mercoledì 27 novembre 2013

Edek

Fino a sabato scorso a casa mia c'erano due gatti. Un maschio e una femmina felini che controbilanciavano perfettamente il maschio e la femmina umani. Un menage à quatre perfettamente rodato, con abitudini ormai da vecchia coppia, sia pure doppia: le mie pipe in compagnia di Gienek che talvolta cercava di acchiappare gli scovolini, talvolta si dedicava a mangiarsi le briciole di tabacco, altre volte ancora si limitava ad annusare il fumo nell'aria manifestando il suo maggiore o minore gradimento; le serate televisive di Justyna con Ella in braccio; i tentativi di Gienek di rubare l'umido di Ella e quelli di Ella di rubare pezzettini di formaggio a noi.

Tutto questo fino a sabato scorso.

Da sabato scorso i gatti in casa mia sono diventati tre, e tutto il balletto di simmetrie è miseramente saltato.
Sono saltate le normali abitudini e adesso si cerca di ricostruirne delle nuove che tengano conto del nuovo arrivato, Edek, l'eroe eponimo di questo post: il quale da parte sua non consente neanche per un attimo di dimenticarsi di lui.

Edek è un cucciolotto di tre mesi, tre mesi e mezzo raccolto (a quanto ci hanno raccontato) per strada da piccolissimo e arrivato da subito all'ENPA di Saronno. Da subito e con una grave infezione a entrambi gli occhi. Uno degli occhi è stato necessario asportarglielo chirurgicamente; con l'altro a detta del veterinario è forse in grado di vedere qualche sagoma in condizioni di forte luce. Oltre a questo, il mantello bianco e nero a macchie ("muccato" nel lessico famigliare di casa mia) non è di quelli considerati particolarmente belli. Insomma, c'erano tutti gli ingredienti perchè questo gatto trascorresse l'esistenza dietro le sbarre di una gabbietta dell'ENPA. Al caldo, al sicuro, con la pappa assicurata: ma dietro una gabbia.

Con una di quelle intuizioni che devono scaturire da qualche misterioso sesto senso, Justyna ha capito che questo gatto doveva arrivare da noi: i miei richiami alla ragionevolezza, le mie previsioni di maggiore impegno, di grande stress per i gatti residenti, le mie obiezioni sull'impossibilità di portarsi a casa tutti i gatti un po' sfortunati che capita di incrociare facendo volontariato in un'associazione animalista si sono infrante di fronte alla sua sorridente ostinazione.

Come al solito, aveva ragione lei.

Questo chilogrammo scarso di gatto si sta rivelando un'autentica forza della natura: ignora bellamente soffi e ringhiate dei residenti, li insegue o li sfida a inseguirlo, ruba loro spudoratamente il cibo dalle ciotole infilandosi sotto le loro zampe, occupa tutti i loro posti preferiti e se ritiene che sia il caso cerca perfino di cacciarli via.
Mezz'ora dopo averne avuto la possibilità aveva già esplorato tutta la casa e probabilmente elaborato una sorta di mappa mentale che già adesso gli consente di muoversi con disinvoltura tra i vari ambienti.
Corre, salta, si arrampica, si lascia cadere. Ogni tanto i polpastrelli non hanno abbastanza presa sul parquet e mentre corre parte in testacoda. Ogni tanto dà qualche testata in giro ma non se ne dà per inteso: scrolla testa e spalle e ricomincia a correre.

Non sopporto la letteratura zuccherosa sui gatti, né i piagnistei sulle doti nascoste dei disabili: non mi lancerò quindi in un panegirico su più o meno improbabili lezioni di vita che un gatto disabile (ammesso che una tale umanizzazione sia sensata) è in grado di impartire. Ma è certo che vedere Edek all'opera, constatare quanto per qualcuno possa essere semplice essere ciò che si è fornisce materiale per la riflessione in grande abbondanza.

Ed è certo che il suo costo in termini di pappe, pulizia e fatica questo buffo, dispettoso, tostissimo folletto se l'è già ampiamente ripagato nelle poche ore da che è qui. Da questo momento in avanti per noi è puro guadagno.




Edek

sabato 16 novembre 2013

Un giorno di ordinaria follia

Fino a che punto un uomo può essere spinto dalle proprie manie? Caligola come è noto fece senatore il proprio cavallo; Vincenzo Peruggia arrivò a sottrarre la Gioconda di Leonardo; François Vatel, cuoco del Gran Condè, si suicidò per aver dovuto servire del pesce a suo giudizio non sufficientemente fresco.

L'idea mia e di Antonio di organizzare una gita a Bruxelles con andata e ritorno in giornata al solo scopo di procurarsi del tabacco Semois può apparire sulle prime bislacca, tantopiù se nella spedizione vengono coinvolte le mogli col preciso intento di far lievitare la franchigia a disposizione; ma misurata sulla scala dei truculenti episodi appena riportati sembra in verità una grigia iniziativa da dopolavoro ferroviario.

Devo confessare che quando ieri mattina la sveglia è suonata alle 04:00 AM la tentazione di girarsi dall'altra parte e mandare a quel paese (il Belgio?) pipe, tabacchi e compagnia bella è stata fortissima. Ma si è trattato della debolezza di un momento. Così, riemersi a fatica dalle coperte e insufficientemente svegliati da un caffè, io e Justyna alle 4:47 prendevamo posto nel Malpensa Express verso l'aeroporto. Con tipica efficienza italiana il bus che collega i due terminal della struttura a quell'ora circola ogni trenta minuti e gli orari sono congegnati in maniera tale che il passaggio avvenga in maniera da costringere i malcapitati viaggiatori a quasi venticinque minuti di inutile attesa: evidentemente l'idea di sincronizzare tra loro arrivo del treno e partenza del bus è un concetto troppo banalmente semplice per gli astuti organizzatori del servizio.

Il modello organizzativo a cui sono ispirati i controlli di sicurezza di Malpensa
Una volta arrivati al terminal 2 ci si para dinanzi una scena che di sicuro avrà riportato Justyna ai tempi della sua infanzia nella Repubblica Popolare Polacca: una coda disperatamente lunga era in attesa di passare i controlli di sicurezza. Il fenomeno, alle sei del mattino di un venerdì qualunque di metà novembre sembrava e sembra inspiegabile, a meno di non voler malignamente pensare a un tentativo di spingere i malcapitati in ansia a comprare l'opzione Fast Track. 
Sia come si sia, ci pieghiamo all'ineluttabile, compriamo il Fast Track e giungiamo trafelati ma in tempo al gate di imbarco.
Il volo fortunatamente si svolge senza intoppi e alle 8:30 arriviamo a Bruxelles. Le successive tre ore sono dedicate alle razzie di Semois presso gli obiettivi strategici che avevamo previdentemente individuato durante la fase di preparazione dell'iniziativa.
E qui corre l'obbligo di ringraziare Stefano, vecchia conoscenza telematica di Antonio e nuova conoscenza nostra che risiede a Bruxelles e si è dato la pena di mandare qualche mail e fare qualche telefonata in modo da facilitarci il compito e darci ragionevoli certezze in merito a quanto avremmo trovato.

Dopo la spoliazione delle nostre prede (possiamo affermare con orgoglio di aver lasciato Le Roi du Cigare completamente privo di Semois Vincent Manil) è il momento di dedicarci a un giro per il centro della città. Ovviamente con la pipa in bocca riempita dello straordinario Langue de chien di Martin. Mentre sfumacchiavo soddisfatto godendo della soffusa luce belga e di un cielo con degli sprazzi di azzurroverde che venivano direttamente dal polittico di Gand, pensavo che a furia di star dietro agli esoterici Virginia, così pieni di pretese in quanto a umidità, caricamento, conduzione della fumata, punto di stagionatura e simili, ogni tanto fa bene ritornare (o approdare) a un tabacco come questo: buono della semplice, genuina  bontà del pane appena sfornato e che si lascia fumare da quel franco e generoso compagno di vita che probabilmente è stato per generazioni di pipatori.

Giunge così l'ora del pranzo, celebrato comme il faut  (in compagnia di Stefano che si è unito alla comitiva ) all'ottimo  Aux Armes de Bruxelles. Le pipe si tacciono e lasciano il posto a choucroute, cozze con le patatine fritte e all'immancabile birra belga.

Pomeriggio trascorso a passeggiare (e a fumare, ça va sans dire) per le stradine di Bruxelles accompagnati da Stefano che per l'occasione rivela i suoi talenti di guida turistica e che poi spinge la sua gentilezza fino al punto di riaccompagnarci all'aeroporto. Aereo, treno e per le 22 siamo di nuovo a casa.

In conclusione: ottimo tabacco, ottimo cibo, splendida compagnia. Una giornata praticamente perfetta. Come scriveva Jules Verne, "si vivre dans ces conditions, c’est être un excentrique, il faut convenir que l’excentricité a du bon !"


Io e Antonio all'uscita de Le roi du cigare. Inspiegabilmente la commessa si è rifiutata di posare sdraiata ai nostri piedi a mò di preda.

Se qualcuno volesse ripetere la nostra impresa (dopo aver dato il tempo ai tabaccai bruxellesi di rientrare entro uno stock accettabile) riporto un po' di indirizzi:

- Il Semois di Vincent Manil (Reserve du Patron, taglio medio e La Brumeuse, taglio grosso) l'abbiamo preso da Le roi du cigare, rue Royale 25. Hanno anche il Semois di Jean Paul Couvert, come il Cerf Ardennais che ostento trionfalmente nella foto.
- Il Semois di Joseph Martin (Vieux Bohan e Langue de Chien) invece l'abbiamo preso da Davidoff Louisa, Chausée de Charleroi 15.
- Il pranzo l'abbiamo consumato presso Aux armes de Bruxelles, rue des Bouchers 13. Consigliatissimo.


 

martedì 5 novembre 2013

Chailly dirige Brahms

Adamo ed Eva cacciati dal paradiso terrestre, prima e dopo il restauro
Quando nel 1989 furono rimossi i ponteggi e i teloni che nascondevano alla vista la volta della Cappella Sistina e furono mostrati i risultati dell'opera dei restauratori, fu detto che "ogni libro su Michelangelo dovrà ora essere riscritto".
In effetti quello che emergeva una volta rimossa la patina di sporco e nerofumo accumulatasi nel corso dei secoli era un pittore distante le mille miglia dal clichè dello scultore frustrato, interessato soprattutto a masse e volumetrie e poco attento agli aspetti coloristici: agli occhi meravigliati dei visitatori si mostrava ora una gamma apparentemente infinita di azzurri, di verdi e di gialli, graduati con sapienza per tener conto degli effetti dovuti alla necessaria lontananza degli affreschi dagli spettatori. Come era inevitabile di fronte a risultati tanto radicalmente diversi da tutto quanto era stato fino a quel momento vulgata comune, ci fu chi giudicò che i restauratori si fossero spinti troppo oltre, che questa Sistina in technicolor non fosse il vero Michelangelo.
Non ho evidentemente nessuna competenza per entrare in una tale querelle se non a titolo puramente personale: e mi limito quindi a dire che a me questi colori accesi, vividi, cangianti, questo senso per il cromatismo che quasi riallaccia la pittura di Michelangelo alle campiture di colore puro della tradizione bizantina sembra di un'infinita suggestione.
La si pensi come si vuole in merito, rimane il fatto che in un fissato istante l'opera oggetto di restauro sarà sempre com'era oppure com'è, che le scelte del restauratore - per quanto egli voglia essere cauto e conservativo - sono in larga misura irreversibili.

L'immaterialità della musica porta con sé anche questo vantaggio: interpretazioni diverse possono coesistere senza interferire l'una con l'altra. Possiamo ascoltare il Beethoven di Furtwängler ma anche quello di Toscanini, lo Chopin di Rubinstein ma anche quello di Horowitz. 

Se in particolare volgiamo lo sguardo alla storia dell'interpretazione delle sinfonie di Brahms, emerge chiaramente una corrente largamente maggioritaria che all'ingrosso potremmo definire elegiaca: dalla cosmica malinconia leopardiana di Furtwängler, alla gotica compunzione di Klemperer, al rimpianto soffuso di luce dorata delle letture di Karajan, alle nobili meditazioni di Giulini si tratta di letture che, pur molto differenziate per premesse e per esiti, hanno in comune un approccio basato su tempi dilatati, sonorità dense e massicce, uso dei rallentando per sottolineare i momenti di maggior tensione.
Non che siano mancati tentativi di rendere il sinfonismo brahmsiano in maniera più drammaticamente tesa e movimentata, come testimoniano (tra gli altri) i cicli di Toscanini e Bruno Walter: ma per ragioni probabilmente imperscrutabili sono state tutte operazioni sempre rimaste un po' ai margini, incapaci al fondo di scalfire questa immagine malinconicamente, nebbiosamente autunnale delle sinfonie di Brahms.

C'è da sperare che maggior fortuna arrida all'integrale sinfonica brahmsiana appena uscita per Decca e che vede protagonisti l'orchestra del Gewandhaus di Lipsia diretta da Riccardo Chailly.
C'è da sperarlo perchè, esattamente come per il restauro della Cappella Sistina, l'approccio di Chailly rivela un'immagine di Brahms quale forse non si era abituati a frequentare. Il Brahms di Chailly non è meno drammatico o più rassegnato di Beethoven: quello che cambia nei cinquant'anni circa che separano la Nona di Beethoven dalla Prima di Brahms è l'argomento, il tema del dramma. Esso in Beethoven scaturisce dalla tensione fra volontà e materia, fra il mondo interiore e quello esteriore, nella lotta che si svolge tra materia e spirito. In Brahms, e questo aspetto viene colto da Chailly con grande lucidità, la scena del dramma è tutta interiore: il conflitto che lo genera è tra il dovere e il poter essere, fra le forze che si ritiene necessario avere e quelle che si stima di avere in realtà. Cambia - ripeto - la scena, ma non l'intensità delle passioni o l'impeto del dramma. Non che Chailly neghi o depotenzi i momenti di elegia e lirismo, e basta ascoltare la resa dell'Andante sostenuto della Sinfonia n. 1 o del Poco allegretto della Sinfonia n. 3 per convincersene. Ma il suo Brahms acquista colori più nitidi, contorni più netti, luci più cangianti di quanto di solito si ascolta.
E' un'interpretazione con cui si può essere o no d'accordo (e che personalmente trovo irresistibile) , ma che in ogni caso ha il grande pregio di un'originalità che non scade nela provocazione fine a sé stessa perchè si coglie in maniera evidente il genuino desiderio di Chailly di condividere gli esiti della sua riflessione con chi lo ascolta.

Insomma, per quanto mi riguarda questo ciclo brahmsiano conferma il momento di straordinaria maturità artistica e intellettuale a cui è giunto Chailly, superbamente coadiuvato da una delle più perfette compagini orchestrali al mondo il cui meraviglioso sound è catturato da una registrazione davvero allo stato dell'arte.

Furtwängler e Karajan continuerò a tenermeli stretti. Ma queste di Chailly si inseriscono in un numero veramente esiguo di interpretazioni capaci di indicare, convincentemente, vie nuove.