martedì 25 agosto 2015

A Tale Of Four Squires

Il Four Squires nella classica confezione G&H 
 Lo dichiaro subito: fra le due case di Kendal, le mie preferenze vanno nettamente ai prodotti di Samuel Gawith. Intendiamoci bene, dal Glengarry al Grasmere Flake anche nell'offerta di Gawith&Hoggarth ci sono un bel po' di tabacchi cui devo alcune delle più piacevoli esperienze tabagiche di cui ho memoria; ma nel complesso se devo pensare a referenze davvero irrinunciabili, la mente corre piuttosto al Full Virginia Flake, al Sam's Flake, al Golden Glow, al Chocolate Flake, al Grousemoor che a uno qualunque dei prodotti dello sterminato catalogo della Casa cugina.

Ultimamente però proprio un prodotto Gawith & Hoggarth sta scalando rapidamente le vette delle mie preferenze avviandosi a grandi passi verso la categoria dell'irrinunciabilità: sto parlando del Four Squires Flake.

Esprimendosi per eufemismi, il Four Squires non è probabilmente il più noto e apprezzato prodotto fra quelli confezionati nelle inconfondibili scatolette verdi di G&H. La stessa Casa non si è esattamente sprecata nel fornire una descrizione leggermente più accattivante di quelle che si trovano di solito nei foglietti illustrativi degli sciroppi per la tosse:

Four Squires Flake is a combination of flue-cured Virginias from Brazil and Zimbabwe, augmented with a smaller amount of sun-cured to add sweetness and body.

Come vedete, mancano giusto indicazioni del tipo "consumare lontano dai pasti" o "non superare le dosi consigliate".

Si tratta invece a mio parere di un tabacco che meriterebbe ben altra considerazione, dato che unisce la misteriosa, sfuggente, elusiva complessità dei grandi Virginia con una disarmante facilità di gestione.

Le prime note che si presentano all'accensione sono quelle floreali tipiche della produzione della Casa, ricordando molto da vicino il Glengarry. Ma nel caso del Four Squires si tratta di un'apparizione davvero fugace, un po' come il ruggito del leone all'inizio dei film della MGM.

Successivamente è l'interplay fra i vari gradi di Virginia a prendere il centro della scena, contrappuntato da una nota di sottofondo veramente intrigante: secondo alcune fonti in questo tabacco sarebbe presente una leggera aromatizzazione allo sciroppo d'acero. Ma dimenticatevi pancake e mercanzia similare, ché questo tabacco non è la risposta inglese all' Autumn Evening di Cornell&Diehl. Personalmente se proprio dovessi dare un nome a questa notina (e vi pregò di notare il diminutivo, questo *non* è un aromatizzato) molto più che sciroppo d'acero parlerei di zucchero di canna.

È un tabacco dalla forza nicotinica media o forse anche medio bassa, lo si può fumare in ogni momento della giornata senza nessun particolare rito preparatorio che non sia quello di sbriciolare un po' di flake con le mani, infilare nella pipa e accendere. A tutto il resto penserà lui, e al fortunato pipatore non rimarrà che stare ad ascoltare. Ma anche questo in totale relax, potendosi anche consentire un attimo o due di distrazione.

È un po' come ascoltare una bella selezione di standard suonati dal trio di Oscar Peterson: forse non sarà l'ultima parola in fatto di complessa sublimità, ma ci si sente felici e in pace col mondo lo stesso.

mercoledì 19 agosto 2015

Tout Maigret (peut-être), 6 - Il cane giallo

Per me una delle più belle (as usual da ferencpinter.it)
Scritto nel marzo del 1931 e pubblicato nell'aprile dello stesso anno, questo Le chien jaune (tradotto in italiano coi titoli di Maigret il cane giallo o semplicemente Il cane giallo) è un romanzo che allo stesso tempo conferma e smentisce alcune delle linee di tendenza che avevamo cominciato a delineare nelle puntate precedenti.

La conferma più importante riguarda il modo tutto simenoniano di tratteggiare gli uomini di mare, come il Léon (!) Le Guérec di questo romanzo: un uomo in cui tutto, dalla forza alla dimensione di mani e piedi, dall'ira alla capacità di sopportazione è enorme, possente, smisurato. E questo suo essere fuori scala e fuori misura è reso vieppiù evidente dal contrasto con la piccolezza, la debolezza, la mediocrità dei notabili di Concarneau, la cittadina bretone in cui Maigret si trova distaccato per riorganizzare la locale brigata criminale (e in cui Simenon qualche anno più tardi ambienterà uno dei suoi più bei "romanzi-romanzi", Les demoiselles de Concarneau).

Due mondi, quello di Le Guérec e quello degli avventori abituali del bar dell'Hotel de l'Amiral, incompatibili e sembrerebbe incommensurabili anche fisicamente, due mondi il cui incontro innescherà le vicende che poi toccherà a Maigret portare alla luce.

Un'altra conferma la troviamo nel modus operandi di Maigret, nel suo rifiuto (apparente) di dedurre, finanche di pensare, questa filosofia quasi zen dell'abbandono passivo alle forze che scaturiscono dalle atmosfere dei luoghi e dalle fisionomie delle persone. E' una teorizzazione che in questo romanzo diventa quasi didascalica per la presenza a fianco di Maigret di un giovane ispettore via via più perplesso e sconsolato circa i metodi (o meglio: la mancanza di qualunque metodo) del suo capo. Una mancanza di qualunque metodo che qui è enunciata programmaticamente:

Autrement dit, j’ai pris l’enquête à l’envers, ce qui ne m’empêchera peut-être pas de prendre la prochaine à l’endroit… Question d’atmosphère… Question de têtes… Quand je suis arrivé ici, je suis tombé sur une tête qui m’a séduit et je ne l’ai plus lâchée…
Ma oltre alle conferme c'è in questo romanzo almeno un elemento che lo differenzia da quanti l'hanno preceduto, ed è il suo non essere inquadrabile in nessuno dei due poli della dicotomia romanzi del colpevole / romanzi della vittima.
Nè l'assassino nè la vittima riescono qui ad assurgere ad elementi davvero centrali della narrazione.
A meno di non voler pensare che il vero protagonista (ossia il vero colpevole) sia proprio l'atmosfera generale di Concarneau: la tristezza del gruppo di falliti che si riunisce all'Hotel de l'Amiral sera dopo sera perpetuando stancamente dei rituali in cui in fondo nessuno crede più; il bisogno quasi maniacale di salvaguardare le apparenze, di ricevere quelle piccole distinzioni grazie alle quali ci si può illudere di essere altro dal profanum vulgus; il volersi credere a tutti i costi migliori di quello che si è e di dove si è.

Ecco, dovessi precisare in poche frasi il reale tema di questo romanzo ne parlerei come di uno studio sugli effetti di una frizione fra due universi sociali e umani che possono coesistere pacificamente solo a patto di non sfiorarsi mai, neppure per sbaglio. Uno studio che però non ha nulla di asettico o di neutrale, perchè Simenon (e con lui Maigret e con Maigret noi) ha per il mondo degli umili, degli sconfitti dalla vita un calore di simpatia che anche in questo caso traspare quasi didascalicamente: non sono molti i romanzi di Maigret in cui si leggono frasi tanto esplicite come:

Et Maigret avait été tellement empoigné qu’il faillit, par contrecoup, éclater de rire.

E questo sguardo commossamente partecipe di Maigret non può non trasferirsi in noi che leggiamo le vicende di questo romanzo, che si chiude con uno spiraglio di luce e di speranza tanto più benvenute dopo l'opprimente cupezza che lo ha permeato fin quasi alla fine.



martedì 11 agosto 2015

Let's twist again

For, when Stubb dressed, instead of first putting 
his legs into his trowsers, he put his pipe into his mouth.

Hermann Melville, Moby Dick or The Whale


Uno degli aspetti del fumare la pipa che trovo più affascinanti è la varietà davvero infinita non solo dei gusti e degli aromi ma anche delle modalità di preparazione e confezionamento attraverso le quali il tabacco può essere veicolato.
Dal ready-rubbed al flake, dal plug al crumble kake (qui trovate il catalogo più esaustivo a me noto delle alternative possibili),  è veramente un piccolo mondo di fette, strisce, panetti, monetine e chi più ne ha più ne metta.

Non saprei spiegarmi da dove derivi la fascinazione di cui sto per narrare, se non forse pensando ad una freudiana assonanza coi treccioni di mozzarella di bufala che talvolta popolano i miei bulimici sogni di emigrante: sta di fatto che una tipologia di preparazione che personalmente ho sempre trovato particolarmente attraente già in termini di apparenza fisica è la treccia (o rope, o twist che dir si voglia), ossia sostanzialmente una corda più o meno rigida e più o meno spessa fatta di tabacco, che per essere consumata deve essere affettata a rondelle con un coltello.  

E' un confezionamento che evoca marinai di baleniera o minatori gallesi : sembra che spesso i minatori tagliassero un trancio di rope per masticarselo durante il lavoro, non potendo fumare in galleria e poi consumare il residuo in pipa a fine giornata.  E non è difficile immaginare che lo Stubb di Melville o i minatori di A.J. Cronin fumassero tabacco preparato in questo modo. 
Oggi questo antico e tradizionale sistema di packaging rappresenta una piccola nicchia in un mondo (quello del tabacco da pipa di qualità) che è esso stesso un prodotto estremamente di nicchia: se escludiamo alcuni prodotti tradizionali provenienti da aree extraeuropee (il Tambolaka filippino o il fumo de corda brasiliano), ormai (perlomeno a mia conoscenza) solo le due benemerite case cugine di Kendal contemplano nella loro offerta tabacco da pipa in treccia.

Il solo e vero grosso problema coi twist è che - non saprei se per meglio conformarsi ai gusti della loro platea originaria o per effetti collaterali del processo di lavorazione -  i tabacchi confezionati in questo modo sono quasi sempre caratterizzati da una spinta nicotinica decisamente superiore alla media, il che ne fa una sorta di ironman del fumo di pipa, qualcosa a cui possono avvicinarsi in pochi e anche quei pochi a patto di essere nelle condizioni psicofisiche giuste.

Ma per fortuna esiste anche un'esigua minoranza di referenze che vi dà la possibilità di provare l'ebbrezza del twist anche se la bistecca di balena che avete mangiato l'ultima volta non ve la siete procurata fiocinando di persona il cetaceo. 
Sto pensando in particolare a una linea di prodotti confezionata in esclusiva per conto di Synjeco nientemeno che da Gawith&Hoggarth.

L'Holker Twist di Synjeco
Si tratta di sei prodotti classificabili in due linee distinte, caratterizzate dal diverso diametro e dalla diversa flessibilità delle corde di tabacco.

La prima linea (quella che trae origine dalla corda più spessa e scura, la vedete in foto qui a fianco) comprende l'Oxenfisl Twist, l'Holker Twist e il Kentmere Sliced Twist. Di essi l'Oxenfisl è composto di soli Virginia, l'Holker dagli stessi Virginia dell'Oxenfisl con l'aggiunta di una generosa porzione di Perique e infine il Kentmere Sliced non è altro che Holker già affettato in monetine pronte ad essere infilate nella pipa.

Synjeco Clegir Rope

Analogamente la seconda linea (corda più chiara, più sottile e più flessibile, nella foto qui a destra) comprende il Clegir Rope (solo Virginia), il Grenodd Rope (Virginia + 7% Perique) e l'Ambleside Curly (Grenodd Rope preaffettato). 

Come già accennato, sono tabacchi dall'impatto nicotinico decisamente gestibile, tanto da poterli far diventare dei tuttogiorno senza particolari remore: ma sarebbe un peccato se diventassero dei tuttogiorno perchè sono così dannatamente buoni da meritare ogni volta l'attenzione che si dedica alle pipate d'eccezione. Più morbida, matura, corposa, "passita" la famiglia Oxenfisl, più speziata ed erbacea la famiglia Clegir, si tratta di tabacchi che nessun fumatore di pipa (in particolare se interessato alle multiformi declinazioni dei Virginia) dovrebbe farsi sfuggire l'occasione di assaggiare. E possibilmente di immagazzinare, dato che come tutti i Virginia di qualità invecchiano in maniera sublime. 

Chi di voi non apprezza particolarmente il celebre Kendal scent di cui i prodotti Gawith&Hoggarth sono gli alfieri può stare tranquillo: in questi tabacchi non ce n'è neanche la più lontana eco. Quello che invece condividono con gli altri prodotti della stessa Casa è una facilità di combustione esemplare. Non importa quanto grossolano sia stato il lavoro che avete svolto nell'affettare questi bei treccioni profumati: a patto che non pressiate troppo nel fornello il tabacco brucerà senza problemi di sorta.

L'unico  punctum dolens di questi tabacchi è la loro reperibilità: per procurarseli bisogna andare in Svizzera, o vivere in un Paese nel quale sia legale farsi spedire tabacco dall'estero (il che mette automaticamente fuori gioco l'Italia). 
Ma per dei tabacchi che davvero fanno venir voglia appena svegli di infilare prima la pipa nella bocca che le gambe nei calzoni può valer la pena di fare qualche piccolo sforzo logistico. 

In fondo non sarà mai scomodo quanto scavare carbone nel Galles, o andare a caccia di balene sotto il comando del capitano Achab.


domenica 9 agosto 2015

Heri dicebamus

Dosso Dossi, Allegoria della fortuna (c. 1535)
Abbandonandomi alla più sfrenata presunzione, posso pensare che a qualche lettore di questo blog non sia sfuggito l'assordante silenzio che lo ha caratterizzato negli ultimi mesi.

Qualcuno magari avrà attribuito la cosa ad una recrudescenza particolarmente intensa della conclamata, programmatica pigrizia tanto orgogliosamente esibita fin nel titolo; nè in coscienza potrei smentirlo completamente.

Ma a questo silenzio hanno contribuito anche motivi di altra natura, motivi che hanno a che fare con l'irruzione di quello che un mio caro amico definisce tout court l'imponderabile.

Strano animale, questo imponderabile. Non importa con quanta cura tu abbia tracciato la carta sinottica della tua esistenza, non conta quanta accuratezza tu abbia messo nei tuoi calcoli: lui arriva e piega quelle linee come se fossero fatte di fil di ferro, rimodellandole a suo capriccio e imprimendo loro discontinuità di ogni tipo.

Convinto da sempre come sono della fondamentale insensatezza della condizione umana (o meglio: della fondamentale insensatezza di una qualunque ricerca di senso per la condizione umana) non è stata la ding an sich a turbarmi. Ma per un programmatore seriale come Yours Truly non è stato semplice accettare l'idea di un'interferenza tanto inaspettata quanto irresistibile, venire a patti col fatto che - come cantano in Così fan tutte -  "il destin così defrauda / le speranze dei mortali".

D'altra parte le circostanze non lasciavano scelta: e quindi è stato necessario imparare a convivere con l'incertezza, imparare a conoscere il sapore della radość z domieszką trwogi, la gioia tinta di disperazione di cui parla Wisława Szymborska. E questo processo di apprendimento non ha lasciato posto per nient'altro: null'altro che non fosse stanchezza e pena.

Ora la parte più impegnativa del percorso sembra dietro le spalle forse si può ricominciare a guardarsi intorno, a ripensare e a riparlare di quelle nugae che pur nella loro irrilevanza aiutano a rendere meno impervia l'esistenza.

Senza programmi a lungo termine né proponimenti a lunga gittata. Semplicemente così. Un passo dopo l'altro.

venerdì 24 ottobre 2014

Notturno

Jean-Honorè Fragonard, Le petit parc (1764)
[...]Oggi vorrei soffermarmi ad analizzare un brano di Mozart, non foss'altro che per chiarire a me stesso le regioni dell'incanto che questa musica non cessa di provocare in me, sebbene possa ormai affermare di conoscerla nota per nota.
Il brano in questione è il Notturno per quattro orchestre KV 286. Si tratta di un lavoro la cui datazione oscilla fra il dicembre 1776 e il gennaio 1777, composto probabilmente per i festeggiamenti di fine anno; il suo insolito organico è formato da quattro piccole orchestre, ciascuna delle quali composta da archi e una coppia di corni. La musica è concepita in maniera tale che ogni frase suonata dalla prima orchestra viene ripetuta "in eco" dalle altre tre in sequenza, ogni volta mancante della parte iniziale, cosicchè l'ultima orchestra ripete solo l'ultimo inciso della frase. La composizione è articolata in tre movimenti (Andante, Allegretto grazioso, Minuetto): si sospetta che un quarto movimento in forma di rondò sia andato perduto.

Il primo aspetto che colpisce anche ad un ascolto frettoloso è la magia dei timbri che il lavoro dispiega, in modo particolare nell'andante iniziale, magia che si sposa in maniera perfetta con la sensuale flessuosità delle linee melodiche, ulteriormente impreziosita dal gioco degli effetti d'eco. E' un risultato vieppiù notevole perchè ottenuto con una tavolozza orchestrale niente affatto prodiga di colori: eppure a volte il solo ripetersi di una frase con due dinamiche differenti suggerisce delle nuances di una suggestione straordinaria. Come conseguenza, la musica acquista un potere evocativo incredibile e, sebbene essa sia stata concepita per una notte d'inverno, la fantasia corre immediatamente ad una sera di mezza estate, nella quale un chiaro cielo stellato sia contemplato senza timori né speranze, da un balcone che dia su un giardino odoroso di magnolie. 

Che tipo di stato d'animo comunica questo brano? Abbiamo già parlato di sensualità: si tratta di qualcosa che corre inafferrabile per tutta la composizione e le conferisce un tocco di inquietante ambiguità; ma il mood complessivo è molto più fine e sottile: è un certo dolore dell'anima, quale quello che si avverte dopo che un periodo felice ed innocente è di colpo terminato e per questa fine si è sofferto molto, e molto a lungo; qualcosa di affine alla malinconia, ma meno molle e più rassegnato e che non si rivela nella sua vera essenza che a tratti. Guardiamo ad esempio l'Allegretto grazioso: comincia con una frase lieve e saltellante nel registro medio, che poi viene ribadita gioiosamente dall'orchestra al gran completo, e anche gli echi delle altre orchestre confermano questo stato d'animo che sembra così stabilmente affermato: ma ecco che viole e violoncelli hanno come un sussulto, e i violini intonano una frase di dolcezza e malinconia infinite che passa per un istante al forte e ad un'altra corda, e l'effetto tanto rassicurante di un momento prima diviene ora evocativo di un singhiozzo. E' un pathos tanto più commovente quanto più è avvolto in un'aura di sognante leggerezza che sembra essere la sua esatta negazione; ed è uno stato d'animo che viene ulteriormente confermato nel successivo Minuetto che è tutto come percorso da sospiri e trasalimenti improvvisi. 

A questi aspetti sentimentali si unisce poi il piacere più puramente intellettuale di una sfida raccolta e vinta: la sfida della differenziazione timbrica all'interno di un organico iterativamente monocromo, e la sfida di melodie che si ascoltano quattro volte di seguito con una gioia  sempre uguale e sempre nuova.

Tutte queste cose le scrivevo nell'anno di grazia 1991 in un registro che all'epoca usavo come proto-blog, e mi sono tornate alla mente dopo che ieri sera l'amico Duccio (che qui ringrazio per lo spunto) parlava proprio di questo brano fatato e lieve di Mozart. Nel 1991 ero poco più di un coetaneo di Mozart all'epoca della scrittura di questo Notturno, e per tutta una serie di circostanze scoprivo per la prima volta tutto l'enorme potere consolatorio della musica in generale, e di quella di Mozart in particolare. Ripropongo qui lo sproloquio e soprattutto il brano che l'ha originato, e mi piace pensare che a qualcuno possa servire come servì a me quasi un quarto di secolo fa.


mercoledì 15 ottobre 2014

Tout Maigret (peut-être), 5 - Una testa in gioco

(da ferencpinter.it)
A rischio di diventare monotono, non posso non riprendere la querelle già iniziata già iniziata a suo tempo contro l'incomprensibile abitudine di cambiare i nomi dei titoli dei libri (ma anche dei film) stranieri laddove non si sia costretti da un'oggettiva e inderogabile necessità. Il Maigret di oggi (scritto a Parigi nel febbraio 1931 e pubblicato nel settembre dello stesso anno) è da questo punto di vista un caso di scuola: reso come "Una vita in gioco", "Maigret e una vita in gioco" o anche come (tu quoque, Adelphi!) Una testa in gioco, il libro si intitola nell'originale francese La tête d'un homme. Che a ben vedere è titolo ben più ambiguo. Certo, il riferimento più ovvio è quello al condannato a morte per omicidio che Maigret fa evadere (col beneplacito dell'autorità giudiziaria) alla vigilia dell'esecuzione, convinto com'è della sua innocenza. Ma la testa in questione potrebbe anche essere quella del vero colpevole, che cadrà nell'ultimo capitolo del romanzo (notiamolo per inciso: romanzo dall'architettura narrativa davvero intrigante, comincia con A che passeggia disperato in una cella del braccio della morte di una prigione francese, finisce con B che viene decapitato e la storia è alla fin fine quella del modo in cui da A si arriva a B).
E soprattutto la testa potrebbe essere non tanto una testa fisica quanto una mente. E in particolare la mente di Jean Radek, il cecoslovacco dai capelli rossi che costituirà non solo un avversario per Maigret ma soprattutto un deuteragonista memorabile, uno dei pochi cui Simenon concederà tanto spazio e delineerà con tanta potenza.

Se infatti (come mi era già capitato di dire) i Maigret sono classificabili in un continuum fra quelli che potremmo definire romanzi della vittima e quelli che invece sono romanzi del carnefice, questo è decisamente un romanzo del carnefice. La figura di Radek, tragicamente solitaria, divorata al tempo stesso dall'intelligenza e dalla malattia, è indagata con un livello di dettaglio e una potenza evocativa da far venire in mente l'Ivan dei Fratelli Karamazov; e paralleli assai suggestivi potrebbero farsi anche con un libro che (circostanza incredibile) non era ancora uscito al momento della stesura di questo romanzo: sto parlando dello Straniero di Camus, che sarebbe apparso solo una decina d'anni dopo.
Come il Meursault di Camus, il Radek di Simenon giunge al delitto non per necessità o interesse, nè perchè soccombe a qualche passione: vi giunge come risultato, come conseguenza di una integrale alienazione dai propri simili; la prima cosa che sappiamo di Meursault è che gli è morta la madre, e sarà la morte della madre di Radek a fargli abbandonare l'università e a fargli iniziare quell'esistenza insensata che lo condurrà a uccidere; e al modo in cui Radek immagina e poi vive la propria esecuzione, si attagliano in maniera perfetta le ultime righe del capolavoro di Camus:

[...]Pour que tout soit consommé, pour que je me sente moins seul, il me restait à souhaiter qu'il y ait beaucoup de spectateurs le jour de mon exécution et qu'ils m'accueillent avec des cris de haine.

Altro aspetto rimarchevole di questo romanzo è la tensione, il contrasto, fra la nevroticità ossessiva di Radek (ma anche - sia pure in maniera attenuata -  dei raffinati bar parigini in cui si svolge buona parte della trama) e il blocco di compatto granito rappresentato da Maigret. Che alla fine vince semplicemente adottando la strategia dello scoglio che immoto resta / contra i venti e la tempesta

Ma questo scontro di caratteri, di personalità, di modi di concepire l'esistenza non si svolge in un contesto asettico: pochi romanzi del ciclo sono tanto permeati da un'autentica pietas per i deboli, per le vittime: da Heurtin, il ragazzotto quasi sul punto di pagare con la propria vita l'essere entrato nel campo visivo di Radek alla mendicante che canta per strada in una delle scene più toccanti del libro, tutti i vinti del libro sono tratteggiati con calore e commozione.

Un romanzo che non sfigurerebbe nei romans-durs, questo quinto capitolo maigrettiano, di una ricchezza di contenuti e atmosfere davvero memorabile (come si fa dimenticare la scena di Maigret che avvolto nel suo cappotto nero e fumando beatamente la pipa trascorre un'ora in taxi mentre fuori piove?).  Da leggere e - soprattutto - da rileggere.




giovedì 9 ottobre 2014

L'amore ond'Ardor

Il balen del suo sorriso    
d'una stella vince il raggio!...
il fulgor del suo bel viso
novo infonde in me coraggio!...
Ah! l'amor, l'amore ond'ardo
le favelli in mio favor!...
Sperda il sole d'un suo sguardo
la tempesta del mio cor.
(Il Trovatore, atto II, scena III)


Il fatto che nelle faccende di cuore la razionalità non trovi spazio è un luogo comune fin troppo consolidato. Sono ormai lontani i tempi delle pacate transazioni che sovrintendevano ai matrimoni nella Venezia goldoniana, e in generale il matrimonio d'interesse vede le sue quotazioni sociali e morali in deciso ribasso.
Ma anche in faccende meno totalizzanti, anche in contesti (almeno apparentemente) più asettici mi trovo spesso a constatare quanto le intermittenze della ragione siano più frequenti di quanto potrei aspettarmi, più numerose di quanto mi faccia piacere ammettere.


Hannah (Mia Farrow) e la sorella Holly (Dianne Wiest)
In Hannah e le sue sorelle (per inciso: uno dei film più geniali cui siamo debitori a Woody Allen) si racconta - fra le altre - la storia dell'ipocondriaco Mickey che passa una buona metà del film a soffrire per l'abbandono subito da parte di Hannah, salvo poi verso la fine innamorarsi perdutamente e sposare la sorella Holly.
Hannah e Holly sono due tipi femminili diversissimi nel fisico e nel carattere e non sembrerebbe apparentemente possibile che lo stesso uomo possa subire il fascino di due donne tanto dissimili. E lo stesso Mickey non può concludere altro se non osservare che evidentemente "il cuore è un muscoletto molto elastico".



Una Dunhill Cumberland 4111 (da smokingpipes.com)
Da un po' di tempo ero alla ricerca di una Dunhill 4111 (per i meno addentro all'araldica della Real Casa del Puntino Bianco: una lovat di dimensioni medie) in finitura sabbiata, Shell o ancora meglio Cumberland, come quella che vedete riprodotta qui a fianco.
Era - come ognuno vede - una faccenda razionale, anzi razionale al cubo: mettersi in traccia di una pipa dai contorni ben delineati in termini di marca, modello e finissaggio; farlo seguendo un'idea precisa di arricchimento del proprio parco pipe; e in ultimo mettersi in traccia di una  pipa che è uno degli emblemi stessi del design classico, una pipa dalle proporzioni assolutamente cartesiane, una pipa logica e inevitabile come un teorema. 

Ma evidentemente "il destino" - usando uno splendido modo di dire polacco - "aveva scritto per me un'altra sceneggiatura". Fra i vari siti che tenevo d'occhio con una certa regolarità per verificare se vi apparisse la pipa che stavo cercando (o una sua accettabile variante) c'era anche il sito della Tabaccheria del Corso di Rimini. Nel qual sito - ahimè - non compaiono solo Dunhill ma anche pipe di "altre primarie Case", come si sarebbe detto un tempo: ad esempio le pipe di casa Ardor.

Cominciai a guardare e riguardare queste pipe. E già questo era abbastanza curioso, data la particolare estetica dei prodotti della fabbrica gaviratese. Ma quello che fu ancora più curioso era che fra quelle che mi capitava più spesso di riguardare ce n'era una che si poneva per tanti versi agli antipodi della 4111 dei miei (presunti) desideri. Questa:

Ardor Urano Chubby Billiard sabbiata

Una pipa tanto tozza quanto la 4111 è slanciata, con una sabbiatura tanto ostentata quanto quella tipica Dunhill è discreta anche quando è profonda, colorata in maniera tanto appariscente quanto sommesse sono le variazioni tono su tono della finitura Cumberland.

Eppure.

Continuavo a guardare le foto di questa pipa e a ripetermi che era solo un passatempo in attesa dell'epifania della 4111 dei miei sogni. Ma più il tempo passava e più, come in un cambio scena a dissolvenza incrociata, la lovat dunhilliana perdeva consistenza a favore della billiardona Ardor. A un certo punto capii che non era più il caso di prendersi in giro: quella pipa io la volevo. Fortemente. E pazienza se la 4111 avrebbe dovuto aspettare tempi migliori.

Un paio di giorni dopo (lo scorso 30 settembre) avevo in mano la mia prima Ardor. Come sempre ho passato qualche giorno a girarmela fra le mani, a riguardarla da altre angolazioni, a tenerla in bocca spenta, finanche ad annusarla: con le mie pipe mi piace "stabilire un contatto" che vada al di là del puro carica-accendi-fuma, e questa pipa sembrava stimolare particolarmente questo tipo di approccio. 
Ma poi ovviamente è arrivato il momento del fuoco: per la circostanza ho scelto del Capstan blu messo in cambusa quattro o cinque anni prima. Oltre ad essere un tabacco che fumo volentierissimo in generale, trovo il Capstan particolarmente adatto per i rodaggi per la sua facilità di gestione e per il fatto che - conoscendolo ormai bene - mi dà modo di leggere al meglio la radica. 
E quello che ho letto è stata un'autentica poesia: di tutte le pipe nuove che mi sono passate per le mani, questa Ardor ha di gran lunga il sapore migliore. Nessuna nota aspra, nessun sapore di legno, solo una dolcezza un po' scura che si sposa a meraviglia con le note di fichi e di porto sprigionate dal mio Capstan d'annata.

Un'altra nota di merito mi sento di spenderla per la realizzazione del bocchino, che rende la pipa (corta sì ma non cortissima e neanche un peso piuma: 122 mm per 51 g) estremamente comoda da tenere in bocca. 

Qualcuno ha detto sabbiatura craggy?
Nei forum di appassionati non è raro leggere l'epiteto di macchina da fumo rivolto alle pipe di cui si vogliono magnificare le doti; pur avendo usato io stesso questa locuzione più di una volta, sono arrivato alla conclusione che nel caso di specie si tratta di un'espressione che non rende adeguatamente il concetto. Non lo rende perchè il termine macchina evoca uno spettro semantico che ha a che fare con l'asetticità e la freddezza, e questa pipa non è né fredda né asettica. 
Fra le pipe che ho avuto è una di quelle che più mi sta regalando emozioni, con le quali si sta instaurando il maggiore feeling. E' una pipa che per certi versi mi ricorda gli ampli valvolari davvero buoni, quelli in grado di aggiungere alla riproduzione una nota setosa che non si riesce ad imitare con altri mezzi. 

La scatola di Capstan diventa sempre più leggera man mano che il suo contenuto viene distillato all'interno di questa Ardor. Evidentemente l'espressione che il godimento di questa combinazione magica - godimento al tempo stesso partecipe e rilassato - mi dipinge sulla faccia dev'essere particolarmente buffa, visto che in più di una circostanza a Justyna guardandomi è balenato un sorriso. Il balen del suo sorriso, appunto.


domenica 5 ottobre 2014

Christopher Hogwood - la storia che si fa musica

Napoli, la Galleria Umberto I
Compiango sinceramente i musicofili che per ragioni anagrafiche non hanno fatto in tempo a sperimentare cosa fosse davvero un negozio di dischi. E non mi riferisco, sia chiaro, alle grandi, asettiche, tristissime grandi superfici di distribuzione che si diffusero nel corso degli anni '90 e che oggi scompaiono (niente affatto rimpiante), soppiantate da Amazon e iTunes. No, io parlo dei veri negozi di dischi, quelli nei quali spesso titolare e commessi erano a loro volta degli appassionati, e che oltre alla funzione strettamente commerciale assolvevano anche al ruolo di luogo di ritrovo e di scambio di informazioni fra adepti. A Napoli nei miei anni universitari nella sola Galleria Umberto c'erano addirittura due negozi del genere: Ricordi e Luxor Radio. Erano posti che a me all'epoca apparivano magici, stipati e odorosi di dischi in vinile (che ai tempi ancora abbondavano) e nei quali si potevano facilmente perdere intere mattinate passando da uno scaffale all'altro o prestando orecchio alle conversazioni che vi si tenevano. Me ne è rimasta impressa una fra due signori di mezza età elegantemente vestiti che dibattevano su quale fosse il miglior duca di Mantova fra Pavarotti e Alfredo Kraus: ricordo che il paladino di quest'ultimo si riferiva sprezzantemente a Pavarotti definendolo "'o chiattone c'a bbarba longa".

Fu appunto in uno di questi antri fatati che ebbe luogo il mio primo contatto col progetto (che all'epoca si era concluso da poco o volgeva alla conclusione) di incisione integrale delle sinfonie di Mozart edita da Decca (nella benemerita collana delle Editions de l'Oiseau-Lyre) e affidata alla Academy of Ancient Music sotto la guida di Jaap Schroeder e Christopher Hogwood.
Pochi sono stati nella mia carriera di ascoltatore gli shock culturali paragonabili a quello che sperimentai quando inserii per la prima volta nel lettore uno dei CD tratti dal cofanetto che vedete riprodotto qui a fianco: ricordo ancora che si trattava della sinfonia n. 39, K543. L'adagio introduttivo, che conoscevo nella versione levigata, ieratica, solenne di Karajan, diventava qualcosa che ricordava molto da vicino le ouverture "in stylo francese" di Bach. Le differenziazioni dinamiche erano marcate da transizioni brusche, il sound orchestrale era un brulicare di timbri chiaramente differenziati anzichè fusi in un unicum totalizzante. E lo shock proseguì sia durante i successivi ascolti sia durante la lettura del libretto che accompagnava i CD: non era il solito saggio di letteratura agiografico-immaginifica sulle recondite bellezze dell'universo creativo mozartiano, ma un autentico studio di filologia nel quale per ogni sinfonia si cercava di risalire al contesto nel quale era nata, alle modalità della prima esecuzione, finanche all'organico e alla disposizione dell'orchestra cui era destinata. Era un Mozart calato dal piedistallo, lontano dal cliché del divin fanciullo: era un fenomeno umano che si cercava di capire e spiegare con mezzi umani. Quelle note di copertina tanto straordinarie erano opera di un grande musicologo americano, Neal Zaslaw, che a seguito di questa esperienza raccolse ed ampliò il materiale scritto per la circostanza e diede alle stampe quello che rimane un esempio insuperato di saggio critico mozartiano: il volume Mozart's Symphonies - Context, Performance Practice, Reception. 
Nei ringraziamenti posti in esergo al libro, Zaslaw riconosce il suo debito nei confronti del progetto discografico con queste parole:
Raramente uno studioso di prassi esecutive si è trovato in una posizione migliore di quella nella quale mi sono trovato io, con musicisti di prim'ordine nel numero che io avevo determinato, seduti secondo le disposizioni orchestrali che io avevo suggerito e che suonavano strumenti d'epoca con piena cognizione di causa. Era come se uno storico che stesse studiando diciamo la battaglia di Waterloo fosse stato in grado di valutare gli effetti che un mutamento degli ordini, o l'aggiunta della cavalleria qui o dell'artiglieria lì avesse avuto sul seguito e sull'esito della battaglia. 
E in effetti il libro di Zaslaw e l'integrale di Hogwood costituiscono un esempio a mia conoscenza unico di saggio musicologico nel quale le parole e i suoni siano usati coerentemente per capire e illuminare.

Ma in questa ricerca tanto puntigliosa, in questa acribia filologica non c'è traccia di aridità: tutto alla fine si spiega e si giustifica sulla base del dato musicale. Suonare la sinfonia n. 38 Praga col ridottissimo organico per cui era stata concepita non è un esercizio di stile fine a sé stesso: in questo modo le linee interne, inevitabilmente perse in una esecuzione con forze più nutrite, riacquistano la leggibilità e la trasparenza che Mozart aveva per loro in mente durante la stesura del brano; o al contrario, gli impasti densi dei fiati della sinfonia K297 Parigi vengono valorizzati quando l'orchestra ha le ragguardevoli dimensioni e la peculiare composizione delle orchestre francesi dell'epoca.

Questo dittico costituisce insomma uno spartiacque, una sorta di ne varietur delle sinfonie mozartiane, qualcosa di cui qualunque interprete e qualunque ascoltatore minimamente avvertito non può non tenere in considerazione, anche se si propone di andare oltre.

Christopher Hogwood, 1938-2014
Christopher Hogwood, studioso, didatta, tastierista, direttore d'orchestra, è venuto a mancare lo scorso 24 settembre.
E queste righe vogliono essere un omaggio a una figura luminosa dell'interpretazione musicale degli scorsi decenni. Un musicista che - come tutti i grandi interpreti - ha sempre messo sé stesso al servizio della musica che interpretava e ha profuso in essa i tesori di conoscenza accumulati in un'intera esistenza di studi e di ricerche.

Trent'anni dopo la loro prima apparizione, le sinfonie mozartiane dirette da Hogwood non hanno perso un grammo del loro smalto, della loro brillantezza, della loro capacità di stupire e catturare l'ascoltatore. Sono un lascito perenne di bellezza per tutte le future generazioni di appassionati.


martedì 23 settembre 2014

Tout Maigret (peut-être), 4 - L'impiccato di Saint-Pholien

(da www.ferencpinter.it)
Le pendu de Saint-Pholien (tradotto in italiano come Il viaggiatore di terza classe o anche Maigret e il viaggiatore di terza classe e - meritoriamente presso Adelphi - come L'impiccato di Saint-Pholien) fu scritto da Simenon nel 1930 e pubblicato l'anno successivo dall'editore Fayard.

La trama di questo romanzo, uno dei più gotici di tutto il corpus maigrettiano, ribalta praticamente tutte le convenzioni del genere rispetto ai rapporti fra carnefice, vittima e investigatore: basti dire che dopo solo una decina di pagine assistiamo ad un suicidio sostanzialmente provocato da Maigret, e di cui difatti il commissario porterà il rimorso attraverso tutta l'indagine.
Il punto d'avvio della complicata vicenda, che vedrà Maigret pendolare fra Brema, Parigi e la Liegi di Simenon, è alla fin fine costituito da un povero diavolo che attrae la curiosità di Maigret: il quale, per soddisfare questa curiosità, non si fa scrupolo di pedinare il poveretto e di mettergli i bastoni fra le ruote per saggiarne le reazioni. Si consolida così l'immagine di Maigret come accomodatore di destini che rappresenta uno dei tratti più originali dell'invenzione simenoniana.

L'atmosfera generale di questo libro richiama alla mente certi movimenti disperatamente sardonici, tragicamente ironici presenti nelle composizioni orchestrali di Šostakovič. Una penombra fredda e umida sembra avvolgere personaggi e situazioni fin dall'incipit:

Personne ne s’aperçut de ce qui se passait. Personne ne se douta que c’était un drame qui se jouait dans la salle d’attente de la petite gare où six voyageurs seulement attendaient, l’air morne, dans une odeur de café, de bière et de limonade.
Il était cinq heures de l’après-midi et la nuit tombait.

La vicenda acquista a un certo punto connotati quasi grotteschi, col tentativo di uno degli indiziati di sbarazzarsi dell'ingombrante commissario mandandolo ad annegare nella Marna: tentativo che si risolve con un Maigret fradicio d'acqua costretto a cambiarsi i pantaloni - una volta arrivati al quai des Orfévres - davanti al suo potenziale assassino. Ma nei capitoli successivi il dramma si infosca sempre di più, culminando nei tre capitoli finali in cui viene descritta la genesi di un omicidio commesso quasi dieci anni prima.
E le rispondenze che Simenon tira fra l'ambiente chiuso, malsano, opprimente della camera in cui aveva avuto luogo il dramma e il delirio che ottenebrava la mente degli attori del dramma medesimo non possono non ricordare le pagine che Dostoevskij dedica a descrivere l'angusta cameretta teatro del folle progetto di Raskolnikov.

Ed è quando ormai tutto è svelato, quando la vicenda sembra incamminata verso l'inevitabile epilogo di tutti i gialli, la punizione del colpevole, ecco che Maigret ancora una volta accomoda il destino:

— On m’attend à Paris ! prononça soudain Maigret en s’arrêtant.
Et, tandis qu’ils étaient trois à le regarder, sans savoir s’ils devaient se réjouir ou désespérer, sans oser parler, il enfonça les deux mains dans ses poches.
— Il y a cinq gosses dans l’histoire…

E le considerazioni finali del commissario:

— Vois-tu, vieux, dix affaires comme celle-ci et je donne ma démission… Parce que ce serait la preuve qu’il y a là-haut un grand bonhomme de Bon Dieu qui se charge de faire la police…

concludono con circolarità geometrica il racconto: da un commissario di polizia che entra come Dio nella vita di un perfetto sconosciuto a Dio che si mette a fare il commissario di polizia. E su questa conclusione pseudo-teologica, a cui di certo non sono estranei i sei bicchieri di surrogato d'assenzio trangugiati uno di seguito all'altro, il romanzo termina, come su un incerto accordo in maggiore che ponga un suggello di timida speranza a una vicenda piena di sangue, di angoscia e di rimorsi.


giovedì 4 settembre 2014

An die Musik

Come più o meno tutti, da ragazzo sono stato integralista più o meno in tutto.
E il mio rapporto con la musica non faceva di certo eccezione: intorno ai sedici o diciassette anni ero fermamente convinto che l'unico modo concepibile di ascoltare la musica fosse dedicare ad essa ogni più riposta fibra del proprio essere; di sgombrare mente e cuore da tutto ciò che non fosse musica; di fare dentro e fuori sé stessi il più assoluto silenzio.

Trent'anni dopo la penso e non la penso allo stesso modo.
Da una parte ritengo che sì, silenzio e concentrazione consentano di godere della musica, di capirla, di entrarvi dentro con una profondità e un'efficacia inattingibili in altro modo; dall'altra mi guardo indietro e mi viene da citare le parole di Paolo di Tarso: "Quando ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino; ma quando sono diventato uomo, ho smesso le cose da bambino."

Quello che allora non sapevo, non potevo sapere, e che non avrei capito che parecchio più tardi, era quanto straordinario fosse il potere di curarum levamen della musica. Nulla di straordinario del resto, dato che di solito trent'anni in più sulle spalle di solito aumentano in maniera significativa quantità ed entità delle curae che ci tocca affrontare.
Non sapevo quanto potesse essere bello tornare a casa dopo una giornata faticosa e lasciare che la musica - per dirla con Camilleri - puliziasse l'anima, facendola risplendere a nuovo fino nei suoi angoli più oscuri e polverosi.
Non sapevo - insomma - quanto la musica potesse finire col tempo per diventare (anche) qualcosa di inscindibilmente saldato col resto dell'esistenza: non solo una divinità da venerare, ma anche un vestito comodo da indossare. Il conforto della musica, ecco quello che trent'anni fa non sapevo e adesso so.

E chissà che sia anche per questo che trent'anni fa apprezzavo tanto il kantiano, cristallino nitore di Beethoven e adesso sento tanto vicino il vagare senza meta apparente di Schubert. Tanto si è scritto sugli elementi di crisi che il viandante introduce nelle architetture classiche, snervandole e sovvertendole dall'interno, e io non ho certo la pretesa di aggiungere alcunché di nuovo all'argomento: io so solo che nei momenti di fatica di vivere, di quella fatica che certe volte è preludio e certe volte risultato dello stanchezza, poche cose mi danno un conforto pronto e duraturo quanto quelle lunghissime melodie, quanto quel ruminare armonico interrotto ogni tanto da strappi improvvisi, quanto quei primi tempi di sonata che sono la realizzazione in musica dell'idea di infinito attuale.

Franz Schubert: un antinfiammatorio dell'anima.


giovedì 21 agosto 2014

De re rustica

Paul Cezanne, Le fumeur (1895) - Mosca, Museo Puskin
Nel mio personale Pantheon dei tabacchi da pipa sono senza dubbio i Virginia a farla da padroni: chiari, scuri, rossi, curati ad aria o a fuoco, stoved, "lisci" o conditi con un pizzico di Perique sono i tabacchi che costituiscono la spina dorsale di tutto ciò che per me significa fumare la pipa.

Da un paio di annetti - vinte le iniziali diffidenze e trovato un approccio che sembra funzionare - anche le miscele col Latakia hanno trovato un posto nel mio orizzonte e nei fornelli delle mie pipe: un posto forse non ampio quanto quello dei Virginia ma comunque niente affatto trascurabile.

Ancor più di recente - invece - mi sta capitando di fumare con sempre maggior desiderio e soddisfazione i tabacchi appartenenti a un'altra ancora delle categorie in cui di solito si classificano i trinciati da pipa.
La categoria in oggetto è quella dei tabacchi cosiddetti naturali o mediterranei: etichetta che - a voler essere rigorosi - dice tutto e nulla. Se parliamo di naturalezza, alla fin fine è giocoforza ammettere che un prelibato Golden Glow di Samuel Gawith non è in nulla meno naturale di un Semois belga o di uno Scaferlati francese; e anche la denominazione mediterranei è quantomeno problematica se appiccicata a tabacchi fabbricati nelle Ardenne (per non parlare del Landtabak, fabbricato nel Regno Unito e commercializzato in Austria). Ma tant'è: a volte certi abusi di linguaggio si impongono vuoi per mancanza di alternative migliori vuoi perchè al fondo il nome, sia pure fattualmente inappropriato, restituisce un'eco non del tutto estranea alla cosa.

E in effetti i tabacchi di questa famiglia (che comprende cose come i Semois belgi, gli Scaferlati e gli altri bruns francesi, le varie accezioni di Landtabak austriaco, il nostro Trinciato Forte, le spuntature di Toscano che il fumatore italico deve fabbricarsi da sè mentre quello svizzero le trova già pronte, e via via enumerando) hanno forse di problematico solo il nome che collettivamente li identifica.

Per il resto sono forse i tabacchi più concettualmente (se non altro) naturali, più francescanamente semplici che si possano immaginare: privi dell'eterea gamma di dolcezze dei Virginia, privi del complesso interplay delle miscele inglesi, privi più che mai delle suggestioni (e degli inganni) degli aromatizzati,  sono tabacchi accomunati all'ingrosso da un aroma (sia a crudo che durante la fumata) robusto, spesso pungente; da un gusto altrettanto deciso, con prevalenza di note terrose e tostate; da un'evoluzione spesso poco pronunciata (fatta forse eccezione per certi Semois) e da una spinta nicotinica decisamente da non sottovalutare.
Quest'ultimo aspetto fa sì che diversi fumatori anzichè in radica li gustino usando pipe di schiuma o (forse in maniera filologicamente più corretta) pipe di terracotta o di mais.
Data la relativa povertà in zuccheri delle varietà di tabacco utilizzate sono referenze che vale la pena accumulare solo a fini di stoccaggio, senza potersi né doversi aspettare variazioni significative nel gusto col passare del tempo.
Inoltre il taglio sottile e la relativa secchezza fanno sì che brucino praticamente da soli, tanto che spesso vanno caricati più pressati di come si è abituati a fare pena una combustione troppo rapida e a temperature troppo alte. Queste stesse caratteristiche di taglio e di (poca) umidità fanno sì che possano essere maggiormente apprezzati in pipe dai fornelli capienti, nelle quali il tabacco abbia agio di raccontare le sue storie.

Sì, perchè questi sono tabacchi che più di altri hanno un'attitudine che non saprei come altro definire se non come narrativa. Raccontano storie spesso a sfondo agreste: le storie della verghiana Vita dei campi o delle Veglie alla fattoria di Dikan'ka di Gogol. Non necessariamente sempre liete: ma sempre raccontante con un ritmo placido, lento, patriarcale. Un ritmo che rassicura, che culla. Se il fumare la pipa è già in sé stesso un tirarsi fuori dalle frenesie e dai rumori quotidiani, fumare questi tabacchi è un recedere al quadrato.

Forse per questo sono tabacchi dai quali, se appena si riesce ad andare al di là di un'apparenza magari scorbutica e (usando un bellissimo termine caro a Guareschi) malgarbata, è possibile davvero trarre conforto.
E forse per questo li si apprezza di più via via che il tempo passa: come se per un'esperienza davvero completa l'affinamento dovesse avvenire non nel tabacco, ma in chi lo fuma.