domenica 24 luglio 2016

All you need is lovat, reprise

Pensavate di esservi liberati di De Robertis e del suo complice/persecutore Di Dio? Beh, vi sbagliavate di grosso.
Di recente ho commissionato una pipa (una lovat, what else?) a Graziano Tendi, un artigiano di cui non si può a mio avviso parlare più come "emergente" per il semplice fatto che ormai è emerso del tutto e sforna una dietro l'altra pipe di cui non si sa se ammirare di più la perfezione tecnica o la raffinatezza estetica.
Il guaio è che ho commesso la leggerezza di parlare della cosa al mio amico Calogero, che ha cominciato a rimunginarci e ha tirato fuori quest'ennesimo capitolo della saga di De Robertis, capitolo che si lega a quanto Rino aveva già raccontato nel post precedente.

Ed è quindi senza altri indugi che vi invito a leggere quest'ulteriore fatica del mio amico, cui ormai bisognerà che riconosca lo status (dal dubbio prestigio, peraltro) di collaboratore fisso di questo blog.


Di lovat ce n’è una sola
ovvero
della memoria


I

«Caro Tendi,
mi permetta di esprimerLe tutta la mia ammirazione, scevra da ogni piaggeria, per il suo geniale lavoro. La seguo da sempre e sono possessore di alcune sue pipe, ma purtroppo oggi non le scrivo in qualità di collezionista. Un mio carissimo amico e certamente, se ancora avesse l’uso della ragione, suo appassionatissimo ammiratore ha subito una sorta di trauma esistenziale, legato alle pipe, o meglio alle forme delle pipe. Trovandosi mio ospite in Inghilterra, ci siamo recati a visitare uno dei negozi londinesi della Dunhill, dove il mio amico era risoluto a comprare la lovat par excellence. Invero, erano presenti moltissime lovat che non esiterei a definire stupende, ma la sua attenzione venne calamitata da una billiard col bocchino a sella e di una fattura talmente bella ed armonica che il precario equilibrio mentale ed esistenziale del mio caro amico ne è stato gravemente compromesso, tanto che secondo i dottori sembra essere regredito a uno stadio quasi neonatale. Lentamente, col passare del tempo e con la cura dei suoi cari e la vicinanza degli amici potrà tornare ad essere quello che un tempo fu. Secondo il giudizio del Professor Edoardo Formica, dopo ben ottantacinque sedute, per accelerare il processo di guarigione occorrerebbe di riconciliarlo con l’oggetto del suo trauma, che non è la billiard acquistata, badi bene!, ma la lovat tradita. 
Ora, a mio parere se c’è qualcuno al mondo che possa realizzare una lovat più che perfetta, capace di superare la bellezza delle Dunhill, quello è proprio Lei. Per questi motivi, con animo fiducioso mi sono rivolto a Lei affinché tramite i suoi studi e la sua perizia possa realizzare quell’opera unica, tale che possa rendere il mio amico al consorzio civile, all’affetto dei suoi cari e di noi tutti, gatti compresi.
Sinceramente Suo
P.S.
Mia moglie Le ha per caso commissionato una pipa? ne ho trovata una delle Sue nel cassetto della mia consorte, la quale sostiene essere mia e che per caso si trovava nel suo cassetto. Io francamente quella pipa non me la ricordo. In attesa di sollecito riscontro.

Alfonso Di Dio»


“Socc’mel!” sibilò tra i denti Graziano, alzando la testa dalla lettera appena ricevuta, a testimonianza del suo stupore. Se non avesse conosciuto personalmente il Di Dio, avrebbe pensato, senz’altro, che si trattava di uno scherzo. Eppure, sapeva della serietà di quel suo vecchio cliente per il quale aveva realizzato una bellissima quanto unica billiard flock sabbiata. La pignoleria del Di Dio l’aveva costretto addirittura, prima, a sottoscrivere un contratto in cui si impegnava a non realizzare mai più quello shape con quelle finiture e, poi, a giustificarsi con l’avvocato Di Dio giurando e spergiurando che non vi erano altre copie in giro per il mondo della sua pipa. Fu creduto, ma solo dopo accurate indagini, dalle quali emerse un giro di imitatori delle billiard flock sabbiate col marchio Tendi, da Milano a Potenza, mai realizzate dall’onestà dell’artigiano.
“Socc’mel!” ripeté a voce più alta Graziano alzandosi dallo sgabello e iniziando a vagolare per il laboratorio; no, l’avvocato Di Dio non scherzava. Iniziò un muto ragionamento tra sé e sé, prendendo in mano le radiche sbozzate, che aveva allineate lungo il bancone e delle quali adesso distrattamente esaminava la perfetta foratura.
La lovat più che perfetta! figurarsi… Allontanata con la mano sinistra la ciocca di lunghi capelli che gli incorniciavano lo sguardo sincero, posò l’ultima radica di cui sapeva già l’esattezza millimetrica della foratura e che solo un’inveterata abitudine lo costringeva a ricontrollare. Svogliatamente ciondolò verso il lato opposto del laboratorio, ad osservare le pipe già terminate, a controllarne per l’ennesima volta la leggerezza della sabbiatura in questa, la colorazione in un’altra, la perfetta simmetria e armonia delle linee in tutte.
“Mah, certo che ce n’è di str…” iniziò a dire, buttandosi la giacca sulla spalla prima di uscire in giardino, come ogni sera, quando finiva di lavorare; non finì la frase, con la quale voleva compendiare la singolarità degli esseri umani, investito dalla consolante bellezza dei colori crepuscolari della campagna emiliana. E come ogni sera, invece di cadere nella trappola di quella illusoria consolazione si lanciò in bici, lungo le strade sterrate della campagna insanguinata dalla morte del sole, in direzione della solita osteria.

II

“E così dovresti realizzare una pipa per far guarire uno che è diventato matto?”
“Più o meno, Francè” confermò Graziano, i gomiti sul tavolaccio, la testa insaccata tra le spalle, mentre lo sguardo rimaneva vacuamente fisso sul suo bicchiere di vino quasi vuoto.
L’amico ridendo bonariamente, si passò la mano tra la l’ormai ingrigita rada barba, prima di versare dell’altro vino a entrambi.
“Una questione metafisica, odio questo genere di cose” disse Francesco, mandando giù il suo bicchiere d’un fiato.
“Metafisica? Oh bella! E perché mai?” chiese stupito Graziano che quel termine lo aveva accantonato ormai da anni.
“La perfezione non può essere altro che metafisica, ideale, qualsiasi cosa in natura si corrompe e distrugge; noi stessi non siamo altro che l’essenza stessa dell’imperfezione, come fece già notare il vecchio alla bambina, figurarsi una pipa”.
“Non lo so, non sono questioni che mi appassionano, lo sai, io faccio pipe, non conosco un mestiere meno metafisico di questo, anzi”, commentò Graziano alzando la testa e poggiando il mento sul palmo della mano destra, quasi che la mano lo guidasse ad osservare le ragazze che si divertivano qualche tavolo più in là.
“Stasera non c’è solo della braga qui, va che belle figliole; buttati, che son sole, forse stasera qualcosa rimedi”, lo prese in giro Francesco.
“Ma va là!” fu la seccata risposta di Graziano.
“Mamma mia, come sei permaloso, scherzavo. Mica immaginavo che una cosa del genere ti potesse turbare così tanto”.
“Vorrei vedere te; mica t’hanno mai chiesto di fare una pipa più che perfetta; più che perfetta, capito? Poi mica uno qualunque che mandi a cacare, ma un rompicoglioni che se ci si mette ti rovina la piazza, come quell’altro, il pazzo di Milano, come si chiamava… ah si! Antonio. Te li raccomando tipi così. E poi, ti dirò, mi fa pena quel tipo, quello malato o regredito, come ha detto l’avvocato. Capiamoci, so perfettamente che il valore terapeutico che può avere una mia pipa è uguale a zero e quel professor Formica è l’ultimo pazzo della lista; ma se avesse ragione, se io potessi solo, leggermente, alleviare le pene di quel disgraziato, non sarebbe per questo solo fatto mio dovere tentare?” si sfogò Graziano.
“Dì, ma te, i righi dritti li sai fare?” chiese maieuticamente Francesco, riprendendo subito a bere, osservando preoccupato il bicchiere ancora pieno dell’amico.
“Certo” rispose Graziano “ma non è solo una questione di tirare righi dritti, occorre trovare l’armonia complessiva”, incominciò a vagheggiare Graziano guardando il vuoto innanzi a sé.
“Quindi, conosci l’idea, il modello della forma che questa pipa dovrà assumere concretamente?” insisté, ancor più socraticamente, Francesco, continuando a bere.
“Si si, è ovvio, è il mio lavoro”.
“E sapresti anche immaginare i particolari? Ad esempio quale finissaggio?” lo serrò sempre stretto più l’amico.
“Direi tanshell” continuò a vagheggiare Graziano, iniziando a sorseggiare il vino che da troppo tempo attendeva le sue labbra.
“E il rim, il cannello e il bocchino, li immagini?” chiese ultimativo Francesco, riempendo con slancio catartico il bicchiere finalmente vuoto dell’amico.
“Si, li vedo, cazzo!” esclamò Graziano, di botto, puntando i suoi occhi ebbri sui corrispondenti colleghi posti sul viso dell’amico.
“E poiché la natura tutta è congenere, e poiché l’anima ha imparato tutto quanto, nulla impedisce che chi si ricordi di una cosa – quello che gli uomini chiamano apprendimento –, costui scopra anche tutte le altre, purché sia forte e non si scoraggi nel ricercare: effettivamente, il ricercare e l’apprendere sono in generale un ricordare, o Menone” recitò a mente Francesco, definitivamente ubriaco.
“Cazzo hai detto?”
“Boh? Non mi ricordo”.

III
«Caro Tendi,
Sono stato molto felice nel leggere le notizie della Sua ultima. Non vedo l’ora di venire a ritirare la pipa e vederla di persona; se Lei è d’accordo sarò da Lei il prossimo venerdì alle 16,15, al massimo alle 16,20.
Cordialità
P.S.
A proposito della Sua pipa che ho trovato nel cassetto di mia moglie, ad oggi non mi ha dato nessuna indicazione, spero potrà aiutarmi a ricordare in occasione del nostro incontro.
Rinnovati saluti.
Alfonso Di Dio»

Per quanto sforzasse la sua memoria, Graziano non riusciva a ricordare neppure che il Di Dio avesse una moglie, l’unica cosa che ricordava era la notte in cui ebbro di vino e di pensieri era tornato a casa dall’osteria e ripiegato su se stesso, con il cielo stellato sopra di sé e l’alcool dentro di sé, nell’atto di rimettere anche l’anima nel primo cespuglio dietro l’angolo si casa, trovò in quel ripiegamento del pour soi sull’ en soi, in quella sartriana nausea, l’immagine che l’arte maieutica dell’amico aveva saputo trarre da lui, il vino invece aveva tratto fuori la cena.
“Boia, che ciucca” riuscì solamente a dire, appoggiando le spalle a muro e lasciandosi sedere, mentre passava il dorso della mano sinistra sulla bocca, addormentandosi all’addiaccio.
Ma aveva visto, fosse solo per un momento, l’immagine, in ogni suo dettaglio, della lovat più che perfetta, l’unica lovat, che da quel giorno chiamò l’Irripetibile.
Seguirono giorni di intenso studio sui libri, a confrontare l’immagine della mente con quelle delle più prestigiose lovat del mondo di cui si avesse memoria. Scopriva e riscopriva, nella sua certosina ricerca, il possesso già saldo di un’antica quanto ignorata preconoscenza, più antica di lui, che le scintille della conversazione con l’amico avevano misticamente riacceso e fatto esplodere nella sua creativa immaginazione, al di là di ogni ragionamento.
Sudò sulla radica, misurata più volte con l’occhio che con gli strumenti del mestiere; un mestiere così saldo, una perizia così affinata, che paradossalmente era finanche intralciata, alle volte, dagli strumenti che avrebbero dovuto aiutarla.
Sbozzò e affinò dieci, cento, mille volte quella radica, accuratamente prescelta, la migliore, la più antica e leggera. Tirò ‘righi dritti’ che solo la sapienza delle sue mani seppero curvare senza soluzione di continuità. Perse ore infinite a meditare, leggere e scegliere forma del cannello, tipo di rim e colore del bocchino.
Quando fu finita, la vide così perfetta e unica che non poté trattenere un moto di stizza: “Perché non parli?” le chiese, dandole una martellata che mandò in frantumi l’intero bocchino e buona parte del cannello. E ricominciò, infinite altre volte, finché non seppe di nuovo trarre dall’inerte radica la lovat imprigionata in essa, anche se in quest’ultima occasione, evitò di porre domande al suo manufatto.

Venne il venerdì e con esso Alfonso Di Dio, il quale dalle 18,00 alle 18,07 spiegò con insolito accanimento la singolarità delle indicazioni stradali delle rotatorie di Bologna, che a suo giudizio erano ingannevoli.
“Ma nel centro di Bologna non si perde neanche un bambino” scherzò Graziano, confidando nel senso dell’humor del suo ospite.
“Tendi, vuole scherzare? Solo a Saronno, e più in generale in Lombardia, sono, se possibile, più confuse. Ma comunque, lasciamo andare, veniamo a noi, mi mostri la pipa, per piacere”.
No, il Di Dio non aveva nessun senso dell’humor, o nessuna conoscenza della musica classica, pensò Graziano andando a prendere la pipa, che in pochi istanti fu nelle mani dell’avvocato.
L’avvocato Di Dio, senza dire una parola mise la mano al portafoglio traendone fuori il doppio del compenso pattuito in precedenza e con una muta stretta di mano si congedò senz’altro dal perplesso artigiano che almeno si aspettava un parere, un giudizio, un ringraziamento: “Socc’mel” sbottò Graziano, intendendo l’espressione nell’accezione più letterale e antica, non volendo esprimere stupore, ma solo dispetto e senza porre tempo in mezzo, raggiunse Francesco all’osteria.


IV

“Insomma, Gaetano, non puoi capire cosa ha combinato di nuovo quel matto di Antonio…” e giù a narrare e sparlare degli altri amici, come ogni ultimo venerdì del mese. Così da lunghissimo tempo trascorreva talvolta il suo tempo Di Dio, accanto al fraterno amico, seduto sulla poltrona, stringendo tra le mani la Dunhill billiard sabbiata col bocchino a sella. Non che non vi fossero miglioramenti: di quanto in quando il lessico gutturale dell’amico faceva dei temporanei progressi, soprattutto nelle occasioni in cui desiderava tentare di fumare
Ma non sapeva più usare il fuoco, era evidentemente ancora in una fase primordiale, pre–erecta, come spiegava poi Di Dio agli amici che gli chiedevano notizie. I miglioramenti erano chiari, ma certo la maledizione di Vico era una brutta bestia.
“Uhmpr Sn Ghennaaaaa” significava che Gaetano voleva fumare un virginia invecchiato almeno trent’anni; come ‘t’ stava per lovat; ‘gu’ per cazzate e ‘zz fto Anio?’ era la domanda per sapere quali nuove sul comune amico Antonio, almeno così gli piaceva di capire ad Alfonso.
A ogni visita la moglie di Gaetano chiedeva ansiosa notizie sulla pipa commissionata, su consiglio del professor Formica, sulla quale faceva disperato affidamento.
“Justyna, che ti devo dire? non è che una pipa così si possa fare dall’oggi al domani È un’opera improba, ai limiti dell’impossibile, ci vuole tempo, ci vuole tempo… Intanto, il signor Tendi mi ha dato questa pipa, non è una lovat, beninteso, ma è splendida, inizia con questa, nell’attesa” rispose una volta, consegnandole la pipa di Tendi che aveva trovato nel cassetto della moglie e di cui s’era scordato di chiedere notizie all’artigiano alla vista della lovat.
Come ogni venerdì, tornato a casa dal breve viaggio aereo, circondato dal calore familiare, attendeva che tutti andassero a letto per accendersi una pipa, fumando la quale, immemore del tempo e del mondo, contemplava la lovat destinata all’amico, dalla quale non aveva saputo separarsi, e ripeteva come un mantra:
“Col tempo guarirà, col tempo… Uhm..”




domenica 12 giugno 2016

Da Vico a Borges passando per Londra

Oggi è il tredici di novembre; il giorno sette di giugno, all'alba, lo Zahir giunse alle mie mani; non sono più quello che ero allora, ma ancora mi è dato ricordare, e forse narrare, l'accaduto.
J.L. Borges, "Lo Zahir"

Sembra proprio che ultimamente a dispetto della mia conclamata pigrizia, il mio alter ego letterario continui a stimolare la fantasia del mio amico Calogero Rizzo. 
Ai lettori di questo blog avevo promesso il racconto dei risvolti pipici della mia visita a Brighton dello scorso marzo: Rino ha provveduto da par suo con questo racconto che intreccia Vico, Platone e Dunhill in un'improbabile quanto irresistibile intreccio.

Corsi e ricorsi

di Calogero Rizzo




I

Gaetano De Robertis e Alfonso Di Dio attraversavano lentamente Saint James Park, fumando, altrettanto lentamente, le rispettive pipe.
“Bello ‘sto parco” commentò a un cero punto Alfonso Di Dio, iniziando a svolgere la sua funzione di cicerone con un’elencazione minuziosissima degli animali che da lì a poco avrebbero incontrato, dicendo dell’ordine, l’armonia, il decoro che regnava intorno; tutte cose che l’indifferenza dell’altro non poteva cogliere, avvolto com’era dalla più totale apatia.
Di quando in quando annuiva De Robertis, alzando lo sguardo, nel tentativo di notare le cose segnalate dall’amico, ma tutt’al più riusciva a vedere Justyna e Simona, le rispettive consorti, che li precedevano, attorniate dai figli dell’amico, il più piccolo dei quali normalmente intento a inseguire piccioni e scoiattoli. Il pensiero corse ai gatti lasciati a casa: anche loro si sarebbero divertiti moltissimo in quella caccia, che lui bonariamente si sarebbe maggiormente goduto senza tutto lo strepito prodotto da quel ragazzino.
Durò un attimo quel pensiero, giusto il tempo di un’innocente distrazione prima di farsi riavvolgere dalle spire della più totale indifferenza.
L’entusiasmo pionieristico di Alfonso Di Dio era tutt’altro che contagioso e lo stesso cicerone se ne rese conto quando, esaurite le poche nozioni che aveva intorno a quel nuovo mondo che andava descrivendo, buttò l’occhio sul suo amico che placido continuava a fumare come se si trovasse sul divano di casa. Non aveva tutti i torti Gaetano, pensò Alfonso, alla fine si trattava di quattro alberi in mezzo a sterminati prati dove scorrazzavano animali più imborghesiti degli abitanti di quella città.
“Ricordi Vico?” chiese a bruciapelo Di Dio, tentando di fare uscire l’amico da quell’apatia.
De Robertis volse appena il capo alle sua destra con uno sguardo interrogante e perplesso: “Giambattista?”
“Giambattista, si”.
“Allora?”
“No niente, tu sai che ho lasciato la mia vecchia vita, il lavoro, la famiglia, amici e sono emigrato qua?” proseguì un po’ meno sicuro Di Dio.
“Certo che lo so, altrimenti non mi troverei qui oggi” rimandò caustico l’amico.
 “Era per dire, Gaetà, tu proprio ignori le fioriture della retorica”.
“Non è che le ignoro, è che le voglio ignorare”.
“Non a caso sei un ingegnere”.
“E tu un avvocato”.
“Vabbé, visto che conosciamo le rispettive professioni, faremo a meno di scambiarci i biglietti da visita. Comunque, tornando al punto, anzi all’inizio della questione che il punto è ancora assai lontano, intendevo dire: ti ricordi la teoria dei ricorsi storici?”
“Cazzate” commentò distrattamente Gaetano, guardando dentro il fornello della pipa, per aver conferma della totale consumazione del tabacco.
“Come cazzate? A parte il fatto che il pensiero di Vico ha anticipato quello di…” iniziò a indignarsi Alfonso.
“Senti Fofò” l’interruppe immediatamente Gaetano “l’ho studiata anch’io filosofia, non mi fare la lezione partendo da Talete, vieni al punto”.
“Se non mi fai iniziare, come ci arrivo al punto, cazzo?” protestò veramente impermalito Alfonso.
“Hai ragione” concesse Gaetano “facciamo così: dammi credito, facendo finta che io sappia le stesse cose che sai tu su Vico e quello che ne è seguito, e dimmi subito quello che pensi sui ricorsi storici; avrai fatto qualche pensata geniale, immagino, ed è meglio che la comunichi subito al mondo, che in questo momento io rappresento, prima che ti sfugga di mente”.
“No che non mi sfugge; comunque, sai che Vico sostiene che nell’uomo prima si forma il senso, poi la fantasia e da ultimo la ragione”.
“Uhm..” sospirò Gaetano De Robertis, indicando che in una certa misura si rassegnava a un preambolo, purché fosse breve.
“Dicevo” riprese Alfonso Di Dio, alzando di un’ottava il tono di voce “dicevo che questo stesso fenomeno si verifica anche ai popoli”.
“Le nazioni, dice Vico” lo corresse Gaetano, mentre l’angolo sinistro della bocca, occultato al suo interlocutore, non poté fare a meno di allungarsi in un ghigno.
“Si le nazioni, insomma, hanno un loro sviluppo che dalla barbarie le conduce alla razionalità, ma sempre col rischio che accompagna la precarietà di ogni razionalità, di smarrirsi, perdersi, pena il ritorno alla barbarie col nuovo inizio di un altro percorso”.
“Ufffff” sbuffò definitivamente scocciato Gaetano De Robertis.
“Che c’è adesso?”
“Ma come si fa? Dico io. Ma come fate tu e Vico, anzi solo Vico, ché tu ripeti a pappagallo, a dire che si possa perdere la ragione, che è una cosa precaria? Uno può uscire pazzo. Va bene, Antonio è uscito pazzo, il che è pure plausibile, conoscendolo, ma dico io, in generale, se tu hai il possesso del bene dell’intelletto e non esci pazzo, come fai a perdere l’uso delle tue capacità razionali”, sbottò Gaetano, dimenticando di lasciarsi avvolgere dall’indifferenza per il tempo necessario a fare quella tirata.
“Quindi, secondo te, non si può perdere la ragione per un certo periodo e riacquistarla?” ritentò Di Dio.
“Ma sono casi clinici o eccezioni straordinarie, come nel caso di Antonio; in generale gli uomini si dividono, e sempre si sono divisi, in due categorie: gli esseri razionali e i cretini, senza voler fare torto a nessuno, neppure a Sciascia. Ora, normalmente, i cretini vivono e muoiono da cretini e gli altri da esseri razionali: è una questione statistica”.
“Eh… sempre le scienze esatte. Tu certo, morirai, esattamente, ingegnere. Però, la verità” si accalorò Alfonso “è che non tieni conto del dato esistenziale. Vico parlando dei popoli …”
“Nazioni”.
“… parlando delle nazioni, diceva che le cause possono essere molteplici, discordie, guerre intestine, cose così...”
“Cose così…” De Robertis sottolineò la genericità dell’amico alzando gli occhi al cielo.
“Si, cose così. Ma lasciamo andare i pop... le nazioni, prendiamo a caso una specifica esistenza umana, perfettamente razionale, che venga lacerata al cuore della sua esistenza da un evento eccezionale e imprevedibile, oppure da una sofferenza invincibile, la quale per un certo periodo lo faccia regredire, lo riporti a uno stato primordiale, dal quale poi, con molta fatica, possa nuovamente uscire, per tornare a uno nuovo stato razionale. Magari, aggiungo, anche migliore, perché temprato dalla prova del dolore, come diceva Platone” concluse, quasi trionfante, Alfonso Di Dio.
“Platone?”
“Si, Platone. Non ti piace Platone?”
“Platone… come non mi piace Platone? mi piace Platone, sei tu che non piaci, quando fai così. Eppure te l’avevo chiesto poco fa: non mi partire dai greci. Niente, come il prezzemolo, li devi mettere dappertutto. Scommetto che se io iniziassi a parlarti di fisica quantistica, saresti capace di citare nuovamente Platone, vero?”
“Ma certo, è dimostrato che fu il grande precursore della visione matematica della natura…”
“Ma vaffanculo”
“Hey! Uomini che fate così indietro? Girando qui a sinistra siamo arrivati al Big Ben, forza” li redarguì da lontano Simona.
“E andiamo a vedere l’orologio più inutile della storia” disse tra i denti De Robertis, lasciando indietro l’amico e facendosi, definitivamente, avvolgere nelle spire della sua ritrovata e pacificatrice indifferenza.
Alfonso Di Dio lo seguì per qualche attimo con lo sguardo, chiedendosi perché l’amico fosse così contrariato. Avevano progettato quella venuta in Inghilterra da mesi, lo stesso Gaetano nei giorni precedenti era stato pieno di interesse per la cittadina in riva alla costa che lo ospitava, eppure adesso che si trovava a Londra sembrava aver perso interesse in ogni cosa, sembrava che ogni tappa di quella gita turistica fosse una stazione della via crucis.



II
Ogni volta che i suoi compagni gli prospettavano la nuova tappa della loro gita, Gaetano De Robertis riandava alla sua fanciullezza, quando con la famiglia, il venerdì santo seguiva la processione del paese. “Adesso da qui andremo a Trafalgar square”, ‘Mater dolorosa. Ora pro nobis’, recitò mentalmete Gaetano.
Non voleva certo guastare la gita al resto della compagnia, era stato contentissimo di quell’invito a visitare un paese a lui del tutto ignoto; aveva preparato quel viaggio con ogni cura e in ogni dettaglio. I primi giorni erano stati entusiasmanti: ettolitri di birra erano transitati dal suo bicchiere nella sua gola, il rinnovare la compagnia col vecchio amico lo aveva riportato a giorni lieti, ormai divenuti, a loro volta, anche troppo antichi.
Sapeva già della visita a Londra, tutto era stato pianificato in ogni minimo dettaglio, ma la notte precedente a quella gita per la capitale un pensiero, un obbiettivo si era insediato nella sua mente ed era rimasto l’unico, predominante pensiero. Con quel pensiero fisso, ogni deviazione, ogni tappa di quel viaggio, ogni monumento diveniva una tortura.
“Andiamo a vedere Covent Garden? Da qui è vicino, due passi”
 ‘Mater desolata…’ recitò ancora solo mentalmente Gaetano, aggiungendo ad alta voce: “Si magari dopo, adesso che siamo in zona perché non facciamo un salto in Jermyn street, magari così vediamo anche il negozio di Dunhill?”, proponendo questa volta risoluto.
“Si hai ragione, anch’io sono curioso” lo spalleggiò l’amico, aggiungendo: “però, passiamo per Piccadilly Circus, che è di strada”.
‘Mater afflicta’ e furono in Piccadilly.
Dopo un’interminabile mezz’ora in Piccadilly Circus, dove agli occhi di De Robertis, i compagni di viaggio sembravano interessati a studiare anche gli interstizi della pavimentazione, il gruppo si mosse verso la tanto agognata meta e in breve tempo fu dinanzi alla vetrina del negozio Dunhill.
Entrando come i più incalliti peccatori dell’universo nel luogo più sacro del creato, furono accolti dall’ovattata cortesia di impeccabili hostess e steward. Tutto in quell’ambiente incuteva rispetto e trasudava opulenza; non riuscivano a distogliere gli sguardi dai bottoni dorati delle giacche dei commessi, che sembravano, a loro volta, esprimere il più profondo biasimo nei confronti di chi osava anche solo pensare di accostarsi a quel luogo indossando un paio di jeans e miserabili scarpe da ginnastica.
“May I help you?” investigò la cortesia del più pronto dei commessi.
“Si, certo, vorremmo vedere le pipe” disse in un fiato De Robertis, una frase che si era preparato a pronunciare mentalmente per ore, ma tradito dall’emozione la disse nel suo idioma nativo.
“Magari, se glielo diciamo in inglese ci capiscono pure” si vendico Alfonso Di Dio che ancora pensava alla chiacchierata sui popoli, o meglio le nazioni di Vico.
S’affidarono alla competenza di Simona, la quale, come tutte le donne, puntando sulla relatività del tempo, da oltre dieci anni raccontava di quando vent’anni prima fosse vissuta a Londra; gli anni passavano ma i vent’anni erano sempre venti.
In breve, il gruppo fu intorno a un enorme ed elegantissimo tavolo, circondati da vetrine stracolme di ordinatissime pipe. Dopo una prima, generica visione delle vetrine, si trovarono di fronte al primo bivio: avevano una qualche preferenza, desiderano, forse, i signori esaminare qualche pipa in particolare?
“Lovat” esclamò secco Gaetano, che ormai da ventiquattr’ore aveva deciso di comprare quel preciso tipo di pipa in quel preciso punto dell’universo, venisse dopo anche l’Apocalisse. Da oltre un anno s’era appassionato a quello shape, tanto da farne una malattia e divenire oggetto degli sfottò degli amici, ma a lui non importava. Si era vero, lo capiva lui stesso a tratti, che la forma par excellence della pipa era la billiard, ma nulla: le sue pipe dovevano essere rigorosamente lovat realizzate dai più svariati artigiani di tutto il mondo, figurarsi se adesso che si trovava nel sancta sanctorum, poteva rinunciare ad acquistare un esemplare nuovo e inedito di quello che egli considerava l’ipostasi della pipa.
L’ineccepibilità dello steward, alla parola lovat, subì un duro colpo agli occhi dei due clienti, quando questi mostrò una certa titubanza; gli fu spiegato che la lovat era uno shape, una forma specifica di pipa e non una marca differente da quella dell’omonimo fondatore della casa che gli elargiva il suo lauto stipendio.
Incerto il giovane mostrò a De Robertis, che l’istinto gli diceva essere l’unico possibile, se non certo, acquirente del gruppo, la carta degli shape, sulla quale fulmineo s’appuntò l’indice di Gaetano a indicare con esatta precisone il disegno raffigurante l’oggetto di tutti i suoi desideri. Rinfrancati dall’equivoco, i due amici si scambiarono un complice sguardo rassicurante, come a dire: in fondo sono uomini pure loro, mentre il giovane prono sui cassetti che andava via via aprendo, riponeva scatole su scatole sul tavolo.
E incominciò ad aprirle quelle scatole, riaffermando il suo stato, se non semidivino, angelico indossando ineccepibili guanti di cotone, per evitare di macchiare le pipe con le proprie indegne terrestri, impronte digitali, tanto che i due si limitarono a osservare le pipe a una certa distanza, certi che gli fosse inibito toccarle. Furono salvati dai figli di Di Dio, gli unici che non subivano minimamente la sacralità del luogo e delle circostanze, i quali prese in mano le pipe, se le passarono tra loro per qualche minuto, prima di decidersi a stravaccarsi sul divano dell’atrio, in attesa che qualcosa avvenisse senza il loro contributo.

Dopo ore di millimetriche comparazioni delle infinite lovat presenti nel negozio, Gaetano De Robertis uscì raggiante di giubilo, dal negozio, per gettarsi nel crepuscolo londinese, felice proprietario di una billiard sabbiata col bocchino a sella, l’unica pipa che non aveva chiesto, né desiderato esaminare, nelle sue intenzioni e richieste, ma che per puro caso era stata notata, di sfuggita, in una delle tante vetrine. Sola, tra centinaia di altre pipe, quasi negletta, brillante nella sua incredibile sabbiatura, aveva sconvolto in pochi secondi le migliaia di ragionamenti che Gaetano aveva sviluppato sulla superiorità delle lovat, incrinando impercettibilmente il rigore scientifico e la certezza esistenziale della loro assoluta superiorità.



III
“Caffè?”
E caffè fu.
Imbambolato, in uno stato semi catatonico Gaetano venne condotto sottobraccio dalla compagnia al primo Starbucks nelle vicinanze. L’indifferenza di prima, votata al conseguimento del risultato, si mutò in totale indifferenza da appagamento, una forma molto più radicale, tale da ottenebrargli anche la vista.
Appagato l’istinto primario della conservazione, tramite un paio di gelati i ragazzini, qualche insalata le consorti e due caffè gli uomini, la pipa iniziò a girare di mano in mano sul minuscolo tavolo dell’enorme catena di ristorazione.
“Bella!”
“Uhm”
“Ma non volevi un lovat caro?”
“Uhm”
“A me le lovat non piacciono preferisco questa”
“Uhm uhm”
“Certo che venire a Londra e comprarsi una pipa proprio nel negozio di Dunhill non è da tutti”.
“Eeeeeeh” sottolineò, infine, l’ingegnere col più lungo dei commenti che riuscì ad articolare.
Incuriosito, Alfonso Di Dio, chino sul tavolo, sporse il viso a esaminare l’amico.
“Gaetà!”
“Uhm”
“Andiamo a Covent Garden?” chiese per esperimento Alfonso, ormai così stanco da non poter fare più neppure un passo.
“Ah!” esclamò l’amico con gli occhi sbarrati da dietro le lenti ancora bagnate da qualche sparuta goccia della pioggia londinese.
Alfonso Di Dio seppe in quell’istante che Vico s’era vendicato, la pipa avendo fatto regredire l’amico a uno stato primordiale, prerazionale; appoggiando la schiena alla sedia, con uno sguardo soddisfatto, sorrise a Gaetano inarcando le sopracciglia, come a dire ‘vedi che avevo ragione’, pensando che da quel momento iniziava il percorso che avrebbe nuovamente condotto Gaetano a un nuovo stato razionale, forse più consapevole.
“Amore, che c’è?” gli chiese premurosa l’inconsapevole Justyna appoggiando la preoccupata mano sull’avambraccio del marito.
Non ottenne risposta, solo qualche inarticolato suono di sgomento stupore da parte del marito che, imbambolato, non riusciva a pensare altro che la pipa appena comprata, compendio ormai per la sua mente dell’intero universo.



domenica 3 aprile 2016

La mela di Fantozzi

L'occhio della madre!
Ho scritto le mie prime righe di codice nell'A.D. 1984 e da allora - fra hobby, passione, studio e poi mestiere - non ho mai smesso. Metto avanti questo dato per essere maggiormente credibile quando dico che a priori non nutro per la Apple maggiore simpatia che per IBM, Microsoft, Google o per qualunque altro produttore di informatica: dopo trentadue anni qualunque rapporto è ormai nella fase della pace dei sensi, e le guerre di religione informatiche hanno smesso di appassionarmi da un abbondante quarto di secolo.
Sgombrato il campo da questo dubbio, posso ora dichiarare apertamente che di recente mi è ritornata irresistibile la voglia di fare in maniera acritica e viscerale il tifo per Apple, e il merito di questo ritorno di fiamma è tutto da attribuirsi all'FBI.
Sto parlando ovviamente della vicenda che ha visto contrapposti Apple e il Bureau a proposito dell'iPhone appartenente all'autore della strage di San Bernardino.

Riassumiamo brevemente i fatti: il 16 febbraio scorso un giudice ordina ad Apple di aiutare l'FBI a sbloccare un iPhone 5c appartenuto a Syed Rizwan Farook, l'uomo che il 2 dicembre 2015 insieme alla moglie aveva ucciso 14 persone a San Bernardino in California.
La Apple però si è rifiutata di collaborare con l'FBI e ha spiegato le proprie ragioni in una lettera pubblica a firma dell'AD Tim Cook.
Il caso doveva tornare in tribunale il 22 marzo ma il giorno prima l'FBI ha dichiarato di essere riuscita a sbloccare il telefonino senza l'aiuto di Apple.

Si tratta di una vicenda che è stata vista come la contrapposizione fra sicurezza e tutela della privacy, o come una disputa sui limiti di ciò che un governo può chiedere di fare a un'azienda privata in nome dell'interesse collettivo. Sono tutte questioni interessanti, ma per quanto mi riguarda la voglia di mettermi a fare la ola per la Apple è venuta da un addendum alla lettera pubblica linkata sopra, e specificamente da un capoverso che mi piace riportare parola per parola:

Yes, it is certainly possible to create an entirely new operating system to undermine our security features as the government wants. But it’s something we believe is too dangerous to do. The only way to guarantee that such a powerful tool isn’t abused and doesn’t fall into the wrong hands is to never create it.

Perché questo passaggio m'è piaciuto così tanto? Perché dentro ci sono le trombe di Gerico, quelle dell'Aida di Verdi e quelle del Settimo Cavalleggeri che squillano tutte insieme la riscossa della classe informatica.

Avete presente Come uccidere vostra moglie? In quel film, un superbo Jack Lemmon è accusato (a torto) di aver assassinato l'affascinante Virna Lisi dopo essersi pentito di averla sposata; e riesce a salvarsi la pelle enunciando il principio per cui mandare assolto un uomo che ha ucciso la propria moglie costituirà un precedente, sarà un argine allo strapotere delle donne e ristabilirà il dominio maschile sul mondo.
Ecco, la risposta della Apple costituisce esattamente questo genere di precedente, non importa chi abbia ragione e chi torto nel caso di specie.

Facciamo astrazione dai nomi dei due contendenti in gioco, facciamo astrazione dai dettagli tecnici, facciamo astrazione dalle questioni di sicurezza e di privacy. Quello che rimane di sostanziale nel passaggio che ho citato è un'azienda di software che dice: "questa cosa magari è anche fattibile tecnicamente ma è una tale assurdità che mi rifiuto di svilupparla".

È qualcuno che di fronte a una richiesta ha il coraggio di dire: "Caro utente, la tua richiesta

e per ciò stesso merita i fantozziani 92 minuti di applausi.

Vedete, il fatto che il software sia immateriale è al tempo stesso la sua forza, il suo fascino e la sua condanna. Per altri manufatti dell'uomo la materialità è un limite ma è anche un baluardo contro richieste troppo insensate. A nessuno verrebbe in mente di far realizzare un aereo di cristallo, o un grattacielo coi pilastri di cartone. Anche il più rampante e aggressivo manager dell'industria automobilistica ha perfettamente chiaro che non può chiedere ai suoi ingegneri un veicolo con le prestazioni velocistiche di una Ferrari, equipaggiato come un'Audi full optional e che costi al pubblico 5000 euro.
Nel campo del software invece l'idea è che si possano realizzare cose complesse a piacere, a tempi e costi piccoli a piacere.
Il risultato finale di questo stato di cose è la frustrazione più diffusa e pervasiva: la frustrazione di chi lavora nel settore e la frustrazione di tutti gli utenti che quotidianamente hanno la vita avvelenata da realizzazioni substandard. Pensateci: il più scalcagnato dei nostri telefonini o dei nostri laptop (per non parlare ovviamente di PC portatili o desktop) è diversi ordini di grandezza più potente dei calcolatori che mandarono l'uomo sulla Luna senza intoppi. Eppure ci troviamo in tasca oggetti più avidi di energia di un cacciatorpediniere, che si bloccano senza motivo apparente e che hanno più rappezzi delle suole di un paio di scarpe scadenti.

Perciò la presa di posizione di Apple (a prescindere dal fatto che le si voglia o no dare ragione, a prescindere dal fatto che sia stata o no un'operazione di marketing) è tanto importante.
Perché serve a ricordarci che il software magari è svincolato dalla legge di gravità, ma è ancora soggetto alle leggi della logica e del buon senso.




sabato 26 marzo 2016

Tout Maigret (peut-être), 8 - Un delitto in Olanda

"Le salon était petit. 
Adossé à la porte, le commissaire semblait trop grand pour lui"
Ottavo titolo del grande ciclo maigrettiano, questo Un crime en Hollande fu scritto nel maggio del 1931 e pubblicato da Fayard nel luglio dello stesso anno. Il romanzo è il primo della serie ad essere scritto (e stavo per scrivere girato) nelle location fiamminghe nelle quali Simenon ambienterà anche il successivo La casa dei fiamminghi (1932) e a distanza di qualche anno un trittico di romans durs fra i suoi capolavori assoluti: L'assassino (1937),  L'uomo che guardava passare i treni (1938) e Il borgomastro di Furnes (1939).

Cos'è questo Paese fiammingo agli occhi del belga Simenon? È prima di tutto il regno del nitore assoluto, nitore dell'atmosfera, delle case, dei bar, il nitore dei Van Eyck e dei Bruegel. Lo si capisce fin dalla prima memorabile descrizione della Delfzijl che si para davanti a Maigret appena sceso dal treno: Une petite ville : dix ou quinze rues au plus, pavées de belles briques rouges aussi régulièrement alignées que les carreaux d’une cuisine. Des maisons basses, en briques aussi, ornées d’une profusion de boiseries aux couleurs claires et joyeuses. [...] Il y avait du soleil. Le chef de gare portait une jolie casquette orange dont il salua tout naturellement le voyageur inconnu. Siamo veramente a un passo dalla Vondervattimeittis del Diavolo nella torre di Poe.

A questa pulizia estrema fa da contrappeso una particolare densità dell'aria, un'atmosfera calda, pastosa, intima, con interni spesso di legno solido e scuro ("une atmosphère lourde de soleil et de calme", viene detto a un certo punto). Un'atmosfera che sembra vivere di vita propria, un'atmosfera che in un certo senso è essa stessa un luogo, un personaggio, un attore. E in effetti tutti i libri che ho citato prima possono essere letti come le storie di altrettanti tentativi (tutti destinati in un modo o nell'altro al fallimento) di scuotere questa imperturbabile placidità, di sperimentare la possibilità di un destino meno preordinato.

Come nel precedente romanzo della serie, anche qui la dicotomia fra romanzi del carnefice e romanzi della vittima appare sfumata, dato che entrambe le figure sono delineate con tale partecipazione, con tale commossa pietà che si farebbe fatica a dire se resti maggiormente impresso nella memoria il povero Conrad Popinga (sì, Popinga, come il Kees dell'Uomo che guardava passare i treni) o la persona che ne causerà la morte.

Un romanzo di fallimenti, questo Maigret in Olanda: dal fallimento esistenziale, pagato con la vita, di Popinga; al fallimento della solida, compatta comunità di Delfzijl nel suo tentativo di attribuire il delitto a un marinaio di passaggio e quindi di evitare di fare i conti con un male che proviene dal suo stesso nucleo; al fallimento alla fin fine dello stesso Maigret nello scoprire una verità che nessuno vuole ascoltare, che renderà tutti infelici e che lo costringerà per una volta ad abdicare al suo ruolo di aggiustatore di destini.  

E il bruciante epilogo, l'ultima mezza pagina del romanzo, ha il sapore straniante dell'ultimo tempo della seconda sonata di Chopin, un finale che nega ogni catarsi e in realtà non termina nulla, lasciando più interrogativi di quanti non ne risolva. 
Eppure si finisce questo libro con una strana, obliqua contentezza, tanto veri e vitali sono i personaggi, tanta è la verità con la quale sono raffigurati non solo i protagonisti ma anche tutte le figure di contorno, dal cordiale capostazione col suo assurdo cappello color arancio ai marinai che fumano le loro pipette di argilla lungo i canali di Delfzjil. 


venerdì 25 marzo 2016

Postcards from Brighton

La scorsa settimana insieme a Justyna siamo stati ospiti di una coppia di carissimi amici che si sono trasferiti a Brighton, UK.
In attesa di ragguagliarvi con gli inevitabili risvolti tabagiferi e pipici della spedizione, condivido con voi qualche scatto da questa piccola perla del Sussex.
Per un campano dell'entroterra, che alla parola "mare" associa automaticamente le spiagge del Cilento, conoscere l'accezione inglese del termine è stato interessantissimo.













lunedì 22 febbraio 2016

Stelle danzanti

Se vi chiedessero qual è il più celebre pianista polacco di tutti i tempi, probabilmente molti di voi risponderebbero Artur Rubinstein. O forse Krystian Zimerman. Ma se invece vi chiedessero qual è il meno famoso? Qualcuno rispetto al quale gli interpreti dell'integrale "Polskie Nagrania" degli anni '50 sono delle superstar?
Beh, io sarei pronto a scommettere che un serio contendente al titolo sarebbe il protagonista di questo post: Andrzej Wąsowski.
L'esistenza di Wąsowski potrebbe essere una delle pontiggiane Vite di uomini non illustri: nato nel 1919 a Leopoli (oggi in Ucraina ma all'epoca in Polonia), da una famiglia aristocratica (una di quelle che possedevano villaggi, industrie, foreste e i cui membri parlavano tra di loro in francese) rivelò ben presto un formidabile talento musicale tanto che a vent'anni si diplomò al Conservatorio di Varsavia riportando il Grand Prix d'intérpretation. Sembrava destinato a una fulgida carriera di concertista ma giusto nel 1939 sulla sua strada si misero due signori, uno tedesco e l'altro russo: i signori Ribbentrop e Molotov. Leopoli fu invasa prima dai russi, che fecero conoscere a Wąsowski le gioie dello stakanovismo inviandolo a fare concerti a beneficio delle truppe a ritmi da industria pesante e in seguito dai tedeschi, che gli alleviarono la fatica ma gli proibirono di suonare Chopin (il che non impediva al principe Wąsowski di suonarlo di nascosto per i polacchi della resistenza) e poi tentarono di spedirlo a suonare in Germania: al rifiuto del pianista, in Germania ce lo mandarono lo stesso ma in un battaglione di disciplina. Dalla Germania Wąsowski riuscì fortunosamente a riparare in Austria dove rimase fino al termine della guerra. Alla fine del conflitto, Wąsowski fu privato della nazionalità polacca e solo in seguito al matrimonio acquistò la cittadinanza venezuelana. Nel 1965 si stabilì negli Stati Uniti dove insegnò pianoforte a Tulsa, in Oklahoma, e dove morì nel 1993.
L'intero lascito discografico di Wąsowski si compone di una registrazione integrale dei Notturni e di una delle Mazurche. Come ulteriore ironia della sorte, entrambi gli album furono incisi per un'etichetta abbastanza celebre ma in ambito jazzistico, la Concord Records (che oltre a tutto gli sbagliò pure il nome in copertina, trasformando la ą polacca in una a).

In verità, la sorte di Wąsowski non sarebbe molto dissimile da quella di tanti giovani della sua generazione che ebbero l'unica colpa di nascere nel posto sbagliato al momento sbagliato e che solo per questo si videro privati di tutto quanto avevano il diritto di aspettarsi dall'esistenza. Il fatto è che sia pure con quei due soli miseri dischi (e in particolare con quello dedicato alle Mazurche) Wąsowski si è ritagliato un posto di primissimo piano nell'interpretazione chopiniana.

Che le Mazurche costituiscano il cuore stesso della musica di Chopin non è possibile dubitare: come scrive Gastone Belotti, "in nessun altro genere Chopin ha svelato l'ampiezza del suo genio, nessun altro si presto allo studio dell'insieme del suo stile musicale, nessun altro rivela l'intima connessione tra la sua musica e quella della sua terra. Raccolta la Mazurca come rivelazione dell'espressività contadina della sua regione - la Mazowia - e come genere di consumo della città in cui viveva - Varsavia - la elevò ad un grado di perfezione che resterà ineguagliato, e creò quegli immortali capolavori nei quali ha lasciato il meglio della sua genialità musicale".  Ora, il problema spesso disperante che le mazurche pongono ai pianisti (Rattalino ne parla come di rebus musicali) è costituito dalla loro particolare idiomaticità: le danze popolari polacche (mazurek, ma anche kujawiak, oberek, krakowiak, che Chopin comprende nella sua opera spesso combinandole fra loro) sono caratterizzate da una irregolarità di fondo nel ritmo che semplicemente non si presta ad essere trascritta con precisione per mezzo della normale notazione musicale. Chopin stesso dovette a un certo punto rendersi conto della cosa visto che a partire dall'op. 24 smise di fornire anche l'indicazione rubato che aveva usato in abbondanza nelle raccolte precedenti. Badiamo bene che qui non stiamo parlando di un semplice vezzo filologico, di un abbellimento che può essere omesso a piacere: nelle Mazurche Chopin conferisce al ritmo, a quel ritmo, una importanza strutturale non inferiore a quella attribuita al contrappunto in una fuga di Bach, sicchè ignorare il problema significa produrre una lettura che è puramente e semplicemente inadeguata (basti pensare a quell'autentico monumento all'equivoco intepretativo costituito dalle incisioni delle Mazurche di un interprete chopiniano altrove grandissimo come Samson François).
Non è del resto un caso se qualunque pianista voglia porsi in maniera seria di fronte al compito di interpretare compiutamente le Mazurche deve a un certo punto - diremo così - "sciacquare i panni nella Vistola": è solo in Polonia, attraverso il contatto diretto con delle fonti musicali che si sono conservate incontaminate e con una tradizione che risale ai tempi di Chopin, che si può fare esperienza diretta del modo corretto di rendere tutto quanto la pagina scritta tace.

Ecco, le straordinarie letture di Wąsowski ci danno una rappresentazione, di altezza e poesia a mia conoscenza mai attinte né prima né dopo di lui, di questo mondo fatato, e lo fanno attraverso la restituzione meticolosa di tutta la complessità ritmica (e - di conseguenza - armonica) di questi capolavori in cui davvero Chopin sembra aver intrapreso un'esplorazione totale dei moti dell'animo umano. Gli esempi da fare sarebbero tantissimi, e alla fine si ridurrebbero a una lista completa delle tracce di questo doppio CD. Basterà dire che nella mia esperienza di ascoltatore chopiniano (e di ascoltatore delle Mazurche in particolare) esiste un prima e un dopo queste incisioni. 

Non è certo la minore delle ironie che costellano l'affaire Wąsowski quella per cui una delle poche interpretazioni chopiniane davvero insostituibile sia da lungo tempo fuori commercio, tanto che io stesso mi sono procurato la mia copia spulciando una quantità infinita di siti americani di vendita di CD usati e pagandola a prezzo d'affezione. È per questo che - sfidando le draconiane leggi sul diritto   d'autore - mi azzardo a condividere una sola fra le tante perle di questa raccolta, sperando che possa fornire un'idea sul perchè questi dischi sono tanto straordinari; e magari motivare qualcuno dei miei lettori a mettersi in caccia.

sabato 13 febbraio 2016

Tout Maigret (peut-être), 7 - Il crocevia delle tre vedove

(Da ferencpinter.it)
Scritto nell'aprile del 1931 e pubblicato due mesi dopo chez Fayard, La nuit du carrefour è un romanzo abbastanza singolare. In prima battuta sembrerebbe (riferendoci alla dicotomia cui più di una volta abbiamo accennato in questa serie di post) un classico romanzo del carnefice. dato che della vittima (o meglio: delle vittime) veniamo a conoscere poco più di nome e professione; d'altra parte la figura che viene delineata con maggiore dovizia di dettagli e più approfondito scavo psicologico è quella di un personaggio che in verità carnefice non è.
 
Inoltre, questo romanzo è uno dei pochissimi esempi nell'intero corpus maigrettiano in cui vediamo il nostro eroe pericolosamente vicino a qualcosa che ha tutta l'aria di essere un turbamento erotico.  In effetti è abbastanza curioso che nel delineare la figura di Maigret, Simenon lo abbia doviziosamente  caratterizzato in rapporto a tutta una serie di appetiti (almeno apparentemente) elementari per poi chiudersi in una reticenza pressoché assoluta rispetto a un tema che peraltro non gli era affatto estraneo (per usare un garbato eufemismo) né come scrittore né come uomo. Censura? Autocensura? Non lo sapremo mai. Sta di fatto che per tanti riguardi - dal cibo, alla pipa, dai posti caldi al Calvados  - conosciamo nel dettaglio qualità e quantità di ciò che piace a Maigret; quando giungiamo al capitolo donne, abbiamo una serie di accenni vaghi e spesso di segno negativo: conosciamo donne che lo lasciano indifferente, altre che gli suscitano una tenerezza piuttosto paterna che di altro segno; da questo punto vista, l'unica cosa certa è che Maigret è... il marito della signora Maigret. Ecco, in questo libro ci sono alcuni piccoli sprazzi che illuminano un aspetto della personalità del commissario sul quale sappiamo davvero poco. E si tratta di sprazzi che fanno intravvedere una realtà assai meno ordinariamente borghese (e quindi assai più interessante) di quanto potremmo sospettare.

Ma forse l'aspetto più peculiare di questo romanzo è il virtuosismo davvero incredibile che Simenon mostra nella costruzione dell'atmosfera, o meglio delle atmosfere. Da una parte abbiamo un incrocio su una statale qualunque dell'Ile-de-France, quattro case in mezzo a un nulla fatto di campi e di boschi.  Senza le facilitazioni offerte dai bistrot e dai negozi di Parigi, senza le suggestioni dell'acqua del mare o dei canali, Simenon riesce a caratterizzare questo non-luogo in maniera addirittura cinematografica: e non è un caso se praticamente subito dopo l'uscita del libro, un regista del calibro di Jean Renoir ne trasse un film di una pregnanza visiva assoluta. E poi - in contrasto con la scala di grigi del paesaggio circostante - c'è la casa degli Andersen, di questo stranissimo gruppo di famiglia in un interno in cui nulla è ciò che sembra e si respira un clima quasi da serra.

In conclusione: uno dei più atipici romanzi di tutto il ciclo, col plot giallo che arriva quasi a recedere sullo sfondo per fare posto a una storia di intrighi, di passioni e di avidità degna del miglior Balzac. Non possiamo non rimanere ammirati di fronte alla folle prodigalità dell'invenzione simenoniana, che in un giallo profonde una quantità di spunti e di temi che sarebbero tranquillamente bastati per tre romanzi durs



sabato 23 gennaio 2016

Esercizi di traduzione dal polacco, 5

Classe 1972, Maciej Sieńczyk (che vedete ritratto (?) qui a fianco) è noto in Polonia soprattutto come disegnatore e autore di comic novels. Ma la rubrica "Mój kącik" ("Il mio angolino") che tiene sul periodico culturale online Dwutygodnik.com rivela una penna che è perfettamente a suo agio con le parole oltre che coi segni grafici. Un esempio è questo racconto, a metà fra Kafka e Achille Campanile, in cui grazie a Sieńczyk  abbiamo la conferma che la burocrazia non conosce - ahimè - confini.







In trappola

di Maciej Sieńczyk


È curioso come quel giorno mi sia rimasto impresso nella memoria come particolarmente lieto. Finiva proprio allora una lunga sequenza di giorni di pioggia e dei forti temporali sembravano promettere un miglioramento. Una gentile ragazza mandata da una certa galleria d'arte era venuta da me a prendere cinque miei disegni che dovevano essere esposti in Slovacchia; nella circostanza mi diede da firmare il contratto. 
Il giorno dopo mi arrivò una mail dalla galleria: non volevano i disegni che aveva preso la ragazza ma degli altri e bisognava cambiarli. Non ci vidi nulla di male, io stesso mi ero meravigliato che avessero scelto proprio i meno riusciti. Nel frattempo era arrivato il contratto dalla Slovacchia e quando la ragazza venne di nuovo da me lo firmai in sua presenza. Ricordo che scherzammo sul fatto che io non conosco lo slovacco e chissà cosa stavo firmando. Passò qualche giorno. Contrariamente alle attese il tempo non era migliorato e faceva di nuovo freddo. Mi arrivò una mail dalla Slovacchia: era necessaria un'aggiunta al contratto. Sarei dovuto andare all'ufficio del Fisco, prendere e compilare un certificato e mandarlo in Slovacchia. Senza il certificato la trattenuta sul compenso che mi corrispondevano per il prestito dei disegni sarebbe stata del 35%, e col certificato solo il 5%.  Il compenso non era gran cosa, sicché mi dimenticai completamente della faccenda. Qualche giorno dopo suonò il telefono: una signora chiamava dalla Slovacchia e diceva qualcosa in inglese. Risposi che scrivessero una mail.

Qualche tempo dopo incontrai il postino che mi diede una lettera dalla Slovacchia. All'interno c'era - di nuovo - il contratto. Probabilmente per via di qualche dimenticanza o incomprensione il precedente non era mai arrivato in Slovacchia. "Mai" - pensai scuotendo la testa con un sorriso - "ho firmato così tanti documenti come per questa faccenduola insignificante". Ristampai di nuovo tutte le pagine, firmai e rimandai indietro. Nel frattempo mi aspettava una mail dalla Slovacchia. Chiedevano del certificato. Risposi che mi trattenessero pure il 35%, perchè non mi andava di girare per uffici pubblici. L'indomani mi risposero che era nel mio interesse pagare il 5% invece del 35. Risposi che il giorno dopo sarei andato a chiedere il certificato.

Questi furono gli ultimi momenti di chiarezza del mio pensiero, il seguito riesco a ricostruirlo solo con enorme difficoltà. Ricordo che andai all'ufficio del Fisco vicino a dove abitavo all'epoca e cercai lo sportello dove, mi sembrava, consegnavano a vista quei certificati. Dietro lo sportello c'era un nonnetto. Avevo scaricato da internet il modulo, l'avevo stampato e riempito e lo diedi al nonnetto. Appoggiato al tavolino e guardando da tutt'altra parte aspettavo che - corredato del timbro - mi ritornasse in mano. Invece di questo, udii una voce gracidante che mi diceva: "Che roba mi sta dando?" "Il certificato" - risposi, completamente immerso nei miei pensieri - "perchè mi serve il timbro dell'ufficio del Fisco". "Che certificato?" - rispose il nonnetto. "Non so, non me ne intendo. L'ho trovato su internet, l'ho stampato e adesso glielo sto dando". "Cioè, devo sapere io cosa le serve?", chiese. Tornato completamente coi piedi per terra e già leggermente infastidito dall'aggressività del nonnetto chiesi allora cosa dovevo fare per ottenere un certificato valido. "Deve compilare una richiesta". "Che richiesta?", domandai stupito. "Cioè, devo sapere io quale richiesta? Scriva che vuole ottenere il certificato". "Non ho fogli di carta con me. Posso scrivere la domanda sul retro del certificato che avevo portato?" "Eccole un foglio di carta bianca". Scrissi che richiedevo il rilascio del certificato etc. etc. Il nonnetto disse "Sono 17 zloty di diritti di rilascio". Tirai fuori il denaro ma il nonnetto rispose: "Io non prendo soldi. Deve pagare sul conto dell'ufficio del Fisco". Chiesi dove fosse la cassa, per pagare immediatamente. Il nonnetto rispose che non c'era nessuna cassa. Poi dopo un po' di esitazione aggiunse di andare in comune, pagare lì e tornare con la ricevuta. Andai in comune e ritornai. Il nonnetto prese la domanda, la lesse, chiese di aggiungere qualcosa e alla fine soggiunse: "Torni fra una settimana per il ritiro". Chiesi com'era possibile che al giorno d'oggi un controllo di dati e l'apposizione di un timbro fossero faccende tanto complicate. Rispose: "In futuro dovrebbe cambiare qualcosa. Ma non per il momento".

Trascorse una settimana. Una mattina dalla cornetta del telefono sentii una voce tremolante: era il nonnetto. "Sono arrabbiato con lei perchè non mi ha detto che era residente a Lublin. Qui mi hanno rimproverato di aver accettato la sua domanda, mentre lei doveva rivolgersi presso il suo luogo di residenza. Ma va bene così: ho mandato la sua domanda a Lublin, chiami pure loro". Mi dispiacque per il nonnetto, di sicuro i suoi colleghi più giovani lo avevano non poco sfottuto; ma nello stesso tempo ero arrabbiato con lui perchè faceva tanto sciattamente il suo lavoro: avrebbe dovuto verificare i dati al momento, e non venirmi a rompere la testa adesso. 

Dopo qualche giorno telefonai all'ufficio del Fisco di Lublin, col presentimento che il certificato si allontanava da me a mò di un messaggero cieco in una notte tempestosa che cavalcava all'indietro un cavallo spinto dagli speroni. L'impiegata mi rispose che la collega che si occupava di quei certificati quel giorno era assente, e che richiamassi l'indomani. Telefonai quindi il giorno seguente: dopo una serie infinita di collegamenti con persone sempre diverse, mi fermai infine in una sorta di terra di mezzo servita da una donnetta. La donnetta cominciò a chiedermi dove avevo la sede. Risposi che la mia sede era sia a Varsavia che a Lublin e che facevo la spola fra le due città. Ma che nella domanda avevo già specificato la mia residenza e il posto in cui pagavo le tasse. "Non si tratta di questo" - replicò. "Dov'è che abita per più tempo, dov'è la sua sede? Dov'è che paga l'affitto, la luce, il gas?" Risposi che pagavo affitto, luce e gas in entrambe le città. "Davvero, mi è difficile stabilire con esattezza dove ho la sede", aggiunsi, sperando che una risposta formulata in questo modo potesse soddisfarla. La donnetta mi chiese nome, cognome e PESEL (l'equivalente polacco del codice fiscale, ndt)  che le compitai faticosamente lettera per lettera, al che lei rispose seccamente: "Qui non è arrivata nessuna richiesta".  Sentii il terrore lentamente diffondersi nelle mie dita. Avevo già sentito diverse storie su varie istituzioni, ma le avevo sempre ascoltate malvolentieri o le avevo attribuite alla nostra inguaribile tendenza a lamentarci. A volte avevo addirittura riso alle spalle degli infelici che raccontavano in pubblico simili esperienze. E ora eccomi lì, io stesso con un sorriso ebete in faccia, immerso in un tino pieno di sego che andava rapprendendosi. Per staccare la spina, andai a letto e mi addormentai. Il giorno dopo richiamai il nonnetto per chiedergli se davvero aveva spedito la mia domanda. Mi rispose una donna che mi disse che il nonnetto non c'era e che richiamassi il giorno dopo. L'indomani mi svegliò il telefono: era una donna dall'ufficio del fisco di Varsavia. Disse che chiamava per il certificato e mi passò il nonnetto. Sentii un po' di fruscio e poi una debole voce ormai a me ben nota. Il nonnetto mi ripetè quello che mi aveva già detto, cioè che aveva mandato tutto a Lublin e che da quel momento avrei dovuto chiamare lì. Non ancora del tutto sveglio, risposi che il giorno prima avevo appunto chiamato lì e mi avevano detto che non era arrivato nulla. "No beh" - rispose con voce tanto impotente quanto gentile - "bisogna aspettare. Dovrà aspettare".

Mi girai sul fianco e caddi nel dormiveglia Il sogno non era ancora terminato, quando fui svegliato di nuovo dal telefono. "Da dove mi sta chiamando?" chiesi, strappato di nuovo al sonno, "da quale ufficio?" Da una inaudita lontananza mi arrivò la risposta che dall'ufficio del Fisco, dopodichè la donna cominciò a parlare velocemente e confusamente. "Sì, ma dall'ufficio di Varsavia o da Lublin?" domandai, forse un po' troppo rudemente. Venne fuori che era Lublin. Era appena arrivata la mia domanda proveniente dall'ufficio di Varsavia. La donna cominciò a farmi le domande standard su dove avevo la sede. Poi aggiunse che il modulo era incompleto, perchè alla domanda bisognava aggiungere altri due non so bene quali documenti e che il meglio era che li richiedessi personalmente. Risposi che il signore che aveva accettato la mia domanda non mi aveva detto nulla di ulteriori documenti. Ma ormai non me ne fregava più nulla. Dissi che avevo intenzione di ritirare la domanda, visto che ormai era fin troppo tempo che aspettavo il certificato. Aggiunsi che tutto doveva concludersi con reciproca soddisfazione, visto che io avevo pagato e loro in cambio dovevano limitarsi a fermare l'emissione del certificato. Ma la donnetta si ostinò, disse che per ritirare una domanda non bastava dirlo. Lo disse con enfasi, forse anche con fierezza. Aggiunse che se quella era la mia intenzione dovevo inoltrare un'altra domanda con la richiesta di annullare l'emissione del certificato e sarebbe stato meglio che l'avessi scritta subito e mandata con raccomandata prioritaria, altrimenti mi sarebbe arrivata una richiesta di chiarimenti e sarei dovuto andare a presentarmi personalmente. "Posso essere sicura" - chiese - "che scriverà la domanda di annullamento"? Risposi che al momento lavoravo, ma appena avessi finito avrei scritto la domanda e l'avrei impostata. "Ma la manderà in giornata, così mi arriverà domani?" Mi curvai sotto quella voce gentile e risposi che l'avrei spedita immediatamente. Imprecando mi tirai su dal letto, scrissi la domanda e andai in posta a spedirla. Incapace di liberarmi di quel febbrile stato d'animo, corsi anche all'ufficio del comune e pagai 200 zloty in tasse immobiliari.
Due settimane dopo ricevetti una telefonata da mia madre: aveva ricevuto una lettera dall'ufficio del Fisco con la conferma che avevo inoltrato una domanda per ottenere il certificato. Le chiarii brevemente la questione, e le dissi che avevo già mandato un'altra domanda che probabilmente avrebbe annullato la domanda precedente. Tre giorni dopo verso le otto del mattino mi chiamò la signora dell'ufficio del Fisco. Voleva accertarsi che avessi effettivamente inviato la domanda per annullare l'emissione del certificato. Mi sembra di aver risposto di sì.

Dalla visita della ragazza dei cinque disegni erano passate tre settimane. Nonostante i miei quarantatre anni sono ormai un uomo ingrigito e tremante, che manda intorno sguardi supplichevoli con occhi acquosi. Ad ogni istante potrebbero chiamare per il certificato, quindi scrivo queste righe di fretta, ranicchiato in un angolo del letto. Del tutto inaspettatamente, da questa esperienza ho imparato a gioire delle piccole cose. Passeggio per la città e sorrido alle coppiette e ai bambini che si affrettano verso la scuola. Loro vedono un signore ingobbito che a volte si ferma o siede su una panchina e dà da mangiare briciole di pane ai piccioni. Ogni tanto ripenso al nonnetto. Forse una volta era un uomo normale, poi è impazzito, si è identificato con l'ufficio del Fisco e adesso ci lavora gratis e illegalmente. Sentendo delle tante cose orribili che succedono al mondo, dei bombardamenti, delle decapitazioni, mi rallegro che la sorte si sia rivelata tanto clemente con questo angolino di mondo. E che nonostante le difficoltà di cui è lastricata l'esistenza quotidiana nulla sia in grado di arrestare il flusso della vita.
  

giovedì 31 dicembre 2015

'O viecchio c'a barba

La settimana scorsa sono tornato al Sud a trascorrere Natale coi miei. Naturalmente avevo con me pipe e tabacco in adeguata quantità. Un giorno ero a Nola e avevo appena estratto l'occorrente per una pipata quando mio padre gettando un'occhiata al tabacco esclama: "'O viecchio c'a barba!". Ora, mio padre viaggia per gli ottantadue anni ma ha la lucidità mentale di un ventenne: sicché quel commento così apparentemente incongruo doveva avere un senso, un senso che mi sono affrettato a chiedergli. Lui mi ha risposto: "Il tuo tabacco. Player's Navy Cut" (pronunciando così il più lungo discorso in inglese che gli avessi mai sentito fare).

La faccenda si faceva sempre più interessante. "Papà" - gli ho detto - "tu in vita tua hai sempre fumato solo sigarette. Avrai forse fumato mezza scatola di toscanelli e quelle tre volte in totale che hai provato a fumare la pipa ci hai schiaffato dentro il Clan. Mi spieghi come sfaccimma fai a conoscere un tabacco che si trova solo nel Regno Unito?" E lui, sollevando il sopracciglio con un'espressione ironica che gli conosco fin troppo bene: "Guagliò, e tu che vuoi sapere...".
E mi ha spiegato che nell'immediato dopoguerra gli angloamericani che liberarono Napoli e i suoi dintorni portarono con sé, insieme al jazz e alla carne in scatola,  anche un diluvio di sigarette di fogge e marchi sconosciute agli italiani del tempo, avvezzi tuttalpiù alle Popolari, alle Milit o alle Macedonia. 
Queste sigarette avevano nomi così poco usuali e così bisbetici agli occhi e alle orecchie dei liberati che questi ultimi li deformarono a modo loro per renderli minimamente fruibili. Si salvarono le Camel, che tra nome e immagine del pacchetto non presentavano particolari problemi. Ma le Lucky Strike diventarono Allucca e strilla; le Chesterfield diventarono 'O cesso 'e fierro (sic!); e le Pall Mall divennero "E ppalle mmano".

E poi c'erano loro. Le Player's Navy Cut, appunto. Per le quali si decise di saltare a piè pari la scritta e di riferirvisi sfruttando le immagini: e fu così che l'aitante marinaio della HMS "Hero" che vedete raffigurato qui a fianco divenne affettuosamente 'O viecchio c'a barba.

Ma non di queste sigarette ("buone ma forti", secondo i ricordi di mio padre) sono oggi qui a parlarvi, bensì del tabacco da pipa che porta lo stesso nome.
Stabilirne con un minimo di affidabilità la composizione è quantomeno problematico, visto che la stessa Casa produttrice (magari in momenti diversi, chè stiamo parlando di una referenza commercializzata da più di cento anni da un'azienda fondata nel 1877 a Nottingham) dichiara ondivagamente talvolta solo Virginia e talvolta Virginia e Burley. Io stesso dopo averne fumato quasi un etto non sono in grado di sciogliere l'enigma: che la prevalenza sia di ottimi Virginia chiari non si può dubitare. Ma il Burley? A volte, in sottofondo, mi sembra di coglierne l'inconfondibile notina tostata: ma potrebbe anche trattarsi di effetto placebo. Potremmo forse concludere salomonicamente che il Burley, ammesso che ci sia, ha il solo scopo di conferire uno zic in più di corpo alla miscela e di temperare le asprezze incendiarie dei Virginia biondi.

Il mio amico Antonio ebbe una volta a dire che l'espressione "tuttogiorno" usata a proposito dei tabacchi da pipa è un eufemismo per indicare roba insignificante di cui non si ha il coraggio di proclamare apertis verbis la mediocrità. Per me invece "tuttogiorno" è una categoria che si pone agli antipodi di quanto è definibile come "da meditazione": il mio prediletto Full Virginia Flake, ad esempio, è un tabacco che per corpo, complessità e ricchezza di sfumature è destinato naturaliter ad occasioni particolari, fino al punto da creare esso stesso l'occasione particolare per il solo fatto di essere stato scelto e fumato; ecco, il Player's Navy Cut è invece una miscela buonissima ma che non ruba necessariamente il centro della scena, pur avendo nel caso tutte le carte in regola per diventare il protagonista assoluto di un'oretta e mezzo della nostra esistenza. In questo è simile ad un altro prodotto della stessa area geografica, il benemerito St. Bruno.

Ma questo Player's ha stoffa molto più fine del suo più popolare confratello, grazie ovviamente agli splendidi Virginia chiari che ne formano la spina dorsale: ma stoffa più fine non significa inconsistenza o indefinitezza, ché anzi si tratta di un tabacco decisamente saziante. Mi sono a lungo lambiccato il cervello su una metafora adatta a renderne il sapore peculiare, ma alla fine mi sono dovuto arrendere: questo è puramente e semplicemente un tabacco che sa di tabacco buono, una sorta di punto di accumulazione, di archetipo di tutto quello a cui pensiamo quando pensiamo a un meraviglioso tabacco da pipa.
Si presenta in flake molto regolari e sottili, che si prestano a qualunque sistema (o mancanza di sistema) si voglia adottare per caricare la pipa, con un grado di umidità ottimale già all'apertura della confezione (le belle confezioni inglesi del flake in busta, con un contenitore di plastica sigillato da un velo di alluminio che ricorda golosamente le vaschette di Nutella comuni nei nostri supermercati) e brucia in maniera perfetta fino all'ultima briciola, tanto da potersi configurare anche come ottimo tabacco da rodaggio.

Pipa da Player's: una realizzazione del Duca in corbezzolo.
E a proposito di rodaggio, avere a disposizione un po' di questa meraviglia mi sta facendo comodo per rodare comme il faut la splendida Duca in corbezzolo sabbiato qui a fianco che ho ricevuto da Justyna per Natale.  Devo dire che questa scelta, fatta per motivi anzitutto pratici, si sta rivelando fonte di grandi soddisfazioni anche sotto il profilo del gusto: pipa e tabacco collaborano armoniosamente e mi stanno regalando una dietro l'altra una serie di pipate davvero memorabili.

Non mi resta da dire molto su questo tabacco (disponibile - sfortunatamente - solo in UK) se non ringraziare il mio amico Rino (l'autore del racconto oggetto del post precedente) che mi ha fatto scoprire questa che per me è stata la vera rivelazione del 2015 in fatto di tabacchi da pipa.
E ovviamente invitare tutti i fumatori che leggono questo post a fare le umane e le divine cose - per dirla con Camilleri - per procurarsene almeno un paio di buste. Scoprirete che  - anche se avete maggiore inclinazione per le leggiadre donzelle che per i rudi marinai di Sua Maestà Britannica - 'o viecchio c'à barba ha un fascino cui è difficile sottrarsi.

mercoledì 23 dicembre 2015

Racconto di Natale

Molte cose potevo aspettarmi da questo 2015, ma di certo fra di esse non figurava diventare un personaggio letterario.
Invece,  quando il mio amico Calogero Rizzo mi ha inviato il racconto che state per leggere non ho potuto fare a meno di pensare che quando l'imponderabile non è impegnato a menare fendenti a due mani può anche riservare piacevolissime sorprese.

Vi propongo dunque a mò di obliqua Christmas Carol questa novella augurando a voi tutti (e in particolare a Rino, che attualmente sopporta con stoica rassegnazione il clima subtropicale di Brighton) un Natale pieno di affetto, luce e calore (oops...)

Lovat senza 'acca'


ovvero 


Il Criceto Cosmico

di Calogero Rizzo


I

Per anni il posto di dogana di C . era stato un luogo tranquillo . Il massimo sforzo che si richiedeva ai militari preposti era quello di evitare movimenti di valuta e preziosi, soprattutto in uscita, anche perché nessuno si sarebbe mai sognato di introdurli nel loro paese.
Neppure lontanamente li aveva mai sfiorati il sospetto che, tra le centinaia di auto che ogni giorno transitavano sotto i loro nasi, v’era uno solo di quei frontalieri, come li definivano i verbali, che con scientifica puntualità attraversava il confine con ben altro carico.
L’ingegner Gaetano De Robertis , detto Mario dagli amici - l’origin e di tale soprannome era avvolta dal mistero -, ormai da anni accumulava tabacco da pipa. Egli era, si, un fumatore di pipa, ma parco: una o due fumate al massimo al giorno, non di più. Voleva assaporarselo quel tabacco con calma, ma soprattutto voleva farlo invecchiare.

“Tenente! Tenente!” chiamò a voce alta il giovane militare giunto da pochi giorni alla dogana.
Il tenente controvoglia alzò il capo dalla rivista di enigmistica , che tanto alleviava la pena delle sue fatiche , per capire da dove provenisse quello strepito.
Non fece neppure in tempo ad alzarsi dalla sedia che si trovò il giovane subordinato dentro la stanza.
“L’abbiamo preso tenente!” annunziò al colmo del giubilo il novizio.
“Chi?” domandò con perplessità l’ufficiale.
“Il contrabbandiere.”
“Quale contrabbandiere? Contrabbandiere di cosa?” chiese con una punta di maggiore vivacità il tenente.
“Il contrabbandiere di tabacco” poté, infine, concludere il giovane.
“Ah…” fu il deluso commento del tenente, “Dimmi Arturo, sai per caso in quale millennio viviamo?”, iniziò a chiedere divertito il superiore.
“Sissignore, nel terzo!” rispose un po’ perplesso Arturo.
“E dimmi, caro, negli ultimi dieci anni ti è capitato di passare per Napoli, che tu ricordi?”
“Sissignore, proprio lo scorso maggio sono stato…”
“Oh! A maggio sei stato a Napoli; e dimmi: hai per caso notato bancarelle su cui vendevano stecche di sigarette?”
“Nossignore” rispose strascicando le sillabe, mentre la mente tentava di indovinare quale potesse essere il motivo di tante superflue domande.
“E sai perché non l’hai viste queste bancarelle?”
“Nossignore.”
“Perché non c’erano. Vedi caro Arturo, da lustri ormai il contrabbando di sigarette è morto e sepolto e tu, adesso, mi vieni a dire che c’è un tizio che passa la frontiera con qualche stecca di sigarette per risparmiare qualche euro e che per questo motivo io, proprio ora, dovrei mettermi a fare un verbale?”
“Ma non si tratta di sigarette signore, il prevenuto dice che si tratta di tabacco da pipa e, secondo me, non solo di quello si tratta” concluse con sguardo significativo il giovane.
“Vabb è , fallo entrare e torna al tuo posto”, disse rassegnato il tenente e mentre il giovane faceva entrare il De Robertis , si chinò a infilare nel cassetto la rubrica di enigmistica: “A proposito Arturo, mi ero dimenticato di dirti che la tua licenza per il fine settimana deve essere revocata, forse dovremo fare importanti operazioni” fu la vendetta del l’ufficiale.
“Documenti!” intimò il tenente, guardando il prevenuto dal basso all’alto.
Adempiuta l’identificazione di rito , il tenente si mise a ispezionare il tabacco sequestrato che il giovane Arturo gli aveva poggiato sulla scrivania: “Sicché lei è un contrabbandiere di tabacco?” chiese infine, esaminando con una certa curiosità le latte dentro lo zaino, cercando di capire come le balene raffigurate su que gli involucri cilindric i potessero avere a che fare col fumo.
“Per nulla, sono esatti duecentocinquanta grammi” disse De Robertis senza fare una piega.
“Che vuol dire duecentocinquanta grammi?” si riscosse il tenente dalla contemplazione di quegli oceani su carta verde e rossa.
“Ah! se non lo sa lei…” chiosò ironico il suo interlocutore.
“Senta giovanotto, vediamo di fare poco gli spiritosi, qui le domande le faccio io e lei risponda a tono”, s’inalberò il tene n te.
“A parte il fatto che non sono più ‘giovanotto’ da oltre quindici anni, le faccio notare di aver risposto con estrema puntualità alla sua domanda; ora, se lei non sa trarne le dovute conseguenze, io non so cosa possa farci”, disse con calma De Robertis , guardando placidamente l’altro.
Sebbene, in quel preciso momento, l’ufficiale avesse l’incontenibile voglia di mandare fuori dal suo ufficio il De Robertis a pedate nel sedere, capì con guizzo istintivo di sopravvivenza professionale che si trovava su un terreno assai scivoloso: l’intuito gli diceva che il suo uomo ne sapeva molto più di lui in materia, anzi a dire il vero, in quel momento, non avrebbe neppure saputo a quale legge mettere mano per verificare se fosse o meno in presenza di un illecito.
“Tabacco lei dice?” chiese il tenente prendendo la scatola cilindrica sulla quale stava la balena sospesa tra mare e cielo che tanto aveva ammirato poco prima. “Vediamo , Oriental n. 1 , vediamo un po’” proseguì a dire, togliendo il tappo bianco dalla sommità e infilando il dito nell’anello metallico attaccato alla sottile striscia di alluminio che sigillando la latta, ne garantiva il sottovuoto. L’attimo esatto in cui strappò l’ermetica chiusura fu il solo, durante quel colloquio, in cui De Robertis distolse lo sguardo , girando bruscamente la testa alla sua destra, chiudendo gli occhi, sentendosi lacerare i timpani da quella profanazione; avrebbe preferito essere schiaffeggiato: aveva comprato quella l atta di tabacco per conservarla così com’era , per la sua vecchiaia.
L’odore degli orientali invase la stanza , e le narici della prepotenza burocratica investigarono l’odore acetico dei virginia Mc Clelland .

II

“Tu mi devi spiegare, quale ragione ti spinge a comprare tutto questo tabacco, capisco che sia introvabile nel nostro paese e non nego che sia squisito, ma se non te lo fumi, che lo compri a fare?” gli chiese il suo perplesso collega di vizio , al quale aveva appena narrato la sua disavventura in dogana .
“Eh…” sopirò, ridacchiando sotto i baffi De Robertis , riassestando gli occhiali sul naso, con l’aria di chi debba per l’ennesima volta spiegare l’ovvio a un mentecatto, “vedi caro Pino, il punto non è tanto fumare, ma saper cogliere l’intero spettro di sapori che quasi sinfonicamente il tabacco è capace di offrire e, soprattutto, bisogna saper imparare la pazienza, per farlo invecchiare; quando è invecchiato , e il virginia ha sviluppato i suoi zuccheri, allora si che diventa una fumata de gna di essere fatta e ricordata; magari tramandata, chissà…”, replicò sibillino , mentre Pino si chiedeva muto a chi potesse essere tramandata una fumata memorabile.
“Si d’accordo, posso anche comprendere, ma tutti questi tabacchi che compri oggi quando li fumerai, tra trent’anni?”, fu il suo unico sussulto.
“No, non tutti almeno; ma l’obbiettivo è di fumare tabacchi che abbiano un invecchiamento medio di almeno otto anni” fu la conclusione del ragionamento del De Robertis .
‘Invecchiamento medio?’ parve domandare il silenzioso arcuarsi del sopracciglio destro di Pino.
‘ Medio ’ confermò l’immobile sguardo ieratico di Gaetano , senza dire parola, che aveva perfettamente decifrato l’irsuto punto di domanda dell’altro .
“E se morissi prima di quel termine, per così dire ‘medio’?” insinuò tentatore Pino , tornando per primo a far uso dell’organo deputato alla parola.
“Se sarò morto il problema sarà stato definitivamente superato”, concluse assiologico De Robertis .
In effetti l’ultima argomentazione era insuperabile e, d’altro canto, iniziò a pensare a-dialogicamente Pino i soldi erano i suoi, c’era chi li impiegava peggio, lui stesso non sarebbe stato, in verità, in grado di scagliare la prima pietra; se l’avesse fatto, di sicuro, sarebbe stato poi costretto a nascondere, vergognoso, la mano.
Di sicuro non sbagliava a dubitare delle reali motivazioni dell’amico, sebbene non riuscisse a comprenderle appieno. Il fatto era che De Robertis sapeva bene di non vivere nel migliore dei mondi possibili, purtuttavia non perdeva la speranza che ogni monade fosse al suo posto; ogni uomo sente la primordiale necessità di ordinare l’irrazionale caos che lo circonda, di credere che , in fondo, all’interno delle mura domestiche tutto sia a posto e proceda secondo i piani ; quali poi , restava un mistero.
Ecco, per Gaetano De Robertis il tabacco aveva quell’inespresso scopo, e se proprio non riusciva a pacificarlo del tutto, poteva, alla fin dei conti, consolarlo, quale estremo rimedio.
“Ma non hai paura che il tabacco ammuffisca o vada rovinato?” fu l’ultimo inutile tentativo di Pino.
Un bonario sorriso aleggiò sul volto di De Robertis , mentre pensava a quante volte aveva già spiegato come conservasse il tabacco dentro i bormioli , una volta aperto, proprio a scongiurare quegli accidenti; peraltro, era la minima parte, quello che andava via via fumando, poiché quello posto realmente a invecchiare si guardava bene dall’aprirlo, di privarlo del suo originario sottovuoto.
“No”, si limitò a dire, riassumendo , nella più semplice e breve negazione che consentisse il linguaggio, tutti passati dialoghi con l’amico: con un po’ di fortuna la memoria avrebbe fatto il resto.
“Sia!”, s’arrese Pino, “ma io non vedo altro che accumulazione: rinunzi a cogliere la bellezza dell’attimo, a intimargli di fermarsi, mentre non c’è altro che accumulazione nel tuo progetto, la paura ch e tutto possa sfumare, cosa che, oltretutto, sarebbe in ogni caso la più logica conseguenza. Certo, tu sosterrai che la stai preparando la venuta dell’attimo indimenticabile, ma intanto la procrastini, col rischio che l’unico concreto risultato che tu possa ottenere sia solo l’indurimento della tua anima . E poi, cos’è questo tempo durante il quale invecchia il tuo tabacco, lo puoi forse toccare, a stento lo possiamo pensare.”
“Su, non perdere la tua dignità così, il tempo è un fatto ” lo rimproverò bonario De Robertis .
“Mi fa specie che un uomo di scienza come te prenda sottogamba quest’argomento; eppure, ti ci sei abbondantemente dovuto affaticare nei tuoi studi universitari. Forse il desiderio di accumulazione s i è fatto così potente da … ma lasciamo andare , se è vero che il tempo è relativo, dovrà essere pur vero che lo è anche il modo in cui si sceglie d’impiegarlo. ”
III

Soddisfatto della fumata e della conversazione, lasciato l’amico a finire di fumare e pagare il conto delle innumerevoli birre , De Robertis s’era ritrovato in pochi minuti nel suo studio, circondato dagli innumerevoli raccoglitori, i quali invec e di accogliere premurosi al loro interno fascicoli di lavoro , erano divenuti il ricovero di latte di ogni genere di tabacco , accuratamente separato e classificato per genere, specie e sotto specie .
Lo sguardo di De Robertis si posò sulla scrivania dove lo attendevano le latte comprate in mattinata, iniziando a collocare mentalmente ogni latta nel suo futuro scomparto. Lo sguardo indugiò un attimo sulla scatola di Orientali n. 1 che la prepotenza poliziesca aveva violato; poco male: avrebbe fumato quel tabacco nelle settimane seguenti , rimediando con un’altra per l’invecchiamento. Quella sera, però, era dedicata a un’occasione speciale, attesa ormai da tanti anni, l’apertura del Christmas Cheer ormai posto a invecchiare da quindici anni esatti, proprio quel giorno la latta compiva il suo genetliaco .
Liberata la scrivania da ogni ingombro, De Robertis con crescente eccitazione tolse il coperchio di plastica posto alla sommità della latta di tabacco e, non senza esitazione, infilò l’indice destro nell’anello d’alluminio, tirando il quale avrebbe abbattuto le ultime mura che difendevano ancora il tabacco. Chiudendo per un attimo gli occhi pensò a quegli ultimi anni trascorsi e, zac!, un incalcolabile istante dopo il profumo del tabacco, prepotentemente, aveva già invaso tutta la stanza. Infilò immediatamente il naso all’interno del contenitore, a sincerarsi che quello che sentiva fosse effettivamente l’odore che aveva percepito, inalando profondamente dalle narici. Si, riconosceva il consueto odore acetico di quella selezione di scuri virginia, ma dopo quindici anni l’odore s’era fatto più dolce, morbido. Sempre con gli occhi chiusi, più volte allontan ò e rimmerse il naso nella latta a sincerarsi della infinità di sfumature che promanavano. Su un bianco foglio di carta versò una carica di tabacco, esaminandone con attenzione il colore: il più grosso di quelle irregolari scaglie di flake era di una scurezza mai vista, tanto da far maggiormente risaltare il lucore cristallino dello zucchero che affioravano sul dorso. Lo finì di sbriciolare lentamente, annusando, di tanto in tanto, il pezzo che aveva ogni volta in mano, chiedendosi se non fosse stato più opportuno attendere ancora qualche anno. Caricata la pipa , una Ardor dalla forma comunemente definita lovat , con la più lieve pressione del dito , pigiò involontariamente con la stessa delicatezza il telecomando del suo stereo, e le note di un pianoforte diffusero la prima mazurka di Chopin.
Acceso il fiammifero lo avvicinò con esasperante lentezza ve rso il centro del fornello, attendendo si vedere il tabacco gonfiarsi, quando squillò il telefono.
‘Cazzo il telefono! Mi sono dimenticato di spegnerlo’ pensò De Robertis , allontanando la fiamma dal tabacco che già tendeva a rialzarsi e gettando il fiammifero nervosamente nel posacenere.
“Pronto.”
“ Buonasera ingegnere, sono io, scusi se la disturbo a casa a quest’ora” rispose la voce incerta dall’altro capo del telefono.
“Io chi?”
“Mi perdoni, sono Antonello, abbiamo un grosso problema col sistema di sicurezza e francamente non so dove mettere le mani.”
“Mi dica tutto” rispose rassegnato De Robertis che, dopo aver posato la pipa, era stato costretto a far tacere anche Chopin.
“Beh, insomma il problema è questo…” Il problema era serio, ma non tanto da impedire a De Robertis di lanciare qualche triste occhiata alla pipa, abbandonata sulla scrivania e di pensare che mentre loro due parlavano , il tabacco s’asciugava dentro la pipa, che l’atmosfera , la liturgia, era stata infranta e chissà se avrebbe saputo ricrearla. Guidava seccamente, con ordini più che consigli, quel giovane e inesperto collega attraverso il dedalo del linguaggio binario, sperando che la questione finisse velocemente, occhieggiando di tanto in tanto le lancette dell’orologio; ma le lancette sembravano ferme, le parole del collega gli arrivavano lentissime, quasi sospese immobili nell’aria .
Non fu cosa lunga, non più di mezzora, che all’ingegnere parve una vita intera, quindici anni di attesa, per la precisione.

Terminata la telefonata, De Robertis si premurò di spegnere il telefono cellulare e di staccare la linea del fisso prima di prendere nuovamente in mano la pipa . Dimenticandosi di Chopin per la prima volta in vita sua, sfregò nuovamente il fiammifero e l’avvicinò cauto al tabacco che prese a brillare rossastro , gonfiandosi orgoglioso, mentre le mascelle di De Robertis si serravano per il piacere e un brivido gli percorreva la spina dorsale.
Avvolto da un’azzurrognola sci a di fumo, si ricordò di Chopin, con un sorriso , e pigiando il tasto di avvio dello stereo; pensò che tutto sommato qualche piccolo imprevisto non sarebbe riuscito a rovinargli la festa . D opo qualche secondo, il campanello di casa irruppe in scena .
Imbufalito De Robertis andò ad aprire con la pipa in bocca, deciso a non farsi interrompere da nessuno a qualsiasi costo.
“Chi è?” chiese circospetto attraverso al porta.
“Amici” rimandò l’acuta e ben nota voce di Antonio, uno dei suoi più cari amici.
“Anto’, che cazzo ci fai qua?” chiese sempre più perplesso De Robertis , aprendo la porta, in mezzo alla quale venne a troneggiare la statura fuori dall’ordinario dell’amico.
“Sono venuto a prenderti, piglia la giacca” lo salutò l’amico.
“Eh?”
“Le nostre care consorti si sono incontrate nel pomeriggio, durante lo shopping e hanno organizzato per noi una cenetta con i fiocchi a casa mia. T’abbiamo voluto fare una sorpresa e, così, eccomi qua a prenderti: servizio a domicilio” proseguì sempre più ilare Antonio.
“Ma io, la pipa…” farfugliò De Robertis .
“La pipa la puoi portare, anche se io non l’ho mai capito questo tuo vizio , molto costoso oltretutto ” , concluse Antonio, mettendo tra le braccia dell’amico la giacca che nel frattempo aveva preso dall’appendiabiti. Posata la pipa, mesto, Gaetano De Robertis seguì l’amico, consolandosi al pensiero che al ritorno la fumata sarebbe stata comunque meravigliosa, forse migliore addirittura ; chi non sapeva, infatti , che col virginia non c’è meglio di una bella ‘fumata tanticra ’: acce ndere la pipa lasciarla spegnere e riprenderla solo l’indomani , era una delle cose più gustose che avesse mai sperimentato. E poi rimaneva tutt’intera la latta ancora da fumare, da centel linare per mesi, anni forse: una fumata al mese, una ogni trimestre ; meglio si, una ogni trimestre, se ne sarebbe ricordato di quella latta.

IV

“Insomma non si ricorda altro?” chiese asciutto e professionale il maresciallo dei carabinieri. De Robertis scosse la testa in senso negativo, guardandosi la punta delle scarpe.
“Allora” proseguì il maresciallo “le rileggo la denuncia: mi trovavo a cena a casa di amici, quando sono rientrato a casa insieme a mia moglie abbiamo notato che la porta di casa era aperta. La serratura della porta è risultata essere stata forzata. Ignoti, erano entrati nella summenzionata abitazione e avevano asportato i seguenti beni…” . I l maresciallo iniziò la litania dell’elenco degli oggetti del furto, che il derubato ascoltava passivamente col capo sempre più chino, come sopraffatto da un macigno.
“ Un computer marca Apple, due fascicolatori a tre cassetti co ntenenti i seguenti tabacchi”: i l nome di ogni singolo tabacco rubato una coltellata al cuore; di ognuno De Robertis sapeva quando e dove l’aveva comprato, in che valuta, in compagnia di chi fosse e quando fosse prevista la sua degustazione.
Una profonda malinconia, un vero e proprio sentimento di irredimibile infelicità lo vincevano, nell’udire i nomi delle pipe rubate, dei tabacchi, poco prima elencati da lui stesso con incredibile sforzo di volontà. Non era rimasto nulla: libri, dischi, pipe, tabacchi; proprio nulla , a parte i mobili .
Poco importava dei libri o dei dischi, li avrebbe ricomprati, o forse no, in fondo li aveva già letti e ascoltati; ma il tabacco no, coincideva con l’esatto trascorrere della sua vita, quello era invecchiato con lui: era il suo capolavoro, la sua opera più difficile, proprio perché la più paziente. Era certo vero che non aveva fatto null’altro che aspettare, ma era esattamente quel vincere la tentazione, domare la sua libidine con un atto consapevole e titanico di volontà a rappresentare quant o di più umano e al tempo stesso disumano potesse essere un innocuo vizio . L’invecchiamento non era un’opera del tempo ma della sua volontà che aveva saputo resistere, che merito aveva il tempo?
Il tempo, già! , Anni d’attesa, racchiusi in quei barattoli, che avrebbero potuto rinnovarsi nel futuro, avere un senso una direzione ben precisa, erano svaniti in poche ore , sicuramente destinati a essere abbandonati in qualche discarica, una volta che i ladri si fossero avveduti qual era il reale contenuto di quegli ermetici contenitori ; forse, proprio l’accuratezza con cui erano chiusi, li aveva indotti a caricarsi quel peso così inutile per loro.
Solo u n miracolo poteva salvarlo, p ensò , disperato De Robertis : l’idea folle che il tempo non fosse un semplice fatto, come gli suggerivano gli stessi pensieri che in quei momenti andava elaborando , ma che fosse veramente relativo. Forse un giorno avrebbe trovato una curvatura nello spazio , per un atto di pietà cosmica, che gli avrebbe reso il suo tempo passato e con esso i suoi tabacchi, i suoi anni d’attesa , la sua stessa vita .

“Infine, una latta rossa appena aperta di Christmas Cheer e una pipa marca Ardor, modello lovat . Si scrive senza ‘acca’ lovat , vero ingegnere?”