregevoli ho sentito dentro me anche una fitta di malinconia al fondo neanche troppo sgradevole: in pratica quando lui ciucciava latte io ciucciavo già sigari e pipe.

Di due cose di Giacomo ci si può rendere conto già navigando nel suo sito: da una parte la grande perizia realizzativa, la cura con cui sono realizzate le sue pipe (in particolare le zone "critiche" come i raccordi fra cannello e bocchino); dall'altra, lo studio - starei per dire la progettazione che c'è dietro la scelta delle forme, degli innesti, dei materiali, dello stesso ciocco da cui realizzare la pipa. C'è una cultura visiva di prim'ordine a guidare la sua matita e soprattutto c'è la voglia di accrescerla e anche  di metterla in discussione, di reinterpretarla.
Era già un po' che tenevo d'occhio Giacomo e le sue opere: la molla che mi ha spinto a rompere gli indugi è stato l'incontro personale con l'autore e le sue creazioni, avvenuto a inizio dello scorso dicembre durante una riunione conviviale di appassionati di lento fumo.
Già durante quell'incontro e  ancor di più nei contatti che sono seguiti ho avuto modo di apprezzare la grande disponibilità di Giacomo, il suo approccio fatto di poche chiacchiere e molta sostanza, l'umiltà con cui si pone: e in un mondo in cui spesso - al contrario -  la fuffa è tanta e i contenuti modesti, già un'esperienza del genere vale una buona fetta del prezzo del biglietto.

Direttamente dalla matita di Giacomo Penzo
La pipa che mi era venuta in mente veniva fuori in egual misura da suggestioni letterarie (il racconto La pipe de Maigret, unico caso in tutto il corpus simenoniano in cui l'autore si sofferma a descrivere una pipa del Commissario, sa bonne vieille pipe, e ci parla di una pipa grossa e curva) e da considerazioni funzionali: volevo una pipa grossa e magari in qualche essenza alternativa alla radica per poterci fumare il Semois.
E dato che Giacomo nel suo sito parlava delle proprietà addolcenti del corbezzolo, ho pensato che la sintesi potesse essere questa: una grossa pipa in corbezzolo, sabbiata, una autentica pipe à Semois.
Ci siamo scambiati un po' di messaggi discutendo forme e curvature e fra proposte e controproposte siamo arrivati al progetto definitivo.

Per la coloristica avevo deciso di ricalcare esattamente quella seguita da Giacomo nella sua replica della Savinelli 130KS; poi il Nostro mi ha suggerito il cumberland come materiale per il bocchino e guardando il risultato finale devo dire di essere stracontento di avergli dato retta.

E' nata così la pipa che vedete ritratta nelle foto che accompagnano questo post. E' una pipa massiccia, solida, una vera maigrettona curva, distensiva e rassicurante fin nell'approccio visivo.
Sarà bello farla diventare ma bonne vieille pipe, vederla imbrunire e prendere toni bruniti da pittura ad olio fiamminga man mano che il Langue de chien e la Brumeuse passeranno dentro il suo fornello; cosicchè per un piacevole paradosso sarà stato il pipemaker più giovane di quanti hanno intersecato la mia strada ad aver realizzato la pipa che forse più di ogni altra saprà di antico.







venerdì 10 gennaio 2014

Muzykanci

Kazimierz Karabasz
Una delle tradizioni più specifiche della cinematografia polacca è senza dubbio quella del documentario. Fin dal primissimo dopoguerra lo Stato - oltre a finanziare film di ciò che oggi chiameremmo fiction - diede largo impulso alla realizzazione di lavori che mostrassero la realtà economica, produttiva e sociale della neonata Repubblica Popolare. In taluni casi, soprattutto durante l'epoca staliniana, si trattava di lavori di pura e semplice propaganda. Ma anche in quegli anni (e a maggior ragione dopo l'uscita di scena del piccolo padre) i documentaristi polacchi realizzarono spesso lavori pregevoli, tanto che col tempo si venne formando e consolidando un'autentica scuola polacca di documentarismo.

Ciò avvenne perchè ci fu un gruppo di autori che ebbero un'intuizione di portata fondamentale: quella cioè che era del tutto possibile raccontare storie anche prescindendo da una sceneggiatura costruita ad hoc; e che queste storie era possibile farle venir fuori dal materiale girato con un'attenta pianificazione delle riprese e con un accurato lavoro di montaggio.
Ed è per questo che le migliori prove di questo genere resistono all'usura del tempo come e in certi casi più dei coevi film "puri": perchè, oltre a mostrarci immagini e situazioni di un'epoca ormai passata, ci raccontano problemi, dubbi, speranze di persone o gruppi di persone. Persone o gruppi di persone vere, che arrivano a noi con l'immediatezza dell'autenticità.

Anche registi che poi in seguito avrebbero imboccato la strada della fiction ebbero alle spalle un retroterra documentaristico, basti pensare ad Andrzej Munk o a Krzysztof Kieślowski; ma ci furono anche filmmaker che spesero all'interno del documentario tutta la loro stagione creativa. Tra questi una delle figure autenticamente seminali è senz'altro quella di Kazimierz Karabasz.

E' a Karabasz, oggi ottantaquattrenne, che si devono alcune delle svolte nodali che diedero artisticamente le ali al documentarismo polacco: innanzitutto, la voglia e il coraggio di mostrare aspetti decisamente problematici e conflittuali della realtà (fu uno degli autori di punta della cosiddetta serie nera, un gruppo di documentari dedicati a temi decisamente scomodi quali il teppismo giovanile, l'alcolismo, l'estrema povertà materiale e soprattutto morale in cui si dibattevano larghi strati della popolazione polacca a metà degli anni '50).
E prima di ogni altra cosa  gli si deve il deciso cambio di focus dall'astratto al concreto, dalla massa all'individuo, dalla tesi alla storia: cambio di focus che Karabasz riuscì ad ottenere sfruttando a fondo progressi tecnici che resero possibile ad esempio la cattura in presa diretta del sonoro o l'utilizzo di focali lunghe che - consentendo di mantenere una maggiore distanza fra la scena e le macchine da presa - lavoravano a tutto vantaggio di spontaneità e naturalezza del risultato raggiunto.

Quello che presento oggi a codesto rispettabile pubblico è un esempio classico del linguaggio, direi della poetica di Karabasz. 
E' un piccolo film di una manciata di minuti che documenta una prova d'orchestra di una banda amatoriale, quella dei tranvieri di Varsavia.
Nel film assistiamo alla conclusione di una giornata lavorativa, al riunirsi dei musicisti (i muzykanci del titolo originale) e allo svolgimento della prova. Sotto lo sguardo e attraverso le indicazioni del direttore vediamo una matassa ingarbugliata di suoni disarmonici diventare ritmo, melodia, armonia: musica, insomma.


E' inutile nasconderselo: i tranvieri di Varsavia non sono i Berliner di Karajan nelle splendide prove registrate per la Unitel più o meno negli stessi anni (nè l'anonimo direttore è Karajan, sia ben chiaro anche questo). Stecche ed entrate fuori tempo si sprecano e il volenteroso kappelmeister ha il suo bel da fare per mantenere un minimo di ritmo e di sincronia. 
Eppure, da questo film promana una passione, una dedizione, un trasporto verso la musica che non possono non trasferirsi allo spettatore: e l'ingenua marcetta che alla fine - a coronamento degli sforzi dell'ensemble - si libera (relativamente) sicura nell'aria risulta catartica come un grande finale d'opera suonato da consumati professionisti.

E man mano che la prova avanza, man mano che la musica prende forma, ci scopriamo insieme al regista a gettare uno sguardo via via meno ironico e più commosso, più partecipe. Da una parte c'è il miracolo della musica, certo; ma dall'altra c'è anche l'empatia che si instaura tra noi e questi conduttori, bigliettai, operai, meccanici: uomini (tra l'altro di una certa età)  che coi segni della fatica sul volto hanno ancora voglia di suonare. E non si può non pensare che anche in polacco, come in francese, tedesco, inglese e chissà quante altre lingue, il verbo che sta per suonare (grać) è lo stesso che indica anche l'azione del giocare

Questo sguardo affettuosamente umano è forse il segno più distintivo della produzione documentaristica di Karabasz, e questo approccio pienamente e convintamente umanista permea di sè tutta la scuola polacca del genere. Sono piccoli gioielli che è impossibile guardare (o riguardare) senza sentirsi più vicini al prossimo nostro; ed è forse per questo che - nelle nostre vite da piccole monadi - ci trasmettono un senso di calda, avvolgente nostalgia.