sabato 24 dicembre 2016

Jingle Smells

Coerenza: parlare di alberi di Natale e mostrare presepi
C'è poco da fare: per chi come me annovera tutte le religioni nel dominio della mitologia, l'unico comportamento coerente per questo periodo dell'anno sarebbe dedicarsi all'attività di snatalizzazione, come ebbe a chiamarla Giovannino Guareschi in una delle sue novelle del Mondo piccolo:

Peppone si buttò come un dannato nella sua impresa di snatalizzazione e fece davvero del buon lavoro. La moglie tentò un paio di volte di mitigare la sua decisione ma, visto che ciò serviva soltanto ad aggravare la situazione, si arrese.
E, la sera della Vigilia, Peppone rincasando trovò che tutto era nella più squallida normalità.
La tavola con la solita tovaglia macchiata, la solita minestra nel lardo e il solito odore di frittata con le cipolle.

Notate la progressione sensoriale che Guareschi - scrittore ben più raffinato di quanto a lui stesso probabilmente facesse piacere ammettere - imbastisce nell'ultima frase: la vista (la tovaglia), il gusto (la minestra), l'odore.

Eh già, l'odore.

Se penso ai miei Natali di bambino, il primo odore che mi viene in mente è quello resinoso dell'abete che ogni anno ci portava in casa Don Peppe il fioraio: mia mamma aveva questa predilezione (abbastanza esotica per i tempi e la latitudine) per l'albero di Natale e a casa nostra la cerimonia dell'addobbo dell'albero non aveva nulla da invidiare in quanto a solennità agli omologhi rituali che avevano luogo - che so? a Lubecca oppure a Goteborg.

E accanto a questo odore in fondo ancora abbastanza spirituale, mi si affaccia alla memoria un altro aroma di ben altra matericità: quello intenso e dilagante del baccalà fritto, una delle specialità di mia nonna, un piatto che non mancava mai nelle nostre cene della Vigilia.
Comprava questi pezzi di stoccafisso salato, della consistenza a metà fra il cuoio e il cartone, una settimana prima della grande soirée, e la scelta di ogni pezzo era il risultato di scientifiche comparazioni coi pezzi vicini e di estenuanti richieste al venditore di minutissime informazioni su origine e caratteristiche del prescelto: la tracciabilità dell'intera catena alimentare non è un concetto nuovo, l'ha inventato mia nonna mezzo secolo fa.
Tornata a casa iniziava il rito della spugnatura, quel lungo esercizio fatto di acqua e pazienza attraverso il quale il baccalà viene privato del sale in eccesso. Come in tutte le operazioni artistiche la difficoltà suprema è indovinare quando fermarsi: un baccalà spugnato troppo poco è sale con un leggero retrogusto di pesce; un baccalà spugnato troppo diventa una versione rustica dei bastoncini Findus.
Infine, mia nonna friggeva il baccalà ma prima lo diliscava, operazione che richiedeva l'occhio di un orafo e la mano di un chirurgo. Ma lei era tanto sicura del fatto suo che - quando la zuppiera colma di pezzi di baccalà fritto veniva portata in tavola - non mancava mai di annunciare, guardando i commensali con aria di sfida: ogne spina mille lire, intendendo che sarebbe stata disposta a corrispondere l'esorbitante cifra per ogni singola spina che si fosse ritrovata nel suo baccalà.
Va detto che quando ormai mia nonna aveva raggiunto e ampiamente superato l'ottantina una spina ogni tanto qualcuno la trovava: ma per una sorta di tacito impegno d'onore, ognuno dei figli, nuore o nipoti presenti a quel tavolo si sarebbe strozzato in silenzio piuttosto che riscuotere il premio.



Se - come nella Christmas Carol di Dickens - passiamo dallo spirito del Natale passato a quello del Natale presente (o almeno del Natale un-po'-meno-passato), un aroma che negli ultimi anni informa di sé l'atmosfera dei miei Natali è quello del meraviglioso Christmas Cheer di McClelland.

Dell'esistenza di questo tabacco (e in verità di un sacco di altre bellissime cose) sono venuto a conoscenza diversi anni fa grazie al blog del mio amico Antonio, che ne parlava come di un autentico grand cru in fatto di Virginia. In effetti l'idea - semplice ma geniale - che sta dietro questa meraviglia è quella di selezionare anno dopo anno un raccolto particolarmente riuscito di una sola area geografica e realizzare a partire da quelle foglie un flake che sia espressione del meglio che McClelland abbia avuto a disposizione. Dal mio primo acquisto svizzero (A.D. 2010) aprire una scatola di Christmas Cheer segna per me l'inizio del periodo natalizio, al pari ad esempio dell'ascolto della prima parte del Messiah di Handel.
Non vi parlerò in dettaglio del Cheer 2016 perché sarebbero osservazioni non valide per il 2015 o il 2009 o il 2017. Ma è certo che se vi piacciono i Virginia, non si può avere, desiderare o immaginare qualcosa meglio di questo.
Purtroppo  sembra che il CC sia destinato a soccombere alle ultime demenziali novità introdotte negli Stati Uniti in materia di tabacco che nei fatti rendono impraticabile sul piano economico commercializzare tabacchi da pipa in edizione limitata, tanto che quest'anno McClelland ha fatto uscire non soltanto l'edizione 2016 ma anche la 2017. Se così fosse, mi consolerò pensando che la mia bulimia tabagica mi ha consentito di accumulare scorte sufficienti per un'altra ventina di Natali, e quindi non mi mancherà tempo per inventarmi un altro rito.

Né questa carrellata sarebbe completa senza una menzione del profumo che ormai da diversi anni si spande in casa mia quando Justyna prepara il più tipico, il più quintessenziale dei dolci natalizi polacchi: il piernik.
Il piernik non è solo un dolce di Natale, è un'idea metafisica che diventa materia e ad esso si applica la formula usata da Giuseppe Marotta a proposito del ragù napoletano: non si cuoce ma si consegue.
Non potrebbe essere altrimenti: parliamo di un dolce che viene cotto nel periodo natalizio ma la cui preparazione deve iniziare non oltre l'inizio di novembre. Di un dolce la cui origine si perde negli albori della storia polacca, e che fra gli ingredienti annovera tutto quello - dal miele alle spezie - che nella cucina viene associato alla regalità.
È impossibile descrivere verbalmente l'aroma che si sprigiona quando l'impasto viene cotto dopo un riposo di quaranta o cinquanta giorni, la polonaise danzata da cannella, zenzero, pepe nero, cardamomo, anice stellato sul tappeto brunito di farina e miele. È un aroma che non evoca Natale, lo preannuncia, per certi aspetti lo crea.

E quindi: la coerenza logica è una gran bella cosa. Ma se sul suo altare bisogna sacrificare Christmas Cheer e piernik allora per qualche giorno all'anno magari se ne può fare a meno.

Felice Natale a tutti i miei lettori.


giovedì 22 dicembre 2016

Vent'anni dopo

Quella che vedete qui a fianco è l'ultima pagina del mio vecchio passaporto.
Il timbro in alto a sinistra certifica con burocratica inequivocabilità il mio primo ingresso in Polonia: 22 dicembre 1996, esattamente vent'anni or sono.
Quella giornata segnò contemporaneamente il mio primo volo, il mio primo viaggio all'estero, il mio primo incontro diretto con la Polonia: se dico che quelle emozioni le sento ancora vive e palpitanti dentro di me credo che non farete fatica a credermi.

La prima cosa che (quasi materialmente) mi colpì della Polonia fu il freddo: fino a quel momento il posto più a nord in cui mi era capitato di vivere era Roma, e l'inverno del 1996 fu molto rigido anche per gli standard polacchi. Ricordo la sciabolata gelida che mi investì in piena faccia appena varcata la soglia dell'aeroporto; e la certezza assoluta maturata durante i dieci minuti di attesa alla fermata dell'autobus che le orecchie (improvvidamente lasciate scoperte dal cappello che mi ero portato dietro) mi si sarebbero staccate dalla testa non appena si fossero scongelate.
Ma poi una volta acclimatato (si fa per dire) trascorsi diversi giorni passando da stupore a stupore: tutto era nuovo per me, tutto era diverso. Dall'atmosfera ancora da piena Repubblica Popolare della stazione ferroviaria di Łódź Fabryczna (ma un po' di tutta la Łódź dell'epoca: sono uno degli ultimi a poter ancora dire di essere vissuto dentro un film di Kieślowski), all'odore del fumo del carbone usato per riscaldare case e negozi, all'incomprensibile brusio che per me all'epoca era il polacco, ai mandarini con l'etichetta "Morocco" mi sentivo davvero catapultato su un altro pianeta.

Łódź Fabryczna, com'era

Il freddo, certo. Ma anche - innegabile e speculare - il calore. Il calore fisico delle case, sconosciuto a me che venivo da un posto in cui il riscaldamento era poco più di un optional, spesso sostituito da un maglione più pesante. E ovviamente il calore della presenza di Justyna accanto a me, e il calore con cui mi accolse quella che era la sua e doveva diventare anche la mia famiglia: come dimenticare il "buongiorno!" con cui mi salutavano (talvolta anche di pomeriggio o di sera) i bambini di casa?

 Łódź Fabryczna, com'è
In questi vent'anni tante cose sono cambiate, come icasticamente dimostrano le due immagini di Łódź Fabryczna che vedete qui a fianco. E' cambiata la Polonia, prima di tutto, che in un paio di decenni si è trasformata economicamente, socialmente e culturalmente in una misura che lascia sbigottiti; e lo ha fatto senza rinunciare a un briciolo della propria anima e della propria specificità.
Sono cambiato io, che ho imparato ad apprezzare questa terra, la sua cultura, la sua storia. E a furia di camminare per le strade delle sue città e per i sentieri della sua campagna ho finito per interiorizzare il suo paesaggio e la sua luce.
E sono cambiati i bambini di vent'anni fa, che adesso sono dei giovani uomini, e uno di quelli che vent'anni fa si divertiva a dirmi "buongiorno" qualche mese fa si è sposato.

Ma altre cose - per fortuna - non sono cambiate, o almeno non sono cambiate ancora: questa casa da cui scrivo, che mi accoglie oggi come vent'anni fa; il modo febbrile e lieto con cui i polacchi aspettano il Natale; e soprattutto questo cielo che è bello quando è azzurro, quando è grigio e quando è bianco: questo cielo che sembra non finire mai, che forse davvero non finisce mai.

La luce, una cosa che non è cambiata e che sperabilmente non cambierà mai.




22 dicembre 2016, pronti per i prossimi vent'anni.