giovedì 31 luglio 2014

Tout Maigret (peut-être), 3 - Il defunto signor Gallet

Ancora un'immagine che vale un romanzo: Pintér per gli Oscar (da ferencpinter.it)
Terzo titolo della saga del commissario parigino ad essere scritto, Monsieur Gallet, décedè (tradotto in italiano come Il signor Gallet, defunto o Maigret e il castellano o ancora, da Adelphi, Il defunto signor Gallet) fu il primo ad essere pubblicato dall'editore Fayard nel 1931.

Non sono un esperto dei processi creativi di Simenon, ma ad occhio tenderei a escludere che ci sia stato una sorta di meta-piano nel quale i vari romanzi figurassero come componenti di un unicum più vasto; ciononostante cogliere, notare (magari inventarsi?) contrasti e rispondenze fra titoli è un gioco troppo seducente per potergli resistere.

Così, la prima suggestione che ho avuto io inquadrando questo romanzo nella serie di cui fa parte è stata di ordine musicale: è come se, dopo l'introduzione di Pietr il Lettone , col Signor Gallet Simenon abbia voluto introdurre un secondo tema di carattere affatto contrastante con quello del precedente Cavallante della "Providence".

All'afflato epico del Cavallante, alla tragica grandezza dei suoi personaggi, si contrappone qui un mondo di grettezza e meschinità raccontato con la precisione di uno studio di entomologia. Se il Cavallante evocava Tolstoj, qui la mente corre a Balzac. Anche nelle atmosfere esterne, all'umidità fredda e brumosa dei canali e delle chiuse in autunno fa qui riscontro la luce nitida e dura delle ore centrali della piena estate.
Ancora: mentre nel romanzo precedente la caratterizzazione della vittima è accennata solo per quanto è strettamente necessario, solo in quanto pedina indispensabile all'apertura del gioco, qui è proprio il carattere e le abitudini della vittima ad essere indagate (da Maigret e dal suo autore) con maggiore pervicacia, tanto che alla fine essa diventa l'unico personaggio per il quale è possibile provare almeno un accenno di umana simpatia.

Un tema che qui appare per la prima volta (anche se come abbiamo visto una forma embrionale era possibile riscontrarla già nel Lettone) è quello della doppia vita: un uomo che rappresenta - diciamo così - due parti in commedia, una per la famiglia e per l'ambiente circostante, un'altra per sé stesso. E' un tema che sviluppa in forma sincronica quella che è una delle grandi ossessioni del Simenon romanziere, ossia la sterzata improvvisa e spesso imprevedibile  che a un certo punto sgretola vecchie certezze e abitudini consolidate.

Altro tema che fa qui la sua prima apparizione è il ruolo (in parte autoassunto, in parte imposto dalle circostanze) di Maigret come accomodatore di destini: uno scarto deciso dalla tradizione del giallo come luogo deputato al trionfo dell'ordine costituito.

E' un giallo assai poco convenzionale, questo signor Gallet, per questo e per tutta un'altra serie di motivi che appariranno chiari al lettore quando sarà giunto alla fine del libro; ed è un'anticonvenzionalità tanto più rimarchevole se si pensa che l'autore aveva appena ventisette anni e che stava - consapevolmente - producendo ciò che (almeno per lui) era null'altro che letteratura di consumo. Ma anticonvenzionalità o meno rimane pur sempre un libro di Simenon: ovvero una delle migliori maniere possibili di impiegare qualche ora del proprio tempo.





sabato 26 luglio 2014

Todo cambia


Come i lettori più fedeli di questo blog avranno forse già sospettato, non sono particolarmente amante dell'avventura.
Non pratico sport estremi; non mi dedico al bungee jumping o allo scialpinismo; non mi si vede solcare mari, oceani o laghi con lo sguardo fiero rivolto verso l'orizzonte; in auto sono un rigido osservante dei limiti di velocità e un assiduo frequentatore delle corsie più a destra. 
Le avventure che preferisco sono quelle che si svolgono stando comodamente seduti, leggendo un libro, ascoltando musica, fumando la pipa. Sono avventure della mente.

Eppure ogni tanto anche in questa metodica esistenza un po' da Phileas Fogg fanno irruzione - come nel caso del compito gentiluomo di Verne - delle circostanze e delle esperienze che alzano i livelli di adrenalina oltre il consueto. Come ad esempio, dopo aver lavorato per tredici anni di fila nello stesso posto, stampare, firmare e consegnare una lettera di dimissioni.

Tredici anni sono davvero tanti. Se avessi avuto un figlio nell'anno in cui ho cominciato a lavorare nel posto che ho appena lasciato, questo ipotetico figlio adesso avrebbe finito la terza media. Dopo tredici anni non si lascia solo una scrivania, ci si lascia alle spalle un pezzo di se' stessi. Con alcuni colleghi nel corso degli anni siamo diventati amici. Con altri no, ma poco importa. Ognuno di loro, anche senza saperlo e in certi casi senza volerlo, mi ha insegnato qualcosa. Non è retorica dire che senza di loro sarei oggi una persona diversa: è semplice contabilità esistenziale. 
Non è una decisione facile, e soprattutto è una decisione che - per quante cautele si siano volute prendere - prefigura una scelta che si potrà giudicare e valutare solo in un futuro che per il momento appare nebbioso e tutto da costruire. 
Un po' come quando ci si sposa, mi direte. Certo, ma almeno (di solito) ci si sposa in due: un lavoro invece lo si lascia da soli.

D'altra parte viene un momento in cui anche non cambiare è una scelta. E quando si ha la sensazione che senza cambiare si finisce per tradire sé stessi, anche un pigro conclamato come Yours Truly non può fare altro che raccogliere le proprie cose, come nella poesia di Kipling, (o come si dice icasticamente dalle mie parti: aunare le bavarattelle) e partire. 

E partiamo dunque. 
Come scrive D'Annunzio, "Settembre, andiamo. E' tempo di migrare".
Cosa c'entra settembre, dite? E il periodo di preavviso dove lo mettete?




venerdì 11 luglio 2014

Tout Maigret (peut-être), 2 - Il cavallante della Providence

Un romanzo in un'immagine: Ferenc Pintér per Mondadori (da ferencpinter.it)
Le charretier de "La Providence", tradotto in italiano come Il carrettiere della "Providence", Maigret si commuove e (nell'edizione Adelphi) Il cavallante della "Providence" fu il secondo romanzo del ciclo maigretiano ad essere scritto (nell'estate del 1930, anche questo a bordo dell'Ostrogoth).

Di solito la prassi di cambiare i titoli di libri e film quando li si propone in un'altra lingua mi trova decisamente contrario: a mio modo di vedere si tratta di un'operazione ammissibile solo nei casi in cui il titolo originale risulta intraducibile o del tutto incomprensibile quando viene trasposto. Così, anche in questo caso onestamente non riesco a capire i motivi che ai tempi portarono Mondadori a cambiare il charretier con un accenno a uno stato d'animo di Maigret: tanto più che il titolo originale denota un'incredibile audacia da parte di Simenon, anche se essa risulterà chiara al lettore solo a libro terminato.

Fra l'altro nel libro non si parla (almeno non esplicitamente) di un Maigret commosso, a meno di non voler considerare indizi in questo senso frasi come Maigret, malgré lui, parlait avec presque autant de douceur que la Bruxelloise: ma il titolo un suo fondamento di certo ce l'ha, non foss'altro perchè gli ultimi quattro capitoli di questo romanzo sono da annoverarsi fra le pagine più umanamente, tragicamente, appassionatamente commoventi di tutto Simenon.

E' curioso notare come tutte le volte che un'inchiesta di Maigret si svolge - come in questo caso - in ambiente fluviale o marino, tutte le volte insomma che c'è di mezzo l'acqua e il popolo di battellieri, marinai, pescatori, guardiani che vi gravita intorno i personaggi che attorniano Maigret e le passioni che li muovono acquisiscano una grandezza epica di sapore quasi tolstoiano: succede in questo romanzo, succede nella Chiusa n. 1, succede nell' Insegna di Terranova, succede nella Casa del giudice.
E' come se l'elemento liquido, la sua particolare placidità e la violenza della sua ira, la fatica che bisogna fare per non lasciarsene sopraffare, costituissero una sorta di riparo da avarizia, grettezza e meschinità.

Altro tema tipicamente simenoniano che affiora qui per la prima volta è la tendenza che si sviluppa in certi uomini (soprattutto in quelli che hanno sperimentato una dose di delusioni e fallimenti forse più alta dell'ordinario) nel costruirsi, nello scavarsi una tana e rinchiudervisi dentro: lo stesso Maigret, quando nel suo ufficio di Quai des Orfévres continua ad attizzare la sua stufa di ghisa, non è del tutto immune da questa fascinazione. Ma ci sono dei casi, come il Jean di questo romanzo o come l'avvocato Loursat de Gli Intrusi in cui questa tendenza finisce per diventare il tratto dominante della propria personalità:

Jean, lui, c’est son écurie… Et ses bêtes !… Tenez !… Il y a naturellement des jours où on ne marche pas parce qu’on décharge… Jean n’a rien à faire… Il pourrait aller au bistro…
» Non ! Il se couche, à cette place-ci… Il s’arrange pour qu’il entre un rayon de soleil…
Et Maigret se mit en pensée à l’endroit où se trouvait le charretier, vit a cloison passée à la résine à sa droite, avec le fouet qui pendait à un clou tordu, la tasse d’étain suspendue à un autre, un pan de ciel entre les panneaux du haut et, à droite, la croupe musclée des chevaux.
Il se dégageait de l’ensemble une chaleur animale, une vie multiple, épaisse, qui prenait à la gorge comme le vin râpeux de certains coteaux.

Romanzo con alcuni squarci di una potenza evocativa rara anche nello stesso Simenon, questo Charretier segna già un deciso balzo in avanti rispetto al precedente Pietr il Lettone nella capacità di costruzione intorno a Maigret di un microcosmo vero e credibile, una tappa importante nel processo di progressivo depotenziamento dell'intreccio giallo a favore della creazione di ambienti, situazioni, atmosfere e personaggi sbalzati a tutto tondo. Vale la pena leggerlo: ma c'è un Maigret, o un Simenon, per cui questa raccomandazione non si applichi?


martedì 8 luglio 2014

Da Studer a Schneider, ovvero un sabato al lago

Una vista di Brissago (da pbase.com)
Non so se si possa considerarlo un vantaggio, ma di certo uno degli effetti collaterali dello stare spesso col naso dentro le pagine di un libro è che certi posti diventano parte di una sorta di topografia privata, nomi su una carta geografica interiore: e questo a prescindere dal fatto che ci sia stati o meno nella realtà. Così ad esempio se avete letto I Buddenbrook non vi serve essere stati a Lubecca perchè case, strade e soprattutto l'atmosfera del luogo vi siano familiari.
Allo stesso modo, il toponimo Brissago l'ho conosciuto grazie alla lettura dei romanzi di Friedrich Glauser che hanno come protagonista il sergente Studer, e fin da allora il nome di Brissago è stato legato al tabacco: il massiccio, attempato, pervicace funzionario della polizia bernese è infatti un accanito fumatore di sigari Brissago, che forse gli restituiscono la lucidità a rischio di appannamento per causa delle abbondanti libagioni di vino rosso cui indulge.

Quando leggevo i romanzi di Glauser abitavo ancora al Sud sicchè la Svizzera, sia pure quella italiana, aveva un'ulteriore aura di esotico che col tempo si sarebbe un po' dissolta: resta il fatto che fino allo scorso sabato Brissago era per me solo - per usare la locuzione del cancelliere di Stato von Metternich - un'espressione geografica.
Questo stato di cose è stato irreversibilmente alterato per l'appunto sabato scorso in virtù di una gita che ha avuto come meta questo paesino sul lago Maggiore posto subito dopo il confine con l'Italia.

Devo però confessare subito che la gita non aveva finalità soltanto turistiche, né l'idea era quella di seguire più o meno vaghe suggestioni letterarie. Il benevolo lettore deve infatti sapere che a Brissago ha sete la benemerita Synjeco, distributrice svizzera di una serie di marche di tabacchi quali Samuel Gawith, Gawith & Hoggarth, Cornell&Diehl, G.L. Pease e via prelibatamente enumerando.

Il paradiso come se lo immagina un fumatore di pipa
Grazie alla disponibilità del titolare di Synjeco, il simpaticissimo Daniel Schneider, e ai buoni uffici del comune amico Angelo Fassi, insieme ad un gruppo di amici (fumatori, ma anche no) siamo riusciti ad organizzare una visita guidata in quell'autentico antro delle meraviglie che è il deposito di Synjeco, uno di quei posti che ogni fumatore di pipa dovrebbe avere l'occasione di visitare - a mò di pellegrinaggio alla Mecca - almeno una volta nel corso della propria esistenza. E a testimonianza del valore quasi di imperativo etico di una tale visita debbo citare l'eroismo di uno dei convenuti, che strappatosi dalla patria Salerno (!) all'alba si è sottoposto a un tour de force con andata e ritorno in giornata pur di presenziare.

All'ingresso in Synjeco il primo senso che viene inondato di sollecitazioni incredibilmente intense è l'olfatto: l'aroma di centinaia, di migliaia di scatole di tabacco di tutti i tipi e le fogge, accomunati solo da un altissimo livello qualitativo, ti accoglie con un impatto quasi stordente. Inutile tentare un'analisi approfondita illudendosi di riuscire a separare l'affumicato del Latakia dallo speziato del Perique, la morbidezza del Virginia dal terroso del Kentucky: è puramente e semplicemente l'odore di un sacco di roba buona tenuta tutta insieme.

Postcards from Paradise, 2
Poi si comincia a guardarsi intorno, e la visione che si para davanti agli occhi del fortunato pellegrino è altrettanto soggiogante del profumo: scatole, scatolette, vasi con tabacco sfuso, cartoni di bulk da 250 e 500 g, barattoli da due e otto once, minacciosi twist, settecenteschi tabacchi da fiuto, tutto allineato con svizzera metodicità sugli scaffali metallici. Un senso di abbondanza e disponibilità che può risultare addirittura intimidente, provocando sintomi francamente fantozziani quali l'azzeramento della salivazione e la più completa confusione mentale. Sono questi i momenti in cui si è contenti di aver scritto una lista almeno approssimativa di quello che si voleva, ammesso che si sia adottata una simile previdenza; o al contrario si rimpiange di non averla compilata, posto che di fronte a tanta meraviglia è già tanto ricordarsi il proprio nome, figurarsi i propri desideri di un paio di minuti prima.

Ma per fortuna a un certo punto si pensa che non si può abusare all'infinito della pazienza di Daniel e della moglie Agnieszka, i quali per tutto il tempo sono indaffaratissimi nel fornire assistenza logistica e psicologica a un gruppo di forsennati che, ridendo senza apparente motivo, continuano a prendere e a rimettere a posto scatole di latta, annusare tabacchi sfusi, contrattare urlando disponibilità di franchigia fino all'ultimo grammo. E così in un modo o nell'altro, dopo un'ultima occhiata di rimpianto per tutto quello che si è costretti a lasciare sugli scaffali, viene il momento di trasferirsi nell'ufficio (benedetto da una finestra che è in pratica una perenne cartolina sul lago Maggiore) e finalizzare gli acquisti. Ed esaurito anche questo passaggio, si guarda l'orologio e ci si rende conto che si è fatta ora di pranzo.

Pranzo a cui partecipano anche i sullodati Daniel e Agnieszka e che si svolge all'aperto, su una veranda con una fantastica vista lago. Così, allietati dall'ottimo pesce del luogo abbondantemente innaffiato di bianco e chiacchierando di tabacchi e di varia umanità con tutti i convenuti (menzione speciale per le ciacole in polacco fra Justyna e Agnieszka e per l'accordo completo fra me e Daniel circa l'incomprensibilità dell'usanza polacca di pasteggiare con bevande tiepide) si trascorre un piacevolissimo midi che vede il suo culmine nell'apertura della monumentale guantiera di sfogliatelle di cui il succitato amico salernitano ha pensato di omaggiare la compagnia ( impagabile la faccia del ristoratore svizzero a quello che evidentemente era il suo primo assaggio: "Mmmmm, buoooone... come avete detto che si chiamano? Sfogliate? Sfogliatine? Ah no, sfogliatelle").
E che ovviamente contempla un primo goloso assaggio al bottino appena conquistato. Per quello che mi riguarda, i profumatissimi Special Flakes di Samuel Gawith, che quasi prolungavano l'incanto olfattivo-gustativo che qualunque sfogliatella degna di questo nome è in grado di produrre.

L'appagamento ha molte facce. Almeno quattro. Brissago, 5 luglio 2015.

Ma il tempo scorre inesorabile e viene il momento di cominciare a pensare al rientro. Ci si saluta con la promessa, e la speranza, di potersi ritrovare presto tutti insieme. E io mi porto dietro qualche piccola correzione da apportare alla mia mappa interiore sotto il puntino che indica Brissago. Sigari, sergente Studer, OK. Ma da oggi anche gli Schneider, Synjeco, chiacchiere e risate. E - incredibile dictu - sfogliatelle.






giovedì 3 luglio 2014

Tout Maigret (peut-être), 1 - Pietr il Lettone

Vorrei cominciare con questo post una disamina un po' sistematica dei romanzi simenoniani con Maigret protagonista. Più il tempo passa e più mi rendo conto che (in parte per motivi che ho spiegato qui, in parte chissà perchè) il massiccio personaggio simenoniano è ormai divenuto una presenza stabile nel mio immaginario e nelle mie letture e riletture.  L'intenzione c'è, ma la mole di materiale da trattare (75 romanzi scritti in un arco temporale di 43 anni) costituisce una sfida impegnativa alla conclamata pigrizia di Yours Truly. Non so neanche con esattezza cosa verrà fuori: diciamo che ho nella mente una serie di immagini dai tratti incerti e sfocati, molto simile a quella con cui cominciano tante inchieste di Maigret. 


La copertina di Ferenc Pintér per l'edizione Oscar Mondadori (da ferencpinter.it)
Pur non essendo stato il primo Maigret ad essere pubblicato (onore che spetta a Monsieur Gallet, decedé, che però fu scritto dopo: un po' come per i concerti di Chopin, insomma), Pietr-le-Letton (tradotto in Italia come Pietro il Lettone, Maigret e il lettone e Pietr il Lettone) è però il primo Maigret ad essere stato scritto: Simenon ne terminò la stesura nell'inverno del 1929 a bordo dell'Ostrogoth.

Simenon aveva all'epoca ventisei anni: ed è impressionante notare come già a quell'età egli sia stato in grado di ideare e concepire un personaggio complesso come quello di Maigret dotandolo fin dal primo momento di una personalità totalmente compiuta. Il Maigret di questo esordio è difatti già il Maigret solido, pesante, amante della pipa e della stufa di ghisa che ci accompagnerà di qui in avanti; il suo metodo di lavoro comprende  fin da subito l'impregnarsi dell'atmosfera dei luoghi frequentati dalle persone su cui indaga; ed è già da questo ruminare metodico, paziente, implacabile che ad un tratto scaturisce la verità.

Nel corso degli anni Simenon tratteggerà tutto questo con mano più leggera, spesso giocando "di sponda" con altre situazioni e personaggi: qui invece la caratterizzazione è esplicita, ai limiti del didascalico:

Il avait surtout une façon bien à lui de se camper quelque part qui n’était pas sans avoir déplu à maints de ses collègues eux-mêmes.
C’était plus que de l’assurance, et pourtant ce n’était pas de l’orgueil. Il arrivait, d’un seul bloc, et dès lors il semblait que tout dût se briser contre ce bloc, soit qu’il avançât, soit qu’il restât planté sur les jambes un peu écartées.
[...]
Peut-être, au fond, était-ce un parti pris de vulgarité, de confiance en soi ?

Non parlerò ovviamente della trama, a beneficio di quelli che non avessero ancora letto il romanzo: mi limiterò solo ad annotare come in questo romanzo (e anche nei successivi titoli degli esordi, a dire il vero) essa sia più movimentata e ricca di colpi di scena della media; col tempo anche l'andamento dei romanzi si modellerà sulla placidità del loro protagonista, ma in questa prima fase troveremo spesso Maigret e i suoi in giro per la Francia e non solo. Anche la violenza fisica ha qui un peso maggiore della norma, con Maigret che viene aggredito a colpi di pistola e il suo fido ispettore Torrence che viene addirittura ucciso (ma Simenon non si periterà di resuscitarlo nei titoli successivi).

Nella caratterizzazione dell'antagonista di Maigret, Simenon costruisce qui la prima delle figure di criminali provenienti da un non meglio precisato est dell'Europa, una galleria che comprende fra l'altro il Radek di La tête d'un homme e ovviamente il feroce ed enigmatico Stan-le-Tueur. Ed è divertente notare come - stando alle descrizioni di questi romanzi - per Simenon tutto ciò che si stendeva a longitudini ad est di Berlino dovesse essere una sorta di grande wild East, un complesso indistinto di lande esotiche dai nomi impronunciabili popolate da tipi umani spesso almeno vagamente inquietanti.

In un altro personaggio, l'ebrea Anna Gorskine, l'autore disegna il prototipo di una serie di ritratti di donne dalla femminilità oscura, stordente, in certi casi soffocante: donne capaci di suscitare e di vivere passioni spesso estreme, fino al delitto o al suicidio.

Altro tema che viene qui introdotto e che ritroveremo spesso nella produzione successiva (con Maigret ma anche nei romans durs) è quello del doppio: della doppia vita, delle diramazioni segrete di un'esistenza, dei borgesiani sentieri che si biforcano.

Ma sarebbe un errore leggere e valutare questo romanzo solo come apripista per la lunga serie di libri che lo seguiranno: Pietr il lettone è in sé stesso prima di tutto un godibilissimo giallo che a quasi novant'anni dalla sua prima apparizione è ancora in grado di avvincere e appassionare; e la distanza temporale ha soltanto reso esotiche certe caratterizzazioni di luoghi e situazioni aggiungendo fascino senza depositare polvere.