venerdì 31 maggio 2013

Impiparsene

Gerard Dou, autoritratto con libro e pipa (1650)
Nel dipinto qui a fianco, Gerard Dou, pittore olandese (1613-1675) allievo di Rembrandt si ritrae nell'atto di fumare la sua pipa mentre tiene aperto davanti a sé un libro. Come è tipico di questo artista, la figura ci viene presentata inquadrata in una finestra che fa da cornice; in questo caso c'è la particolarità della tenda drappeggiata sul davanti della finestra stessa che crea una sensazione quasi di sipario teatrale.
E' come se l'autore volesse rappresentarsi, mettersi in scena presentando oltre a sé stesso due oggetti che evidentemente ritiene altrettanto importanti del suo aspetto e del suo abbigliamento per farci capire chi è.
Da Van Gogh a Rockwell la teoria degli artisti che si sono ritratti con la pipa in bocca è lunga, tanto lunga da escludere la pura e semplice causalità e legittimare la domanda: perchè un pittore che fuma la pipa ci tiene così tanto a farci sapere che fuma la pipa?
Secondo me ci sono almeno due ordini di motivi. La prima ragione è - diremo così- utilitaristica: la pipa è un oggetto che - dipinto o fotografato - aggiunge sempre interesse visivo al soggetto e ne sottolinea il carattere. In un vecchio manuale di fotografia americano della fine degli anni '40 ho trovato la raccomandazione esplicita di scegliere per i ritratti di soggetti maschili una luce forte e contrastata e di ritrarli - soprattutto se giovani (!) - pipa tra i denti.
Ma se per un attimo allarghiamo lo sguardo dalle arti figurative alla letteratura scopriamo che anche gli scrittori spesso hanno tenuto a farci sapere della loro passione per la pipa: Jerome K. Jerome ha dedicato alla propria pipa i Pensieri oziosi di un ozioso; Simenon ha creato Maigret, e scusate se è poco; nell'immenso atto creativo del Signore degli Anelli Tolkien ha trovato il tempo di immaginare ed elencare con amorevole minuzia tutte le varietà di tabacco (o meglio di erba-pipa) coltivate nella Contea.
Giungiamo quindi alla seconda motivazione, forse all'unica che conta autenticamente: la pipa diventa spesso parte integrante dell'identità del fumatore. Diventa qualcosa a cui pensiamo quando ci autorappresentiamo, e di conseguenza qualcosa di noi stessi che ci teniamo a mostrare agli altri.
Ci sono fumatori che possiedono centinaia di pipe e altri che ne hanno una o due; fumatori disposti a spendere migliaia di euro per un pezzo di radica fittamente fiammata e altri che scelgono le proprie pipe tra quelle proposte per pochi spiccioli che i tabaccai tengono a cesti sui loro banconi; fumatori che vagano capricciosamente da un tabacco all'altro a ogni pipata e altri che da trent'anni fumano sempre la stessa miscela; fumatori che vivono con la pipa in bocca e altri che accendono la pipa solo dopo il pranzo della domenica. Eppure per tutti il piacere che si trae caricando, accendendo e fumando tabacco in questi curiosi attrezzi angolati si trasforma in una componente non secondaria della propria esistenza.
Non saprei dire con precisione perchè accade una cosa del genere: ho un vago, informe sospetto che la cosa abbia a che fare col silenzio. Con una sorta di silenzio interiore che la pipa non crea, ma esige, presuppone e al tempo stesso aiuta a mantenere. Almeno questa è la mia personale esperienza.
Ma sia quello che sia il motivo, rimane il fatto che nel fornello delle nostre pipe oltre agli oli essenziali del tabacco si distilla anche un po' di noi stessi: ed è forse per questo che è difficile terminare una pipata mediamente riuscita senza sentirsi (anche solo un poco, anche solo per poco) migliori.


P.S: Questo post deve la sua nascita e soprattutto il suo titolo alla ricorrenza odierna della demenziale giornata mondiale senza tabacco... :-)

domenica 26 maggio 2013

Dekalog, dwa

Come ho già scritto altrove, rivedere film mi piace quasi più che vederli. E tra i film coi quali posso vantare le più lunghe, intense e appassionate frequentazioni uno dei primi posti spetta senza ombra di dubbio a Decalogo 2 di Krzysztof Kieślowski. Tante cose della Polonia e della sua cultura le ho scoperte grazie a Justyna; ma il Decalogo è una di quelle (poche, in verità) che conoscevo e amavo da prima che lei facesse irruzione nella mia esistenza.
Su questo gigantesco progetto (dieci mediometraggi destinati alla televisione della durata di circa un'ora l'uno, da cui poi sono germinati due film per il cinema) che alla luce dei dieci comandamenti costituisce una poderosa meditazione sulla condizione umana nel suo complesso sono stati scritti centinaia di articoli, saggi, libri: non ho quindi l'ambizione di dire nulla di originale, nulla che probabilmente non sia giù stato detto meglio altrove. Ciononostante qualche dilettantesca riflessione sul secondo di questi episodi vorrei farla lo stesso.
La trama di questo film sembra presa da un manuale di etica, uno di quei libri in cui si esaminano dilemmi morali e si cerca in astratto di capire quale sia la linea di condotta più giusta.
Il Primario (di cui non sapremo mai il nome) è un anziano medico che dirige il reparto di oncologia di un ospedale di Varsavia. Tra i suoi pazienti si trova Andrzej, un alpinista, marito di Dorota. La coppia abita nello stesso enorme casermone del Primario. Forzando tutte le resistenze del Primario, Dorota irrompe nella solitaria routine dell'uomo per chiedergli, per estorcergli una certezza: ha bisogno di sapere se il marito sopravviverà. Ha bisogno di saperlo perchè ha scoperto di essere incinta. Di un altro uomo. Se il marito dovesse morire, lei terrà il bambino e proverà a ricostruirsi una vita con l'altro; diversamente non potrà tenere il bambino e abortirà.
Aleksander Bardini, il Primario
Ovviamente non rivelerò come va a finire, se vi interessa dovrete cercarvi altrove il seguito o (ancora meglio) guardarvi il film.
Il primo punto, il primo paradosso che vorrei rilevare è questo: come da una storia tanto paradigmaticamente astratta sia venuto fuori un film tanto appassionatamente concreto. Come - molto prima di essere coinvolto sul piano della riflessione morale - lo spettatore sia catturato dal fascino primordiale di una storia che gli viene raccontata: questo film si guarda con la tensione e la suspence tipica dei più riusciti thriller.
Probabilmente c'entra qualcosa anche la caratterizzazione dei personaggi: nel corso dell'ora scarsa del film essi ci si disvelano in tutta la loro umana, dolente concretezza. Non sono marionette che regista e sceneggiatore fanno muovere per dimostrare una tesi. Sono persone vere. Un merito questo che a mio avviso va ripartito in egual misura tra le prove davvero maiuscole degli interpreti (Aleksander Bardini e Krystyna Janda in primis, ma anche le figure di secondo piano) e la miracolosa efficacia di una sceneggiatura che - procedendo michelangiolescamente per via di levare - non priva mai i personaggi del loro nucleo di personale unicità. Man mano che il film procede ci troviamo ad interessarci di queste persone e della loro evoluzione in maniera del tutto individuale.
Krystyna Janda, Dorota
L'altro elemento che mi piace sottolineare è l'assoluta perfezione dell'insieme. Potete riguardare questo film all'infinito e non ci troverete mai nulla fuori posto. Di sceneggiatura e attori ho già detto; ma anche la fotografia cristallina, tersa, chiarissima, spesso ai limiti della sovraesposizione di Edward Kłosiński contribuiscono al risultato finale; e lo stesso avviene per la musica straordinariamente evocativa di Zbigniew Preisner. In altri episodi della serie capita che un elemento prenda il sopravvento sugli altri, senza che questo peraltro mini la riuscita stilistica dell'opera: qui invece tutto è in un equilibrio che ha davvero del miracoloso. Un andante in minore di Mozart, ecco il tipo di perfezione a cui questo film mi fa pensare.
Nel Dialogo di Timandro ed Eleandro Leopardi sostiene di avere poca stima di una poesia che per mezz'ora dopo la lettura non impedisca al lettore "di ammettere un pensier vile, e di fare un'azione indegna". Questo film (ma in verità anche gli altri della serie) avrebbe sicuramente superato il severo criterio leopardiano: ci si trova alla fine della visione migliori, più attenti, più compassionevoli. Non saprei immaginare elogio migliore per un'opera d'arte.

Qui di seguito trovate il link al film completo su YouTube, doppiato in italiano:




 Se invece preferite la versione originale (che vi consente di apprezzare le voci degli interpreti), sottotitolata in inglese, eccola qui:





giovedì 16 maggio 2013

Andante teneramente

Per motivi che anche dopo attenta riflessione mi risultano incomprensibili, gli amici di PianoSolo ritengono che quello che scrivo sulla musica possa risultare interessante anche per i loro lettori.

questo link trovate il primo pezzo che ho scritto per loro.

E' un rassemblement di pensieri sparsi sulla musica di Brahms e sulla tarda produzione pianistica in particolare.

Se non servirà a convincerli di aver preso un granchio, peggio per loro.


martedì 14 maggio 2013

Song for the unsung hero: il Sam's Flake

Samuel Gawith è un nome troppo noto fra gli appassionati di tabacco da pipa per avere bisogno di presentazioni. La triade gawithiana dei Virginia puri (dal più chiaro al più scuro: Golden Glow, Best Brown Flake, Full Virginia Flake) è - se piace il genere - quanto di più vicino possibile al santo Graal. Forse solo McClelland talvolta raggiunge simili altezze. Ma anche gli appassionati di miscele al Latakia trovano nel catalogo Gawith  referenze da urlo: dal Commonwealth allo Squadron Leader, dal Balkan Flake allo Skiff (quest'ultimo probabilmente il mio preferito nella categoria).

La fabbrica Samuel Gawith, direttamente da un romanzo di Dickens
Si tratta di prodotti che utlizzano materie prime di incontestabile eccellenza, lavorati con metodologie e spesso con macchinari che hanno sulle spalle due secoli di tradizione. Nell'offerta italiana di tabacchi di qualità, offerta tutto sommato un po' asfittica, i tabacchi di Samuel Gawith svettano in maniera prepotente; svettano purtroppo anche nel prezzo, ma per fortuna una buona maggioranza di loro è offerta anche nella confezione in bulk da 250g che riporta il costo ai livelli medi dell'Unione Europea.

Ma anche chi ha la fortuna di poter frequentare lidi tabagisticamente più ameni (Svizzera in primis, ma anche Germania, Repubblica Ceca o Polonia: senza dimenticare il Paese dei Balocchi oltreoceano) farà fatica a trovare prodotti che offrano una qualità tanto alta mantenuta costante su un ventaglio tanto ampio di proposte.

Il tabacco di cui voglio parlare oggi è a mio modo di vedere uno dei picchi assoluti della produzione della benemerita casa di Kendal,  ma allo stesso tempo un tabacco che - almeno relativamente ad altri suoi confratelli - riceve un'attenzione inferiore a quella che meriterebbe: il Sam's Flake

La confezione del Sam's Flake, trionfo di british understatement 
Diciamocelo chiaramente: tra nome e packaging sembra di trovarsi di fronte a un'autentica congiura del silenzio. Confezione scialba con un insignificante gradiente di rosa e un'immagine in bianco e nero sbiadituccia anzi che no. E poi il nome: non promette i colori sontuosi del Golden Glow, non è Best nè Full, non evoca le immagini di viaggi in terre lontane come il Balkan o lo Skiff, non si porta dietro echi militar-patriottici come il Commonwealth o lo Squadron Leader, non ha la sfacciataggine autocelebrativa del Perfection, non lascia intravedere i voluttuosi piaceri del Chocolate Flake. Insomma, una realizzazione pratica dell'ossimoro "denominazione anonima". Ma questo errore di marketing è forse l'unico che i nostri amici cumbri abbiano commesso nella realizzazione di questa meraviglia. La base è il Virginia per cui Samuel Gawith è famosa (si vocifera che siano Best Brown e Full Virginia in parti uguali; l'aspetto marrone abbastanza carico delle fette sembrerebbe avvalorare l'ipotesi ma non ho conferme definitive). A questa base è stata aggiunta una generosa porzione di tabacchi orientali (anche qui siamo nel regno dell'incertezza: ho letto Izmir - e la cosa appare verosimile visto che SG vende anche Izmir puro per miscele - ma anche Basma) e il tutto è stato completato in modo sublime da un accenno discreto ma percepibile di profumazione soapy, qualcosa tra i fiori, la cipria e il miele.

Il mio amico Antonio ha parlato una volta di miscela olistica, intendendo una miscela in cui la combinazione tra i vari elementi produce un risultato addirittura superiore alla somma delle parti. Il Sam's Flake è da questo punto di vista un caso di scuola: potete fumare Virginia squisiti, Orientali sublimi e tabacchi soapy leggiadri come la debussiana fille aux cheveux de lin. Ma quando fumate il Sam's Flake avete tutto questo e anche qualcosa in più.

In meccanica dei fluidi è possibile seguire due approcci complementari: uno cosiddetto lagrangiano, in cui si studia il percorso di una fissata particella del fluido al variare del tempo, e uno cosiddetto euleriano in cui si studia il flusso di particelle attraverso un fissato riferimento geometrico.
Ecco, secondo me alcuni tabacchi sono tipicamente euleriani: ogni boccata rappresenta una novità ed il gioco consiste nel cogliere quante più differenze fra la boccata attuale e quelle che l'hanno preceduta e la seguiranno. E ovviamente ce ne sono altri (e il Sam's Flake è un esponente di questa categoria) che invece sono decisamente lagrangiani: il sapore è talmente complesso che la sfida è quella di coglierne componenti, sfumature ed evoluzione via via che la fumata procede.

E tutto questo avviene con una discrezione davvero tutta inglese: questo tabacco non urla mai, non fa mai la voce grossa. Si limita a sussurrare le sue storie e sta a noi fare abbastanza silenzio per riuscire a sentirlo bene. E anche l'uscita è in punta di piedi: pochi tabacchi a mia conoscenza lasciano un gusto così fresco e pulito.

Come tutti i tabacchi di Samuel Gawith, anche il Sam's Flake necessita di qualche attenzione in più durante il caricamento e magari un fiammifero più del consueto in fase di accensione. Ma una volta avviato brucia benissimo e lascia la pipa non solo pulita ma addirittura migliorata. Fumare di tanto in tanto un altro tabacco in una pipa dedicata in prevalenza al Sam's Flake può aiutare a cogliere delle sfumature insospettate.

Avrete forse intuito che per me questo tabacco è un capolavoro. Personalmente ho dedicato tutta la franchigia mia e di Justyna (che mi ha seguito non saprei se con maggior pazienza o rassegnazione) dell'ultima incursione svizzera all'acquisto di una confezione da mezzo chilo di questa meraviglia. L'ho fatto innanzitutto per il piacere di fare scorta di qualcosa di buono, col gusto un po' infantile di andare ogni tanto a riguardarsi il tesoro accumulato; e poi perchè oltre a tutto il resto questo tabacco - come tutti quelli con una base di ottimo Virginia - presenta formidabili potenzialità di invecchiamento. Ho travasato il bulk in quattro vasetti Bormioli e mi divertirò a seguirne maturazione e affinamento nel tempo. Nello spirito di Samuel Gawith e di Giuseppe Lagrange.


Update 15.5.2013: ho scritto alla Samuel Gawith chiedendo ragguagli sul tipo di profumazione usata per il Sam's Flake. Ecco la risposta che ho appena ricevuto dalla Cumbria:

Da: "Samuel Gawith & Co Ltd" [enquiries@samuelgawith.co.uk]
Inviato: 15/05/2013 17.19 CET
A: Gaetano Maria Roberto
Oggetto: RE: Sam's Flake - info request



Dear Mr Roberto
Many thanks for your mail.
The main ingredients used in this scent is Heliotrope, Coumarin and Vanilla. It should be emphasised that all of these ingredients are of the highest food quality and therefore perfectly acceptable as a tobacco flavouring agent.
Hopefully you will all enjoy our tobaccos for many years to come.
Sincere regards
Bob Gregory



E questo chiude la faccenda da un punto di vista puramente fattuale. 
Ma la definizione più bella, più poeticamente esatta del profumo del Sam's Flake l'ho trovata (ri)leggendone la recensione presente sul portale polacco Fajka.net.pl: "è il profumo dei peccati di gioventù durante l'estate."


mercoledì 8 maggio 2013

L'arte di intalliare

No, non è un refuso: non volevo scrivere intagliare ma proprio intalliare. Ed è inutile che quelli che già non sanno cosa significa si fiondino su un dizionario della lingua italiana, perchè questo verbo non lo troveranno. Intalliare (qualche volta anche nella forma riflessiva: intalliarsi) è una locuzione del dialetto napoletano.

Il significato di intalliare (userò la forma intransitiva, più diffusa nell'ager nolanus) è a un dipresso quello di: rimandare, procrastinare, perdere tempo. Ma queste sono traduzioni rozze che non rendono tutta la raffinata specificità dell'atto di intalliare.

Supponete di armarvi di straccio e detergente e di voler spolverare gli scaffali della vostra libreria. Cominciate la vostra attività e vi capita sotto gli occhi un libro che magari neanche vi ricordavate più di avere: non riuscite a resistere e cominciate a sfogliarlo. Giunti alla terza o quarta pagina di lettura, vi imbattete - poniamo - in un riferimento a una battaglia dell'antichità. L'autore ne parla come cosa nota, ma il fastidio di non ricordare esattamente si insinua dentro di voi fino a diventare intollerabile: posate il libro e vi precipitate a consultare Wikipedia. Soddisfatta la vostra legittima curiosità, vi accorgete di avere tre mail non lette; ovviamente date uno sguardo e in una di esse apprendete con interesse le ultime notizie di un amico con cui negli ultimi tempi avevate un po' perso i contatti. Decidete che questo è un ottimo momento per telefonargli e fare due chiacchiere. Ovviamente in tutto ciò lo straccio e il detergente saranno rimasti in un angolo, quasi dimenticati, fino a quando vi sarete resi conto che ormai è troppo tardi per mettervi a spolverare e li riporrete quindi nel posto da cui li avevate presi.

Ecco, questa è una tipica sequenza in cui l'intalliare si manifesta in purezza, e se vi rendete conto che cose del genere vi capitano spesso beh, complimenti: avete la stoffa del vero intallista.

Non è così semplice intalliare: se uno sta senza fare nulla non sta intalliando, al limite starà oziando. Intalliare presuppone che si sia - almeno mentalmente - occupati. Questo per esempio implica che il sonno e l'intalliare siano strutturalmente incompatibili.
L'altro elemento fondante dell'intalliare è la presenza di uno scopo da eludere, qualcosa che andrebbe fatto ma che viene prima rimandato e poi spesso definitivamente accantonato: il dedicarsi a una serie di attività apparentemente sconnesse senza che queste attività siano svolte in luogo di un'altra non rientra nella categoria dell'intalliare ma in quella - peraltro non meno nobile - del cazzeggiare.

Naturalmente - come per tutte le abilità umane - si può essere capaci di intalliare a vari livelli di destrezza: dalle forme più rozze e banali, in cui si limita a fare una cosa al posto di un'altra, ai vertici supremi dell'intalliata ricorsiva, quella in cui si interrompe l'attività A per mettersi a fare la B ma prima del completamento della B ci si mette a fare la C e così vertiginosamente enumerando.


L'intalliare è un atto sottilmente eversivo, perchè non rifiuta apertamente l'attività - come accade per l'ozio propriamente detto: si limita a destituire di ogni scopo "utile" l'attività che viene compiuta. E sebbene solo chi è aduso a tutte le squisite arti della pigrizia possa sperare di intalliare con successo, può verificarsi anche la situazione (paradossale ma solo in apparenza) per cui la sommatoria di tempo e fatica spesi per intalliare risulti superiore a tempo e fatica necessari per svolgere l'attività boicottata.
Ma noialtri pigri sappiamo che la nostra - in fondo - è prima di tutto un'opzione etica, un modo di ribellarsi alla vulgata comune della produttività a tutti i costi, dei rendimenti massimi, dell'efficienza. Lo sappiamo bene: e se lasciamo che gli altri si formino una cattiva opinione di noi è solo perchè siamo troppo pigri per metterci a discutere.











mercoledì 1 maggio 2013

Penguin Cafe Orchestra

Ci sono tante scoperte di cui sono debitore al mio anno di servizio civile: la bellezza di Roma, il gusto rotondo del Calvados, l'amicizia con un neurochirurgo un po' stregone, il fascino arcano delle ragazze polacche (a Roma - ahimè - non ci abito più, Calvados ne bevo ancora e la ragazza polacca più affascinante l'ho sposata, ma queste sono altre storie).

E tra queste scoperte c'è anche un gruppo musicale singolare e stranissimo, che negli anni '90 occupò - o meglio: inventò - un territorio di confine fra il minimalismo di Brian Eno e John Cage, i ritmi e gli strumenti latinoamericani e la musica di ispirazione celtica.

Questo gruppo era improbabile anche nel nome: si chiamava Penguin Cafe Orchestra.

Ricordo che il primo brano a colpirmi  lo ascoltai in macchina scorazzando per Roma (un pò à-la Nanni Moretti) con un'amica, tanto che le chiesi cosa diavolo fosse. Come poi scoprii in seguito si trattava di una sorta di sigla della PCO, il pezzo con cui di norma aprivano le loro esibizioni dal vivo. Si chiamava Air à danser:


C'è tutto il mondo espressivo Penguin Cafe in questo pezzo: la timbrica raffinatissima, la predilezione per le cellule di ostinato, un mood fondamentalmente lieto ma screziato da un fondo di sottile malinconia.

Il fondatore e deus ex machina della PCO, Simon Jeffes (scomparso prematuramente nel 1997), era un autentico visionario. Un musicista fino al midollo, perchè solo a un musicista vero poteva venire in mente di comporre un intero brano basato unicamente su un paio di toni telefonici inglesi, Telephone and Rubber Band:



E solo a un talento autentico poteva riuscire di contaminare in maniera musicalmente plausibile le melodie di Gilles Farnaby, un virginalista elisabettiano, con le atmosfere e i suoni della Veracruz di La Bamba, come succede in Gilles Farnaby's Dream:




Fui ben presto conquistato da queste atmosfere limpide e cangianti, e a furia di incursioni nel megastore Ricordi di Piazza Venezia mi procurai abbastanza in fretta la discografia completa della band.

Ho ascoltato questa musica soprattutto in treno. L'ho ascoltata ai tempi del servizio civile sui treni che da Roma mi riportavano a Nola ogni due o tre settimane. L'ho ascoltata qualche anno dopo sul treno delle 6:38 da Nola a Roma Termini quando andavo a prendere Justyna che veniva a trovarmi. L'ho ascoltata ancora più avanti nel tempo percorrendo in lungo e in largo la Polonia sui solidi, rassicuranti vagoni di PKP, le ferrovie polacche. Ancora oggi non intraprendo un viaggio in treno senza essermi assicurato che una congrua selezione del repertorio PCO sia nell'iPod.

E' musica che ormai per me si collega inscindibilmente al movimento, alle rotaie, ai paesaggi che scorrono dietro i finestrini. Forse perchè è musica che ha dentro le aspettative della meta ma anche la nostalgia di ciò da cui si è partiti.

E' musica che lascia contenti, ma anche un po' turbati. Un po' come succede con Schubert, con Mozart, col trio di Keith Jarrett. Forse come tutta la musica che riesce davvero a toccarci.