domenica 28 aprile 2013

L'odore della musica


Comprai il mio primo disco nel 1977. Era un LP della serie "Linea Tre" della RCA (chiamata così perchè al lancio i dischi costavano tremila lire) con la sinfonia n. 6 di Beethoven nell'esecuzione della Boston Symphony Orchestra diretta da Erich Leinsdorf. Volevo una "Sesta" perchè avevo letto che a un certo punto c'era una tempesta, e la cosa mi sembrava una figata pazzesca.
Col senno di poi ammetto che forse era una motivazione esteticamente un po' labile: ma onestamente a dieci anni al concetto dell'autonomia semantica della musica non ero ancora arrivato.

Di quel disco, comprato alla Standa di Avellino in un reparto che  mi sembrava un autentico paese dei balocchi, ricordo tutto: la copertina in giallo con un paesaggio campestre, la busta bianca all'interno, il bellissimo logo RCA. E ricordo l'odore. Me lo ricordo bene perchè durante il lunghissimo (almeno tale mi parve) viaggio di ritorno verso Nola non potendo farci altro cominciai ad annusarlo, quasi fosse possibile cominciare ad assimilare per via olfattiva la musica contenuta in quei solchi.

Col tempo la mia collezione di dischi aumentò. Aumentò lentamente perchè la disponibilità economica e l'accesso a negozi di dischi forniti erano quel che erano: ma ogni disco era una piccola festa. Chi è cresciuto ai tempi di iTunes e YouTube è stato deprivato dell'esperienza del contatto materiale con la musica, e dei piccoli riti che a questa materialità erano connessi. Soprattutto, è stato deprivato del senso di evento che ogni acquisizione si portava dietro, dei gruppi di discussione tra amici che si formavano quando qualcuno entrava in possesso di un nuovo disco, del ruminare la stessa musica per settimane o per mesi.

Quando verso la metà degli anni '80 cominciai ad avere un po' (ma giusto un po') di liquidi in più e soprattutto cominciai a frequentare i negozi di dischi di Napoli era l'epoca dell'avvento del CD. Per un periodo mi barcamenai tra i due mondi, ma poi l'indubbia comodità del nuovo supporto (non si doveva più girare il disco!), la presunta superiorità della riproduzione digitale e soprattutto la scomparsa quasi totale avvenuta nel giro di uno-due anni degli LP  fecero pendere la bilancia a favore del nuovo che avanzava.

Da allora ho accumulato un numero di CD più grande di quello che ho voglia di ricordare (arrivato a quota mille ho smesso deliberatamente di contarli) e tutto sommato mi va bene così. Ma quando uno ha fatto in tempo a cominciare la propria carriera di collezionista di musica annusando un vinile, un po' di nostalgia per quei padelloni neri se la porta inevitabilmente dentro. Anche perchè il policarbonato del CD non è il vinile, e per i CD si può dire quello che la Mimì della Boheme dice dei suoi fiori artificiali:  "ahimè,  non hanno odore".

JVC QL-F4, un giradischi ma anche una macchina del tempo

Da ieri sera, complici una cena di compleanno e la generosità immeritata e un po' folle di un gruppo di amici  tra cui è presente un vero talebano dell'analogico appassionato del bel suono, sono inaspettatamente rientrato in possesso di un discreto setup di riproduzione di LP. Ho ripreso un vero disco di vinile per le mani; e sono ritornato in quella Ford Escort blu guidata da mio padre che da Avellino mi riportava verso Nola.

Adesso non mi rimane che espandere la mia collezione di vinili. Lo farò, vorrei farlo, come allora: un pezzo alla volta, senza fretta, godendo di questo suono e di questa matericità. Libero da bit, convertitori A/D e streaming. E riscoprendo, in mezzo a un po' di fruscio e a qualche inevitabile click, un po' di quello che ero.

giovedì 25 aprile 2013

Maigret, o dell'appetito per la vita

Mi è già capitato di dire che amo molto i gialli. E ovviamente per chi ama i gialli imbattersi nella massiccia, pesante figura di Jules Maigret è uno snodo imprescindibile.

A differenza dello Sherlock Holmes di Conan Doyle, di cui conosciamo bene i tratti esteriori, le abitudini, le piccole e grandi manie ma la cui intima natura ci rimane sempre celata, di Maigret noi - stando ai soli romanzi e racconti che lo vedono protagonista - non sappiamo neanche esattamente che faccia abbia; eppure personalmente - e sono certo di non essere l'unico - delle volte penso a lui come una persona reale e solo con fatica riesco a capacitarmi che si tratta di un personaggio immaginario.

Un'altra cosa strana che mi capita con Maigret, e solo con lui, è che l'intreccio delle storie che lo riguardano mi rimane assai poco impresso, tanto che a distanza di tempo posso riprendere romanzi già letti e appassionarmi di nuovo alla soluzione del caso; mentre invece certe descrizioni di cose o di avvenimenti magari del tutto secondarie (la pioggia di notte, una corsa in taxi, il vestito indossato da una donna) si stampano nella mia mente in maniera indelebile e fin da subito.

Era un po' di tempo che stavo cercando di rendermi ragione di queste e altre particolarità di Jules Maigret e penso di aver trovato una risposta.

Maigret è un goloso della vita.


Maigret visto da Ferenc Pintér

Quello che voglio dire lo spiega lo stesso Simenon in Maigret e il signor Charles, l'ultimo dei romanzi che hanno il corpulento commissario come protagonista:

Lui aveva bisogno di uscire dall'ufficio, di sentire che aria tirava, di scoprire, a ogni nuova inchiesta, mondi diversi. Aveva bisogno dei bistrot dove così spesso gli capitava di aspettare, davanti al bancone, bevendo, a seconda dei casi, una birra o un calvados.

Maigret assapora con avidità la vita nelle sue manifestazioni più elementari, con una sensibilità quasi animale per i sapori, gli odori, le atmosfere. Come quando entra per la prima volta nella Casa dei fiamminghi

Fin dalla soglia ci si sentiva avvolgere dal tepore, da un'atmosfera indefinibile, quieta e sciropposa, dominata dagli odori. Ma quali odori? Una punta di cannella, una nota più intensa di caffè macinato, e anche un vago sentore di petrolio, mischiato però a zaffate di acquavite. 

Intendiamoci bene: Maigret non è (almeno non solo) un bon vivant dedito ai piaceri della tavola, del bicchiere o della pipa. Non è un enorme gattone da salotto innamorato della sua stufa di ghisa. Con lo stesso ardore, direi con la stessa voluttà, Maigret vive e gode anche situazioni scomode o francamente sgradevoli: 

"Non volete veramente ripararvi?" insistè imbarazzato il capitano della gendarmeria. E Maigret, le mani nelle tasche del cappotto, il cappello duro trasformato in un serbatoio d'acqua che si vuotava di colpo al minimo movimento, il Maigret accigliato, pesante, immobile dei giorni cattivi brontolò, seguitando a stringere tra i denti la cannuccia della pipa:
"No!"
(La locanda degli annegati, in Maigret in Rue Pigalle)

Evidentemente questo gusto primordiale per la vita in tutte le sue manifestazioni è un tratto che Maigret mutua dal suo autore. E' qualcosa che riscontriamo anche in altri personaggi sia degli stessi Maigret (pensiamo ad esempio all'indimenticabile Emile Ducrau, autentico deuteragonista della Chiusa n. 1) sia dei "romanzi-romanzi" di Simenon. 
Ma in Maigret questo tratto è presente e palpabile in forme di una trasparenza e leggibilità assolute.

Nella tradizione del buddismo Zen il peccato più grave, l'origine degli altri mali del mondo, è la disattenzione. Maigret è di certo immune da questo vizio. Lui registra, nota, assimila tutto e tutto accetta, tutto gode: dal bavero di velluto del suo cappotto pesante all'odore caratteristico di una camera da letto in un albergo di quart'ordine.


Con la sola, beffarda eccezione della Promessa di Durrenmatt, i romanzi gialli hanno sempre un intento o almeno un esito morale, quello di mostrare la possibilità di un ordine ristabilito. Per Maigret io credo che la moralità vada cercata proprio in questo atteggiamento nei confronti dell'esistenza.

Sarà semplicistico, ma sono persuaso che la lettura di un qualunque romanzo con Maigret convinca a dire "sì alla vita" in maniera molto più diretta e duratura di una lunga meditazione sulle tragiche, oscure pagine dello Zarathustra di Nietsche.

lunedì 22 aprile 2013

La pipa del compleanno

Still life con tortino alla nocciola e square panel Gilli

Da bambino ogni qualvolta ricevevo un regalo "utile" (capi di abbigliamento, scarpe, scatole di pennarelli) scoppiavo in un pianto dirotto e non di rado scagliavo via sdegnato il regalo, lasciando costernato (e nei casi più estremi contuso) l'incauto donatore.
Col tempo ho imparato a gestire e mascherare meglio il mio disappunto, ma le mie perplessità di fondo circa i regali "utili" sono rimaste più o meno invariate. Per me i regali riusciti sono quelli che permettono a chi li riceve di godere di un piccolo lusso, come un extra ricevuto - appunto - in regalo dalla vita. Se poi dietro l'oggetto si riesce a cogliere anche l'apprezzamento per chi riceve il dono e il desiderio di arricchire il suo mondo allora siamo di fronte al regalo perfetto.
Da questo punto di vista chi sta intorno a un appassionato di pipe ha indiscutibilmente vita facile: con pochi oggetti della vita quotidiana si instaura il rapporto tanto particolare e intimo che qualunque fumatore crea con le proprie pipe; forse c'entra il fuoco, forse il fatto che è un oggetto che si tiene in bocca: sta di fatto che regalare una pipa assicura a chi dona la certezza di essere ricordato spesso e associato ad alcuni dei momenti più caldi e piacevoli dell'esistenza di chi riceve.

Tra quelle che affollano gli scaffali dello studio, le "pipe di Justyna" hanno ovviamente un posto tutto loro. Ognuna di esse è una piccola madeleine proustiana che richiama alla mente cene di Natale, anniversari o ricorrenze trascorse insieme. Sono come delle fotografie che però invece di sbiadire diventano di volta in volta più vivide e luminose. E quella che ho ricevuto oggi è la foto scattata da un grande maestro.

Il nome di Mauro Gilli è ben noto agli appassionati di pipe in Italia e non solo. Gilli "nasce" come riparatore di pipe e acquisisce in questo settore iperspecialistico dell'artigianato una maestria assoluta. E' riparatore autorizzato Dunhill (i bocchini che fabbrica per le vostre Dunhill sono a tutti gli effetti Dunhill originali) e Savinelli ormai da anni gli commissiona i bocchini per le Giubileo D'Oro più preziose. Non mi dilungherò ulteriormente nel cantare le lodi di Gilli: chi fosse interessato può leggere la serie di post che con autorità ben maggiore della mia gli ha dedicato il mio amico Antonio nel suo blog.

Col tempo Gilli ha cominciato a fabbricare pipe per conto proprio. Sono pipe che a me fanno venire in mente la pittura surrealista: così come in un tipico dipinto di Magritte o Dalì le leggi della prospettiva sono generalmente rispettate ma è presente sempre un elemento strano, qualcosa che spiazza, così le pipe di Gilli hanno forme classiche fino all'estremo, sono rigorose ai limiti del maniacale, ma contengono sempre un dettaglio che le rende immediatamente riconoscibili. Sono pipe di chiara ispirazione inglese, ma con un tocco irresistibilmente dandy.

Così è anche per la mia pipa di compleanno: una square panel dalle proporzioni perfette, una forma difficile da realizzare e che col tempo è divenuta una delle firme di Gilli. Sabbiata in maniera esemplare e - soprattutto in rapporto alle dimensioni - leggerissima. Uno shape ultraclassico in cui la nota à-la lord Brummell è ovviamente il bocchino in cumberland verde, che contrasta in maniera al tempo stesso netta e armoniosa con la finitura arancio della testa.

Un'interpretazione quintessenziale del concetto di square panel


Non ho ancora deciso a quale tipologia di tabacco dedicherò questa pipa: comincerò a rodarla con qualcosa di poco caratterizzante e cercherò di ascoltarla strada facendo. Sarà un viaggio lungo ma chi fuma la pipa non ha mai fretta. E poi, visto che Justyna sarà ogni volta con me, non sarà certo un viaggio noioso.

domenica 21 aprile 2013

In lode della pennichella

Mio padre per quarant'anni ha fatto il maestro elementare. La sua giornata lavorativa si concludeva perciò all'ora di pranzo. Questa circostanza, unita alla vicinanza tra scuola e casa, ha fatto sì che egli potesse diventare un autentico virtuoso della pennichella. La praticava (e mi risulta la pratichi tuttora) nella sua forma più classica e nobile: per durate che andavano dalla mezz'ora ai tre quarti d'ora e spesso allungato su una poltrona. Cedeva alla facilitazione, starei per dire alla tentazione, del letto solo in qualche giornata invernale particolarmente fredda o viceversa nelle temibili controre del mio Sud.

La mia giornata lavorativa contrattuale è di sette ore e mezzo più un'ora di pausa pranzo; in più lavoro a un'ora abbondante di viaggio da casa. Questo mi taglia fuori dalle pennichelle infrasettimanali e mi lascia un misero residuo nei fine settimana. Le mie pennichelle si svolgono rigorosamente a letto (mai riuscito a prendere sonno se non completamente sdraiato e coperto) e travalicano la misura classica estendendosi spesso per un'ora e mezzo, talvolta anche di più.

Nonostante queste indubbie manchevolezze mi ritengo un estimatore di questo nobile modo di trascorrere il tempo, che col sonno serale e notturno ha la stessa parentela di un pranzo gourmet col Cheeseburger Menu di Mac Donald.

Innanzitutto la pennichella è un modo sublime di procrastinare; e come ci insegna Jerome K. Jerome, "è impossibile godere a fondo l'ozio se non si ha una quantità di lavoro da fare". Le ore serali sono naturaliter consacrate al sonno; a metà giornata, anche il sabato o la domenica, uno ha spesso qualche cosa, cosetta, cosuccia da fare: ebbene, quale piacere più squisito di sapere che ci sarebbe questo o quello da fare e contemporaneamente sdraiarsi a letto?

E poi la pennichella ci offre l'altro condimento indispensabile di ogni piacere raffinato: quello della sua assoluta superfluità. Il sonno notturno è riposo che il nostro corpo e il nostro spirito ci richiedono ed è un richiamo che non permette di essere ignorato; quello pomeridiano è riposo di cui in fondo potremmo fare a meno, che ci concediamo magnanimamente in un atto di generosità verso noi stessi.

E infine: che dire delle altre delizie che la pennichella porta con sè, potremmo dire che implica? Dal lento ritorno allo stato di veglia, molto più graduale e prolungato che al mattino, al caffè (da prepararsi esclusivamente con la napoletana, chè la moka o peggio ancora i bibitoni caldi li lasciamo ai nordici, dai milanesi in su) che aspettiamo pazientemente scenda?

Diffidate di chi diffida della pennichella. Dicono che siano ore perdute: sono invece ore guadagnate perchè le sottraiamo liberamente al flusso della produttività per incastonarle nell'oro dell'otium.


sabato 20 aprile 2013

1983

Nel 1983 avevo sedici anni.
Frequentavo la prima liceo classico nella mia cittadina del Sud, i cui confini all'epoca coincidevano più o meno con quelli del mio mondo.
Non so se da allora i programmi ministeriali siano cambiati, ma ai tempi la prima liceo era la classe in cui si scalavano alcune delle più alte vette della civiltà greca antica: si leggevano Archiloco, Saffo e Alceo; si studiava il pensiero di Platone e Aristotele; si veniva introdotti alla nuda semplicità della colonna dorica e alla perfezione di proporzioni delle statue di Fidia.

Nel 1983 rischiai quasi la sindrome di Stendhal durante la gita scolastica in Toscana: l'arte del Rinascimento è forse quella che da sempre ho sentito più spiritualmente affine, e il poter vivere dall'interno le architetture di Brunelleschi o il poter guardare da vicino le pitture di Masaccio mi procurò un'emozione che ancora vive dentro di me, e che si rinnova tutte le volte (poche, ahimè) che ho la fortuna di calpestare quella terra che è davvero il cuore di tutto ciò che chiamiamo civiltà italiana.

Ricordo che, oltre alle impressioni e alle sensazioni, riportai indietro da quella gita due audiocassette: una con la sinfonia n. 5 di Beethoven con Karajan e i Berliner (doveva essere il ciclo degli anni '60, forse il migliore di HvK) e l'altra con l'ultimo (in tutti i sensi) album dei Pink Floyd, The Final Cut.

Nel 1983 oltre all'arte greca e alla civiltà rinascimentale venivo scoprendo la complessità del mondo reale: la difficoltà di bucare almeno in parte quella che allora percepivo come un'insopportabile rete di controllo stesa dagli adulti, e al tempo stesso la paura che ti coglieva quando ogni tanto qualche buco riuscivi a farlo; le prime persone da cui si veniva delusi, o respinti, o traditi; le prime cottarelle adolescenziali per ragazze che inevitabilmente preferivano altri: e soprattutto preferivano diciottenni o diciannovenni, da cui ti sentivi separato da un gap di possibilità ed esperienza di vita che appariva incolmabile.

Nel 1983 da un'altra parte del mondo, nella Carolina del Nord, si raccoglieva tabacco. Quell'annata fu davvero eccezionale, e produsse dei Virginia rossi tra i migliori mai visti. Un previdente tobacconist di Charlotte, NC ne fece incetta e dopo una lunga maturazione li inscatolò, realizzando un tabacco da pipa destinato a diventare di culto tra i fumatori.

Ovviamente di questa cosa a sedici anni io non sapevo nulla, e in verità all'epoca non sapevo nulla del fumo di pipa in generale. Ma a distanza di trent'anni, grazie alla generosità di un amico, sono entrato in possesso di cinquanta grammi di questo tabacco.

Lo fumerò sperando che funzioni da macchina del tempo. Mi piacerebbe reincontrare il sedicenne che ero allora, raccontargli il come e il perchè di tante cose che sono successe nel frattempo; mi piacerebbe poterlo salutare al termine della carica di tabacco lasciandolo se non del tutto soddisfatto (si sa che a quell'età si tende ad assolutizzare e si ha in odio il compromesso) almeno non troppo deluso.

Pronti al decollo: McCranie's Red Flake e Radice "Aerobilliard" in finitura Rind


venerdì 12 aprile 2013

Shostakovich in Brooklyn

Mi piace molto vedere film. Ma forse più ancora che vedere, mi piace rivedere film. Durante le prime volte in cui si riguarda un film già visto l'esperienza è simile a quando si riascolta un brano musicale: si comincia a percepire meglio la struttura d'insieme, i pezzi vanno al proprio posto, si colgono richiami e corrispondenze che magari la prima volta erano sfuggiti. Rivedere un film che si è già visto molte volte - invece - è credo l'esperienza più simile a quella che fa ogni bambino di due o tre anni quando stressa i genitori perchè gli raccontino ancora una volta la stessa favola: la rassicurazione che viene dalla ripetizione, dal prevedere ogni situazione, ogni parola.

Eppure nonostante questo mio amore per i film rivisti, ad oggi c'è un solo film che io abbia rivisto due volte al cinema: Smoke, un film del 1995 diretto a quattro mani da Wayne Wang e Paul Auster. Entrambe le volte è stato a Roma, al cinema Intrastevere. E' un film che assolve in maniera quintessenziale al compito primario del cinema, quello di raccontare storie. E nello stesso tempo trasmette una serie di messaggi (primo fra tutti quello della necessità di riappropriarsi della propria esistenza) che trovarono all'epoca una risonanza in me che non sapevo spiegarmi fino in fondo, e che oggi - con la maggiore autoconsapevolezza che è uno dei pochi effetti positivi del passare del tempo - so che toccavano pezzi di me stesso dotati di radici molto profonde. E poi diciamocelo: vedere una produzione USA di metà degli anni '90 (all'epoca la paranoia antifumo non aveva raggiunto forse le vette che avrebbe raggiunto in seguito ma era comunque già in forma ruggente) in cui praticamente tutti i personaggi fumano, fumano  molto e fumano con gusto era, è qualcosa di decisamente liberatorio.

Non starò qui a riassumere la trama del film fatta di una serie di storie che si intrecciano e si intersecano (e questo intersecarsi è a sua volta una storia) ma stasera mi è tornata alla mente una scena in particolare che è quella che mostro qua sotto: quella in cui il tabaccaio Auggie Wren (una maiuscola interpretazione di Harvey Keitel) mostra allo scrittore Paul Benjamin (William Hurt) il progetto della sua vita:





Ricordo che quando vidi il film per la prima volta rimasi catturato, oltre che dal flusso delle foto, dalla musica di sottofondo. Non sapevo cosa fosse ma la trovavo bellissima. Concentrandomi sul suono mi parve di riconoscere il tocco al tempo stesso lieve e sontuoso di Keith Jarrett e cominciai a rimunginare su cosa stesse suonando. Jazz no, era evidente. Pareva una fuga, ma il linguaggio armonico escludeva decisamente Bach. Poi mi ricordai che qualche tempo prima ECM aveva pubblicato il doppio cd con Jarrett che suonava i 24 preludi e fughe dell'op. 87 di Dmitri Shostakovich. Annotai mentalmente di verificare la cosa e - trattenendomi pazientemente durante tutti i titoli di coda del film - scoprii che avevo ragione: era Jarrett che suonava Shostakovich.

E in particolare, il pezzo usato nel film era la prima fuga, quella in do maggiore.

Ad essere sincero, le prove di Jarrett come musicista classico non mi hanno mai convinto del tutto. Ho sempre avuto la sensazione che alle prese con un certo repertorio Jarrett sia come intimidito; non saprei dire se è un fatto di timore intellettuale oppure più pedestremente la tremarella di un pianista che affronta un repertorio di cui non è sicuro di padroneggiare la tecnica, ma la mia sensazione è quella. E un Jarrett prudente smette di essere Jarrett, per quanto mi riguarda.
Ma l'op. 87 di Shostakovich costituisce una felice eccezione: qui Jarrett non teme di confrontarsi con la pagina scritta vorrei dire da pari a pari, si ricorda di essere l'immenso musicista che è e ci regala alcune perle interpretative che a mio modo di vedere rimangono insuperate.

Il primo preludio e fuga è secondo me proprio uno di questi casi.

Tatiana Nikolayeva, interprete che in queste pagine è di un'autorevolezza somma (non foss'altro per essere stata la dedicataria della raccolta) lo interpreta come si può sentire qui sotto:


Il preludio è staccato a un tempo abbastanza moderato, in alcuni punti risulta anche pesante, mentre la fuga è decisamente più rapida. E' un'esecuzione splendida, in cui le linee contrappuntistiche vengono fuori con abbacinante chiarezza. Il dato aridamente numerico ci dice che nella versione Nikolayeva il preludio dura 2'30'' e la fuga 2'42''.


Jarrett ribalta completamente l'approccio: il preludio è leggermente più rapido (2'16'') ma è la fuga ad essere enormemente più lenta: 5'50'', poco meno del doppio della Nikolayeva:



L'effetto: certo, il contrappunto è meno rilevato. Ma suonata così lenta questa fuga acquista una dimensione metafisica che la versione Nikolayeva non ci fa neanche sospettare. L'immagine che mi richiama alla mente è quella di un gruppo di persone viste camminare in lontananza, immerse in un paesaggio completamente innevato. E' davvero la sospensione del tempo, sembra di rileggere l'inizio del primo dei Four Quartets di T.S. Eliot:


Time present and time past
Are both perhaps present in time future
And time future contained in time past.
If all time is eternally present
All time is unredeemable.

E insomma: di certo Shostakovich mai si sarebbe sognato che sulla sua musica sarebbero scorse una serie di foto in bianco e nero dentro un film americano. E che forse in questo modo sarebbero venuti fuori orizzonti di senso che magari lui stesso non aveva immaginato. 
Ma a me piace pensare che in fondo non ne sarebbe stato dispiaciuto.





lunedì 8 aprile 2013

La realtà di Ricciardi

Amo molto leggere romanzi gialli.
Innanzitutto perchè i gialli postulano un ordine del mondo e la possibilità di spiegare (il che significa neutralizzare, assorbire) le anomalie rispetto a quest'ordine. Nel giallo paradossalmente "l'enigma non v'è" - per dirla con Wittgenstein. E questa è una cosa che soprattutto in tempi incerti fornisce una gradevole, ancorchè fragile, rassicurazione.

C'è poi l'aspetto pratico legato al mio essere ormai in larga parte un lettore itinerante, un lettore da treni e bus: nel corso degli anni in treno mi è capitato (e mi capita) di leggere davvero di tutto, dalle poesie ai testi di algebra astratta; e mi sono convinto che il giallo rappresenti una sorta di compromesso ideale tra le contrapposte esigenze di una lettura che da una parte deve fornire almeno un minimo di stimoli e dall'altra si trova a doverlo fare in condizioni  lontane dall'ideale.

Un'altra caratteristica che amo nel giallo è che spesso il protagonista appare non in uno ma in una serie di libri, il che nelle mani giuste è uno strumento formidabile per creare figure che romanzo dopo romanzo finiscono per diventare reali; personaggi immaginari che possono arrivare ad interferire con la realtà, come in una novella di Borges.

Nel corso dell'ultimo anno alla mia galleria di personaggi-immaginari-ma-non-del-tutto si è aggiunta la figura dolente di Luigi Alfredo Ricciardi, commissario della R. Questura di Napoli negli anni del fascismo, nato dalla fantasia di Maurizio de Giovanni.

Uno dei primi esempi di via italiana al romanzo poliziesco è la serie del commissario De Vincenzi di Augusto de Angelis: anche quella ambientata in epoca fascista (a Milano però, non a Napoli), anche quella avente come protagonista un funzionario sostanzialmente estraneo al contesto politico e ideologico in cui si trova ad operare, e per questo fatalmente condannato a non "fare carriera", e a rimanere al proprio posto solo in virtù della propria implacabile efficienza professionale.

Ma i paralleli finiscono qua: innanzitutto, De Angelis scrive praticamente negli stessi anni in cui ambienta le proprie storie (il primo romanzo della serie, Il banchiere assassinato è del 1935) mentre de Giovanni rievoca un clima e un mondo da cui ormai ci separano quasi ottant'anni: l'uno descrive quanto ha sott'occhio, l'altro rievoca, riscopre, ricostruisce.
Inoltre la renitenza di De Vincenzi ha basi prima di tutto intellettuali: il commissario di De Angelis legge (di nascosto) Freud, ama le letterature anglosassoni, è insomma del tutto incompatibile col ristretto provincialismo culturale della società (e a maggior ragione della polizia) in cui è inserito.

Ricciardi no, Ricciardi è un fuori posto per motivi essenzialmente antropologici, motivi che probabilmente ne farebbero un fuori posto anche in altri contesti storici o ambientali: il dono, la maledizione di Ricciardi è quello di vedere - come lo chiama lui - il fatto.
Ricciardi vede i morti.
Più esattamente, vede i morti di morte violenta e li vede nel momento in cui muoiono, e li sente ripetere l'ultima frase, l'ultimo barlume di pensiero prima di estinguersi nel Nulla.
Questo fardello ne determina la sostanziale, irridemibile solitudine, tanto più difficile da sopportare quanto meno è comprensibile dalle persone che a vario titolo girano intorno a Ricciardi e gli sono affezionate: per costoro il commissario è come circondato da un diaframma di gelo che non ha cause, nè scopi, nè crepe.

Già solo questi sommari accenni dovrebbero far capire che Ricciardi è un personaggio fuori dal comune, e che fuori dal comune sono le sue storie; ma i romanzi di de Giovanni si fanno apprezzare anche per almeno altri due elementi: da una parte l'ambientazione, una Napoli credibile, ricostruita con esattezza e precisione di particolari senza però cedere mai al bozzetto o all'oleografia; dall'altra la cura - starei per dire l'amore con cui vengono delineati i personaggi che si muovono intorno al commissario: da quelli che ritroviamo da un romanzo all'altro (il burbero brigadiere Majone, il cinico - in apparenza - dottor Modo, Bambinella il femminiello, Enrica) a quelli che appaiono in una sola storia. Si esce dalla lettura di questi libri con la sensazione di aver conosciuto, capito qualcosa di tutti: di Ricciardi, di Majone, ma anche dei colpevoli, ma anche delle vittime.

Al momento in cui scrivo de Giovanni ha pubblicato - protagonista Ricciardi - quattro romanzi (Il senso del dolore, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, La condanna del sangue) ognuno ambientato in una stagione dell'anno e altri due (Per mano mia e Vipera) le cui vicende si svolgono rispettivamente a Natale e a Pasqua.
Il mio auspicio è che presto il calendario gli fornisca altri spunti che diano a me e a tutti i suoi lettori la possibilità di vedere ancora Ricciardi nutrirsi di caffè e sfogliatelle al Gambrinus, in una sosta del suo girovagare per Napoli a piedi, ostinatamente senza cappello.




sabato 6 aprile 2013

Un tabacco, tre città. O forse quattro.

Devo la possibilità di fumare il St. Bruno a una strana triangolazione ispano-polacca, che va da Valencia (dove su mia commissione mio cognato lo comprò a maggio dell'anno scorso) a Varsavia (dove il tabacco ha soggiornato fino all'agosto successivo, quando è avvenuta la consegna) a Danzica (dove qualche giorno dopo, sempre in agosto, ho avuto modo di fumarlo per la prima volta).

Il St. Bruno è un tabacco di quelli che nel Regno Unito - sua patria d'origine - vengono definiti "da scaffale", intendendo lo scaffale del supermercato o del piccolo emporio su cui non è raro trovarlo. Nella perfida Albione se fate la spesa online servendovi della catena di supermercati Tesco potete ordinarne una busta insieme ai broccoli, al manzo o alle patate.
E' un prodotto che probabilmente nasceva (parliamo di un'epoca in cui il fumo di pipa era una pratica del tutto comune) avendo in mente come suo target di mercato la larga fascia compresa tra lo strato superiore della working class, che voleva qualcosa di meno forte degli stordenti twist e rope da minatore e quello inferiore della middle class impiegatizia, a cui magari il costo precludeva o limitava l'accesso alle miscele col Latakia o ai rarefatti Virginia puri.

Il St. Bruno e la "sua" pipa, una Peterson Irishmade Army 69




Si tratta di una miscela di Virginia curati a fuoco e - come recita l'etichetta - "other fine leaf". Per me tra le altre "fine leaves" è presente una generosa porzione di Kentucky.
E' un tabacco che trovo meraviglioso. Ha un gusto pieno, intenso, rotondo, saziante. Il gusto di una buona Porter. Se avete presente la descrizione delle vivande del pranzo con cui comincia la saga dei Buddenbrook avete anche un'idea del sapore del St. Bruno. Brucia senza problemi e lascia pipa e bocca pulite. Ha abbastanza personalità da sostenere un tête-à-tête col fumatore e al tempo stesso è abbastanza discreto da sapersi mimetizzare elegantemente sullo sfondo se lo si fuma facendo o pensando ad altro.

E a me tutte le volte che lo fumo fa venire in mente la luce sontuosa e brunita delle città anseatiche: la Lubecca dei Buddenbrook o la Danzica del mio primo incontro col St. Bruno.

Il cielo sopra ulica Mariacka a Danzica, agosto 2012
 



giovedì 4 aprile 2013

Musica di primavera

L'anno doveva essere il 1991 o 1992. Il periodo era senz'altro questo, prima o al massimo seconda decade di aprile. All'epoca ero già un ascoltatore mozartiano di lungo corso (o almeno mi stimavo tale) ma tra le opere liriche maggiori mi mancava il Ratto dal Serraglio. Fu appunto in quel periodo che - compiendo una delle periodiche incursioni in Galleria Umberto I a Napoli - comprai la mia prima edizione discografica di quest'opera. La scelta in negozio (Ricordi? Luxor Radio?) non era immensa e io volevo una registrazione digitale: sicchè fu giocoforza orientarsi sul cofanetto Decca (dalla bellissima copertina à-la Lele Luzzati) con la lettura di Georg Solti che dirigeva i Wiener e la stellare Edita Gruberova nel ruolo di Konstanze.


Da quando la ascoltai per la prima volta rimanendone folgorato, questa musica e la primavera sono nella mia testa un binomio inscindibile. Magari alla base della mia associazione potrebbero esserci dei motivi musicali fondati: è indubbio che questa musica abbia dentro di sè un entusiasmo e una freschezza con pochi equivalenti anche nello stesso Mozart; è indubbio che il perdono di Selim su cui l'opera si chiude non abbia la profonda, mesta dolcezza del perdono della Contessa nelle Nozze o l'amaro disincanto del perdono reciproco degli amanti infedeli di Così; è indubbio che il piacere quasi sensuale dei gorgheggi di coloratura nella parte di Konstanze non si ritroveranno più nella produzione operistica successiva. Tutto ciò è senz'altro vero. Ma forse dietro questo inevitabile assonanza  c'è solo la coincidenza fortuita tra la scoperta di questa musica e la primavera della mia vita, la corrispondenza tra il calore allegro dei cori dei giannizzeri, quello dell'aria della primavera e quello delle mie speranze di allora.