martedì 22 aprile 2014

Larghetto

E un altro anno è passato. Il pensiero corre a tutto ciò che l'anno scorso non c'era e adesso c'è; e ovviamente a tutto ciò che adesso manca e l'anno scorso c'era. E' sempre complicato tirare queste somme algebriche, stabilire da che parte pende la bilancia. Ma esaminando la contabilità da lontano e all'ingrosso (ossia al contrario di come si dovrebbe fare) il bilancio mi sembra nel complesso positivo, e mi accontento così.

Di questa stagione che ormai può essere definita di mezzo solo facendo ricorso a una robusta dose di ottimismo, apprezzo quello che con un ossimoro definirei il partecipe distacco attraverso il quale appaiono buona parte delle vicende della vita; e l'impulso dei venti e trent'anni che non è ancora tanto lontano da non riuscire di quando in quando a dare l'illusione che ci si possa ancora far conto.

Una cosa interessante di cui mi sto accorgendo in maniera sempre più evidente man mano che il tempo passa è che la musica di Mozart è una specie di contrazione, in senso metrico, dell'esistenza umana: cioè che dai venticinque anni scarsi durante i quali essa si è originata è possibile trarre gioia, conforto e ispirazione per intervalli temporali anche più estesi, anche (sperabilmente) parecchio più lunghi, con una vicinanza istintiva a questo o quel momento che varia con lo scorrere del tempo. E nello stesso tempo, con un paradosso che è tipicamente mozartiano, mi rendo conto che il continuare a trovare nuovi motivi di interesse e vicinanza esclude a priori che questa musica si possa sperare di poterla capire fino in fondo, in maniera compiuta e definitiva.

Non ricordo con esattezza quando mi capitò di ascoltare per la prima volta il concerto n. 27 per pianoforte e orchestra. L'asse dei tempi doveva essere da qualche parte fra i quattordici e i sedici anni.  Ho un vago ricordo che doveva trattarsi di un'esecuzione trasmessa alla radio dall'auditorium Rai di Napoli; e forse la solista doveva essere Maria Tipo. E' da allora che questo concerto mi tiene compagnia in maniera costante: ma mi sembra che solo adesso, in questa stagione dell'esistenza, io sia in grado di capire in maniera autentica certe penombre, certi mezzitoni, finanche certe pause. Capirli, voglio dire, nel senso di sentirli propri, nel senso di riuscire a trovare delle corrispondenze nell'esperienza, capirli al di là degli abbacinanti valori formali ed estetici.

Ed è attraverso questo prisma iridescente che oggi proverò a ripensare a fatti, avvenimenti, gioie e dolori: nella speranza di riuscire a far combaciare qualche pezzettino in più di questo gioco a incastro così stranamente, incomprensibilmente bello.


giovedì 10 aprile 2014

Imbecille sarà lei

Il mondo dei fumatori di pipa probabilmente dall'esterno sembra un eletto ritrovo di compiti gentlemen che, con toni sommessi e linguaggio felpato, discutono di battute di caccia alla volpe avvolti in completi di tweed e mollemente adagiati in poltrone di cuoio capitonnè: appare impossibile che in un contesto tanto ovattato ci sia spazio per incomprensioni, litigi e contumelie. La realtà (per fortuna) è ben diversa: si può litigare sulla fiammatura di una pipa o sull'aromatizzazione di un tabacco tanto quanto su un partito politico, su una squadra di calcio o su qualunque altro argomento suscettibile di opinioni diversificate.
Capita così che, in un gruppo Facebook dedicato al lento fumo, una discussione neanche ricordo più su cosa degeneri fino al punto che un amico si prenda, praticamente di punto in bianco, del TOTALE IMBECILLE (scritto proprio così, in tutte maiuscole).
L'episodio di per sé sarebbe stato da derubricare ad innocua intemperanza verbale ma si rivelò invece la scintilla in grado di accendere una miccia che probabilmente covava da molto tempo all'insaputa un po' di tutti. Ben presto infatti si formarono due fazioni contrapposte che, dietro due valutazioni diverse del casus belli, propugnavano due visioni inconciliabili di ciò che significasse discutere di pipe e tabacchi (forse più in generale: di ciò che significasse discutere, tout court) e quindi di come dovesse essere gestito un gruppo di discussione sull'argomento.
La conseguenza di questo stato di cose fu inevitabile: l'uscita dal gruppo campo di battaglia dello scontro da parte un nutrito numero di persone. Per un giorno o due l'idea che circolò fu quella di limitarsi a continuare a frequentare gli altri gruppi  di discussione presenti nella sterminata galassia con la "f" bianca, ma poi cominciò a farsi strada l'idea di costruirsi una casetta parva sed apta nobis in cui poter stare (telematicamente, beninteso) in pantofole e rilassati: come si direbbe dalle mie parti, sciambrati.
Fu così che lo scorso ottobre nacque un nuovo gruppo Facebook sotto l'icastica denominazione de I TOTALI IMBECILLI CON LA PIPA.

Ricordo ancora con piacere il senso di liberazione che accompagnò tutti noialtri durante i primi giorni di funzionamento del nuovo gruppo: liberazione da quella che ci sembrava una cappa di buonismo relativista che - a furia di ripetere che tutti i gusti sono creati uguali e che l'importante è divertirsi - veniva di fatto a negare la possibilità stessa di qualunque discussione minimamente argomentata. E libertà da un clima zuccherosamente amichevole in cui qualunque manifestazione di dissenso veniva accolta con doloroso, stupito rincrescimento. Perchè noi credevamo (e ancora crediamo) che in fatto di pipe e tabacchi (e non solo) non è vero che sia tutto uguale purchè piaccia. Crediamo che - fermo restando il sacrosanto diritto di ognuno di fumare e trarre godimento da quello che crede -  ci sono tabacchi buoni e tabacchi scadenti, così come pipe belle e pipe brutte; e soprattutto riteniamo fermamente che si possa discutere di questi argomenti avendo opinioni divergenti, che si possa mettersi reciprocamente in discussione e prendersi reciprocamente in giro senza che nessuno debba farsi saltare la mosca al naso per questo.

Non so se questo approccio tollerante e scanzonato sia l'unico che funzioni: ma nel nostro caso ha di sicuro funzionato. Ha funzionato a tal punto che in molti casi alla frequentazione telematica si è aggiunta una frequentazione nella vita reale, fatta di momenti di condivisione più o meno allargata di esperienze, tabacchi e anche di buon cibo e buon vino. Esito a usare un termine per me assoluto come amicizia ma di certo la vicinanza che percepisco (ricambiata) per molti avventori di questo strampalato luogo di ritrovo è un dato di fatto reale e tangibile al di là dello sterile nominalismo.
Di recente questa comunità che in linea di principio è fatta di bit ed elettroni ha compiuto un ulteriore passo verso l'acquisizione di uno status di realtà fattuale con la gemmazione di un Pipa Club che è stato accolto nelle fila del Pipa Club Italia diventandone da subito il primo per numero di soci. Qui trovate il blog che racconta le prodezze di questa valorosa avanguardia rivoluzionaria.

E la riprova che ci siano cose che ci accomunano al di là della passione per i prodotti  della Nicotiana Tabacum sta nel fatto che spesso a queste riunioni conviviali si sono aggregati familiari che con pipe e tabacchi non avevano e non hanno nulla a che fare,  e che per di più sono stati contenti dell'esperienza fatta.
Cosa sia questo quid che ci accomuna io non saprei dire di preciso: forse è un meta-quid, più un atteggiamento generale nei confronti dell'esistenza che un tratto concreto. Un atteggiamento fatto di benevolo disincanto, di voglia di non prendersi troppo sul serio, di gusto per la leggerezza nell'accezione in cui ne parlava Calvino.

Ed è per questa strada che si spiega il paradosso (tale solo in apparenza) per cui buona parte delle discussioni più interessanti e stimolanti degli ultimi mesi le abbia fatte confrontandomi con persone che si definiscono, non senza orgoglio, "totali imbecilli".

Un gruppo di imbecilli consapevoli e fieri di essere tali. Como, 5 aprile 2014. Foto (C) Marco Mason




mercoledì 2 aprile 2014

Deutsches Requiem

Il Collegium Vocale Gent canta Brahms. Varsavia, 16 agosto 2011.
L'ultima volta che ho pianto in pubblico è stato il 16 agosto 2011 più o meno intorno alle 22:30. Ero a Varsavia, e in particolare nella Chiesa della Santa Croce in Krakowskie Przedmieście. Ero lì perchè nell'ambito del festival "Chopin e la sua Europa" stavo assistendo, in una chiesa gremita, ad una esecuzione del Requiem Tedesco di Brahms diretta da Philippe Herreweghe.
Quando nell'ultimo tempo la musica si viene via via dissolvendo, quando il tema già udito all'inizio riappare quasi a suggellare la ciclicità delle stagioni umane, quando Brahms afferma l'eternità non solo del dolore ma anche della speranza e del  conforto, ricordo che avvertii un'emozione tanto pura e struggente da non riuscire a trattenere le lacrime. Era un sentimento intrecciato di mestizia e consolazione, non del tutto lieto ma al fondo neanche triste.

E in effetti tutto il Deutsches Requiem brahmsiano è un grande ossimoro, un grande ricomporre ad unità contrasti apparentemente insanabili: a partire dal titolo, nel quale sono giustapposte due lingue dietro le quali ci sono due tradizioni, due filosofie, due culture. E poi passando al testo, che non recepisce in nulla quello della tradizionale Missa pro defunctis per diventare una meditazione del tutto personale sul tema della scomparsa e del dolore. E finendo a un contenuto che è eterodosso fino a spingersi ad una religiosità nella quale la figura di un Redentore che faccia da tramite fra due mondi è del tutto assente. E' per questa via che si comprende la portata della celebre affermazione di Brahms secondo la quale il suo Requiem più che tedesco avrebbe dovuto chiamarsi umano. 

E ancora: il paradosso di un Requiem che si apre e si chiude nel fa maggiore della beethoveniana Pastorale, e che comprende pagine concepite in altre serene, placide tonalità come mi bemolle maggiore e il mozartiano sol maggiore. E poi, la stessa struttura ad anelli concentrici (I e VII movimento nella stessa tonalità e in parte con lo stesso materiale tematico, II e VI movimento che iniziano in minore e terminano con trionfali fughe in maggiore, III e V movimento in cui compare una voce solista e il IV movimento a fare quasi da intermezzo fra primo e secondo versante) che sembra voler escludere  qualunque direzionalità e con ciò qualunque tensione. Insomma, un Requiem forse dolente ma senza angoscia, senza terrori e paure.

Un Requiem dal cui ascolto si esce consolati, e che forse per questo sento sempre più vicino e necessario man mano che il tempo passa.

Man mano che mi si chiarisce la prospettiva, rivestita da Brahms di luce nordica, del testo con cui quest'opera di conclude:


daß sie ruhen von ihrer Arbeit;                      affinchè riposino dalla fatica
denn ihre Werke folgen ihnen nach.               poichè le loro opere li seguiranno

* * * 

L'impulso alla composizione del Deutsches Requiem fu per Brahms la morte della madre, avvenuta nel febbraio del 1865. E'  lei che Brahms aveva in mente quando musicava il testo della quinta parte del lavoro, uno struggente lied per soprano e coro che parla della speranza, della certezza di rivedersi ancora. Mia madre, scomparsa il 2 aprile di diciassette anni fa, condivideva questa certezza in un altrove nel quale ci si sarebbe ritrovati. Io so soltanto che non c'è stato giorno di questi diciassette anni in cui non abbia pensato a lei, con la stessa disperata tenerezza che probabilmente anche Brahms avrà sperimentato.