giovedì 23 gennaio 2014

Perduto al mondo

Claudio Abbado, 1933-2014
Non riesco a collocare esattamente questo ricordo nel tempo, probabilmente avrò avuto sette-otto anni. E' mattina e ci stiamo preparando tutti per andare a scuola. Mio padre si fa la barba ascoltando il Giornale Radio. A un certo punto il giornalista parla di qualcuno che è stato condannato agli "arresti domiciliari". E' un concetto un po' ostico per me e chiedo spiegazioni: mio padre mi dice che si parla di arresti domiciliari quando qualcuno è costretto, in seguito a una condanna, a rimanere a casa sua senza potervi uscire.
La spiegazione mi confonde ancora di più le idee: posto che nulla è più bello che potersene stare a casa, come diavolo fa una cosa del genere a poter essere una pena? Cioè, ti evitano per legge l'immane seccatura di dover uscire e questa la chiamano condanna?
Decido tra me e me che una delle prime cose da fare una volta diventato grande è mettere un giudice in condizione di darmi gli arresti domiciliari, così potrò starmene un po' tranquillo.

Come tante cose che si immaginano da bambini anche questa è rimasta una fantasia: la mia fedina penale è banalmente vuota e non posso contare su cospicue rendite, il che significa che anch'io vivo buona parte della mia giornata fuori casa.

Ma col tempo ho capito che quel piccolo episodio d'infanzia era una sorta di epifania, la rivelazione di un tratto di me stesso. Vedete, non era (non è) tanto stare a casa per stare a casa: è che stare a casa permette silenzio e distanza. 
Non penso di essere un misantropo (Justyna in proposito ha un'opinione leggermente diversa, ma è una delle poche questioni su cui siamo in radicale disaccordo): in generale penso di avere un approccio positivo nei confronti del mio prossimo. E non è neanche una questione di timidezza, con la quale nel tempo ho trovato un modus vivendi tutto sommato soddisfacente.
E' proprio che sono una di quelle persone che se passano troppo tempo senza poter stare da soli, se non hanno la possibilità di chiudersi alle spalle i rumori provenienti dall'esterno cominciano a sentirsi a disagio. E questo disagio può arrivare fino a diventare (metaforicamente, beninteso) senso di soffocamento e mancanza d'aria.

Glenn Gould è stato un'icona di questo tipo di personalità. E ho il sospetto che la fase di monomania gouldiana che ho attraversato in gioventù fosse dovuta non solo alla folgorante bellezza delle sue interpretazioni, ma anche all'aver scoperto qualcuno che riconoscevo, che sentivo affine. 

E un altro sospetto che ho, sulla base delle indicazioni del fiuto col quale ogni specie riconosce i propri simili, è che anche Claudio Abbado, il grandissimo direttore d'orchestra scomparso lo scorso lunedì, dovesse essere della partita. Non saprei come spiegarlo: ma è una cosa che ho sempre sentito, di cui mi sono convinto osservandone i video e notando certi sguardi, certi sorrisi, certi gesti compiuti prima, durante e dopo le sue esecuzioni. In realtà non credo si possa essere grandi musicisti (o anche musicisti tout-court) senza saper apprezzare a fondo il silenzio; ma per chi è come Gould, come Abbado, come (si parva licet componere magnis) me il silenzio smette di essere qualcosa che si apprezza per diventare qualcosa di cui si ha - puramente e semplicemente - bisogno.

Non voglio lanciarmi in una disamina o in un panegirico della gigantesca eredità di bellezza e di cultura che ci ha lasciato Abbado, dato che fatalmente sarei condannato ad oscillare fra verità già dette da altri e sciocchezze mie originali. A chi volesse un excursus sull'argomento mi limiterò a segnalare lo stupendo articolo che il mio amico Giuseppe D'Alessandro ha scritto in proposito.
Mi piace invece ricordare che grazie alla trasmissione radio (in AM) di un suo concerto con quella che all'epoca si chiamava ECYO (European Community Youth Orchestra)  a tredici o quattordici anni scoprii l'incanto dell'ouverture del Flauto Magico  di Mozart. Sono passati più di trent'anni da allora e l'eco di quella musica non si è ancora spenta dentro di me.

E non saprei immaginare maniera migliore per chiudere questo ricordo di un musicista che come pochi ho sempre sentito vicino se non affidandomi a una delle pagine più contemplative e struggenti di tutto Mahler, il lied Ich bin der Welt abhanden gekommen. Un inno al silenzio ed alla pace, l'inno di tutti i perduti al mondo di questo mondo.






ICH BIN DER WELT ABHANDEN GEKOMMEN


SONO ORMAI PERDUTO AL MONDO
Ich bin der Welt abhanden gekommen
Mit der ich sonst viele Zeit verdorben,
Sie hat so lange nichts von mir vernommen,
Sie mag wohl glauben ich sei gestorben!
Es ist mir auch gar nichts daran gelegen,
Ob sie mich für gestorben hält.
Ich kann auch gar nichts sagen dagegen,
Den wirklich bin ich gestorben der Welt.
Ich bin gestorben dem Weltgetümmel
Und ruh'in einem stillen Gebiet!
Ich leb allein in meinem Himmel
In meinem Lieben in meinem Lied.
Sono ormai perduto al mondo
Col quale ho anche perduto gran tempo;
Tanto a lungo non ha saputo più niente di me,
Che può pensare ormai che io sia morto!
Ma non mi importa niente
Che mi creda morto.
E non posso neanche contraddirlo,
perché sono veramente morto al mondo.
Sono morto al chiasso del mondo,
E riposo in un luogo silenzioso!
Vivo solo nel mio cielo
Nel mio amore, nel mio canto.

venerdì 17 gennaio 2014

La mangeuse de langue de chien

Lo ammetto, il titolo di questo post evoca scenari di improbabili ibridazioni fra un B-movie del genere splatter e la rarefatta regia di un esponente della nouvelle vague francese.
In realtà voglio parlare di faccende decisamente meno truculente e più amene: e in particolare di una nuova, meravigliosa pipa che ho commissionato a Giacomo Penzo e che fin dall'atto delle discussioni preliminari sapevo che avrei dedicato a un unico tabacco: il Semois.

Devo ammettere che la prima volta che sbirciando sul suo blog ho letto l'anno di nascita di Giacomo (1991), accanto alla meraviglia per un ragazzo così giovane che era già in grado di tirar fuori manufatti così pregevoli ho sentito dentro me anche una fitta di malinconia al fondo neanche troppo sgradevole: in pratica quando lui ciucciava latte io ciucciavo già sigari e pipe.

Di due cose di Giacomo ci si può rendere conto già navigando nel suo sito: da una parte la grande perizia realizzativa, la cura con cui sono realizzate le sue pipe (in particolare le zone "critiche" come i raccordi fra cannello e bocchino); dall'altra, lo studio - starei per dire la progettazione che c'è dietro la scelta delle forme, degli innesti, dei materiali, dello stesso ciocco da cui realizzare la pipa. C'è una cultura visiva di prim'ordine a guidare la sua matita e soprattutto c'è la voglia di accrescerla e anche  di metterla in discussione, di reinterpretarla.
Era già un po' che tenevo d'occhio Giacomo e le sue opere: la molla che mi ha spinto a rompere gli indugi è stato l'incontro personale con l'autore e le sue creazioni, avvenuto a inizio dello scorso dicembre durante una riunione conviviale di appassionati di lento fumo.
Già durante quell'incontro e  ancor di più nei contatti che sono seguiti ho avuto modo di apprezzare la grande disponibilità di Giacomo, il suo approccio fatto di poche chiacchiere e molta sostanza, l'umiltà con cui si pone: e in un mondo in cui spesso - al contrario -  la fuffa è tanta e i contenuti modesti, già un'esperienza del genere vale una buona fetta del prezzo del biglietto.

Direttamente dalla matita di Giacomo Penzo
La pipa che mi era venuta in mente veniva fuori in egual misura da suggestioni letterarie (il racconto La pipe de Maigret, unico caso in tutto il corpus simenoniano in cui l'autore si sofferma a descrivere una pipa del Commissario, sa bonne vieille pipe, e ci parla di una pipa grossa e curva) e da considerazioni funzionali: volevo una pipa grossa e magari in qualche essenza alternativa alla radica per poterci fumare il Semois.
E dato che Giacomo nel suo sito parlava delle proprietà addolcenti del corbezzolo, ho pensato che la sintesi potesse essere questa: una grossa pipa in corbezzolo, sabbiata, una autentica pipe à Semois.
Ci siamo scambiati un po' di messaggi discutendo forme e curvature e fra proposte e controproposte siamo arrivati al progetto definitivo.

Per la coloristica avevo deciso di ricalcare esattamente quella seguita da Giacomo nella sua replica della Savinelli 130KS; poi il Nostro mi ha suggerito il cumberland come materiale per il bocchino e guardando il risultato finale devo dire di essere stracontento di avergli dato retta.

E' nata così la pipa che vedete ritratta nelle foto che accompagnano questo post. E' una pipa massiccia, solida, una vera maigrettona curva, distensiva e rassicurante fin nell'approccio visivo.
Sarà bello farla diventare ma bonne vieille pipe, vederla imbrunire e prendere toni bruniti da pittura ad olio fiamminga man mano che il Langue de chien e la Brumeuse passeranno dentro il suo fornello; cosicchè per un piacevole paradosso sarà stato il pipemaker più giovane di quanti hanno intersecato la mia strada ad aver realizzato la pipa che forse più di ogni altra saprà di antico.







venerdì 10 gennaio 2014

Muzykanci

Kazimierz Karabasz
Una delle tradizioni più specifiche della cinematografia polacca è senza dubbio quella del documentario. Fin dal primissimo dopoguerra lo Stato - oltre a finanziare film di ciò che oggi chiameremmo fiction - diede largo impulso alla realizzazione di lavori che mostrassero la realtà economica, produttiva e sociale della neonata Repubblica Popolare. In taluni casi, soprattutto durante l'epoca staliniana, si trattava di lavori di pura e semplice propaganda. Ma anche in quegli anni (e a maggior ragione dopo l'uscita di scena del piccolo padre) i documentaristi polacchi realizzarono spesso lavori pregevoli, tanto che col tempo si venne formando e consolidando un'autentica scuola polacca di documentarismo.

Ciò avvenne perchè ci fu un gruppo di autori che ebbero un'intuizione di portata fondamentale: quella cioè che era del tutto possibile raccontare storie anche prescindendo da una sceneggiatura costruita ad hoc; e che queste storie era possibile farle venir fuori dal materiale girato con un'attenta pianificazione delle riprese e con un accurato lavoro di montaggio.
Ed è per questo che le migliori prove di questo genere resistono all'usura del tempo come e in certi casi più dei coevi film "puri": perchè, oltre a mostrarci immagini e situazioni di un'epoca ormai passata, ci raccontano problemi, dubbi, speranze di persone o gruppi di persone. Persone o gruppi di persone vere, che arrivano a noi con l'immediatezza dell'autenticità.

Anche registi che poi in seguito avrebbero imboccato la strada della fiction ebbero alle spalle un retroterra documentaristico, basti pensare ad Andrzej Munk o a Krzysztof Kieślowski; ma ci furono anche filmmaker che spesero all'interno del documentario tutta la loro stagione creativa. Tra questi una delle figure autenticamente seminali è senz'altro quella di Kazimierz Karabasz.

E' a Karabasz, oggi ottantaquattrenne, che si devono alcune delle svolte nodali che diedero artisticamente le ali al documentarismo polacco: innanzitutto, la voglia e il coraggio di mostrare aspetti decisamente problematici e conflittuali della realtà (fu uno degli autori di punta della cosiddetta serie nera, un gruppo di documentari dedicati a temi decisamente scomodi quali il teppismo giovanile, l'alcolismo, l'estrema povertà materiale e soprattutto morale in cui si dibattevano larghi strati della popolazione polacca a metà degli anni '50).
E prima di ogni altra cosa  gli si deve il deciso cambio di focus dall'astratto al concreto, dalla massa all'individuo, dalla tesi alla storia: cambio di focus che Karabasz riuscì ad ottenere sfruttando a fondo progressi tecnici che resero possibile ad esempio la cattura in presa diretta del sonoro o l'utilizzo di focali lunghe che - consentendo di mantenere una maggiore distanza fra la scena e le macchine da presa - lavoravano a tutto vantaggio di spontaneità e naturalezza del risultato raggiunto.

Quello che presento oggi a codesto rispettabile pubblico è un esempio classico del linguaggio, direi della poetica di Karabasz. 
E' un piccolo film di una manciata di minuti che documenta una prova d'orchestra di una banda amatoriale, quella dei tranvieri di Varsavia.
Nel film assistiamo alla conclusione di una giornata lavorativa, al riunirsi dei musicisti (i muzykanci del titolo originale) e allo svolgimento della prova. Sotto lo sguardo e attraverso le indicazioni del direttore vediamo una matassa ingarbugliata di suoni disarmonici diventare ritmo, melodia, armonia: musica, insomma.


E' inutile nasconderselo: i tranvieri di Varsavia non sono i Berliner di Karajan nelle splendide prove registrate per la Unitel più o meno negli stessi anni (nè l'anonimo direttore è Karajan, sia ben chiaro anche questo). Stecche ed entrate fuori tempo si sprecano e il volenteroso kappelmeister ha il suo bel da fare per mantenere un minimo di ritmo e di sincronia. 
Eppure, da questo film promana una passione, una dedizione, un trasporto verso la musica che non possono non trasferirsi allo spettatore: e l'ingenua marcetta che alla fine - a coronamento degli sforzi dell'ensemble - si libera (relativamente) sicura nell'aria risulta catartica come un grande finale d'opera suonato da consumati professionisti.

E man mano che la prova avanza, man mano che la musica prende forma, ci scopriamo insieme al regista a gettare uno sguardo via via meno ironico e più commosso, più partecipe. Da una parte c'è il miracolo della musica, certo; ma dall'altra c'è anche l'empatia che si instaura tra noi e questi conduttori, bigliettai, operai, meccanici: uomini (tra l'altro di una certa età)  che coi segni della fatica sul volto hanno ancora voglia di suonare. E non si può non pensare che anche in polacco, come in francese, tedesco, inglese e chissà quante altre lingue, il verbo che sta per suonare (grać) è lo stesso che indica anche l'azione del giocare. 

Questo sguardo affettuosamente umano è forse il segno più distintivo della produzione documentaristica di Karabasz, e questo approccio pienamente e convintamente umanista permea di sè tutta la scuola polacca del genere. Sono piccoli gioielli che è impossibile guardare (o riguardare) senza sentirsi più vicini al prossimo nostro; ed è forse per questo che - nelle nostre vite da piccole monadi - ci trasmettono un senso di calda, avvolgente nostalgia.



mercoledì 25 dicembre 2013

White (for) Christmas



C’était ridicule [...] d’être encore déçu parce qu’il n’y avait pas de neige un matin de Noël, mais les gens d’un certain âge ne sont jamais aussi sérieux que les jeunes le croient.

Georges Simenon, "Un  Noël de Maigret"



Un(e) Maigret de Noël
Il bianco. Probabilmente su nessun colore come questa sommatoria di tutti i colori si è stratificata nel tempo una tavolozza semantica e metaforica tanto vasta:  dall'innocente candore dell'infanzia agli inquietanti mostri marini di Melville, dal gelo dei ghiacciai al calor bianco degli altoforni, dalle abbacinanti illuminazioni dei mistici al white noise che è fondamentalmente assenza di informazione. In un memorabile post il mio amico Antonio ha evocato cappelli di Panama e tendaggi di lino per parlare del bianco come evocatore dell'estate; per me, assai più banalmente, il bianco è prima di tutto il colore della neve. E quindi del Natale.

Oddio, e quindi per modo di dire: nei Natali della mia infanzia e della mia prima giovinezza trascorsi al Sud c'era davvero tutto ma la neve proprio no. Ho ricordi di sontuose insalate di rinforzo, di guizzanti capitoni, dell'opulenta pasticceria natalizia napoletana, di presebbi e zampognari (e di zampognari dentro i presebbi), di tombole e mandarini, ma la neve di Natale era qualcosa che vedevamo in televisione o di cui leggevamo nei libri. Mi ci sono voluti quasi trent'anni di vita per approdare (correva l'anno 1996) al mio primo Natale polacco, con temperature esterne fino a -25 °C e neve e bianco ovunque, in excelsis et in terra.
Ma tant'è: se è vero che al cuor non si comanda, tanto meno si comanda al proprio immaginario. Del resto se la neve si mette sui presepi, che a rigore sarebbero ambientati a Betlemme, potrò ben io che sono originario di parecchio più a nord associare la neve a Natale, no?

Sarà stato forse per questo che quando ho commissionato a Mauro Gilli la mia pipa di Natale 2013, scelto il modello e dovendo decidere la coloristica gli ho chiesto di realizzare un bocchino bianco. La forma che ho scelto è quella che Gilli (e non solo lui) chiama Maigret: una billiard più tozza e panciuta dell'archetipo base, che evoca una sensazione di solida, rassicurante robustezza e che effettivamente non si fa fatica a immaginare tra le mani del commissario di Simenon. E' una forma che compare in innumerevoli shape chart, dal modello 127 di Dunhill al 101 di Savinelli, e che ho il sospetto dia tanto piacere all'artigiano che la realizza quanto al fumatore che la maneggia.

I numeri: 120 mm di lunghezza, 45 di altezza, 20mm diametro interno fornello, peso 44 g
Così come la square panel del compleanno, questa Maigret di Gilli è una Maigret quintessenziale, sabbiata come meglio non si potrebbe non dico desiderare ma proprio immaginare, e con un taglio e una linea del bocchino che si dimostrano una volta di più all'altezza della fama del suo autore.
Data l'occasione speciale mi sono concesso il piccolo lusso della veretta in argento, che probabilmente al quai des Orfévres non si sarà mai vista ma che in questo caso funge anche da elemento di transizione cromatico.

Come ulteriore deviazione rispetto alla filologia originale, questa pipa non fumerà i forti bruns francesi ma solo ed esclusivamente raffinate e saporite miscele inglesi; e verrà inaugurata con quello che per me è un capolavoro del genere, il corposo ed equilibratissimo Westminster di G.L. Pease.

Prima di concludere: "l'occasione mi è gradita" - come si scrive(va) nelle lettere commerciali - per porgere ai manzoniani venticinque lettori di questo blog i migliori auguri di Buone Feste, sperando che un po' del tepore e del profumo che promanano da una pipa ben avviata facciano loro compagnia in questi giorni e in tutti quelli che seguiranno.




venerdì 13 dicembre 2013

Allodola

Ci sono libri che ti intossicano come i protozoi della malaria. Il contagio avviene in maniera rapida ma poi diventa impossibile liberarsi di loro; e ogni tanto, in maniera spesso inaspettata, ti fanno sentire la loro presenza.
Libri che spesso sono destabilizzanti, libri ai quali torni quasi tuo malgrado: come se avessero da dirti qualcosa forse non troppo piacevole ma di certo importante, qualcosa che in ogni caso vale la pena assicurarsi di aver capito bene.
Può così capitare che in un gelido mattino di metà dicembre, mentre sei seduto in un tram dai vetri appannati che ti sta portando al lavoro, il pensiero vada per conto suo a una lettura fatta in estate, in vacanza, in Polonia: Allodola, dello scrittore ungherese Dezso Kosztolanyi.

Vissuto tra il 1885 e il 1936, Kosztolanyi è una figura di spicco della letteratura ungherese del secolo scorso. Assai apprezzato in patria sia per la produzione poetica che per quella in prosa, ebbe anche il merito di tradurre in ungherese numerosi testi teatrali sia della grande tradizione classica (Shakespeare su tutti) sia della migliore produzione a lui contemporanea (tradusse e fu un appassionato paladino di Pirandello). Ebbe anche notevole influenza sulle successive generazioni di letterati ungheresi, e tra i suoi più ferventi ammiratori c'era Sandor Marai, diventato negli ultimi anni uno dei più solidi best sellers della benemerita Adelphi.

La trama di Allodola è - esteriormente - abbastanza lineare: è la storia ambientata a Sarszeg, cittadina immaginaria della provincia ungherese, di una settimana nella vita dei coniugi Vajkay e precisamente della settimana che trascorrono da soli mentre la loro unica figlia (soprannominata per l'appunto Allodola) è ospite presso dei parenti che risiedono altrove. Quella di Allodola è una famiglia esemplare, una di quelle in cui le relazioni tra i componenti sono tutte una gara di delicatezze, tutte un'unica sequenza di tiepide cure, di fini manifestazioni d'affetto, di minute attenzioni.
In realtà scopriremo ben presto che questa settimana di sospensione da una routine che sembra immutabile, compenetrata finanche negli oggetti di casa Vajkay, è l'abbrivio di un pericolosissimo piano inclinato. E' l'orlo di un abisso nel quale le certezze interiori dei tranquilli coniugi Vajkay si sgretoleranno una dopo l'altra.

Con la ferocia e la precisione di un serial killer non digiuno di chirurgia, Kosztolanyi scarnifica la placida, zuccherosa realtà dei suoi personaggi facendocene constatare i risvolti di ipocrisia, di avarizia, di grettezza, perfino di puro e semplice odio. E' un viaggio che parte da The sound of music e arriva a Sussurri e grida.
E quando la settimana (circolarmente scandita dal pianto dei genitori alla partenza del treno e da quello di Allodola nel suo letto al ritorno) termina, sappiamo che l'esteriorità tornerà implacabilmente com'era ma nessuno dei protagonisti sarà più quello di prima.

Si respira in queste pagine una lucida assenza di illusioni, una volontà ostinata di demistificazione delle piccole e grandi ipocrisie della vita borghese di provincia, una valutazione spietata del prezzo di dolore e di infelicità tributato sull'altare del decoro.
Eppure Allodola non è un libro disperato, né disperante.
Non lo è per virtù d'arte, non lo è per merito della scrittura di Kosztolanyi che è di una perfezione da farti venir voglia di imparare l'ungherese non foss'altro che per poter leggere libri come questo in originale.
E' una scrittura palpitante di vita, che indugia con adesione e simpatia su ogni manifestazione dell'esistenza, dalle galline che razzolano per le strade al sapore dei piatti serviti nel ristorante in cui i Vajkay si concedono un pranzo.

Si legge in un paio d'ore questo libretto, e sono due ore che vale la pena di spendere. E' bello guardare dal finestrino di un tram milanese e avere la sensazione che dalla nebbia emerga il frontone di qualche casa di Sarszeg.


mercoledì 4 dicembre 2013

Patrimonio dell'UNESCO

Mi piacerebbe, tanto per tirarmela un po', poter dire che l'ultimo dell'anno quand'ero ragazzo era allietato dai severi corali di Bach. O dai festosi inni di Haendel. O almeno dagli spumeggianti tre quarti straussiani. E invece no: il passaggio da un anno all'altro a casa mia era punteggiato dalle canzoni dei Gigli. Non so se anche altrove a Nola ci fossero analoghi riti, ma da noi era così. Questo per dire che anche in questo periodo dell'anno, più da Weihnachtsoratorium o da Messiah, la Festa era con noi e noi con lei.
Sono dettagli che mi sono tornati in mente oggi leggendo di una sessione plenaria dell'UNESCO, tenutasi nella remotissima Baku, in cui la Festa dei Gigli è stata iscritta nella lista delle manifestazioni patrimonio immateriale dell'umanità.

E' stato un cammino lungo e accidentato,  percorso talvolta a mezzo passo e talaltra anche francamente a capa arreto, ma l'importante è avercela fatta. Per una delle magnifiche ironie della vita, una celebrazione fatta di colossali strutture di legno e cartapesta, di caldo, di fatica e di sudore viene iscritta in una lista di beni immateriali: eppure a ben vedere è un paradosso solo apparente. In fondo l'esplosione dionisiaca della Festa non si spiega se non con un accumulo progressivo di tensioni, speranze, progetti, attese che a Nola va avanti per tutto un anno, per tutti gli anni.
La Festa è un grande, coloratissimo sogno: ma un sogno che viene sognato da una comunità intera che in esso si identifica e si riconosce. E cosa c'è di più aereo, delicato, immateriale di un sogno?
Domani tutti i nolani si risveglieranno e ritroveranno intatti problemi e preoccupazioni del giorno prima. Non sarà il sigillo UNESCO a spezzare d'incanto le tante catene che impediscono alla mia città di sviluppare il suo potenziale. Non sarà una decisione ratificata nell'Azerbaijan a convincere finalmente i miei concittadini a prendere su di loro il proprio destino;  né essa avvicinerà di un metro a Nola tutti i nolani forestieri come me che vivono nel desiderio perennemente frustrato di due chiacchiere 'mmiezo 'a chiazza o di una passeggiata calpestando i basoli del centro antico.
Ma intanto adesso qualcuno in più sa che a Nola noi abbiamo questo sogno. E questo sogno è il dono di Nola anche per chi nolano non è.
Come ha giustamente chiosato mio padre quando gli ho dato la notizia, "in fondo la Festa era già patrimonio nostro. Mi fa piacere per il resto dell'umanità".

mercoledì 27 novembre 2013

Edek

Fino a sabato scorso a casa mia c'erano due gatti. Un maschio e una femmina felini che controbilanciavano perfettamente il maschio e la femmina umani. Un menage à quatre perfettamente rodato, con abitudini ormai da vecchia coppia, sia pure doppia: le mie pipe in compagnia di Gienek che talvolta cercava di acchiappare gli scovolini, talvolta si dedicava a mangiarsi le briciole di tabacco, altre volte ancora si limitava ad annusare il fumo nell'aria manifestando il suo maggiore o minore gradimento; le serate televisive di Justyna con Ella in braccio; i tentativi di Gienek di rubare l'umido di Ella e quelli di Ella di rubare pezzettini di formaggio a noi.

Tutto questo fino a sabato scorso.

Da sabato scorso i gatti in casa mia sono diventati tre, e tutto il balletto di simmetrie è miseramente saltato.
Sono saltate le normali abitudini e adesso si cerca di ricostruirne delle nuove che tengano conto del nuovo arrivato, Edek, l'eroe eponimo di questo post: il quale da parte sua non consente neanche per un attimo di dimenticarsi di lui.

Edek è un cucciolotto di tre mesi, tre mesi e mezzo raccolto (a quanto ci hanno raccontato) per strada da piccolissimo e arrivato da subito all'ENPA di Saronno. Da subito e con una grave infezione a entrambi gli occhi. Uno degli occhi è stato necessario asportarglielo chirurgicamente; con l'altro a detta del veterinario è forse in grado di vedere qualche sagoma in condizioni di forte luce. Oltre a questo, il mantello bianco e nero a macchie ("muccato" nel lessico famigliare di casa mia) non è di quelli considerati particolarmente belli. Insomma, c'erano tutti gli ingredienti perchè questo gatto trascorresse l'esistenza dietro le sbarre di una gabbietta dell'ENPA. Al caldo, al sicuro, con la pappa assicurata: ma dietro una gabbia.

Con una di quelle intuizioni che devono scaturire da qualche misterioso sesto senso, Justyna ha capito che questo gatto doveva arrivare da noi: i miei richiami alla ragionevolezza, le mie previsioni di maggiore impegno, di grande stress per i gatti residenti, le mie obiezioni sull'impossibilità di portarsi a casa tutti i gatti un po' sfortunati che capita di incrociare facendo volontariato in un'associazione animalista si sono infrante di fronte alla sua sorridente ostinazione.

Come al solito, aveva ragione lei.

Questo chilogrammo scarso di gatto si sta rivelando un'autentica forza della natura: ignora bellamente soffi e ringhiate dei residenti, li insegue o li sfida a inseguirlo, ruba loro spudoratamente il cibo dalle ciotole infilandosi sotto le loro zampe, occupa tutti i loro posti preferiti e se ritiene che sia il caso cerca perfino di cacciarli via.
Mezz'ora dopo averne avuto la possibilità aveva già esplorato tutta la casa e probabilmente elaborato una sorta di mappa mentale che già adesso gli consente di muoversi con disinvoltura tra i vari ambienti.
Corre, salta, si arrampica, si lascia cadere. Ogni tanto i polpastrelli non hanno abbastanza presa sul parquet e mentre corre parte in testacoda. Ogni tanto dà qualche testata in giro ma non se ne dà per inteso: scrolla testa e spalle e ricomincia a correre.

Non sopporto la letteratura zuccherosa sui gatti, né i piagnistei sulle doti nascoste dei disabili: non mi lancerò quindi in un panegirico su più o meno improbabili lezioni di vita che un gatto disabile (ammesso che una tale umanizzazione sia sensata) è in grado di impartire. Ma è certo che vedere Edek all'opera, constatare quanto per qualcuno possa essere semplice essere ciò che si è fornisce materiale per la riflessione in grande abbondanza.

Ed è certo che il suo costo in termini di pappe, pulizia e fatica questo buffo, dispettoso, tostissimo folletto se l'è già ampiamente ripagato nelle poche ore da che è qui. Da questo momento in avanti per noi è puro guadagno.




Edek

sabato 16 novembre 2013

Un giorno di ordinaria follia

Fino a che punto un uomo può essere spinto dalle proprie manie? Caligola come è noto fece senatore il proprio cavallo; Vincenzo Peruggia arrivò a sottrarre la Gioconda di Leonardo; François Vatel, cuoco del Gran Condè, si suicidò per aver dovuto servire del pesce a suo giudizio non sufficientemente fresco.

L'idea mia e di Antonio di organizzare una gita a Bruxelles con andata e ritorno in giornata al solo scopo di procurarsi del tabacco Semois può apparire sulle prime bislacca, tantopiù se nella spedizione vengono coinvolte le mogli col preciso intento di far lievitare la franchigia a disposizione; ma misurata sulla scala dei truculenti episodi appena riportati sembra in verità una grigia iniziativa da dopolavoro ferroviario.

Devo confessare che quando ieri mattina la sveglia è suonata alle 04:00 AM la tentazione di girarsi dall'altra parte e mandare a quel paese (il Belgio?) pipe, tabacchi e compagnia bella è stata fortissima. Ma si è trattato della debolezza di un momento. Così, riemersi a fatica dalle coperte e insufficientemente svegliati da un caffè, io e Justyna alle 4:47 prendevamo posto nel Malpensa Express verso l'aeroporto. Con tipica efficienza italiana il bus che collega i due terminal della struttura a quell'ora circola ogni trenta minuti e gli orari sono congegnati in maniera tale che il passaggio avvenga in maniera da costringere i malcapitati viaggiatori a quasi venticinque minuti di inutile attesa: evidentemente l'idea di sincronizzare tra loro arrivo del treno e partenza del bus è un concetto troppo banalmente semplice per gli astuti organizzatori del servizio.

Il modello organizzativo a cui sono ispirati i controlli di sicurezza di Malpensa
Una volta arrivati al terminal 2 ci si para dinanzi una scena che di sicuro avrà riportato Justyna ai tempi della sua infanzia nella Repubblica Popolare Polacca: una coda disperatamente lunga era in attesa di passare i controlli di sicurezza. Il fenomeno, alle sei del mattino di un venerdì qualunque di metà novembre sembrava e sembra inspiegabile, a meno di non voler malignamente pensare a un tentativo di spingere i malcapitati in ansia a comprare l'opzione Fast Track. 
Sia come si sia, ci pieghiamo all'ineluttabile, compriamo il Fast Track e giungiamo trafelati ma in tempo al gate di imbarco.
Il volo fortunatamente si svolge senza intoppi e alle 8:30 arriviamo a Bruxelles. Le successive tre ore sono dedicate alle razzie di Semois presso gli obiettivi strategici che avevamo previdentemente individuato durante la fase di preparazione dell'iniziativa.
E qui corre l'obbligo di ringraziare Stefano, vecchia conoscenza telematica di Antonio e nuova conoscenza nostra che risiede a Bruxelles e si è dato la pena di mandare qualche mail e fare qualche telefonata in modo da facilitarci il compito e darci ragionevoli certezze in merito a quanto avremmo trovato.

Dopo la spoliazione delle nostre prede (possiamo affermare con orgoglio di aver lasciato Le Roi du Cigare completamente privo di Semois Vincent Manil) è il momento di dedicarci a un giro per il centro della città. Ovviamente con la pipa in bocca riempita dello straordinario Langue de chien di Martin. Mentre sfumacchiavo soddisfatto godendo della soffusa luce belga e di un cielo con degli sprazzi di azzurroverde che venivano direttamente dal polittico di Gand, pensavo che a furia di star dietro agli esoterici Virginia, così pieni di pretese in quanto a umidità, caricamento, conduzione della fumata, punto di stagionatura e simili, ogni tanto fa bene ritornare (o approdare) a un tabacco come questo: buono della semplice, genuina  bontà del pane appena sfornato e che si lascia fumare da quel franco e generoso compagno di vita che probabilmente è stato per generazioni di pipatori.

Giunge così l'ora del pranzo, celebrato comme il faut  (in compagnia di Stefano che si è unito alla comitiva ) all'ottimo  Aux Armes de Bruxelles. Le pipe si tacciono e lasciano il posto a choucroute, cozze con le patatine fritte e all'immancabile birra belga.

Pomeriggio trascorso a passeggiare (e a fumare, ça va sans dire) per le stradine di Bruxelles accompagnati da Stefano che per l'occasione rivela i suoi talenti di guida turistica e che poi spinge la sua gentilezza fino al punto di riaccompagnarci all'aeroporto. Aereo, treno e per le 22 siamo di nuovo a casa.

In conclusione: ottimo tabacco, ottimo cibo, splendida compagnia. Una giornata praticamente perfetta. Come scriveva Jules Verne, "si vivre dans ces conditions, c’est être un excentrique, il faut convenir que l’excentricité a du bon !"


Io e Antonio all'uscita de Le roi du cigare. Inspiegabilmente la commessa si è rifiutata di posare sdraiata ai nostri piedi a mò di preda.

Se qualcuno volesse ripetere la nostra impresa (dopo aver dato il tempo ai tabaccai bruxellesi di rientrare entro uno stock accettabile) riporto un po' di indirizzi:

- Il Semois di Vincent Manil (Reserve du Patron, taglio medio e La Brumeuse, taglio grosso) l'abbiamo preso da Le roi du cigare, rue Royale 25. Hanno anche il Semois di Jean Paul Couvert, come il Cerf Ardennais che ostento trionfalmente nella foto.
- Il Semois di Joseph Martin (Vieux Bohan e Langue de Chien) invece l'abbiamo preso da Davidoff Louisa, Chausée de Charleroi 15.
- Il pranzo l'abbiamo consumato presso Aux armes de Bruxelles, rue des Bouchers 13. Consigliatissimo.


 

martedì 5 novembre 2013

Chailly dirige Brahms

Adamo ed Eva cacciati dal paradiso terrestre, prima e dopo il restauro
Quando nel 1989 furono rimossi i ponteggi e i teloni che nascondevano alla vista la volta della Cappella Sistina e furono mostrati i risultati dell'opera dei restauratori, fu detto che "ogni libro su Michelangelo dovrà ora essere riscritto".
In effetti quello che emergeva una volta rimossa la patina di sporco e nerofumo accumulatasi nel corso dei secoli era un pittore distante le mille miglia dal clichè dello scultore frustrato, interessato soprattutto a masse e volumetrie e poco attento agli aspetti coloristici: agli occhi meravigliati dei visitatori si mostrava ora una gamma apparentemente infinita di azzurri, di verdi e di gialli, graduati con sapienza per tener conto degli effetti dovuti alla necessaria lontananza degli affreschi dagli spettatori. Come era inevitabile di fronte a risultati tanto radicalmente diversi da tutto quanto era stato fino a quel momento vulgata comune, ci fu chi giudicò che i restauratori si fossero spinti troppo oltre, che questa Sistina in technicolor non fosse il vero Michelangelo.
Non ho evidentemente nessuna competenza per entrare in una tale querelle se non a titolo puramente personale: e mi limito quindi a dire che a me questi colori accesi, vividi, cangianti, questo senso per il cromatismo che quasi riallaccia la pittura di Michelangelo alle campiture di colore puro della tradizione bizantina sembra di un'infinita suggestione.
La si pensi come si vuole in merito, rimane il fatto che in un fissato istante l'opera oggetto di restauro sarà sempre com'era oppure com'è, che le scelte del restauratore - per quanto egli voglia essere cauto e conservativo - sono in larga misura irreversibili.

L'immaterialità della musica porta con sé anche questo vantaggio: interpretazioni diverse possono coesistere senza interferire l'una con l'altra. Possiamo ascoltare il Beethoven di Furtwängler ma anche quello di Toscanini, lo Chopin di Rubinstein ma anche quello di Horowitz. 

Se in particolare volgiamo lo sguardo alla storia dell'interpretazione delle sinfonie di Brahms, emerge chiaramente una corrente largamente maggioritaria che all'ingrosso potremmo definire elegiaca: dalla cosmica malinconia leopardiana di Furtwängler, alla gotica compunzione di Klemperer, al rimpianto soffuso di luce dorata delle letture di Karajan, alle nobili meditazioni di Giulini si tratta di letture che, pur molto differenziate per premesse e per esiti, hanno in comune un approccio basato su tempi dilatati, sonorità dense e massicce, uso dei rallentando per sottolineare i momenti di maggior tensione.
Non che siano mancati tentativi di rendere il sinfonismo brahmsiano in maniera più drammaticamente tesa e movimentata, come testimoniano (tra gli altri) i cicli di Toscanini e Bruno Walter: ma per ragioni probabilmente imperscrutabili sono state tutte operazioni sempre rimaste un po' ai margini, incapaci al fondo di scalfire questa immagine malinconicamente, nebbiosamente autunnale delle sinfonie di Brahms.

C'è da sperare che maggior fortuna arrida all'integrale sinfonica brahmsiana appena uscita per Decca e che vede protagonisti l'orchestra del Gewandhaus di Lipsia diretta da Riccardo Chailly.
C'è da sperarlo perchè, esattamente come per il restauro della Cappella Sistina, l'approccio di Chailly rivela un'immagine di Brahms quale forse non si era abituati a frequentare. Il Brahms di Chailly non è meno drammatico o più rassegnato di Beethoven: quello che cambia nei cinquant'anni circa che separano la Nona di Beethoven dalla Prima di Brahms è l'argomento, il tema del dramma. Esso in Beethoven scaturisce dalla tensione fra volontà e materia, fra il mondo interiore e quello esteriore, nella lotta che si svolge tra materia e spirito. In Brahms, e questo aspetto viene colto da Chailly con grande lucidità, la scena del dramma è tutta interiore: il conflitto che lo genera è tra il dovere e il poter essere, fra le forze che si ritiene necessario avere e quelle che si stima di avere in realtà. Cambia - ripeto - la scena, ma non l'intensità delle passioni o l'impeto del dramma. Non che Chailly neghi o depotenzi i momenti di elegia e lirismo, e basta ascoltare la resa dell'Andante sostenuto della Sinfonia n. 1 o del Poco allegretto della Sinfonia n. 3 per convincersene. Ma il suo Brahms acquista colori più nitidi, contorni più netti, luci più cangianti di quanto di solito si ascolta.
E' un'interpretazione con cui si può essere o no d'accordo (e che personalmente trovo irresistibile) , ma che in ogni caso ha il grande pregio di un'originalità che non scade nela provocazione fine a sé stessa perchè si coglie in maniera evidente il genuino desiderio di Chailly di condividere gli esiti della sua riflessione con chi lo ascolta.

Insomma, per quanto mi riguarda questo ciclo brahmsiano conferma il momento di straordinaria maturità artistica e intellettuale a cui è giunto Chailly, superbamente coadiuvato da una delle più perfette compagini orchestrali al mondo il cui meraviglioso sound è catturato da una registrazione davvero allo stato dell'arte.

Furtwängler e Karajan continuerò a tenermeli stretti. Ma queste di Chailly si inseriscono in un numero veramente esiguo di interpretazioni capaci di indicare, convincentemente, vie nuove.






mercoledì 16 ottobre 2013

Ritratto di Irene

(Doppio) ritratto di Irene. Showroom Fazioli, Milano, Maggio 2011.
Pochi concorsi pianistici sulla scena mondiale possono vantare l'aura e il prestigio che circondano il concorso Chopin di Varsavia. Pollini, la Argerich, Zimerman, Blechacz sono solo alcuni dei grandissimi pianisti che l'hanno vinto; e anche quando il verdetto finale dà adito a dubbi e perplessità, il rigore esasperato della selezione garantisce un livello medio tecnico e musicale al di sopra di ogni sospetto.
L'ultima edizione del concorso si è svolta nell'ottobre 2010 ed è stata "coperta" dal benemerito canale televisivo TVP Kultura in maniera completa e appassionante: oltre a ogni singola nota suonata durante il concorso agli spettatori venivano proposti dibattiti in studio, interviste coi protagonisti, approfondimenti su questo o quell'aspetto della musica di Chopin. Un vero Super Bowl del pianoforte.

E' appunto al concorso Chopin 2010 che devo il mio primo contatto con Irene Veneziano. Ne avevo già seguito le due prime prove ricavandone l'impressione di un'interprete estremamente interessante; ma fu durante la terza prova che mi resi conto in maniera chiara della straordinaria musicista che stavo ascoltando: un recital chopiniano che comprendeva i primi due Notturni dell'op. 15, la Polonaise op. 26 n. 2, la Polacca-fantasia op. 61, la seconda Sonata op. 35 e - incastonata fra Polacca-fantasia e Sonata - una Berceuse op. 57 di un lirismo e al tempo stesso di un rigore stilistico impressionanti.

Ora, io per la Berceuse ho una piccola(?) fissazione, ritenendola - alla stregua dell'Ave, verum corpus mozartiano o degli ultimi pezzi pianistici di Brahms - uno di quelle supreme pagine di congedo che distillano la quintessenza poetica di un compositore, e che spesso bastano da soli come pietra di paragone per la statura artistica di un interprete. E' un brano di una delicatezza e dolcezza struggenti ma anche per certi versi ingannevoli: l'interprete che ne fornisce una lettura puramente lirica e sentimentale ne tradisce gli aspetti formali e costruttivi che qui assumono un rilievo da Variazioni Goldberg in miniatura. E nella versione che stavo ascoltando c'era tutto: c'era tenerezza, c'era contemplazione, c'erano il canto e la magia. E tutto questo non sovraimposto, ma dedotto.

Una resa così bella di un pezzo che amo così tanto mi spinse a fare qualcosa del tutto al di fuori dai miei normali canoni di comportamento: tentare un contatto con l'interprete allo scopo di ringraziarla per le emozioni che mi aveva regalato.Nell'impresa si rivelò prezioso Facebook, su cui scoprii che Irene aveva un account e che mi diede la possibilità di inviarle un messaggio in cui tentavo di spiegarle tutto il mio apprezzamento. Era un messaggio che nella mia testa non avrebbe avuto nessun seguito, un piccolo tributo di ammirazione destinato ad esaurirsi in sé stesso: così invece non fu. Così non fu perchè il giorno dopo Irene mi rispose, e nella risposta non c'era un generico ringraziamento ma le parole di qualcuno che si era dato la pena di leggere e capire. Con la sua tipica, provvidenziale imprevedibilità la vita aveva trasformato un incontro che neanche avrebbe dovuto essere tale nell'inizio di una splendida amicizia: col tempo infatti quei messaggi si moltiplicarono e in seguito ebbi modo di conoscere e frequentare Irene di persona e di apprezzarne le tante qualità umane.
Racconto questi particolari per rimarcare che - parlando di Irene Veneziano musicista - sto parlando di una cara amica: è un conflitto d'interessi che dichiaro con grande fierezza, e se per qualcuno le mie osservazioni fossero destituite di credibilità beh, pazienza.

Una delle caratteristiche a mio avviso tra le più evidenti nel pianismo di Irene Veneziano è il gusto e il rispetto dello stile: Irene è in grado di rendere in maniera compiuta il mondo espressivo di musicisti appartenenti a epoche diversissime rispettando la voce, il modo di porgere, la lingua di ognuno: nelle sue letture il romanticismo di Schumann risulta altro da quello di Chopin o di Liszt, la leggerezza di Galuppi ha un tono e un timbro diversi da quella di Debussy.
Al pianoforte. Teatro Belloni, Barlassina (MB), febbraio 2013.
A questo aspetto si unisce un fenomenale senso della struttura, una dote che si rivela tanto più preziosa quanto meno la composizione da rendere ha una rigida griglia formale cui interprete e ascoltatore possano fare riferimento: in pagine come la Ballata n. 1 op. 23 di Chopin o la Fantasia op. 17 di Schumann la capacità di tracciare una linea entro cui inscrivere armoniosamente il flusso sonoro può fare la differenza tra una semplice resa del testo e una vera interpretazione dello stesso. Ma anche in un brano come la già citata Berceuse il gioco di accumulo e rilascio delle tensioni rivela (se gestito bene) la favolosa sapienza compositiva di Chopin con la stessa solare, limpida evidenza di una dimostrazione geometrica.
Un'altra dote di Irene Veneziano pianista che risulta evidente anche ad un ascolto superficiale è la gamma cromatica apparentemente infinita di cui dispone il suo pianoforte, che unita al senso dello stile di cui parlavo prima le consente di collocare ogni autore in una luce diversa: dal colore brunito dei Lied schubertiani trascritti da Liszt, alla luce meridiana del Notturno op. 15 n. 1 di Chopin, all'acquarello tenue della Fille aux cheveux de lin  di Debussy ogni autore, ogni brano, ogni frase riceve una caratterizzazione in termini di suono che risulta - puramente e semplicemente - giusta.


Ho parlato del rispetto della cifra stilistica di ogni autore, ho parlato del senso della struttura, ho parlato della ricchezza della tavolozza sonora. Eppure non ho ancora nominato quello che secondo me è il vero segno distintivo di Irene quando siede al pianoforte, ciò che per me la mette in compagnia di un ristretto novero di grandissimi: sto parlando della capacità di far vivere e respirare la musica, di trasformare dei segni scritti sulla carta in vibrazioni che formano un tutto organico. Se la pagina lo permette, se le sue acque sono sufficientemente profonde, quando Irene tocca la tastiera non ci sono più altezze, durate, timbri: c'è un organismo che prende vita e palpiti e si esprime attraverso i suoni. E' una virtù che rischia di passare inosservata, tanto naturale è il risultato finale: ma può essere colta benissimo osservando con quanta esattezza vengano resi elementi apparentemente secondari: le pause coronate, le piccole appoggiature, le notine di transizione. E' in questi attimi così vicini al silenzio che si coglie il respiro, se c'è: e se non ce ne accorgiamo, sappiamo di stare contemplando un blocco inerte di marmo.

Ed è proprio questo senso di vita, di movimento, di calore che dalla personalità solare e briosa di Irene si trasferisce alle sue dita e alle note che suona a conferire ad ogni suo concerto il carattere di una gioiosa esperienza per lo spirito: in un'epoca in cui soprattutto da parte dei giovani interpreti sembra essersi aperta una gara a chi pesta più forte, a chi suona più caricato, a chi peggio stravolge il testo pur di fargli dire quello che l'interprete ritiene di dover comunicare, l'approccio limpidamente comunicativo, spiritualmente onesto di Irene Veneziano rappresenta un'oasi di luminosa bellezza; ed è questa la ragione per cui invito chiunque legga queste mie divagazioni ad informarsi sui prossimi concerti di Irene o quantomeno a procurarsi qualcuno dei suoi dischi. E' l'unico modo per rendersi ragione di persona della reale statura interpretativa di un grande Maestro: Irene Veneziano.

La mia amica Irene.



mercoledì 2 ottobre 2013

La sindrome del criceto

Scorte di tabacco. A scanso di equivoci, questa *non* è la mia...
L'impietosa diagnosi è di Justyna: sono un accumulatore compulsivo di scorte. Per anni ho tentato di negare a me stesso e agli altri la scomoda verità, ma messo di fronte a una collezione di CD che comprende (tra l'altro) due integrali complete di Mozart, ventotto versioni diverse del secondo concerto per pianoforte di Brahms e dodici delle Nozze di Figaro mozartiane; confrontatomi con gli scaffali della dispensa gementi sotto il peso degli spaghetti e dei vermicelli che imperterrito continuo a comprare tutte le volte che vado a fare la spesa; ed essendomi reso conto che ci sono rispettabili gattili dotati di provviste di croccantini  e sabbietta inferiori a quelle che mediamente sono a disposizione dei miei due gatti, ho dovuto ammettere che sì, forse una certa tendenza all'incetta e all'ammasso non mi è del tutto estranea. Con precedenti di questo tipo, il trend che avrebbero seguito i miei acquisti di tabacco era - ahimè - fin troppo facilmente pronosticabile.

In questo campo specifico però ho potuto scoprire con una certa soddisfazione che non ero da solo: che creare e mantenere un caveau di tabacchi da pipa era un'operazione niente affatto insensata.
Ma di che si tratta? Semplicemente di comprare in un fissato arco di tempo più tabacco di quello che si riesce a fumare, mettendo da parte l'eccedenza che si viene così creando.
E' un'operazione che ha una serie di motivazioni che a mio parere la rendono attraente anche per chi non è affetto da quella che Justyna ha icasticamente battezzato come  sindrome del criceto:

- il primo motivo è di natura pedestremente, grettamente economica: anche se può sembrare controintuitivo, è innegabile che  - dato che il tabacco aumenta costantemente e invariabilmente di prezzo -  farne scorta aiuta a tenere basso il costo medio di una pipata

- il secondo motivo attiene invece alla disponibilità a lungo termine delle miscele. Alcuni tabacchi cambiano di produttore o di modalità di produzione o di composizione nel corso degli anni, pur mantenendo inalterata la denominazione: i Dunhill dopo essere stati prodotti per lunghi anni dalla Real Casa del Bianco Puntino sono poi passati a Murray, che li ha infine ceduti a Orlik; il Capstan è attualmente prodotto da Mac Baren, i Rattray's da Kohlase&Kopp. Tutti cambiamenti accompagnati da cambiamenti del gusto; altri tabacchi poi semplicemente smettono di essere prodotti,  o anche solo di essere commercializzati nelle lande a cui si ha facile accesso. In tutti questi casi le scatole comprate due, cinque o dieci anni prima diventano l'unico modo possibile per assaggiare tabacchi nel frattempo geneticamente mutati o divenuti indisponibili.
Il detonatore di questo post: una latta di Hal O' The Wynd invecchiata tre anni.

- il terzo motivo è probabilmente il più valido in un'ottica epicurea: molti tabacchi invecchiando cambiano in meglio. Succede un po' come per le persone: l'età smussa certi spigoli, arrotonda certe asprezze e tende a rivelare la personalità più autentica. I tabacchi che maggiormente beneficiano di lunghi soggiorni nel caveau sono quelli con le più alte percentuali di zuccheri, grazie ai quali i batteri presenti nel tabacco possono continuare a lungo la loro opera: e quindi senza dubbio i Virginia, e più quelli chiari che quelli scuri. Basta solo un anno di invecchiamento per tirar fuori da miscele come il Golden Glow di Samuel Gawith o il Capstan giallo una struttura e una profondità assolutamente insospettabili nel prodotto fresco. Anche le miscele inglesi si giovano di un po' di sosta in dispensa: in questo caso però c'è da tener conto che la tendenza all'amalgama e all'arrotondamento potrebbe sul lunghissimo termine far perdere un po' di incisività a questi tabacchi.
I cosiddetti "naturali" (miscele a base di Burley, Kentucky, tabacchi bruni francesi, Semois) non risentono particolarmente della stagionatura, nè in meglio nè in peggio: e ciò si spiega col tenore relativamente basso di zuccheri di questi tabacchi; infine gli aromatizzati al caffè, alla fragola o al tiramisù conviene - se proprio non si riesce a lasciarli sugli scaffali del tabaccaio - fumarseli il più "freschi" possibile, prima che l'aromatizzazione evapori e lasci percepire la qualità in genere mediocre delle foglie utilizzate.

Tanto per dare qualche numero di riferimento: i Virginia evolvono sostanzialmente all'infinito, anche se si tratta di un processo asintotico. I cambiamenti più spettacolari avvengono di norma nei primi cinque-dieci anni, ma ad avere costanza l'invecchiamento può essere spinto anche molto ma molto oltre: non è possibile dare a parole un'idea di quello che può essere fumare un Virginia (o un Virginia-Perique) stagionato quindici o vent'anni.
Le miscele col Latakia raggiungono probabilmente il loro apogeo dopo tre-cinque anni, ma è una tipologia di tabacco per la quale contano molto i gusti personali e la specifica miscela: avendo avuto modo di confrontarli, io ad esempio preferisco lo Skiff relativamente "fresco", mentre il Samarra di Pease è a mio giudizio decisamente migliore dopo qualche anno di riposo.

Ma c'è anche dell'altro: a mio modo di vedere invecchiare tabacco ha - oltre a quella pratico-edonistica - una valenza prettamente morale, dato che è un'attività (ammesso si possa definirla tale) che insegna il valore del tempo che passa, illumina i benefici della tranquillità e del riposo e soprattutto dimostra luminosamente che non tutto è in vendita. Non importa quale cifra siate disposti a spendere per comprare tabacco, ma per avere un Virginia invecchiato vent'anni vi ci vorranno vent'anni e non un giorno di meno (a meno ovviamente che non bariate comprando scatole già invecchiate, il che peraltro non toglie validità all'affermazione).

E infine, forse la cosa più importante di tutte è che fumare tabacco stagionato significa ritrovare e far passare attraverso quei condotti di radica e di ebanite un po' di ciò che eravamo. Significa riappropriarci di frammenti di noi stessi di cui magari avevamo perso finanche il ricordo. E' una piccola madeleine ma senza zucchero e senza grassi: chi l'ha detto che fumare "nuoce gravemente alla salute"?